Nessun “modello svedese” può garantire integrazione agli immigrati
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L’idea della Svezia come Paese storicamente omogeneo dal punto di vista etnico ha spesso influenzato le discussioni sull’immigrazione. Soprattutto dopo l’ondata di immigrati del XXI secolo causata dalla guerra imperialista in Medio Oriente. Sebbene questa sia la visione presentata dai media borghesi, è importante dire che essa travisa la realtà. In realtà, la Svezia ha vissuto diverse ondate migratorie con lo sviluppo dei modi di produzione. Si può anche aggiungere che l’idea dell’omogeneità etnica svedese storicamente non ha particolari e giustificate prove su cui poggiare. La Svezia nel suo complesso è sempre stata caratterizzata da dialetti e gruppi etnici diversi, infatti quella che viene spesso considerata la fondazione del Paese fu quando il re della tribù degli Svedesi, nell’odierno Mälardalen, conquistò e sottomise la tribù dei Götar, nell’odierno Västergötland. La storia delle tribù svedesi non è di solito trattata, poiché è l’avvento del moderno Stato svedese che interessa, e le origini etniche degli svedesi sono considerate in gran parte irrilevanti per l’identità nazionale svedese. Quale che fosse la “cultura” della Svezia, questa è certamente cambiata sotto la influenza dei modi di produzione successivi.
L’operaio medio in Svezia ha sempre avuto e avrà sempre più “cultura” e interessi in comune con i suoi fratelli di classe, di altri Paesi, che con la borghesia “culturalmente simile”.
Sebbene la costituzione si discosti dai dati storici, sostenendo che il popolo Sami dei norvegesi sia l’unico popolo indigeno della Svezia, la realtà storica è che sia la cultura Sami che quella germanica siano arrivate in quella che è l’attuale Svezia all’incirca nello stesso periodo, ibridandosi con le culture preistoriche già presenti in Scandinavia all’epoca.
La prima ondata migratoria dopo l’arrivo dei due gruppi “indigeni” giunse in Svezia alla fine dell’epoca vichinga. Ciò fu dovuto alla fine del sistema di tributi vichingo – un sistema in cui i vichinghi razziavano, rapivano e saccheggiavano o, più comunemente, estorcevano tributi alle società medievali costiere – che spesso provocava notevoli sconvolgimenti nelle società che venivano colpite. In risposta a ciò, il resto dell’Europa dovette migliorare la tecnologia navale e costruire fortificazioni più solide, con il risultato di migliorare la difesa e la scomparsa del sistema dei tributi. Il destino della marineria vichinga ne fu segnato. A quel punto nei Paesi nordici si instaurò il modo di produzione feudale. Tuttavia, alcune norme feudali come la servitù della gleba non si affermarono mai a nord della provincia meridionale della Scania (nel sud della penisola).
Fu intorno al periodo della cristianizzazione della Svezia che iniziò la conquista della Finlandia. Anche se non si sa con esattezza quando iniziò questa conquista, è certo che fu causata dai raccolti abbondanti del Periodo Caldo Medievale, intorno alla fine del millennio. Questo fu anche il momento in cui gli svedesi iniziarono a spostarsi verso Sapmi, nel nord, e i tedeschi verso il Baltico. L’insediamento aveva molteplici motivazioni. In primo luogo, il vantaggio fiscale per i singoli coloni: tutti i coloni cristiani nella Finlandia pagana ricevevano un’esenzione fiscale di 4 anni. In secondo luogo, per il primo Stato svedese c’era l’imperativo di fermare le incursioni pagane provenienti dall’Estonia, dalla Finlandia ecc. Lo sviluppo della sua potenza, soprattutto del commercio baltico, cambiò immensamente la dinamica delle relazioni svedesi con il continente.
Di conseguenza, iniziò il primo periodo di migrazione volontaria verso la Svezia sotto forma di mercanti di lingua tedesca interessati al commercio del minerale di ferro. L’ulteriore e più rapido sfruttamento delle miniere di ferro di Bergslagen iniziò allora, sistematicamente. Questo ruolo economico portò i germanofoni (Bassi Tedeschi) a rappresentare la maggioranza degli abitanti di Stoccolma entro il 1350.
