Partito Comunista Internazionale

RG 151: una riunione generale del Partito all’insegna della continuità e della chiarezza del messaggio rivoluzionario

Categorie: 151, Australia, General Meeting, German Civil War, Middle East and North Africa, Syria

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Nei giorni 25 e 26 gennaio si è tenuta la riunione generale del partito, secondo la tradizione che da decenni destina gli ultimi fine settimana di gennaio, maggio e settembre agli incontri di tutti i compagni per fare il punto sul lavoro organizzativo e sul lavoro di studio che i vari gruppi svolgono. Da anni le riunioni, sia per la maggiore estensione geografica della rete di partito, sia per la disponibilità di mezzi informatici di comunicazione, si tengono in maniera mista, concentrando i compagni che possono spostarsi in una sede fisica di partito, mentre gli altri si collegano online.

Anche stavolta è stato così, in tal modo riunendo compagni e simpatizzanti di numerosi paesi europei ed extraeuropei.

Le riunioni generali del partito hanno lo scopo di svolgere il lavoro secondo il metodo che il partito si è dato al momento della sua ricostituzione, nel 1951. Nelle Tesi caratteristiche si legge:
“Il partito compie oggi un lavoro di registrazione scientifica dei fenomeni sociali, al fine di confermare le tesi fondamentali del marxismo. Analizza, confronta e commenta i fatti recenti e contemporanei. Ripudia l’elaborazione dottrinale che tende a fondare nuove teorie o a dimostrare l’insufficienza della dottrina nella spiegazione dei fenomeni.

Tutto questo lavoro di demolizione (Lenin: Che fare?) dell’opportunismo e del deviazionismo è alla base oggi dell’attività del partito, che segue anche in questo la tradizione e le esperienze rivoluzionarie durante i periodi di riflusso rivoluzionario e di rigoglio di teorie opportuniste, che videro in Marx, Engels, in Lenin e nella Sinistra italiana i violenti e inflessibili oppositori.”… “Con questa giusta valutazione rivoluzionaria dei compiti odierni, il partito, sebbene poco numeroso e poco collegato alla massa del proletariato e sebbene sempre geloso del compito teorico come compito di primo piano, rifiuta assolutamente di essere considerato un’accolta di pensatori o di semplici studiosi alla ricerca di nuovi veri o che abbiano smarrito il vero di ieri considerandolo insufficiente”. …”Il partito, malgrado il ristretto numero dei suoi aderenti, determinato dalle condizioni nettamente controrivoluzionarie, non cessa il proselitismo e la propaganda dei suoi princìpi in tutte le forme orali e scritte, anche se le sue riunioni sono di pochi partecipanti e la stampa di limitata diffusione. Il partito considera la stampa nella fase odierna la principale attività, essendo uno dei mezzi più efficaci che la situazione reale consenta per indicare alle masse la linea politica da seguire, per una diffusione organica e più estesa dei princìpi del movimento rivoluzionario”.

Sabato 25 la riunione era inizialmente riservata alla trattazione delle questioni organizzative, e all’aggiornamento sul lavoro che i compagni stanno svolgendo. Quindi è iniziata la rassegna del lavoro di studio in corso, con esposizioni dettagliate dei rapporti. Questa sessione era aperta a simpatizzanti e lettori che ne avevano fatto richiesta. Iniziamo in questo numero del giornale a darne i resoconti brevi.

Resoconti brevi

Guerra civile in Germania

È stato esposto il secondo capitolo della Premessa allo Studio sulla guerra civile in Germania degli anni ’18-’23 “Nascita e crescita parallela del secondo Reich e della socialdemocrazia tedeschi: le radici del tradimento della classe operaia da parte della SPD”. Sono stati letti il primo paragrafo “La borghesia tedesca rinunciò all’Unificazione Nazionale sotto la sua egida” e l’inizio del secondo paragrafo “Il significato della Guerra Franco-Prussiana per i marxisti-ultima guerra progressista borghese nell’Europa occidentale”.

