La linea della tradizione rivoluzionaria nel movimento operaio italiano Pt.2
Categorie: Partito Socialista Italiano, Party History, PCd'I, Third International
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La grande importanza di queste prove per sviluppo del movimento classista in Italia non può tuttavia far trascurare il fatto che sul problema della guerra i socialisti del partito non sostenevano affatto soluzioni uniformi. Tre principali indirizzi si manifestarono sia nella campagna del 1914-15 contro la guerra, che nel convegno alla vigilia della guerra (Bologna, maggio 1915), che nelle riunioni legali ed illegali tenute durante la guerra (Roma 1916, Firenze 1917, Roma 1918). La destra, rappresentata dalla maggioranza del gruppo parlamentare e dai dirigenti della CGL si pronunziava contro l’intervento per ragioni di interesse nazionale e di interesse classista inteso in senso limitato e contingente, aderì ai voti in Parlamento contro la guerra, i ministeri e i crediti di guerra, ma dopo l’invasione nemica nel 1917, di tutto fece per ottenere dal partito di poter mutare questa politica in adesione alla difesa nazionale; il centro, rappresentato dalla direzione del partito e dal grosso degli intransigenti, tenne a freno i confederali e i parlamentari, rifiutò in ogni momento e anche dopo l’invasione l’adesione alla guerra, ma respinse pure in pratica ed in principio ogni azione classista di aperta lotta contro borghesia e lo Stato impegnato nella guerra, chiudendosi nella formula di Lazzari «né aderire, né sabotare»; infine la sinistra, con una minoranza della direzione, ma con molto seguito nel partito, tanto da pareggiare il centro in alcune consultazioni, oltre a premere perché venisse repressa la tendenza dei deputati e dei capi sindacali, richiese al partito una politica rivoluzionaria aperta, sostenne la parola dello sciopero generale al momento della mobilitazione, ed arginò il pericolo di un cedimento del partito sotto la suggestione di Caporetto, senza tuttavia poter mai prevalere nella politica di insieme partito.
Dopo la rivoluzione di Russia, la fine della guerra, la costituzione della nuova Internazionale, il processo di orientamento del partito divenne più deciso.
Posta finalmente la questione non solo del sabotaggio rivoluzionario della guerra, ma quella centrale della lotta per la conquista del potere da parte della classe operaia e della dittatura proletaria, mentre i riformisti turatiani passavano nel campo di coloro che avversavano come anti-marxisti i criteri ed i caratteri del Leninismo e della Rivoluzione d’Ottobre, e mentre gli elementi di sinistra all’opposto incondizionatamente facevano propria la dottrina politica dei bolscevichi russi e della III Internazionale, e ponevano ogni loro forza nel senso di inquadrare la lotta per il potere da parte della classe operala d’Italia, il centro del partito, capeggiato da Serrati, direttore dell’«Avanti!», dimostrando che la pur utile tradizione politica del movimento non aveva condotto a sufficiente maturazione rivoluzionaria, ondeggiò gravemente, sostenendo a parole le direttive rivoluzionarie russe, parlando anche troppo ed inadeguatamente di rivoluzione in Italia, ma nello stesso tempo mostrandosi ligio a tutte le posizioni legalitarie conseguite in Italia dal partito, desideroso di trarre il compenso della popolarità guadagnatasi nella campagna antibellica in clamorosi successi elettorali, e soprattutto restio a romperla con l’ala destra riformista, sotto pretesto che questa se era, all’unisono dei socialdemocratici, intesa nella diffamazione della Rivoluzione bolscevica, tuttavia non poteva per il suo passato essere abbassata al rango dei social-traditori di guerra.
Nel congresso di Bologna (1919) la grande massa del partito non seppe liberarsi da questa contraddittoria posizione politica, mentre frattanto le lotte sociali divampavano ed avrebbero richiesto un rapido e risoluto orientamento. La minoranza di destra più che mai socialdemocratica ed antirivoluzionaria, e la minoranza di sinistra apertamente comunista, e differenziatasi sulla proposta dell’astensione dalle elezioni, con cui sopratutto manifestava la sua sensibilità al grave pericolo dell’inganno collaborazionistico e parlamentare di Nitti, rimasero entrambe nel partito.
La scissione fu provocata dalle decisioni dell’Internazionale di Mosca al II Congresso, del giugno 1920, che richiese a tutti partiti l’adozione, in teoria ed in pratica, di un preciso programma comunista e rivoluzionario, e l’esclusione di tutti coloro che si schieravano contro una tale dottrina e una tale politica. AI Congresso di Livorno del gennaio ‘21, mentre nel quadro delle lotte sociali non sono si erano moltiplicati gli scontri di classe, ma già si era delineata la controffensiva borghese, sebbene i riformisti turatiani non dissimulassero la loro persistenza nelle posizioni anticomuniste e sebbene d’altro lato la minoranza comunista si fosse grandemente consolidata ed ingrandita, facendo capo principalmente ai gruppi del «Soviet» di Napoli e dell’«Ordine Nuovo» di Torino, la maggioranza rimase ancora sul terreno della incerta politica massimalista serratiana, ben definita come quella di «un passo avanti e due indietro». Stavolta si compì la indispensabile scissione, e la minoranza costituì il Partito Comunista d’Italia, sezione della III Internazionale. Era già tardi per chiudere il processo di formazione teorica ed organizzativa del partito di classe, e passare con tutte le forze alla direzione della battaglia politica proletaria; ma mentre di tale avviso furono assolutamente tutti fondatori del Partito Comunista che, fin dalla campagna per la sua costituzione (frazione di Imola) avevano compreso che non era desiderabile ripescare nel troncone del vecchio partito altre tradizioni ed gruppi, la questione fu vista diversamente dai dirigenti dell’Internazionale di Mosca. Questi, in coerenza con la visione che per le imminenti lotte rivoluzionarie europee convenisse avere collegamento anche non perfetto con più larghi strati proletari, richiesero che si costituisse una nuova frazione comunista nel vecchio partito socialista, che se ne richiedesse una ulteriore scissione, che si restasse pronti a fondere l’organizzazione del partito con un nuovo gruppo di socialisti aderenti alla III Internazionale e pronti preferire questa alla unione con Turati.