Nel 1434, i minatori, guidati da Engelbrekt Engelbrektsson, si sollevarono contro l’Unione di Kalmar, liberando la Svezia dal giogo feudale danese. All’inizio del XVI secolo, il monopolio commerciale dei tedeschi anseatici nella regione del Mar Baltico fu interrotto dagli olandesi, ponendo fine all’afflusso di tedeschi del Nord.
Inoltre, proseguendo in un certo senso la ribellione di Engelbrekt, il nobile Gustavo Vasa rovesciò finalmente, nel 1523, l’Unione, prendendo il nome di re Gustavo I e creando così la prima monarchia ereditaria. Ciò fu reso possibile dalla alleanza che aveva stabilito con la borghesia mercantile tedesca di Stoccolma. Gustavo I Vasa e il suo governo unificarono la Svezia attraverso la riforma e l’espropriazione della Chiesa cattolica, e questo Stato divenne successivamente una potenza militare sotto il governo dei suoi figli e, in particolare, di suo nipote Gustavo Adolfo. Così, con la unificazione dello Stato e l’espansione dell’impero, si ebbe una seconda ondata migratoria. A rendere possibile lo sforzo di costruzione dell’impero furono soprattutto i contadini finlandesi provenienti dai territori conquistati a est, i mercanti olandesi, i fabbri valloni e, in misura minore, gli ebrei di varie professioni. In linea di massima, questa situazione si protrasse per tutta l’“Età della grandezza” della Svezia (1611-1721).
In seguito, e più tardi durante l’industrializzazione, iniziò un’emigrazione di svedesi verso gli Stati Uniti. Tuttavia, iniziò contemporaneamente anche l’immigrazione in Svezia di borghesi e industriali provenienti dalla Scozia, dall’Inghilterra, dall’Europa centrale, ecc. Questo afflusso di investimenti, tra l’altro, fu alla base dello sviluppo industriale svedese di questo periodo, uno sviluppo che continuò durante l’era dell’imperialismo, quando la Svezia divenne ancora una volta una grande potenza. Grazie ad un’accumulazione di capitale in costante crescita, indisturbata dalla carneficina delle guerre mondiali, la Svezia si era trasformata da paese arretrato a leader mondiale in diversi settori industriali, soprattutto il siderurgico, e con Volvo e Saab per l’industria automobilistica. Lo sviluppo industriale in Svezia determinò a una notevole immigrazione di lavoratori. Questa importazione di lavoratori iniziò nel periodo tra le due guerre; tuttavia, fu solo dopo la Seconda Guerra Mondiale che la Svezia iniziò a rappresentare un vero e proprio melting pot. All’inizio, quando l’attività economica era in forte crescita, fu naturale che la vecchia colonia finlandese, da poco indipendente grazie a Lenin, prestasse i suoi proletari come riserva di manodopera. Noto è il fatto che molti finlandesi hanno lavorato presso l’azienda farmaceutica Astra AB e nelle fabbriche del produttore di veicoli Scania a Södertälje. Quando non ci furono più finlandesi da assumere a causa dello sviluppo della Finlandia stessa, agli svedesi-finlandesi (da non confondere con i finlandesi di lingua svedese, gli ex coloni) e ai meänkieli-tornidali (finlandesi indigeni del nord della Svezia) si unì una massa di proletari da tutto il mondo. Altri gruppi etnici come gli ex jugoslavi, gli assiri, i turchi, i greci e gli italiani arrivarono a costituire una parte consistente delle città svedesi negli gli anni Sessanta.