Nel primo paragrafo si descrive come, di fronte alla sconfitta del ’48, terrorizzata dalla minaccia proletaria, la borghesia tedesca avesse rinunciato all’unificazione dello stato tedesco sotto la propria bandiera e si fosse rifugiata sotto l’ala protettrice del militarismo prussiano degli Junker lasciando loro il compito dell’unificazione nazionale. Carattere peculiare della unificazione tedesca fu, dunque, che essa non ebbe origine da un urto popolare guidato dalla borghesia, come in Inghilterra, negli Stati Uniti ed in Francia, ma fu svolta dall’alto, dal potere monarchico. Di conseguenza in Germania si assistette ad una situazione dal carattere atipico rispetto a quella degli altri moderni stati nazionali: una unificazione monca, mancante di reali caratteri nazionali ove l’aristocrazia latifondista-militare Prussiana e borghesia si fiancheggeranno nell’inevitabile trapasso dal feudalesimo al capitalismo tramite un continuo compromesso tra le due parti. Questa mancanza di unificazione a veri caratteri nazionali ebbe senz’altro importanti e gravi ripercussioni in quanto avverserà poi la maturazione sul terreno della lotta proletaria. Il secondo paragrafo dedicato alla guerra franco-prussiana si sofferma su diversi aspetti tra cui quello esposto durante la Riunione Generale attinente al significato di questa guerra per i marxisti. Nella nostra dottrina questa guerra segna lo spartiacque fra lotta comune di borghesia e proletariato contro i regimi feudali e la lotta del proletariato contro la borghesia. Le guerre svoltesi in Europa fino al 1870 sono considerate dai marxisti guerre progressive in quanto si svolsero in quella data area ed in quella data epoca in cui il ciclo della rivoluzione borghese non era ancora chiuso, e quindi era ancora possibile che, partecipando ai moti borghesi, la lotta del proletariato traesse la spinta verso il suo obiettivo finale. Da allora in poi, i nazionalismi persero la loro connotazione progressista e divennero reazionari: iniziò da qui lo scontro diretto del proletariato contro la borghesia per la distruzione del suo Stato e del suo sistema economico e sociale per poter passare al superiore piano di specie del comunismo.

Il Medio Oriente e il conflitto siriano: lo scacchiere delle grandi potenze imperialiste

La Siria è attualmente al centro di un confronto tra i maggiori Stati imperialisti usciti dalla fase ormai totalmente parassitaria del modo di produzione capitalistico, sin dalla Prima guerra mondiale.

In questo lavoro ripercorriamo gli scontri che si sono verificati a partire dalla prima guerra mondiale nella corsa ai mercati mondiali tra i diversi Stati per arrivare alla situazione attuale del Medio Oriente, una regione strategica ricca di materie prime indispensabili al mostro capitalista nella sua ineluttabile e quasi meccanica corsa alla produzione di merci e profitti. In questa corsa, le classi dominanti si contrappongono sempre più apertamente ai lavoratori, che sono l’unica forza potenziale in grado di arrestare l’attuale deriva criminale.

Il ritmo delle guerre, delle distruzioni, degli attacchi alle popolazioni civili e del peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori per estrarre il massimo profitto sta accelerando e non può che sfociare in un terzo conflitto mondiale.

I vecchi Stati imperialisti che dominavano all’inizio del XX secolo, Inghilterra, Francia e Germania, sono ora potenze imperialiste secondarie, così come la Russia dalla fine degli anni Novanta. Le uniche superpotenze dominanti sono gli Stati Uniti e la Cina. La prima, in declino, usa la forza militare, mentre la seconda si affida principalmente al suo potere economico, preparandosi lentamente ma inesorabilmente allo scontro fisico.

In Siria, si può dimostrare come tutti i piccoli e medi Stati della regione, compresa la Russia, non siano altro che pedine nel gioco delle due grandi potenze, il cui unico obiettivo al momento è quello di usare il terrore e il caos dei bombardamenti e delle distruzioni omicide per impedire una rivolta del popolo, e soprattutto per impedire alla massa dei lavoratori di organizzarsi e paralizzare gli ingranaggi della grande macchina capitalista.

