L’ora dei preti
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Sapevamo – per sentito dire fin dall’asilo – che le via del Signore sono infinite, e fino ad ora nessuna creatura o «ente» terreno aveva mai osato limitarle.
Oggi, tuttavia, sotto la spinta del «progresso», sarà bene che il Signore si aggiorni e aumenti ancor più le sue «vie» perché, sul mercato ideologico, un concorrente come «le vie nazionali al socialismo» gli minaccia la piazza e gli contesta il primato.
Un esempio? Sempre sotto in spinta della «realtà che si evolve» il partito comunista inglese, molto democraticamente e senza preconcetti dogmatici, ha definitivamente aperto una nuova «via», già da lungo prospettata dal centro moscovita e ampiamente teorizzata dai «rivoluzionari» delle Botteghe Oscure: la conciliazione fra scienza marxista e idealismo religioso cristiano. E l’ha fatto, ovviamente, in pieno spirito «leninista»!
La parola all’azione «leninista» della via inglese: «i comunisti di Sheffield voteranno la settimana prossima (riportato dal Giorno del 11 – 2) per il vicario della chiesa anglicana, il reverendo Alan Ecclestone, vigoroso sostenitore della conciliabilità fra marxismo e cristianesimo, ha infatti accettato la candidatura del partito alle prossime elezioni comunali. Il reverendo Ecclestone è regolarmente iscritto al P.C. inglese dal 1948. Nel suo studio, al vicariato, campeggia un grande ritratto di Lenin».
O grande era di impossibili connubi!
Vogliamo un po’ leggere che cosa scriveva Lenin?. Avvenne, ai tempi in cui il partito bolscevico esisteva ancora come frazione, che si pose il problema se fosse ammissibile la entrata di un prete nell’organizzazione rivoluzionaria. Sarebbe stato – precisò subito Lenin – un caso rarissimo; ciò nondimeno se questa «rara eccezione» si fosse presentata, il criterio da seguire era chiaro: «Se un prete entrasse nel partito socialdemocratico e cominciasse (sic!) a svolgere, in questo partito come lavoro principale e quasi esclusivo, un’attività predicazionale di concezioni religiose, il partito dovrebbe necessariamente espellerlo dal suo seno».
Quindi per Lenin, come per ogni rivoluzionario comunista, se era possibile accettare nelle fila del partito la «rara eccezione» di un prete che cessasse di fare il prete, cioè non svolgesse nell’interno del partito alcuna attività religiosa essendo questa contraria alle stesse condizioni di vita e di esistenza di un partito marxista, era però da escludersi a priori, per principio, che lo si accettasse come non solo un militante della chiesa ma come un aperto sostenitore della tesi della aperta conciliabilità fra marxismo e la fede religiosa, fra rivoluzione e chiesa: la chiesa cui [gli] interessi sarebbero anzi difesi meglio entrando nel partito che rimanendone fuori. Per Lenin il prete-rara-eccezione è ammesso in quanto sia diventato un rivoluzionario e quindi abbia anche accettato di combattere contro la chiesa come istituto e arma di conservazione della società presente; per i cosiddetti leninisti di oggi, si può essere nello stesso tempo preti e comunisti.
Come stupirsene? Una volta ammessa la coesistenza pacifica fra socialismo e capitalismo, è ovvio che si coesiste con tutte le istituzioni della società dominante: Stato, chiesa, banche, borse, polizia, e chi più ne ha più ne metta. D’altronde, di preti senza sottana l’opportunismo è pieno e i sacerdoti anglicani viaggiano in pantaloni.