La “Economia del periodo di transizione” di Bucharin Pt.2
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VII
Come è dimostrato da quanto si è detto precedentemente, l’antico «apparato» (dell’economia borghese-capitalistica) non può esser conservato come tale. Esso in parte si sfascia, in parte viene frantumato. Non si può evitare il periodo di anarchia, di cui prima si è parlato; e per breve che esso sia, per esso bisogna entrare nella rivoluzione sociale. Ma ora si affaccia spontaneamente un quesito quanto profonda sarà tale anarchia? andrà in dissoluzione tutto, o rimarrà qualche elemento e gruppo di elementi? E in caso affermativo, nasce ancora un altro quesito: come il proletariato adopera questi elementi e gruppi di elementi nell’edificazione dell’economia comunista?
A tale proposito occorre anzitutto constatare, che non si dissolvono tutti i nessi sociali e tecnici dell’antico apparato (umano), ma soltanto i nessi e connessi gerarchici. I singoli strati, che nell’antica compagine stavano l’uno sopra l’altro, gli strati del proletariato, dell’intellettualità tecnica, la burocrazia, la borghesia, escono dalla loro compagine gerarchica: ma ogni singolo strato, considerato soltanto in sé, rimane intatto, specialmente quello del proletariato. Questa connessione in seno al proletariato costituisce il momento fondamentale della nuova economia.
Ed ora, dopo esser giunti alla conclusione intorno alla maturità del capitalismo, alla riedificazione comunista, veniamo ad un altro quesito come reinserire nel processo produttivo lo strato costituito dalla «intellettualità tecnica»?
Deve premettersi che anche questo strato in sé stesso, come tutto, è rimasto più o meno intatto. Sono spezzati soltanto i nessi che lo collegavano alla borghesia verso l’alto e al proletariato verso il basso. Che cosa avviene di questo strato? Siamo qui in presenza del problema degli «specialisti» che tanto ha affaticato la rivoluzione russa; e Bucharin trova per deduzione la soluzione di esso, venendo ad un risultato «radicale», che contraddice alle opinioni di molti compagni europei, e specialmente tedeschi, i quali ritengono che noi in Germania «addomesticheremmo» senz’altro l’intellettualità tecnica, e potremmo evitare il periodo di sabotaggio attraversato dalla Russia.
Anzitutto, Bucharin, per mettere in rilievo l’importanza del problema, constata che quella degli «specialisti» è la questione decisiva per la struttura della nuova economia. Senonché i nessi sociali dell’antico tipo continuano a vivere come un «sedimento» nelle menti di coloro che appartengono al ceto degli specialisti, il quale si sente legato per la vita e per la morte al «sano capitalismo» questo sedimento deve esser cancellato, e il lungo e doloroso processo della distruzione dei nessi dell’antico tipo nelle menti degli specialisti è condizione indispensabile perché essi possano essere reinseriti nella nuova «gerarchia» proletaria della società e dell’economia.
Parrebbe che con ciò non si dica niente di «nuovo». Ma in realtà questa deduzione, completamente confermata dalle esperienze russe, è un potente contravveleno alla «speranza» che da molti si continua a nutrire, secondo la quale nei paesi dove la stratificazione sociale è diversa, più «occidentale», della russa, si potrebbe «tuttavia» alla fin fine fare a meno del torbido periodo della disorganizzazione e del sabotaggio.
Per intendere appieno il problema, occorre notare anzitutto che la rivoluzione si svolge essenzialmente nelle seguenti quattro fasi che influiscono l’una nell’altra:
1° Rivoluzione ideologica. La classe lavoratrice ripudia lo «imperialismo operaio». L’apparato dello Stato borghese crolla.
2° Rivoluzione politica. La guerra civile porta il proletariato al potere. E’ creato un nuovo meccanismo statale proletario.
3° Rivoluzione economica. I rapporti capitalistici di produzione sono spezzati. E’ creato un nuovo tipo di rapporti produttivi.
4° Rivoluzione tecnica. E’ raggiunto un relativo «equilibrio» del sistema e trovano posto razionali metodi tecnici.
