La circolazione del capitale e dei prodotti
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La ripartizione dei benefici
Nel primo volume del CAPITALE Marx mette a nudo la vera radice della ricchezza capitalista. Esso non cerca né a giustificare i proprietari del denaro né a lagnarsi delle loro iniquità, ma mostra per la prima volta come nasce il guadagno e come esso s’accumula nella tasca del capitalista. Esso riconosce a quello due ragioni economiche: il fatto che la grande massa dei lavoratori è formata di salariati che sono forzati di vendere il loro lavoro come una merce e che questa merce – il lavoro – possiede oggi un grado di produttività così elevato ch’essa dà, in un tempo determinato, un guadagno più importante di quello necessario per il mantenimento individuale. Questi due fatti di ordine strettamente economico e che si spiegano con una evoluzione storica oggettiva, hanno per conseguenza di versare meccanicamente il frutto del lavoro dell’operaio nelle tasche del capitalista e, grazie al sistema del salariato, di accumularsi automaticamente e di costituire, dei capitali di più in più formidabili.
Marx non spiega dunque l’arricchimento come un compenso dato al capitalista per dei pretesi sacrifici o beneficenze, né come uno sfruttamento o un furto al senso volgare della parola. Esso mette in luce il processo di scambio effettuato tra il capitalista e l’operaio, operazione perfettamente conforme al diritto, secondo lo spirito del codice, e che si compie esattamente secondo le stesse leggi che ogni altro acquisto o vendita di merci. Per illuminare a fondo questa operazione irriprovevole, che dà al capitalista dei frutti d’oro, Marx dovette sviluppare in dettaglio la legge del valore, cioè la spiegazione delle leggi interne di scambio delle merci, dovuta a Smith e a Ricardo i due grandi classici inglesi della fine del XVIII secolo e del principio del XIX, applicarla alla merce forza di lavoro. Questa legge del valore, che ingenera le nozioni del salario e del plusvalore fornisce la spiegazione del fenomeno col quale, senza alcuna violenza o furto, il prodotto del lavoro salariato si divide di se stesso in un pagamento di miseria per l’operaio e una ricchezza fannullona per il capitalista. Tale è l’oggetto principale del primo libro del CAPITALE. E è in ciò che risiede la grande importanza storica del primo volume. Marx ha dimostrato che lo sfruttamento del lavoratore non cesserà che con la soppressione della vendita del lavoro, cioè colla fine del salariato.
Il primo libro del CAPITALE ci porta sul cantiere del lavoro, alla fabbrica, nella miniera e ci fa visitare lo sfruttamento agricolo moderno.
Gli stesi rimarchi sono veri per tutte le imprese capitaliste. Marx ci fa conoscere ancora il capitale unico, tipo di tutto il sistema, e quando noi chiudiamo il libro, siamo interamente illuminati sul modo in cui il guadagno giornaliero nasce, e sul meccanismo dello sfruttamento del lavoratore. Davanti a noi si ammucchiano delle merci di ogni sorta, direttamente uscite dal cantiere, umide ancora del sudore dell’operaio, ed in ciascuna di esse noi distinguiamo la frazione del valore che proviene dal lavoro gratuito fornito dall’operaio, che finisce al capitalista legalmente come la merce stessa. Noi tocchiamo col dito la radice dello sfruttamento capitalista.
Pertanto, la raccolta del capitalista è ancora lungi d’essere rientrata nei suoi granai. Lo sfruttamento ha portato i suoi frutti, ma questi non hanno ancor preso la forma sotto la quale l’imprenditore può gioirne. Il capitalismo non approfitterà di questo sfruttamento fintanto ch’esso non possederà il frutto sotto l’aspetto di merci ammucchiate le una sopra le altre. Perché esso non è né il padrone di schiavi dell’antichità greco-romana né il signore feudale del medio evo, che scorticavano il popolo lavoratore per il lusso personale e il mantenimento della loro corte. Il capitalista ha bisogno che la sua ricchezza sia trasformata in ispecie sonante, alfine di «vivere un modo di vita conforme alla sua posizione sociale» e d’accrescere senza posa il suo capitale. Per questo, bisogna che venda le sue merci prodotte dal salariato, nel medesimo tempo che il plusvalore che gli è annesso. La merce deve dunque uscire dal deposito o dal granaio e passare sul mercato; il capitalismo la segue dal banco alla Borsa, poi nel magazzino, e noi ci penetriamo con lui nel corso del secondo libro del CAPITALE.
