Partito Comunista Internazionale

Le Tesi sulla politica sindacale del Partito presentate per la discussione al Convegno Nazionale

Categorie: Italy, PCInt, Union Question

Questo articolo è stato pubblicato in:

Premessa

Esiste oggi un fatto controllabile da tutti, ed è che, nella fase monopolistica ed imperialistica del capitalismo, i partiti pseudo-proletari hanno potuto imprimere al sindacato operaio una trasformazione dei suoi principi costitutivi e della sua prassi, trasformazione che lo porta irrimediabilmente ad identificarsi con le esigenze della conservazione di classe del capitalismo e conseguentemente lo mette in aperta opposizione non solo con gli interessi finali del proletariato ma anche con le sue minime rivendicazioni parziali.

Questa trasformazione dell’organizzazione sindacale non è arbitraria, cioè voluta dalla malvagità o dall’insipienza di un gruppo determinato di uomini, ma è la risultante della conclusione di un determinato ciclo storico del capitalismo e di una lunga serie di sconfitte proletarie.

Le grandiose battaglie condotte dalle prime organizzazioni di massa del proletariato, che ci riconducono all’epoca dell’affermarsi del capitalismo a classe dominante della società, si risolsero in altrettante sconfitte storicamente spiegatissime.

La nuova fase che si apriva era quella del pacifico sviluppo del capitalismo: allora le lotte del proletariato avevano carattere nettamente economico, erano cioè rivolte alla conquista di migliori condizioni di vita; e questa era anche la fase delle riforme sociali preludenti i primi tentativi revisionistici dei principi fondamentali del marxismo.

Chiusasi questa fase, per il crescente sviluppo dell’apparato produttivo e il formarsi di trust e dei monopoli, il capitalismo entra nella sua fase imperialistica, caratterizzata da un progressivo accentramento anche sul piano politico; da questo momento la lotta di classe del proletariato assume forme più nette di opposizione al vigente regime di produzione, e gradualmente sempre più vasti strati di masse si spostano sul piano della lotta politica.

La politica delle sinistre marxiste militanti nei partiti della II Internazionale s’informa allora al principio della lotta di frazione così nei partiti politici come nei sindacati per la conquista delle leve di comando detenute fin dal periodo precedente dalle correnti opportuniste e collaborazioniste. Sarà questa, dopo la prima guerra mondiale e la vittoria rivoluzionaria in Russia, la linea di condotta di tutti i partiti comunisti della nuova Internazionale

L’esperienza ha dimostrato in maniera inequivocabile che questa tattica, se era ancora possibile per la relativa indipendenza dei sindacati dallo Stato, non ha però dato i risultati che perseguiva; con ciò si vuol dire che, nel corso della crisi generale del capitalismo nell’altro dopoguerra, la multiforme attività svolta dai comunisti in tutte le organizzazioni di massa del proletariato, e in situazioni eccezionalmente favorevoli, non ha portato al defenestramento delle burocrazie sindacali, palesemente legate ad interessi estranei a quelli del proletariato. Col riflusso dell’ondata rivoluzionaria e col conseguente riconsolidamento della struttura capitalistica verso forme d’accentramento monopolistico sia sul piano economico che su quello politico, qui con la violenza, là mediante la più raffinata corruzione, i sindacati sono stati agganciati in maniera estremamente palese allo Stato capitalista fino a divenire, in questa fase di falsa rinascita, organi sussidiari del medesimo.

Di fronte a quest’innegabile realtà, una prima conclusione si impone: l’atteggiamento del partito di classe nei confronti degli attuali organismi di massa (sindacati) non può formalizzarsi in una posizione tattica sotto vari aspetti superata, isterilendosi nel tentativo di conquistare dall’interno le leve di comando dell’attuale Confederazione Generale del Lavoro.

La posizione del Partito nei confronti degli organismi di massa e delle lotte rivendicative del proletariato è così sintetizzata:
 