Quale è la posizione dell’intellettualità tecnica in tali fasi? Nel capitalismo essa assumeva una «posizione intermedia» (tra borghesia e proletariato), ma era «legata» ideologicamente con le cime, con gli strati ed organizzazioni dominanti. L’intellettualità tecnica socialmente parlando era un meccanismo di ricambio, che riproduceva verso il basso la pressione della borghesia (per la espressione del plusvalore). Nella prima fase della rivoluzione l’intellettualità tecnica perde il suo sostegno, nella seconda la sua funzione sociale non vi è più pressione dall’alto esercitata dalla borghesia, che è espulsa. Nella terza fase questo elemento tecnico ricupera in seno alla nuova gerarchia l’antica posizione intermedia, l’antica funzione tecnica; ma l’antica funzione sociale non ha più significato. Anzi il nostro strato medio si sottomette alla volontà collettiva del proletariato, che forma cosí la cima della «gerarchia» come la base della nuova «piramide».
Pertanto l’intelligenza tecnica, dopo essere rimasta per qualche tempo estranea al processo produttivo, vi è reinserita non appena ha acquistato coscienza della perdita della sua antica funzione sociale, cioè del laceramento dei suoi antichi nessi «dall’alto» e «verso il basso». Quando poi essa, nella terza fase, è nuovamente inserita nella gerarchia, la sua posizione è bensi rimasta quella di prima, ma lo strato come tale è stato assolutamente «rigenerato» dall’anzi descritto processo dialettico; e soltanto allora esso, nella quarta fase, può collaborare con successo alla costruzione della sistematica economia comunista.
Un’altra questione, che qui si affaccia in connessione con l’organizzazione economico-tecnica del comunismo, è quella della specie degli organi del proletariato, che provvedono all’organizzazione della nuova economia. Qui vogliamo appena accennare a tale questione, osservando come Bucharin acutamente metta in rilievo che anche i nuovi organi del proletariato Consigli operai, Partito Comunista, Sindacati, Cooperative, Consigli di fabbrica, ci offrono una rete di organi di specie affatto nuova e con nuove funzioni. E lo Stato Comunista centralizzato, il quale forse in ragione del suo principio organizzativo rassomiglia esteriormente allo Stato capitalistico dei trusts, in realtà e in forza del processo dialettico, dal quale esso è sorto, non solo non è simile all’antico Stato «centralizzato» ma anzi ne è il contrapposto dialettico1.
VIII
Finora il processo di trasformazione è stato considerato in maniera affatto generale, e il primo problema «speciale», «concreto», trattato è stato quello degli specialisti. Quindi Bucharin passa ad un altro importantissimo problema «speciale», «concreto», che a prima vista non parrebbe potersi inserire nel già accennato schema vale a dire il problema dei rapporti tra città e campagna.
E tuttavia anche questo problema offre in tutta la sua complessità una prova dell’esattezza dello schema stabilito da Bucharin.
Considerando il problema isolatamente, ci si presenta il quadro seguente. La guerra sottrae all’agricoltura un’immensa quantità di forze produttive (uomini, scorte, bestiame, concimi, restringimento della superficie coltivata). Siccome nell’agricoltura, il cui sviluppo («industrializzazione») è meno avanzato di quello dell’industria, la deficienza di forze produttive si fa subito fortemente sentire, così qui dobbiamo segnalare un abbassamento della produttività. Questa è la figura del processo isolato.
Però questo isolamento non è che un’astrazione. Se nell’ambito della ricerca si porta il processo di scambio tra città e campagna, si scorge senz’altro che la riproduzione negativamente ampliata dell’industria esercita influenza anche sull’agricoltura.
Anche qui si ritrova il restringimento della base di produzione, ad onta del fenomeno della cancellazione dei debiti, e ad onta dei guadagni di congiuntura fatti dall’agricoltura durante la guerra.
Ma la base agricola non si è ristretta con lo stesso ritmo dell’industriale; essa si è conservata meglio. Inoltre questa base non è così unitaria come quella del capitalismo industriale nella sua formulazione di trust capitalistico statale.
Tuttavia la tendenza organizzatrice del capitalismo di Stato dovette penetrare anche nell’agricoltura. Ciò si verificò in due maniere. In primo luogo vennero statizzate grandi unità produttive in secondo luogo la produzione fu regolata mediatamente per mezzo del processo di circolazione.
Alla prima maniera si procedette soltanto timidamente (comunalizzazione e municipalizzazione); invece il secondo sistema fu attuato con energia (sistema delle tessere, razionamento).
E la rovina dei rapporti di produzione nell’industria trae seco anche la rovina dell’antico sistema nell’agricoltura.
