La teoria dei neo-opportunisti
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Con l’abile funambolismo che le critiche e i dubbi dei militanti migliori esigevano per esser messi in fuga, Scoccimarro ha ribadito ancora una volta, al Congresso provinciale milanese del PCI, la linea programmatica del «partito nuovo». L’opportunismo ha una consumata abilità nell’arte di arrampicarsi sugli specchi.
Il pernio del discorso è stata l’affermazione che la classe operaia è ormai la classe nazionale per antonomasia, la classe dirigente del Paese. Ma che cosa significa, per un marxista, essere «classe dirigente», quando le basi strutturali della società sono rimaste le stesse, quando il potere politico ed economico è rimasto in mano della classe avversa, del nemico di classe del proletariato? Se la classe operaia è classe dirigente e, come tale, rivendica il diritto a governare accanto a un’altra classe che, detenendo i mezzi di produzione impronta di sé l’ambiente sociale in cui il proletariato stesso si muove, a che cosa può ridursi la sua funzione direttiva, se non all’assurdo compito di migliorare l’efficienza produttiva e la capacità di resistenza alle crisi dell’apparato economico, sociale, politico, capitalistico?
La questione è, per il proletariato, posta in questi precisi termini: o essere «classe dirigente», pattuglia di avanguardia, entro uno Stato inteso a difendere gli interessi ed il privilegio della classe avversa (che è la sorte classica del riformismo), o affermare con la forza il suo diritto storico al potere per volgerlo ai fini e alla difesa degli interessi degli sfruttati. E non v’è artificio dialettico che gli permetta di uscire dalla ferrea morsa di questo dilemma, per cui il proletariato è come classe, e può perciò dirsi classe dirigente, in quanto frantuma l’apparato repressivo dello Stato borghese e gli sostituisce la sua dittatura, o rinuncia a questo compito storico per assumersi la direzione dello Stato borghese, e allora cessa di esistere come classe politica e rinuncia alla sua funzione direttiva nei confronti dei ceti minori che il capitalismo proletarizza, ma che sono incapaci di emanciparsi per un’iniziativa indipendente.
Che così necessariamente sia, risulta dallo stesso discorso di Scoccimarro. Egli spezza il blocco monolitico della società capitalistica per isolare in esso il fantoccio del fascismo ed elevarlo a bersaglio «comune» del proletariato e di altre stratificazioni borghesi_ fa del proletariato, in altre parole, l’avanguardia della presunta crociata della media e piccola borghesia contro la borghesia sia «reazionaria» che monopolistica. Il suo compito è allora questo: tenere uniti contro il pericolo fascista tutti i ceti non tendenzialmente fascisti della società borghese, come se un atto di volontà bastasse a tener unito ciò che le ferree leggi dell’economia capitalistica necessariamente divide, e tenerli uniti non con l’arma persuasiva di una politica rivoluzionaria, ma con l’arma tutta negativa del riformismo, dell’antifascismo, della solidarietà nazionale. Impedire alla società borghese di ritornare sui vecchi binari della reazione fascista, «moralizzandola» («solidarietà nazionale vuol dire per noi ricordare alle classi abbienti il dovere morale (!) di venire incontro alle esigenze delle classi che nulla possiedono»), difendere l’unità antifascista anche se è riconosciuto (come Scoccimarro riconosce) che esistono due modi ben distinti di giudicare e di combattere il fascismo, per influire beneficamente sulle correnti più retrive del regime capitalistico («noi questi due modi di concepire la lotta contro il fascismo li teniamo uniti perché siamo certi che la nostra concezione può influenzare il modo di vedere della reazione (!), mentre la reazione non può influenzare noi»), e, a questo fine, rivendicare un piccolo posto al governo, giacché per i neo-comunisti lo Stato non è lo strumento di dominazione di una classe sull’altra, ma qualcosa di neutro, un’arma generica che qualunque classe può piegare ai suoi fini: anche se il potere economico è altrove, e l’apparato repressivo è comandato dagli uomini di paglia della classe avversa, e la borghesia nostrana si vale, per continuare a vivere, dell’appoggio della borghesia internazionale.
Funzione di controllo, appunto; e Scoccimarro ricorda che la parola controllo fu la parola della rivoluzione d’Ottobre, come se, da una parte, il proletariato russo non avesse dato al «controllo» un molto preciso significato concreto spazzando via dal potere la borghesia dominante, , dall’altra, il «partito nuovo» non desse invece al «controllo» un suo significato preciso cdi collaborazione con una classe di cui riconosce la sopravvivenza. Funzione di direzione; e Scoccimarro invoca l’esempio del ritardo avvenuto in Russia nel processo di pianificazione e di socializzazione, per giustificare la propria rinuncia ad affrontare di petto il problema della rivoluzione comunista, come se i bolscevichi avessero atteso la possibilità concreta di «socializzare» per prender d’assalto il potere, o acessero mai pensato di ottenere quello senza ottenere preventivamente questo.
No, Scoccimarro, la favola delle isole socialiste gettate nel mare dell’economia borghese, del controllo socialista sull’economia capitalista, della solidarietà fra le classi in nome di un obiettivo comune a tutte le classi, è la favola che ai nostri padri raccontava il riformismo. E ha fatto bene, Togliatti, nel suo discorso all’Arena di Milano, a tradurre in moneta corrente il succo del suo discorso facendosi araldo di un’eventuale nuova guerra d’indipendenza e predicando come un pio quacquero il patetico accordo di tutti gli italiani contro un nemico che, a furia di isolarlo da tutte le classi, diventa impalpabile ed irreale come un fantasma. Ha fatto bene. Giacché è questo, parole povere, il senso della solidarietà nazionale: andare a tutti i costi d’accordo con tutti, anche se, dietro il paravento di quest’accordo, il tradizionale nemico si appresti a dare il solito, proditorio colpo di mazza non sollo alla democrazia parlamentare (che non sarebbe per noi un gran male), ma al proletariato.