Partito e organizzazioni di massa

1) Nell’epoca in cui le situazioni si orientano verso il duello delle classi antagonistiche della società e lo sbocco nell’opposizione guerra-rivoluzione, i caratteri centrali dell’evoluzione politica sono:
     a) l’esercizio della violenza, dapprima illegale, poi legalizzata dello Stato, e l’eliminazione della più elementare organizzazione classista (fascismo, sindacati di Stato) nei paesi ove la disfatta rivoluzionaria offre le condizioni per l’assalto frontale della classe borghese contro il proletariato (Italia, Germania);
     b) il controllo progressivo dello Stato – attraverso la sinistra borghese, socialdemocratica prima, socialcentrista poi – sui sindacati operai, nei paesi in cui la disfatta rivoluzionaria non si è verificata, ma dove tuttavia un inesorabile sviluppo delle situazioni convergeva verso lo sbocco della guerra imperialistica. In tali paesi, benché nel processo delle lotte sociali il sindacato non possa presentarsi nella sua specifica funzione classista (e questo a causa della dirigenza del sindacato), la minoranza rivoluzionaria, seppur privata d’ogni possibilità di sviluppo, non è tuttavia espulsa con la violenza poliziesca dall’organizzazione sindacale;
     c) l’intervento dello Stato, inquadrante le organizzazioni sindacali, nella situazione storica caratterizzata dalla fine del conflitto imperialistico mondiale e dall’ipotesi di una vittoria rivoluzionaria quale conclusione alle inevitabili agitazioni proletarie. In questa situazione (che è quella in cui attualmente viviamo) mancano le condizioni obiettive sia per un raddrizzamento del sindacato attraverso una lotta della frazione comunista nel suo seno, sia per la conquista del sindacato alla politica del Partito Comunista Internazionalista.

L’eventuale ritorno del sindacato alle sue basi di classe non può risultare che dal riflesso nel suo seno dell’imperversare della lotta di classe.

2) Nel momento attuale, inquadrato nell’epoca storica in cui viviamo, l’organizzazione di massa non risulta dall’iniziativa della minoranza comunista internazionalista, ma è imposta dallo sviluppo stesso delle situazioni. Il C.L.N. ed i partiti che lo compongono, espressione diretta della classe borghese, hanno potuto assicurarsi la direzione della Confederazione Generale del Lavoro ed organarla nello Stato per il fatto che il corso della situazione nazionale e internazionale non era immediatamente diretto verso lo sbocco rivoluzionario.

In tale situazione, e in corrispondenza con l’impostarsi di un’antitesi di classe fra i partiti borghesi dirigenti i sindacati e gli interessi immediati e finali delle masse, può aprirsi la prospettiva di una crescente diserzione dei lavoratori dalle organizzazioni sindacali e di un progressivo e globale orientamento delle masse verso un’altra forma della loro organizzazione elementare (per esempio i Consigli di Fabbrica).

Il P. C. Int. non solleva tuttavia un’alternativa formale di etichetta dell’organizzazione di massa, ma assicura la continuità di questa organizzazione nella doppia ipotesi ch’essa si affermi sul fronte della permanenza della C.G.d.L. o su quello del prorompere delle masse in un altro tipo di organizzazione. Il conflitto non è, ad esempio fra la C.G.d.L. e gli eventuali Consigli di Fabbrica, ma fra il possibile successo capitalista di far servire la C.G.d.L. alla sconfitta dell’insurrezione proletaria e la possibilità che – in una situazione più avanzata – i Consigli di Fabbrica si rivelino suscettibili di favorire l’evoluzione vittoriosa verso lo sbocco rivoluzionario.

In quest’ultima eventualità, i Consigli di Fabbrica uscirebbero dai quadri ristretti del particolarismo d’azienda e di professione, al quale in circostanze normali sono inevitabilmente condannati (e che giustifica la critica della Sinistra Italiana all’”ordinovismo”) e sarebbero portati dalla nuova situazione a diventare l’arena in cui si verificherebbe l’urto di classe fra il Partito Comunista Internazionalista, mirante alla distruzione dello Stato capitalista ed alla fondazione del potere rivoluzionario, e tutti i partiti borghesi confluenti verso la vittoria della controrivoluzione.

3) La “forma” dell’organizzazione di massa è l’espressione della contingenza politica. Il problema che si pone al Partito di classe non è pertanto quello della forma dell’organizzazione, ma quello della concentrazione delle lotte operaie. In conseguenza, il Partito agirà in ogni contingenza per far confluire queste lotte verso la forma d’organizzazione di massa data obiettivamente dalla situazione, puntando da una parte sui suoi organi di fabbrica e dall’altra sulle sue frazioni sindacali per mobilitare le masse sul terreno della lotta di classe.

L’elevarsi della tensione rivoluzionaria porterà con sé indubbiamente un corrispondente elevarsi degli obiettivi del proletariato dalle lotte parziali alla lotta finale, ma può non comportare il passaggio della C.G.d.L. dalla attuale posizione di addentellato dallo Stato capitalistico a strumento di massa per la lotta per la conquista del potere. Nell’ipotesi in cui gli avvenimenti ponessero allora i Consigli di Fabbrica od altra forma di organizzazione quale strumento di massa per la lotta per la conquista del potere, il Partito si orienterà decisamente verso questi organismi. Nelle due ipotesi, il Partito resterà solidissimamente ancorato al principio dell’unitarietà dell’organismo di massa e combatterà ogni iniziativa scissionista. Nell’eventuale fase transitoria dall’una all’altra forma d’organizzazione di massa, il Partito si farà dettare l’atteggiamento da tenere nei confronti di un’eventuale liquidazione della C.G.d.L. unicamente dall’analisi della situazione e dagli obiettivi di lotta che per il proletariato ne discendono.