Infatti si ha in primo luogo, come conseguenza della «decomposizione» del meccanismo di scambio, la separazione della campagna dalla città. In secondo luogo vanno perduti, con la conquista del potere da parte del proletariato, quei «nessi» tra città e campagna, che si fondano sul credito e sul denaro (e quindi si attuano mediante le banche). In terzo luogo si scompone dappertutto nello Stato l’apparato organizzativo (statale e comunale). In quarto luogo, per giunta, il processo di scambio si riduce al minimo: e il risultato finale di tutto ciò è che l’economia si spezza in due parti separate, cioè la città affamata e il villaggio, il quale, nonostante la diminuita produzione, possiede ancora dei sopravvanzi (non esitabili).
Così vediamo che Bucharin, anche in questo caso, deduce teoreticamente ciò che ci è già noto empiricamente in Russia2.
Bucharin’esamina con una certa ampiezza il processo di trasformazione e le fasi di esso nell’agricoltura. La condizione arretrata, in cui si trova nella campagna tanto l’apparato economico-tecnico quanto l’apparato umano, fa si che qui il processo di trasformazione si svolga con un ritmo diverso da quello dell’industria, sicchè diventa inevitabile un antagonismo tra la tendenza organizzatrice del proletariato e quella che il contadiname dimostra verso la anarchia mercantile.
Da quanto si è detto risulta evidente, che si può raggiungere una condizione d’equilibrio tra le due parti del sistema (città e campagna), soltanto quando sia stato ristabilito il funzionamento dell’industria. Ma poichè da un lato le riserve di viveri esistenti nelle città non bastano, e dall’altro lato l’industria non può vivere senza i mezzi di sussistenza e il processo di scambio non può tornare a funzionare «da sè» (cicè senza esporiazione di prodotti industriali in campagna), così non si potranno evitare provvedimenti coattivi del Governo proletario contro la popolazione rurale. Ma non si tratterà sempre di misure «violente»; bensì verranno in parte adoperati gli stessi metodi di pressione, che metteva in uso il capitalismo di Stato, e cioè la sostituzione della ripartizione al processo di scambio.
Non possiamo qui addentrarci nelle ulteriori considerazioni di Bucharin, basterà rilevare che la «soluzione» sarà data dalla quarta fase dell’evoluzione, la fase tecnica3.
Dopochè Bucharin ha così passato in rassegna tutte le parti della nostra economia (anche dell’agricoltura), considerandole dal lato dell’economia naturale e sotto il punto di vista della riproduzione, egli ritorna – ciò che a prima vista può parere strano – ai concetti iniziali. Passano di nuovo al vaglio i concetti di «forze produttive»4, di «riproduzione», di «crisi». A bella prima questo capitolo sembrerebbe una ricerca filologica ma in realtà ivi si formula una nuova proposizione. La apparente «filologia» serve a dimostrare che i fenomeni, che fanno apparire così spaventosa la rivoluzione russa a tutti i nostri avversari, non sono fenomeni «russi» ma sibbene necessari fenomeni concomitanti della rivoluzione sociale, sono i costi della rivoluzione5. La «filologia» è diretta contro quei furbissimi marxisti, i quali dagli immensi costi della rivoluzione traggono la sola e comodissima conseguenza, che il capitalismo non è ancor maturo per il socialismo.
Bucharin fa la seguente classificazione dei «costi della rivoluzione»:
1) distruzione fisica di elementi produttivi nel corso della guerra civile e della guerra di classe (perdita di fabbriche, macchine, ferrovie, bestiame, uomini) e per causa del sabotaggio.
2) squalifica degli elementi di produzione (macchine, operai, intellettualità tecnica).
3) rovina dei nessi tra gli elementi della produzione (uomini e macchine, ecc., nei periodi di inattività).
4) raggruppamento delle forze di produzione nel senso di una attività improduttiva (gli uomini durante la guerra di classe, ecc.).
E forse nuova questa enumerazione? Naturalmente no. Ma il significato e la forza del lavoro di Bucharin sta in ciò, che egli considera tali fenomeni non staticamente, ma dal punto di vista del processo di trasformazione, cioè da un punto di vista, che permette ‘di scorgere e di valutare i cicli della riproduzione non soltanto nella loro immediata vicinanza, ma anche a norma della storia mondiale.
