Sergio Salvadori, tragicamente morto nel carcere di Parma
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Sergio Salvadori è finito. In quel carcere dove, senza colpa alcuna, già da quattro anni scontava l’infamia di una società sopraffattrice e corrotta, egli ha subito l’ultimo fatale oltraggio alla vita. È caduto con la coscienza della ingiustizia imperante, con la fiducia che la forza rivoluzionaria del proletariato ne dovrà aver ragione.
Venuto al Partito al finire della guerra, aveva lottato con fermezza e con maturità marciando contro corrente nella falsa infatuazione democratica provocata dai nazionalcomunisti, e la sua critica era stata attiva sempre come la sua azione.
Nel 1946 venne imputato come corresponsabile nella uccisione del gerarca fascista Della Robbia. Non c’entrava nulla Salvadori in questa faccenda, e ciò fu subito chiaro come la luce: ma l’occasione per togliere dalla circolazione lui e altri tre compagni, che disturbavano particolarmente l’idilliaco clima della ricostruzione nazionale e della collaborazione dei destri e dei sinistri nel governo di unione sacra, non doveva andare perduta.
L’organizzazione di difesa classista posta in opera dalla borghesia si rivelò allora perfettamente efficiente: Salvadori e gli altri con lui vennero condannati e ricondannati nonostante che persino l’atteggiamento individuale di chi, in cassazione, rappresentava la pubblica accusa fosse scosso dalla evidenza della ingiustizia perpetrata.
I marchesi Della Robbia si ersero a paladini della restaurazione dell’ordine leso, della nobiltà insidiata: chiesero la condanna dei quattro, responsabili di aver mostrato alla povera gente del paese la vera faccia di quella nobiltà, di quella borghesia che, sfruttatrice e opprimente in epoca fascista, lo restava necessariamente tuttora nonostante e proprio per la sorgente democrazia. Smascherata, essa non aveva perdonato. E si era buttata su quei ragazzi con una sete di vendetta i cui frutti non tardarono a maturare.
Piovvero condanne spaventose. Le porte dei penitenziari si chiusero dietro di loro. A nessun ricorso fu sensibile la macchina burocratica che dispensa gli anni di galera con la stessa disinvoltura di benefici purganti.
Da allora è passato già tanto tempo. Salvadori scriveva, di frequente, esprimendo una sua fermezza nitida e una combattività, un ardore che gli anni di detenzione rinvigorivano anziché scemare.
Ma la società colpita dall’ingiuria recatale non era ancora soddisfatta dell’opera compiuta.
Solo oggi può veramente esserlo: Salvadori non tornerà più libero. Caduto gravemente ammalato, si dice colpito da intossicazione, sabato 25 settembre, le autorità carcerarie provvedevano a inviarlo all’ospedale soltanto il lunedì pomeriggio: alla sera dello stesso giorno egli moriva.
Non è necessario formulare dubbi o sospetti; una cosa almeno è certa: che la vita di un proletario che odia la classe dominante non è degna di alcuna considerazione per i burocrati che ci onorano del loro reggimento. Un rivoluzionario di meno al mondo, una probabilità di più di ritardare il corso fatale di eventi non certo desiderati.
Può darsi che si faranno inchieste, indagini, ecc.: ma è certo fin d’ora che anche se dovessero essere puniti i cosiddetti responsabili, non è di responsabilità in senso borghese che qui si può parlare. Quando c’è lotta mortale tra due avversari non si dice che uno è responsabile della morte dell’altro. Si dice semplicemente che uno ha prevalso sull’altro.
E Salvadori è caduto colpito dal suo nemico, quello contro il quale aveva voluto lottare senza compromesso.
Che noi tutti si sappia trarre dalla sua fine il giusto insegnamento e la volontà di combattere contro l’oppressione e l’ingiustizia.