4) Il problema della distruzione dello Stato capitalista è d’ordine essenziale e politico (risultante cioè dall’opposizione alla classe capitalistica nel suo complesso) e non d’ordine secondario di opposizione alla burocrazia sindacale. Esso è altresì non graduale, non episodico ma progressista. Il passo verso questa distruzione è dato da quell’avanzare delle posizioni di classe del proletariato che si esprime nell’elevarsi della sua coscienza rivoluzionaria, non da una pura riforma sindacale consistente nello sganciare dal controllo dello Stato questa o quella maglia dell’organismo di massa.

Le Commissioni Interne si ricollegano oggi manifestamente allo Stato attraverso la burocrazia confederale. Il Partito auspica la loro liberazione dal controllo nemico, ma ne vede la possibilità concreta solo nel progredire della lotta proletaria, e si rifiuta di identificare il processo della loro emancipazione con la preliminare dissociazione dei loro legami attuali con l’organizzazione sindacale. Il Partito ha sempre di mira non solo l’unitarietà, ma altresì – malgrado la confusione propria dell’eventuale fase di transizione – l’unicità dell’organizzazione di massa, inquadrante tutti i settori del suo impalcamento.

In conseguenza, nel momento attuale, ferme restando le considerazioni svolte più sopra sull’eventuale apparizione di un’altra forma d’organizzazione di massa, il Partito non si concentra in un’azione che si formalizzi nel tentativo di slegare le Commissioni Interne dal sindacato per farne un’organizzazione particolare. Esso approfitta della pressione che le Commissioni Interne possono esercitare sul processo delle lotte di classe, per orientare queste ultime verso uno sviluppo che le sposti dalla fabbrica e le sollevi sul piano della loro estensione e concentrazione nazionale in concordanza con lo sviluppo della situazione internazionale.

I gruppi comunisti di fabbrica, altrettanto saldamente collegati al Partito quanto le frazioni sindacali del Partito stesso, confluiscono nell’azione concorde che tende a favorire lo sbalzo innanzi della classe sulla linea della spinta offensiva delle masse lavoratrici.

In tutti gli organi sindacali, centrali o periferici, il Partito combatte il controllo esercitato su di essi dai C.L.N.
 

Il Partito e le rivendicazioni parziali

5) L’Internazionale Comunista, dopo la prima guerra mondiale, sollevò la tesi dell’urto esistente – nella fase decadente del capitalismo – fra il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e le necessità della evoluzione dell’economia capitalistica. Quest’evoluzione è, infatti, dominata da un forsennato sviluppo delle forze di produzione, che richiede un tasso elevatissimo dell’accumulazione capitalistica e quindi dello sfruttamento delle classi lavoratrici.

Questa tesi dell’Internazionale Comunista è stata pienamente confermata dalle situazioni intercorrenti fra la prima e la seconda guerra imperialistica mondiale. Indipendentemente dall’evolversi di passeggere ed inoperanti contingenze fugaci, il capitalismo si è dimostrato assolutamente incapace di soddisfare le minime esigenze dei lavoratori e di risolvere i problemi di una gigantesca disoccupazione. D’altra parte, la borghesia, se ha potuto ristabilire un provvisorio equilibrio nella vita della sua economia, lo ha potuto unicamente in virtù dell’istituzione di un’economia di guerra in tutti i paesi e dell’inevitabile sbocco di quest’economia nel massacro dei proletari di tutto il mondo.

Per quanto concerne l’Italia, il punto finale della controversia sulla possibilità o meno del capitalismo di accedere ad un miglioramento effettivo delle condizioni di vita dei lavoratori, è stato dato dal fascismo e dai salari di fame ch’esso impose, dopo che le battaglie rivendicative del 1919-20 non si erano concluse con la maturazione della coscienza del proletariato in vista del trionfo della rivoluzione comunista.

Considerato astrattamente il problema del trapasso dal fascismo e dalla guerra ad un regime democratico e all’economia di pace, si potrebbe dedurne la conclusione che il capitalismo passi ad un’offensiva campale contro le rivendicazioni parziali, siano esse pur minime, in forza della logica surricordata dell’evoluzione dell’economia capitalistica nella sua fase discendente. Considerato invece questo problema dal punto di vista sociale e reale, si constata: 1) l’impossibilità da parte del capitalismo di evitare le agitazioni operaie conseguenti alla guerra; 2) il piano capitalista di spingere in un vicolo cieco questo inevitabili agitazioni.