Quanto durerà la decadenza delle forze produttive e della produttività? Bucharin risponde che durerà fino a quando non sia stato costruito di bel nuovo l’apparato umano. E come accelerare questa ricostruzione? Mediante la mobilitazione delle forze di lavoro viventi, cioè mediante un processo che esteriormente appare di nuovo simile a quello svoltosi durante il dominio del capitale, e tuttavia ne è la contrapposizione dialettica.
Ed ora sorge senz’altro il problema delle forme di organizzazione di questo processo metamorfico, di questa mobilitazione del proletariato.
Si deve ancora dir molto su tale argomento? Si. Giacchè ancora una volta la dittatura proletaria, considerata all’esterno, sembra «semplicemente» appropriarsi le forme di organizzazione del capitalismo nel suo massimo sviluppo (trusts, sindacati), e vi sono dei socialisti, e perfino dei bolscevichi, che considerano come un «capitalismo proletario di Stato» questa, che è la negazione dialettica del capitalismo di Stato6.
Bucharín cita un passo del compagno Zyperovic, che formula quasi letteralmente tale non senso, ciò che dimostra come sia difficile non limitarsi a far della dialettica sulla carta ma intenderla nella realtà.
Appunto le vaste ricerche di Bucharin sul tipo dei nessi e sulla struttura dello Stato borghese e dello Stato proletario (di cui si è parlato nei primi capitoli) dovrebbero tagliar corto a simili concezioni.
E qui Bucharin affronta risolutamente il concetto così spesso abusato (e violentato) della «socializzazione».
II passaggio dal capitalismo al comunismo si compie durante la dittatura del proletariato. Bucharin mette in rilievo come già nei quadri del capitalismo sia possibile una «socializzazione» quando con ciò si intenda che il processo di lavoro nel suo complesso deve servire ai bisogni sociali. Ma nessuno ritiene ciò come «socializzazione». Questa deve essere costituita da una serie di provvedimenti, «che creino un nuovo tipo di rapporti di produzione sulla base di un radicale mutamento dei rapporti di proprietà». Sicchè si tratta, ad esprimerci grossolanamente ma chiaramente, della espropriazione degli espropriatori e quindi il termine di «socializzazione» è inesatto, giacchè in realtà durante il periodo di transizione non la società, ma solo una parte di essa, il proletariato. è il soggetto attivo7.
Durante il periodo della dittatura il «processo di socializzazione», la «socializzazione» vera si otterrà sempre maggiormente a misura che nel corso della dittatura scompaiono gli antagonismi di classe – sarà un processo di statizzazione (processo di nazionalizzazione) e le opposizioni a ciò derivano dal fatto che anche in questa occasione gli «avversari» non concepiscono lo «Stato» come una categoria di classe, e poichè sono contrari ad una statizzazione borghese, perciò respingono anche la nazionalizzazione effettuata dallo Stato proletario.
IX
Se ora si passa a considerare i sistemi e metodi di direzione della produzione durante il periodo della dittatura, si ha il vantaggio di potersi già basare su esempi: il grande esempio della Russia e quello minore dell’Ungheria.
Esteriormente Bucharin si riferisce alle esperienze russe soltanto in alcune note. Ma il capitolo 8 del suo lavoro presenta una spiegazione teoretica delle forme particolari, che si sono prodotte in Russia all’atto di organizzare l’industria, e naturalmente è inspirato alle esperienze russe.
Bucharin imposta il problema nel modo seguente: L’apparato economico all’interno dello Stato – così dello Stato borghese come dello Stato proletario – si fonda su un tipo affatto determinato di nessi e connessi sociali (e politici), come già più volte si è detto. Il compito economico è a tutta prima un compito di combattimento: il proletariato deve penetrare saldamente in tutti i pori della vita economica. Ciò dapprima trae seco necessariamente il sistema della collegialità, della eleggibilità (su cui influiscono i riguardi politici e non già i tecnici), della revocabilità, del decentramento. Questo sistema, imperfetto sotto tutti i rapporti, è tuttavia, secondo Bucharin, necessaria premessa alla creazione di uno migliore dalle rovine dell’antico sistema economico-tecnico deve trarsene fuori uno nuovo, se anche grossolano. (Lo stesso processo, che ricorre nell’esercito, offre un’analogia). Ma già nel seno del sistema capitalistico si era formata la base del nuovo (p. es. i sindacati) Invece mancavano organizzazioni militari di nuovo tipo, e perciò l’evoluzione procede nell’escreito a grandi salti,
In tal guisa non si ottiene l’equilibrio del sistema. Ma se inoltre sopravviene una situazione critica (guerra di nemici esterni contro l’esercito rosso, i cui clementi non hanno interesse alla guerra come tale, ma fanno nel loro interesse una guerra difensiva) allora appare il sistema della militarizzazione (e misure coercitive: dittatura proletaria di guerra) che nell’esercito è evidente, ma si attua anche nella vita economica.
