Rinfrescare la memoria Pt.4
Categorie: Partito Comunista Italiano
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Siamo al 7 maggio 1947. Dice il comunicato della direzione del PCI: «I comunisti sono i fautori risoluti di una politica la quale eviti l’ulteriore svalutazione della moneta… La direzione del PCI ritiene pericolosa e dannosa una crisi di governo che aggraverebbe la situazione nel paese… I comunisti auspicano il consolidamento e l’estensione di questa unità nell’attuale periodo di ricostruzione economica e politica allo scopo di difendere la moneta…La direzione del PCI chiede il più energico intervento del governo affinché sia efficacemente tutelato l’ordine democratico». Difesa della lira e dell’ordine, ecco il programma minimo “comunista” mentre la disoccupazione aumenta e le agitazioni operaie finiscono nel sangue!
Frattanto, siamo alle soglie della «crisi» del maggio 1947. Crisi che non ha nulla a che vedere con la crisi profonda della società borghese ma che rappresentava soltanto l’aggiornamento del capitalismo italiano alle esigenze immediate dell’imperialismo padrone. Queste esigenze richiedono che al timone della barcaccia capitalista italiana stia un pilota solo e di stretta osservanza americana. In questa situazione, i nazionalcomunisti vanno in cerca di soluzioni che evitino il ritorno al governo di De Gasperi; e tutte le figure del vecchio liberalismo prefascista fanno brodo. Il nuovo amore dei togliattiani è Nitti: l’ «Unità» del 16 maggio scrive: «Non vi è nessuna pregiudiziale contro l’uomo designato da De Nicola», e in quella del 20 maggio si dichiara di «essere sempre a disposizione del presidente Nitti». Da notarsi che, solo due anni prima, Nitti era stato accolto dai nazionalcomunisti con una valanga di improperi come fascista mascherato. Scriveva l’ Unità del 17.10.1945, dopo il discorso di Napoli: «Il famoso discorso di Nitti a Napoli è stato tutto tessuto di questo motivo dalla prima all’ultima parola: “Liquidate l’attuale regime di incipiente democrazia, distruggete il movimento democratico del CLN, e date il potere a me e alla mia vecchia cricca se volete che le potenze alleate vi diano da mangiare”. Questo e non altro ha detto Nitti, e non è nemmeno stato originale perché da mesi e mesi i residui mascherati del vecchio regime, i profittatori fascisti, non ancora spogliati della refurtiva, gli aristocratici forcaioli di Roma e i reazionari di ogni stampo stanno ripetendo…». Ebbene, questo Nitti, il Nitti «del produrre di più e consumare di meno» è diventato il «papabile» delle cosiddette sinistre.
Ma ahimè, neanche Nitti doveva diventare presidente. De Gasperi è ormai il presidente perpetuo, e Togliatti sull’ Unità del 24 maggio gli augura «buon divertimento». Ironico o no, questo augurio serve a noi per misurare l’incoscienza o la irresponsabilità dei cosiddetti oppositori. I quali, fino all’ultimo, brigano e chiedono non già per rovesciare il governo ma per avervi il solito posticino. L’argomento è splendido: non si può fare un governo “senza i lavoratori”. Nella tradizione della lotta di classe si diceva: E’ impossibile un governo di capitalisti e lavoratori insieme; Togliatti ha rovesciato la formula. Bisogna «riportare i lavoratori al governo». Lavoratori vuol dire … Togliatti, Nenni e consorti.
«Escludere i lavoratori dal governo per mettere l’Italia al servizio dello straniero: questa la soluzione che la destra antinazionale ha la sfacciataggine di proporre al paese» (27 maggio). «Escludere oggi dal governo i rappresentanti dei lavoratori significa rinnegare il fondamento democratico della nostra via nazionale» (27 maggio). «De Gasperi non riesce a formare un governo senza i lavoratori» (30). In tutto questo guazzabuglio di nomi, di manovre di corridoio, di patteggiamenti e di implorazioni, il proletariato fa da inerme spettatore, sfruttato unicamente per avallare soluzioni ministeriali.
La barcaccia ministeriale si ricomporrà senza i nazionalcomunisti. Ahimè, quante fatiche sprecate! Il conflitto di S. Giuseppe Iato era avvenuto mentre «una processione religiosa aveva luogo… alla quale partecipavano socialisti e comunisti». Togliatti e Nenni piangevano di non poter continuare la processione insieme con De Gasperi al Viminale…
Siamo al giugno ’47, e in piena ubriacatura di «difesa della repubblica» e di patriottismo. Sarà bene rileggere il discorso di Pajetta in piazza del Duomo a Milano (3 giugno, Unità) per ricordare alla luce del poi frasi come le seguenti: «Il tricolore appartiene al popolo italiano ed è il simbolo della sua unità. Non si può ammantare del tricolore che fomenta divisioni … Quale è stato il bilancio di questo primo anno (di repubblica)? Un anno di ordine, di sacrifici, di disciplina. Sotto la repubblica e per la repubblica il popolo ha dimostrato di saper fare in silenzio dei sacrifici». Chiarito l’ideale dei nazionalcomunisti: far fare in silenzio dei sacrifici al popolo!
Ma ancora più mirabolante il discorso di Di Vittorio al congresso confederale di Firenze, da rileggere soprattutto alla luce dell’oggi: «Grandi passi sono già stati fatti sulla via di questa unità (del popolo italiano). Non esiste più oggi la differenza, sino ad alcuni anni fa tradizionale, fra lavoratori e forze di polizia perché entrambi sentono di essere forze vitali del nuovo regime democratico e repubblicano. Così non v’è più oggi in Italia alcuna differenza fra proletariato e ceti medi». Perciò, fronte di tutti gli italiani: «Contro gli speculatori bisogna formare un fronte unico con tutti i ceti produttivi interessati all’aumento della produzione; un fronte unico che deve andare dagli operai agli industriali onesti che rinunciano ai profitti di speculazione», grazie a che «potremo affermare che abbiamo continuato a tener lontano dal nostro paese il pericolo di una guerra civile». Tricolore, capitalisti onesti, lavoratori in fronte unico con poliziotti e capitalisti: l’ideale del fascismo, l’ideale del nazionalcomunismo.