L’alternativa non si pone dunque fra la lotta per le rivendicazioni immediate e la loro negazione da parte del capitalismo, fra l’impossibile miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e l’eventuale successo delle lotte parziali, ma fra il piano capitalista di disgregare il fronte proletario attraverso una diarrea di inconcludenti movimenti parziali (anche se coronati da un successo senza avvenire) e il piano del Partito di classe che inquadra tutte le lotte parziali in un insieme di postulati di lotta, comuni a tutte le categorie dei lavoratori dei campi e delle officine e diretti verso la meta finale della conquista del potere politico. Questo piano è il solo suscettibile di dare scacco alla manovra nemica di ricostruire la società dello sfruttamento capitalistico. L’elevazione della lotta parziale alla fase politica superiore è concepita attraverso l’organamento di queste lotte parziali in un sistema di parole d’ordine che, prendendo le mosse dallo stesso campo economico, determina l’urto con lo Stato capitalista, aprendo il processo reale della sua distruzione.

Le rivendicazioni salariali non devono riflettere la necessità della ricostruzione della società capitalistica, ma orientarsi progressivamente verso le possibilità effettive consentite dall’alto sviluppo della tecnica di produzione. Tutte le proposte di “controllo della produzione” e di costituzione di “consigli di gestione”, tutte le iniziative che oscurino sia pur minimamente la visione netta dell’aspro e inconciliabile urto di classe fra proletariato e borghesia, saranno combattute con la più spietata decisione.

Sia nel campo salariale che in quello dell’assunzione della mano d’opera e dei licenziamenti e, infine, in quello del regime interno dalla fabbrica, il Partito sospinge verso le soluzioni che, mettendo sempre più a nudo l’antagonismo fra le classi, portano gli organismi proletari a non mai “compartecipare” col padronato o lo Stato, a sempre registrare, fissare e fare rispettare le posizioni di forza raggiunte dalla classe lavoratrice.
 

Azione del Partito negli organismi di massa

6) La posizione di collaborazione governativa assunta dai partiti borghesi alla testa della C.G.d.L. e la loro funzione di pernio della ricostruzione dell’economia capitalistica escludono per principio ogni possibilità di politica di fronte unico da parte del Partito di classe.

La falsa base costitutiva della C.G.d.L. e l’inevitabile propagarsi delle opposizioni in seno al sindacato offrono tuttavia l’occasione ad una azione convergente del Comitato sindacale del Partito e d’altre correnti sorte o nel campo sindacale o nel sindacato per riflesso delle inevitabili crisi dei partiti controrivoluzionari. I punti sui quali quest’azione potrà essere impostata sono i seguenti:
     a) restituzione del principio della lotta di classe agli statuti e alla vita della C.G.d.L. e conseguente esclusione da quest’ultima di tutti i partiti e correnti non basati sui principi della lotta di classe;
     b) azione parallela nel campo internazionale, tendente alla ricostruzione delle Federazioni Internazionali d’industria e della centrale sindacale mondiale;
     c) esclusione dei sindacati di Stato dall’organizzazione internazionale qualunque sia l’etichetta dello Stato in questione e la forma giuridica della proprietà ivi vigente; e conseguente rottura con essi da parte della C.G.d.L.

Il Partito respinge l’idea di promuovere e di partecipare a blocchi di “sinistre sindacali” sorte non dall’opposizione di classe del proletariato al capitalismo, ma unicamente dell’opposizione alla burocrazia sindacale per sé presa.

Il Partito combatte le liste bloccate imposte dalla direzione confederale perché sanzionano un monopolio dell’organizzazione volto ad impedire l’affermazione e lo sviluppo del Partito di classe.

Il Partito rivendica il principio dell’omogeneità politica degli organismi direttivi, concomitante però col diritto legalmente riconosciuto a tutte le tendenze nel seno del sindacato di lottare attraverso la rete delle loro frazioni sindacali per le proprie specifiche concezioni generali.

Provvisoriamente, e tenuto conto del fatto che attualmente si assiste ad una fase di ricostruzione del movimento sindacale, il Partito accetta di partecipare ai comitati direttivi sindacali in unione con rappresentanti di partiti borghesi.

Il Partito si dirige tuttavia verso la presentazione di liste omogenee che si inquadrino solidamente ed organicamente con la sua politica generale, tendente al trionfo della rivoluzione comunista, in stretta concomitanza con l’evolvere della situazione internazionale.