Questo secondo atto della vita del capitalista avviene nella sfera dello scambio, e noi lo vediamo in presenza di molte difficoltà. Egli era il padrone nella sua fabbrica o nella sua fattoria, faceva regnare l’organizzazione più rigorosa, la disciplina e il metodo. Per contro, è l’anarchia assoluta che domina il mercato, è ciò che si chiama la libera concorrenza. Qui nessuno si occupa degli affari del suo vicino né del modo in cui funziona l’insieme. E malgrado tutto, è precisamente in mezzo a questa anarchia che il capitalismo si sente solidale a tutti gli sguardi d’altra gente della società intiera.
Egli è obbligato di marciare sullo stesso terreno di tutti i suoi concorrenti. Se esso lascia trascorrere un periodo più grande di quello che gli è strettamente necessario fino alla vendita delle merci, se si non si premunisse di abbastanza forti somme per acquistare in tempo voluto le materie prime e tutto ciò di cui ha bisogno la sua industria per non subire alcune corruzione, se esso non s’arrangia in modo che il denaro ridiventato disponibile dopo la vendita dei prodotti apporti immediatamente di nuovo e il più possibile, esso perderà del terreno in un modo o nell’altro. È sempre il ritardatario che i cani mordono e l’imprenditore isolato, che non veglia a ciò che, nel va e vieni tra l’……… e il mercato, gli affari vadano bene come allo studio, non realizzerà il guadagno abituale, anche sfruttando i suoi operai. Una parte del suo beneficio «ben guadagnato» sarà levato dalla sua tasca.
Ma non è tutto. Il capitalista non può ammassare delle ricchezze che producendo delle merci, cioè degli oggetti di consumo. Bisogna per questo che esso fornisca quelli che la società impiega e giusto in quantità voluta. Senza di che, queste merci resterebbero invendute e il plusvalore che esse rappresentano sarebbe perduto. Ma come un capitalista isolato può sapere tutto questo? Nessuno glielo dice quali sono gli oggetti di cui la società ha bisogno, né quale quantità essa consuma, perché nessuno ne sa nulla. Noi viviamo a questo riguardo in una società anarchica e retta dal caso. Ogni imprenditore è nella stessa situazione. E ciononostante, bisogna che, da questo disordine, da questo caos, esca un tutto coerente che permetta agli affari individuali del capitalista di prosperare, e alla società di soddisfare i suoi bisogni e di svilupparsi.
In modo più preciso, questo mercato non regolato deve pertanto rendere due cose possibili, Prima, la continuità del ciclo formato dal capitale isolato – facoltà di produrre, vendita, acquisto e produzione nuova nel corso del quale il capitale abbandona il suo aspetto di denaro per trasformarsi in merce, e viceversa. Queste fasi devono succedersi immediatamente; bisogna avere del denaro in provvigione per profittare di ogni occasione di acquistare e per far fronte a tutte le spese occorrenti all’industria. D’altra parte, il denaro che rientra in relazione della vendita delle derrate deve essere tosto impiegato. I capitalisti completamente indipendenti in apparenza gli uni dagli altri, formano in realtà, una grande confraternità prestandosi continuamente gli uni agli altri, per l’intermediario del sistema del credito e delle banche, il denaro necessario o pigliando a prestito dei fondi in riserva, ciò che permette così, al particolare o all’associazione, di non interrompere la produzione la produzione o la vendita delle merci. L’economia borghese non può spiegare il credito che come uno stratagemma destinato a «favorire la circolazione delle merci», ma Marx, nel suo secondo volume che è una semplice modalità dell’esistenza del capitale, una transizione tra due fasi della sua vita; la produzione o la vendita, come d’altronde tra i movimenti – indipendenti in apparenza – dei capitali isolati.