A ciò si richiede che il potere dei Soviety sia già consolidato; che funzioni già l’apparato economico nella sua forma grossolana; che si possa già passare alla scelta, e non alla elezione dei dirigenti, ai quali ad un tempo si possa addossare la responsabilità.
A questo punto si collega anche la questione circa l’«apprendimento» del dirigere, e Bucharin risponde nettamente e risolutamente che in un primo tempo la funzione dell’apprendere si fonde con la funzione del dirigere.
Entrambi i periodi hanno i loro gravi inconvenienti; ma nessuno dei due può evitarsi. Bucharin ritiene che verosimilmente la ulteriore evoluzione apporterà un più evoluto sistema di direzione e di amministrazione, nel quale anzitutto verrà a cessare la coercizione disciplinare, che costituisce il massimo svantaggio della militarizzazione.
X
Una volta giunti a questo punto, sorge spontaneamente la questione teoretica dei rapporti tra coercizione ed economia. La coercizione, della quale si parla, appare in una doppia funzione: «da un lato essa appare quale funzione di tale economia, dall’altro essa influisce sulla vita economica». E sulla vita economica la coercizione può agire in due direzioni: o in quella del rapporto economico obiettivamente sviluppantesi, o nel senso di ritardarlo.
E nel periodo di transizione la coercizione deve compiere entrumbe le funzioni:essa è a un tempo fattore di distruzione, e forza, che organizza e costruisce. E pertanto la coercizione è espressione della violenza di classe, «coercizione sociale concentrata e organizzata». La «coercizione concentrata» della classe proletaria come forza economica agisce anzitutto nel senso di squarciare i rapporti capitalistici di produzione; ma poi essa si volge «verso l’interno» e diventa forza coercitiva di autoeducazione e di autodisciplina della classe lavoratrice.
Il fatto che, per conseguenza, la coercizione non rimane limitata a coloro che appartengono all’antica classe dominante, è messo in rilievo ed esaminato con particolare accuratezza da Bucharin. Infatti si tratta di un fenomeno, che non solo molti «socialisti» non possono concepire, ma che anche qualche compagno non vuol capire.
Il nucleo metodologico dell’analisi è il seguente: Durante il periodo critico non basta considerare le cose «macroscopicamente» ‘cioè considerare la classe «come un tutto». Occorre invece osservare con meticolosa esattezza anche i fatti «intramolecolari»8 che si verificano nell’interno della classe e si tratta di uno spostamento degli strati classistici e di un avvicinamento all’avanguardia del proletariato, ai comunisti, che risulta da tale spostamento.
Ne risulta un ordinamento, che si può rappresentare figuratamente immaginando che intorno al nucleo, al Partito Comunista, si concentri tutto, si raggruppino gli altri elementi. Già nel nucleo vi è «coercizione» cioè la disciplina del Partito Comunista. Quanto più ci si avvicina alla periferia, tanto più rigida diviene la coercizone. Esiste in ciò una contraddizione, che è caratteristica appunto del periodo di transizione, che non è più capitalismo, ma non è ancora comunismo.
La mancanza di spazio non ci permette di addentrarci nella questione9. Questo capitolo ha particolare importanza, perchè è inesorabile e dice cose, che sono «sgradevoli» ma necessarie.
XI
Nella conclusione Bucharin considera ancora una volta la crisi e precisamente nel suo speciale carattere di crisi mondiale.
Il primo quesito, che egli si pone, è questo: in quali membri del sistema deve anzitutto determinarsi il «crollo»? . Egli risponde: in quelli la cui organizzazione capitalistica era più debole. Infatti la stabilità dei singoli sistemi del sistema mondiale dipendeva dalla capacità di essi sistemi parziali di riorganizzarsi durante la guerra; ed era direttamente proporzionale al grado di sviluppo del capitalismo di Stato ivi dominante.