Poi, cosa che è stata oggetto di particolare attenzione durante l’estrema frenesia mediatica che ha caratterizzato la Svezia nell’ultimo decennio, c’è l’ultima ondata di immigrazione che si dice sia iniziata nel 2015. Tuttavia, anche i rifugiati provenienti dai conflitti nei Balcani occidentali, in Turchia e in Iraq negli anni ’90 dovrebbero essere considerati parte dell’ondata attuale. Quelli che arrivano in Svezia sono come sempre proletari in cerca di lavoro. L’ondata migratoria del 2015 non è molto diversa dalle precedenti ondate di rifugiati degli anni ’90: tutte provenivano da Paesi in guerra. Ci sono però due punti principali di disaccordo: il numero di immigrati e la loro giovane età.
Va anche aggiunto che la politica di immigrazione, dall’inizio degli anni ’90, è stata un cinico tentativo della destra del capitale di aumentare l’esercito di riserva del lavoro. Nel periodo tra la metà e la fine degli anni ’80, si prevedeva che la popolazione svedese sarebbe diminuita – l’immigrazione, insieme all’aumento della natalità, ha fermato questo fenomeno. Questa cinica importazione per abbassare i salari fu dichiarata apertamente dalla Confederazione delle imprese svedesi dell’epoca. Da allora, però, è diventato più di moda, per la destra, proteggere il mercato interno da “culture incompatibili”, mentre l’ala sinistra del capitale, cioè i socialdemocratici e gli esponenti della sinistra, hanno imbracciato le armi per difendere la precedente opinione della Confederazione delle imprese svedesi (come girano le carte, e girano ancora!). Entrambi gli assi del capitale sono uniti nel loro sotto-obiettivo: la divisione della classe operaia in campi diversi, ma ugualmente controllati dalla borghesia.
Con l’afflusso di rifugiati e le parole dell’allora primo ministro del partito moderato Fredrik Reinfeldt, secondo cui “dobbiamo aprire i nostri cuori [ai rifugiati]”, il contraccolpo che ribolliva sotto la superficie è rapidamente emerso: i Democratici di Svezia, che hanno preso il testimone della politica migratoria dei socialdemocratici, in lento ma inesorabile declino: cioè che il confine dovrebbe essere un muro contro i migranti economici e una difesa della “svedesità”; non è ciò che intendiamo per contraccolpo. Intendiamo piuttosto il modo in cui il capitale si rivolge da un’ala all’altra quando la quota per l’esercito di riserva va contro gli interessi della aristocrazia operaia, che è rappresentata proprio dai Democratici di Svezia.
Essere voltagabbana è un’abitudine politica borghese tanto quanto la promessa elettorale, e non è una sorpresa. È un principio costantemente riaffermato della società borghese quello di non avere principi.
Criticare la borghesia perché non rispetta i princìpi non ha senso; il problema non è che la borghesia è amorale, stupida, eccetera, ma che è la classe del Capitale.
La situazione che si lamenta è che l’integrazione dei migranti sarebbe “fallita”. In realtà l’integrazione non è fallita, quanto piuttosto non è stata tentata. La mancanza di integrazione serve per avere un esercito di riserva a basso costo, che è molto utile quando non viene data alcuna opportunità di “integrarsi”. Il capitale pretende di somministrare il più possibile di bassi salari, ma esige anche la passività dell’aristocrazia del lavoro, e il risultato è un gruppo non integrato, cioè non organizzato, che parla straniero, in una parola, un gruppo esterno della classe operaia. Le conseguenze per la classe operaia sono esiziali: l’obiettivo fin dall’inizio è quello di schiacciare e sfruttare la classe operaia con ogni mezzo, ovunque sia possibile sfruttarla. Da questo punto di vista l’integrazione ha avuto un notevole successo, la classe operaia è nettamente divisa.
Il metodo per integrare i rifugiati è stato dapprima quello di metterli tutti in campi, ovunque fosse possibile costruirli, dove i capitalisti potevano estorcere allo Stato milioni di euro ospitando i rifugiati in alloggi indegni, come nel caso tristemente noto di Bert Karlssons che ha guadagnato decine di milioni di euro costruendo alloggi scadenti a Skara. In seguito, come sperimentato e provato tra gli anni ’60 e ’90, il metodo è stato quello di segregare i lavoratori immigrati da quelli a maggioranza svedese (majoritetssvenskar) nei sobborghi, principalmente nelle tre grandi città, Stoccolma, Göteborg e Malmö.