Inoltre, in questo caso di capitali isolati, bisogna che il ciclo continuo formato dalla produzione e dalla consumazione sia mantenuto costante nelle sue grandi linee, alfine che possano essere assicurate le condizioni della produzione capitalista: messa in opera dei mezzi di produzione, mantenimento della classe operaia, arricchimento progressivo della classe capitalista, ciò che significa, in fin dei conti, aumento e attività crescente del capitale globale della società. Marx mette in evidenza l’unità che nasce dalle innumerevoli fluttuazioni di ogni capitale, il vasto movimento di insieme che si sviluppa dalle oscillazioni perpetuate, ora abbondanza e produzione elevata, poi rallentamento e crisi, poi sempre ristabilimento dell’equilibrio che sarà rotto l’istante dopo, come pure sarà rotto l’equilibrio di tutto ciò che per la società attuale, non è il mezzo, il suo mantenimento e il progresso economico, alfine di concorrere a ciò che è il suo scopo: accumulazione progressiva del capitale a delle proporzioni sempre più crescenti. Marx non ha tracciato in modo definitivo tutti questi problemi, ma per la prima volta che dopo cento anni, da Adamo Smith, egli ha dimostrato le leggi che lo reggono.
L’arduo compito dei capitalisti non è pertanto ancora terminato al punto ove noi siamo arrivati. Il profitto acquistato e senza posa trasformato in una quantità d’oro sempre più grande, è allora che si pone la questione di ripartire il bottino. E dei gruppi ben differenti fanno valere le loro pretese; sono, a fianco dell’imprenditore, il mercante, i latifondisti, il proprietario fondiario. Essi hanno tutti contribuito, ciascuno colla sua parte, a spogliare il salariato e a vendere le merci che esso ha prodotto, e tutti reclamano il loro beneficio. Ma questa ripartizione del guadagno è un affare molto più complicato che non lo si creda a prima vista, perché, secondo la natura dell’impresa, le differenze sono grandi tra i capi in ciò che concerne il profitto di fresca data guadagnato sul cantiere.
In certune branche dell’industria, la produzione delle merci e la loro vendita sono rapidamente effettuate, e il capitale – aumentato dal beneficio – ridiviene disponibile poco tempo dopo. Tosto, eccolo di nuovo impiegato in un nuovo affare producendo ancora nuovi guadagni. In altri dominii, il capitale è immobilizzato dalla produzione durante delle annate intiere e non fruttifera che molto tempo dopo. Altrove, l’imprenditore deve consacrare la più grande parte del suo denaro e l’acquisto di istrumenti destinati alla produzione, costruzione, acquisto di macchine costose, ecc., che, pur nulla rapportando in se stesse, non sono per ciò meno indispensabili alla realizzazione dei benefici. Infine, in certi casi, l’imprenditore può con un piccolo mezzo di fondi consacrare il suo capitale principalmente a assumere operai; di cui ciascuno, grazie al suo lavoro, ha una parte di gallina che pone delle uova d’oro.
La realizzazione dei benefici offre dunque delle grandi differenze secondo i diversi capitali, e esse rappresentano al seno della società una «ingiustizia» ben più grande ancora che la singolare «ripartizione» tra il capitale e gli operai. Come ottenere allora un compenso, una ripartizione «equa» del bottino, di modo a ciò che ciascuno capitalista «ci si ritrovi». in realtà, questo compito complesso si compie senza regolamento cosciente, né organizzato. Nella società attuale, questa ripartizione è pure anarchica come la produzione. A dir vero, non c’è nemmeno alcuna «ripartizione», nel senso di partecipazione a una impresa industriale, non c’è unicamente che scambio, circolazione di merci, acquisto e vendita. Come avviene allora che ogni categoria di sfruttatori si presenta sul solo terreno dello scambio e che, tra essi, ciascuno, isolatamente, arrivi a ottenere una porzione – considerata come «equa» dal capitalista – di questa ricchezza fornita dalla forza del lavoro del proletariato.
È a queste questioni che Marx risponde nel terzo volume. Esso esamina in questo libro la ripartizione dei benefici, come nel primo egli analizzava la produzione del capitale e il segreto della realizzazione del profitto, e, nel secondo, il va e viene del capitale tra l’officina e il mercato, poi il ciclo della produzione e della conservazione. Egli constata tre condizioni fondamentali, che si possono riassumere così: tutti i fenomeni che si producono nel seno della società capitalista sono involontari, cioè che essi hanno luogo secondo leggi fissate, regolari nei loro effetti, ma completamente ignorate da quelli che le subiscono; inoltre, le relazioni economiche non riposano sulle misure di violenza, come il ratto e il furto; infine, alcuna ragione di ordine sociale non può essere invocata come esercente una influenza conforme a un piano. In una deduzione logica e chiara, Marx esprime poco a poco i fenomeni che danno nascita alla società capitalista col solo meccanismo dello scambio, cioè con la legge dei valori e del plusvalore che ne deriva.
Rosa LUXEMBURG