Non importa il caos e le sofferenze causate, non importa la necessità di usare le dittature, i terroristi jihadisti, la religione in tutte le sue forme, per stringere un patto temporaneo con il nemico di ieri, perché l’unico nemico che spaventa il mostro capitalista deve essere sconfitto! I leader americani, europei, russi, cinesi, iraniani e jihadisti sono tutti d’accordo su un unico punto: mantenere l’oppressione del proletariato, senza dimenticare ciò che li spinge veramente: la lotta per i mercati mondiali e l’accumulo del loro capitale, messo in pericolo da una minacciosa crisi economica! Gli Stati Uniti marcano il pianeta con la loro potenza militare, mentre la Cina avanza silenziosamente con le sue pedine economiche in tutto il mondo, armandosi fino ai denti in modo altrettanto silenzioso.

Storia del movimento operaio australiano

La storia è proseguita trattando del periodo iniziale della formazione della classe operaia in Australia. In questa parte si descrive come il primo movimento operaio australiano sia stato forgiato nel crogiolo della corsa all’oro e della nascente lotta della classe proletaria. Dopo la scoperta avvenuta nel 1851, l’oro favorì un vasto afflusso di immigrati e di capitali, trasformando l’Australia da colonia penale con condizioni di lavoro relativamente buone in un focolaio di sviluppo capitalistico. I giacimenti auriferi non solo arricchirono la colonia, la impregnarono anche di un giovane spirito proletario. Agitatori e navigati radicali – molti dei quali portavano con sé l’eredità del cartismo britannico – si fusero con i “currency lads” (la prima generazione di nativi) in una solidarietà che era stata assente ai tempi del bagno penale. In una terra in cui gli ideali democratici avevano iniziato a fiorire già negli anni Venti del XIX secolo, la corsa all’oro accelerò ulteriormente il risveglio di una coscienza del lavoro, anche se non ancora del tutto proletaria.

Con l’avvento della corsa all’oro, la popolazione passò da appena 34.000 abitanti nel 1820 a oltre un milione negli anni Sessanta del XIX secolo. Sebbene molti degli arrivati non fossero adatti all’estrazione mineraria, il richiamo dell’oro diminuì l’offerta di manodopera, per cui molti si sentirono in diritto di chiedere una democrazia progressiva. Anche se gli allevatori, con le loro inclinazioni aristocratiche e i loro ideali reazionari, cercavano di preservare un dominio ormai superato, e non vedevano la nuova ricchezza e il fervore democratico dei cercatori di buon occhio.

In questo contesto, la battaglia della Stockade Eureka favorì questo antagonismo. Nata dall’indignazione per gli esosi costi delle licenze per lo scavo e per i comportamenti punitivi delle autorità, Eureka divenne un simbolo di sfida verso il potere costituito. I cercatori sfidarono con la violenza sia la burocrazia coloniale sia la radicata aristocrazia di allevatori e coloni agiati. Sebbene la rivolta fosse stata repressa, essa lasciò un segno indelebile nella coscienza collettiva e contribuì a galvanizzare il movimento operaio per gli anni ’90 del XIX secolo. Tuttavia, la sconfitta di Eureka era inevitabile. Con i lavoratori ridotti all’obbedienza, la borghesia urbana iniziò a consolidare il suo potere, anche marginalizzando i burocrati coloniali e i proprietari terrieri per affermarsi come classe dominante.

Parallelamente a queste palesi ribellioni, si svilupparono le prime agitazioni sindacali, in particolare nel settore edile. Ispirandosi al sindacalismo britannico e alle idee cartiste, gli operai si batterono per la giornata di otto ore. A Sydney e Melbourne, scalpellini e artigiani specializzati si organizzarono e ottennero quanto richiesto. Questo fu il primo movimento di questo tipo, che servì anche da esempio per i lavoratori britannici e americani per le loro future lotte.

In questo modo, la corsa all’oro, che contribuì alla formazione di una identità propria dei lavoratori, non solo rimodellò il paesaggio economico-penale dell’Australia, ma mise anche in moto un’agitazione che non si sarebbe arrestata nei decenni successivi, preludio all’ascesa della manifattura, ai grandi scioperi e alla crescita politica del movimento operaio che la prossima parte svilupperà.

(continua nel prossimo numero)