Nel sobborgo di Stoccolma di Rinkeby, ad esempio, il 62,2% dei residenti non è nato in Svezia e il 92% ha almeno un genitore nato all’estero, mentre a Spånga, al confine con Rinkeby, l’ultimo dato si ferma al solo 29,4%. Ciò accade anche nella maggior parte delle città svedesi di medie dimensioni: di solito la maggioranza della città è prevalentemente svedese, ma in alcune aree speciali i nati all’estero e quelli con un genitore straniero formano una marcata maggioranza. La segregazione diffusa non è solo indice di razzismo, come spesso viene erroneamente interpretato. I quartieri in cui i lavoratori immigrati e i loro figli costituiscono la maggioranza erano un tempo anche i quartieri in cui vivevano i lavoratori svedesi più poveri; la Svezia ha sempre segregato i suoi abitanti per classe, e oggi non è diverso. Tuttavia è solo ora, quando i più poveri hanno un colore della pelle riconoscibile, che le statistiche sulla segregazione sono diventate evidenti per gli studiosi. Il consenso dei socialisti, della sinistra e di altri soggetti, tutti d’accordo sulla politica dell’identità, sembra essere che il punto di vista di classe sia meglio lasciarlo al Partito Comunista Internazionale. Noi ringraziamo per questo privilegio.
Nel XX secolo, la Svezia era così segregata a livello di classi che Stoccolma aveva 3-4 socioletti. Oggi ce ne sono principalmente due, lo svedese di Stoccolma e lo svedese dei sobborghi/immigrati (che, per inciso, dovrebbe forse essere classificato come un socioletto della classe operaia piuttosto che come un dialetto degli immigrati, in quanto è diffuso tra i “colletti blu”, che vivono dove viene parlato indipendentemente dall’ascendenza).
Poiché il sistema previdenziale svedese non è stato costruito per l’inclusione e la coesione, ma per pacificare la classe operaia e reprimere i suoi elementi più “sovversivi”, non c’è da stupirsi che i lavoratori appena arrivati abbiano avuto difficoltà a trovare un posto stabile nella società svedese. Poi, con la riuscita passivizzazione di questo stato sociale, si è cominciato a demolirlo, abbandonando i più svantaggiati a sé stessi, il che favorisce ancora una volta il capitale. La zoppicante economia svedese dal 2008 ha posto le basi per la rovina non solo di parti della piccola borghesia, ma anche di molti proletari, che si sono trasformati in un vasto esercito di riserva – disoccupazione, microcriminalità e violenza di gruppo come risultato. Questo naturalmente costituisce la base perché le periferie segregate diventino sempre più impoverite e violente.
È vero che la violenza è aumentata e che la Svezia è purtroppo diventata un epicentro delle reti criminali, rispetto a prima e rispetto agli altri Paesi scandinavi. Però il dato è molto esagerato, perché il tasso di criminalità organizzata è molto inferiore a quello di Russia, Italia e Turchia e alla pari con quello Svizzero.
L’idea che si vuol far passare, che ciò abbia a che fare con la previa cultura delle masse delle periferie, è una menzogna. I proletari nella miseria delle periferie sono il prodotto delle stesse fondamenta della società del capitale.
Nel 2023, il numero di crimini denunciati pro capite è stato più alto nella regione di Stoccolma, dove ci sono stati 183 crimini denunciati ogni mille abitanti. Si tratta di un numero doppio di reati denunciati rispetto alla regione del Nord, che ne conta 109 pro capite. Le statistiche sulla criminalità di Londra, spesso etichettata come in una situazione disastrosa, indicano 105,8 reati nel 2023, quelle di Berlino 141,35, eccetera, più paragonabili alla media nazionale svedese di 143. La violenza letale ha iniziato a diffondersi oltre confine, in Norvegia e Danimarca, sotto l’egida delle reti criminali svedesi. In Norvegia, le reti criminali svedesi sono ora attive in tutti i distretti e sono state indicate come la principale minaccia per il distretto settentrionale di Troms, anche se il crimine principale in Norvegia finora è principalmente legato alla droga. La Danimarca ha deciso di rafforzare i controlli alle frontiere con la Svezia dopo l’ondata di criminalità transfrontaliera iniziata nell’agosto 2024.
