Partito Comunista Internazionale

La repubblica dei preti

Categorie: Democrazia Cristiana, Italy

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Non è per una coincidenza formale che la vittoria elettorale della democrazia cristiana – successivamente tradottasi in una vera e propria monopolizzazione del potere governativo – ha avuto il suo prologo nel cinquantesimo anniversario dell’enciclica di Leone XIII con cui la Chiesa usciva dal suo tradizionale atteggiamento di indifferenza per i problemi della politica militante e, in certo modo, additava al capitalismo una tattica, se non per risolvere, almeno per attutire i problemi sociali, e deviare la spinta delle masse proletarie dal loro naturale terreno di classe.

Cinquant’anni non spesi male per la Chiesa, una intera parabola storica che segue passo passo l’evoluzione della lotta di classe in Italia e che traduce nel modo più limpido la aderenza di questo secolare istituto alle esigenze di classe della borghesia. Formulato nell’enciclica Rerum Novarum un programma sociale di conciliazione «cristiana» fra le classi, il cattolicesimo esce dall’angolo morto in cui lo confinava la questione Romana, fa i suoi primi passi incerti nella scena politica, e ottiene col Patto Gentiloni la rinuncia all’anticlericalismo massonico dei liberali. E’ Giolitti che, nel suo tentativo di liquidare pacificamente la spinta tendenzialmente rivoluzionaria del socialismo, opera questa tipica conversione della tattica borghese, nella sicura coscienza dell’appoggio che il capitalismo può trovare in un movimento politico a larga base sociale e dominato dall’ideologia moderatrice e dall’autorità insieme morale e politica della Chiesa, per tener sotto il suo controllo le masse proletarie dell’Italia industriale ed agricola del nord e del sud. Siamo alla guerra di Libia, alla guerra delle ambizioni imperialistiche del capitale finanziario italiano: la legalizzazione dell’ingresso del clericalismo nella scena politica le serve di prologo allo stesso titolo della concessione del suffragio universale, secondo capolavoro tattico del giolittismo.

Basterebbe questo primo inizio a dimostrare la strettissima concomitanza fra gli sviluppi del partito cattolico, divenuto più tardi partito popolare e infine democrazia cristiana, e il ritmo di sviluppo della società borghese in Italia. Ed è significativo come questo partito nato all’ombra del giolittismo, con una fisionomia ancora tipicamente conservatrice, sappia adattarsi alla situazione del primo dopoguerra con la tradizionale duttilità della Chiesa, e lanciarsi alla conquista delle masse proletarie, soprattutto agricole, rivestendosi delle ideologie più progressiste, manovrando a volta a volta la demagogia del programma sociale minimo di Don Sturzo e del programma sociale massimo di Miglioli, polarizzando intorno alla Chiesa gli strati sociali più arretrati del Paese, per entrare infine, dopo sterili scaramucce, col suo nucleo più solido e socialmente meno infido, nel girone parlamentare e non solo parlamentare del fascismo.

E’ chiaro che nella società borghese un partito politico cattolico è il più adatto in mancanza di condizioni obiettivamente rivoluzionarie e di un effettivo peso del partito di classe, a realizzare in terra il sogno … ultraterreno della solidarietà fra le classi e della pace sociale. In esso, proletari e borghesi e piccolo e medio-borghesi si affiancano, uniti sotto il comune denominatore di «cristiani»: il programma agrario che promette una piccola proprietà per tutti alletta le masse rurali più affamate e più rozze senza spaventare i grandi proprietari, ben consapevoli dell’inattuabilità di quelle promesse: le concessioni al riformismo in materia di rapporti fra proletari e capitalisti servono di stimolo alla tradizionale lentezza della classe dominante italiana ad afferrare le esigenze tattiche del momento e a rammodernarsi, mentre il suo tessuto sociale composito trova il suo equilibrio nelle forze che la dinamica delle lotte di classe spinge temporaneamente all’avanguardia.

E’ così che, nel secondo dopoguerra italiano e mondiale, un partito di massa come il democristiano non ha avuto bisogno, per esercitare la sua funzione nel quadro della conservazione borghese, né di far centro attorno allo sturzismo né di esprimere un’ala migliolina. La situazione, povera di fermenti rivoluzionari gli ha dato l’impronta tipica di un movimento clericale ultra moderato, conciliatore , politicamente ancor più grigio e neutro della sua base sociale. Esso ha raccolto tutto e tutti, come una stanza di compensazione politica, dal grande e medio capitalista al contadino e all’artigiano e ha fatto del prete e della suora i guardiani politici del gregge, ha utilizzato senza scrupoli la rete organizzativa della Chiesa per dare in tutti i paesi al barcollante mondo capitalistico il suo grande partito di neutralizzazione delle spinte proletarie. E, dove è giunto al potere con una prevalenza schiacciante, come in Italia, non ha esitato a concentrare nelle sue mani i punti vitali del potere.

Nell’universale declino dei tradizionali partiti borghesi, la democrazia cristiana è per eccellenza il partito della conservazione, ed è ben giusto che tutti i partiti di conciliazione, di destra e di sinistra, collaborino, magari brontolando, con essa. De Gasperi è un Giolitti che non ha neppure bisogno di rompersi il capo per neutralizzare i socialisti.

Nell’ascesa della democrazia cristiana al governo di questa repubblica pretina e gesuitica, il proletariato misura l’enormità del tradimento dei partiti che già pretesero di difenderne gli interessi. Giacché il trionfo di De Gasperi, l’aria di chiesa che aduggia il mondo politico italiano, è l’ultimo atto del trionfo dell’ideologia cattolica della conciliazione fra le classi nel seno degli stessi partiti operai. La democrazia cristiana ha vinto con qualcosa di più che con l’arma della costrizione e del pulpito: ha vinto con l’appoggio diretto e indiretto, cosciente e incosciente, dell’opportunismo socialcomunista. Per questo la condanna è, per l’avanguardia proletaria, una sola e senza appello.