Partito Comunista Internazionale

La linea della tradizione rivoluzionaria nel movimento operaio italiano Pt.3

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III

La diversa visione politica provocò una crisi. Nel mentre la situazione italiana si svolgeva verso la sconfitta del proletariato dinanzi alla offensiva fascista, il nuovo partito fu costretto a occuparsi sempre di crisi interne, e a polemizzare tutto solidale contro l’indirizzo del Comintern, nel congresso di Mosca del 1921, nell’Esecutivo Allargato del novembre 1922. Solo risultato della politica dell’Internazionale, malgrado la resipiscenza dello stesso Serrati e malgrado il distacco dal partito socialista della destra turatiana che formò il Partito Socialista Unitario (ottobre 1922), fu il recupero di poche migliaia di iscritti della frazione terzinternazionalista (terzini), che vennero a fondersi col CPI dopo l’avvento dei fascisti al potere.

Frattanto, la politica del partito, unanimemente o quasi accettata al II Congresso nazionale (Roma, febbraio 1922) divergendo alquanto nella tattica da quella sostenuta dal Comintern, consistette nel respingere l’idea del fronte unico antifascista con gli altri gruppi politici proletari di cui troppo gravi e dannose erano le responsabilità nella crisi del movimento operaio italiano, troppo palesi e continui gli aperti tradimenti, e tentò di realizzare la mobilitazione rivoluzionaria delle energie classiste, oltre che coi maggiori sforzi nel campo della propaganda e della organizzazione, con la parola della Alleanza del Lavoro, unione di tutte le organizzazioni sindacali classiste (Confederazione Generale del Lavoro, Unione Sindacale italiana, Sindacato Ferrovieri) al fine di attuare un movimento di sciopero nazionale che potesse infrangere la tattica fascista di attaccare e abbattere successivamente ed isolatamente le forze proletarie.

E’ noto come tale campagna fu sfortunata; essa condusse solo nell’agosto del 1922 alla lotta generale, ma in questa non solo i fascisti avevano già guadagnato troppe posizioni, non solo il potere borghese gettò tutte le forze nella bilancia a loro favore, ma i social-democratici, troppo lungamente tollerati e incoraggiati dalle incertezze del vecchio centro socialista, e la tradizionale viltà di questo stesso centro determinarono ancora una volta il sabotaggio del movimento con un ordine di cessazione quando tutte le forze si erano impegnate, cosicchè l’offensiva padronale ebbe la vittoria, che lo stesso Mussolini datò poi all’agosto e non all’ottobre 1922.

Influì sull’esito sfavorevole anche il coefficiente della diversa visione tattica tra il partito e l’internazionale. Il gruppo dirigente del partito, solidale fino a dopo l’ottobre 1922, si divise posteriormente sulla valutazione di questa influenza. La sinistra – maggioranza del partito fino a una consultazione del 1924 – ritenne e ritiene che l’azione del partito fu paralizzata dal doversi occupare di questioni organizzative che andavano considerate chiuse a Livorno e che la causa fondamentale degli insuccessi proletari fu l’unitarismo superficiale che non persegue l’omogeneità classista nella teoria, nell’azione e nell’inquadramento, ma gli affasciamenti contingenti di forze che appaiono concomitanti per spezzarsi nell’azione, nove volte su dieci con danno della corrente radicale. La destra, che amò chiamarsi centro, e che successivamente pretese di monopolizzare l’ortodossia comunista, bolscevica, leninista, affermò invece che la resistenza del partito ad ingoiare le file massimaliste e serratiane ritardò la costituzione nella lotta la totalità proletaria. Tuttavia, questa corrente, che dal 1923 ha assunto la direzione del partito, in materia non poteva accampare altro titolo che un pentimento tardivo, non avendo affatto sostenuto queste direttive del partito di massa al momento della lotta.

Nel periodo successivo, seguendo il chiaro decorso della situazione italiana, per cui le direttive classiste andarono sommergendosi nel postulato infelice di rivendicare la riconquista della libertà parlamentare; della situazione mondiale per cui, tramontata la prospettiva di liquidare la crisi del dopoguerra per le vie rivoluzionarie, il movimento internazionale comunista subì una involuzione prima soltanto tattica, e poi fondamentalmente teorica e politica; delle vicende della Russia sovietica, per cui la centrale dirigente del comunismo internazionale seguì le sorti della dirigenza dello Stato in progressiva involuzione verso forme non più proletarie, il cosiddetto partito comunista italiano, di cui si ignora quando abbia mutato il suo nome, e se si ritenga ancora legato al programma di Livorno, si è portato verso tali enunciazioni, attitudini ed azioni politiche, da essere uscito totalmente dal campo rivoluzionario e classista.

Superstite della lunga crisi nel periodo fascista, un solo partito socialista riunisce massimalisti e riformisti di un tempo. I due partiti, il socialista e il comunista, si dicono marxisti in teoria, non si dicono nemmeno socialdemocratici; nella prassi politica, parlano di unità di azione e di fusione organizzativa e, nella collaborazione con la borghesia, alternano le loro posizioni stando ora fuori ora dentro, probabilmente in seguito ad un’intesa, ma certamente stando fuori e contro il campo della lotta di classe proletaria.

Il partito politico rivoluzionario operaio può risorgere in Italia ricollegando le sue tradizioni al cammino che condusse il movimento socialista alle posizioni di indipendenza teorica e politica conquistate sui vari problemi del tempo dal 1908 al 1914, all’opposizione alla guerra imperialistica, ed alla sua impostazione radicale e rivoluzionaria sostenuta dalla forte ala sinistra del partito, alla restaurazione completa della posizione rivoluzionaria marxista raggiunta sulla linea delle battaglie di Lenin e del suo partito da Zimmerwald a Pietrogrado, e sulla piattaforma costitutiva della III Internazionale dalla fine della guerra alla formazione del Partito Comunista a livorno; dei contributi critici alla grave questione della tattica rivoluzionaria del partito arrecati dalla Sinistra Italiana nei Congressi nazionali ed internazionali, la cui importanza e validità da integrare con gli apporti di tutte le successive esperienze storiche, è grandemente aumentata per la tempestiva previsione dei pericoli degenerativi ed opportunistici che hanno condotto inesorabilmente l’Internazionale di Mosca ad una crisi altrettanto grave e più nefasta di quella della II Internazionale.