Anche altri reati sono aumentati. Dal 1975 è aumentata la quota di reati legati alla droga (+363%), alle rapine (+193%) e alle frodi (+242%), mentre si sono ridotti i furti con scasso (-52%) e i furti di veicoli (-78%). L’aumento maggiore si registra nei reati sessuali (+529%) e negli stupri (+900%). L’aumento complessivo dei reati dal 1975 è del +64%. È chiaro che la Svezia come Paese modello è in declino.
Negli ultimi anni in Svezia sono aumentati anche i reati di odio. Poiché i metodi statistici sono cambiati, non è possibile confrontare le statistiche successive al 2020 con quelle precedenti, quindi analizzeremo più da vicino le seconde anziché le statistiche più recenti, in mancanza di un arco temporale più lungo.
Tra il 2012 e il 2018, il numero di crimini d’odio denunciati con motivazioni razziste è aumentato da 3979 a 4865. Il numero totale di crimini d’odio segnalati è stato rispettivamente di 5518 e 7090, il che significa che nel 2018 il numero di crimini d’odio a sfondo razziale ha rappresentato circa il 70% di tutti i crimini d’odio. L’odio etnico non è diretto solo contro i nuovi svedesi. È anche emerso chiaramente che i crimini antisemiti sono aumentati dall’inizio della guerra in Medio Oriente, nell’ottobre 2023, con statistiche che mostrano un aumento del 500% dei casi segnalati.
La criminalità è diventata la questione politica più dibattuta e questo ha portato a una posizione più dura da parte dello Stato nei confronti della criminalità, con pene più severe e maggiori poteri (in particolare le zone di arresto e perquisizione [visitationszoner] e le intercettazioni segrete) conferiti alla polizia. Questi nuovi poteri di polizia non riguardano solo le reti criminali ma anche le organizzazioni sindacali, la repressione raggiunge anche la classe, pur se l’obiettivo dichiarato sono gli elementi criminali.
Una cosa che non viene quasi mai menzionata dai media svedesi riguardo alla criminalità è la crescente povertà in Svezia. Sebbene in tutto il Paese ci sia solo un punto percentuale in più di persone che vivono in condizioni di povertà relativa rispetto al 2011, questa povertà si è diffusa in più aree, soprattutto dove si sono trasferiti gli immigrati. Per usare ancora una volta gli esempi di Rinkeby e Spånga, nel 2021 il 45% dei residenti di Rinkeby viveva in condizioni di povertà relativa, mentre a Spånga era solo il 7%, anche se la povertà relativa a Rinkeby è diminuita di 8 punti percentuali tra il 2011 e il 2021. Lo stesso dato sulla povertà si ripete nella maggior parte delle aree in cui i nati all’estero o con un genitore straniero costituiscono un grande numero, o la maggioranza.

Il problema della criminalità in Svezia va visto come un effetto dell’offensiva della borghesia unita contro la classe operaia, dal momento che ovunque ci siano notizie di gravi crimini troviamo il più spietato abbandono del proletariato.
È il modo di produzione capitalista a creare la miseria nelle periferie, non la “cultura delle periferie” che ne è la conseguenza. Le due parti della borghesia non sono mai interessate a risolvere i veri problemi della classe, né la sinistra, né i socialisti. Non parlano più apertamente di riforme strutturali e quando lo facevano era un modo cinico di stabilire la subordinazione della classe operaia.
La linea dei socialdemocratici è indistinguibile da quella dei moderati, con le stesse pene severe e gli stessi poteri di polizia. Sono due facce dello stesso Stato.