La seconda questione è quella del tipo della rivoluzione comunista nei singoli sistemi parziali. A tale riguardo Bucharin stabilisce questa tesi: «quanto più in un singolo sistema il proletariato è relativamente concentrato, tanto più elevato è il tipo della rivoluzione comunista, tanto più difficile la vittoria, ma tanto più facile la ricostruzione».
Da queste due premesse Bucharin trae una «proposizione generale»: «Il processo della rivoluzione mondiale comincia nei sistemi parziali dell’economia mondiale, che hanno più basso livello, dove la vittoria del proletariato è più facile, ma la cristallizzazione dei nuovi rapporti più difficile; la rapidità del rivolgimento è inversamente proporzionale ai rapporti capitalistici e all’elevatezza del tipo della rivoluzione»10.
Come più voite abbiamo rilevato, il periodo di transizione è caratterizzato dalla distruzione dei nessi e connessi. Tale sintomo di sfacelo si riscontra nella rottura dei collegamenti tra gli Stati imperialistici e le loro colonie. La compagine statale si appoggia in prima linea sull’esercito e sulla flotta. Con lo sfasciarsi di questi organi, comincia necessariamente il processo di distacco delle colonie, delle guerre nazionali, delle insurrezioni e così via.
Da ciò risulta la motivazione teoretica della «politica coloniale» proletaria, come essa è consacrata nelle tesi di Mosca sulla questione nazionale e coloniale.
Ma da ciò risulta anche la motivazione pratica della necessità di una internazionale: il proletariato non può restare isolato, laddove perfino la borghesia nel periodo di transizione è costretta economicamente e politicamente a formare una lega mondiale.
Così si sviluppa a poco a poco la dittatura mondiale del proletariato – e questa è già l’inizio della negazione della dittatura proletaria in generale; giacchè non appena la borghesia è abbattuta in tutto il mondo, lo Stato proletario perde a poco a poco la sua ragion d’essere. Esso comincia ad agonizzare, e noi cresciamo dentro la società comunista.
Note
- Su questo punto, che mette termine alla vuota chiacchiera intorno al «Lundendorfismo di sinistra», ci sarebbe da fare un ampio lavoro speciale. Si tratta di un attraentissimo tema teoretico. ↩︎
- Sarebbe compito attraente quello di confrontare i programmi agrari con la teoria. Evidentemente essi, se la teoria è giusta, dovrebbero mirare soltanto ad abbreviare lo «interregno della fame». ↩︎
- Si confrontino anche i capitoli relativi di Varga. ↩︎
- Mi sembra più appropriato il termine di «forze di produzione», sebbene l’altro ripeta il suo diritto di esistenza da Marx. ↩︎
- Il fatto in sé, cioè la decadenza della produttività nella rivoluzione proletaria, era stato gia rilevato da Varga. ↩︎
- E’ diventato luogo comune l’affermazione contraria, secondo cui il capitalismo di Stato del periodo di guerra sarebbe da ritenersi come «socialismo». ↩︎
- Per quanto tutto ciò sia banale, tuttavia un libro così incredibile, dal punto di vista comunista, come quello di Spectator sul problema della socializzazione, dimostra come certi «teorici» non hanno ancor cápito e non capiranno mai anche le cose più banali. ↩︎
- Bucharin conia questa espressione fisicale, ed io vorrei notare che in generale il suo metodo ha molta somiglianza coi metodi scientifico-matematici, i quali nelle fasi critiche quando si tratti di equazioni differenziali o di condizioni fisiche danno il quadro dei processi mediante il più minuzioso esame dei singoli casi. ↩︎
- Non ho potuto occuparmi di un altro interessantissimo capitolo, nel quale sono nuovamente sottoposti ad esame i concetti fondamentali, intorno ai quali si svolge l’intiera trattazione. ↩︎
- Per quanto questa intiera proposizione sembri plausibile. tuttavia l’analisi non mi pare condolta a termine. Se si considerasse i «tipi della rivoluzione comunista» io credo che si dovrebbero considerare anche «i tipi del comunismo». E allora si offre il singolare spettacolo, che spesso, quanto più elevato è in un sistema il capitalismo, tanto «inferiore» è i tipo del comunismo. Le tendenze che si manifestano in Inghilterra e in America verse le conceziosi del K.A.P.D. sono sintomatiche a tale riguardo, e potrebbero rendere illusoria la proposizione buchariniana. ↩︎