Su una società putrefatta si innalza poderosa la conferma delle previsioni del comunismo rivoluzionario: crisi economica e sociale del capitalismo
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I nodi stanno venendo al pettine. La crisi temuta da tutti e da tutti ritenuta ormai impossibile, per la fase «neocapitalistica» del regime, in cui contraddicendo alle leggi sue proprie, scopertegli dal marxismo rivoluzionario, avrebbe trovato l’elisir di lunga vita – è alle porte. Solo che ogni paese ritiene che sia una crisi limitata, interna, non del sistema. Quindi se ne cercano le ragioni nell’incapacità, nell’inefficienza dei governanti, nella direzione politica. Ma l’inefficienza della «direzione» è un riflesso della flaccidità del regime, come il furto e la rapina sono il riflesso della estorsione sistematica di lavoro non pagato, propria dei regimi di classe. Ma si sa che il borghese, con la sua falsa scienza, la sua tecnologia da prestigiatore, che lo pongono al di sotto, in fatto di conoscenza e consapevolezza, degli antichi sacerdoti, interroganti le viscere degli animali per scoprire i misteri della società e della natura, non può penetrare nel profondo se non a condizione di porsi dal punto di vista della sua classe nemica, il proletariato. Dove è la vantata economia del «benessere», il «progresso civile», la «democratica convivenza tra le nazioni», questo eterno fiume di latte e miele, offerto all’umanità dai vincitori del secondo conflitto mondiale sui regimi totalitari fascisti? Non se ne parla che come di un bene perduto, che va riconquistato, con «sacrificio» e «rinunzie» magari pensando ad un terzo scontro tra i mostri statali.
Sta scritto nei talmudici testi del marxismo rivoluzionario, riflessi scientifici della Storia, che il capitalismo dovrà crollare dopo una agonia profonda. L’agonia è in atto il suo decorso iniziò il giorno in cui il regime del capitale prese a vivere.
Come nel 1929
Da quel giorno è vissuto tra una crisi agonica e l’altra. Per ampiezza e consistenza l’ultima è stata quella dell’autunno 1929, detta del «venerdì nero» spettro che gettò nell’incubo le classi possidenti che, memori della «grande paura» si affannano a volgerla a loro favore.
Ma le misure che vengono prospettate mirano soltanto a salvaguardare gli interessi generali del sistema capitalistico, impedendo soprattutto che il tormentato equilibrio sociale sinora tenuto in piedi si spezzi e le classi riprendano la loro «libertà» d’azione, sotto la spinta dello scontro sfrenato delle forze economiche, «liberate» dalla anarchia della produzione capitalistica, che trova nella crisi la sua massima espressione.
E’ proprio perché il capitalismo è una bestia mostruosa, impossibile ad addomesticare, che le caratteristiche che precedono la crisi prossima assomigliano a quella classica del 1929, e portano le stigmate del caos: inflazione galoppante, cioè andamento dei prezzi svincolato da ogni «logica del sistema» produzione in aumento, costo del denaro in ascesa (aumento del tasso d’interesse), caos monetario, ondate speculative in borsa, nei cambi, sui terreni, in breve una velocità folle della macchina produttiva «piano inclinato». Se esiste una diversità, da allora, questa è data da un intreccio internazionale più aggrovigliato, che rende ancor più interdipendenti le sorti delle singole economie nazionali. E’ significativo il fatto che uno degli aspetti della speculazione internazionale sia quello sull’aggiottaggio, cioè della speculazione sulle monete, in cui il borghese da una prova del suo amor patrio, disposto com’è a far ribassare il valore della moneta del suo paese per potervi poi lucrare. E questo è un chiaro sintomo che la crisi avanzante coinvolgerà in maniera diretta e contemporanea tutti i paesi industrializzati del mondo. Nessuno sarà escluso.
Politicanti e economisti, quindi, non riescono a vedere che i fenomeni di superficie, come l’inflazione o la deflazione, e a formulare ricette condite in mille salse, che si riducono in definitiva ad una sola: produrre di più, consumare di meno. Formula di sempre, quanto mai contradittoria e priva di significato, perché una delle ragioni di fondo della crisi sta proprio nel fatto che si è prodotto «relativamente» troppo. Ed infatti crisi vuol dire produrre per un certo periodo «relativamente» meno. La crisi cesserà quando la relativa saturazione delle merci avrà raggiunto un livello sopportabile. Nel 1933 la produzione era piombata al 25% del 1929, e lentamente riprese a salire, per poi ricadere nella successiva crisi del 1938, quando la produzione non aveva raggiunto ancora i vertici del 1929. Tutti sanno che la guerra imperiale pose fine alla crisi, durante la quale il livello delle forze produttive non andò distrutto in maniera tale da assicurare un nuovo lungo periodo di «prosperità». Solo la guerra assicurò il «benessere» successivo.
Totalitarismo statale
Salvare il sistema capitalistico, come conservare le condizioni per la riproduzione della specie capitalista: è questo l’imperativo categorico per il regime capitalistico, quale che sia la sua forma politica. La crisi economica di per sé non distrugge queste condizioni, ma ne crea le premesse. Perciò il capitalismo si ingegna a rafforzare il vero dispositivo di difesa del suo regime, cioé la macchina statale. Lo Stato è il bastione, la risorsa suprema. Se cade lo Stato, cade tutto. Quindi per il capitalismo la parola d’ordine è: pieni poteri in ogni campo allo Stato politico centrale. Sottomissione e inquadramento di tutto e di tutti alla macchina repressiva dello Stato: è la bandiera del fascismo. Ma è anche la bandiera dei riformatori del regime, la formula dei falsi partiti operai e dei sindacati tricolori. Perché solo potenziando l’arma politica per eccellenza, lo Stato, è possibile evitare, almeno temporaneamente, che la crisi economica si trasformi in crisi generale del sistema e quindi in crisi rivoluzionaria. Questa risorsa, però, non può impedire che, se da un lato si rafforza la strapotenza dello Stato, dall’altro la crisi economica ne mina le sue basi, rovinando nel proletariato strati crescenti di mezze classi di aristocrazie lavoratrici, che già da ora sono sotto il torchio degli inasprimenti fiscali, della riduzione dei redditi e dei salari, della disoccupazione. Aumento così della massa dei nullatenenti, dei becchini del capitalismo.
Ma i becchini del regime, proletari, nulla possono sinché sono inquadrati dalla politica forcaiola dei loro partiti ufficiali e dei sindacati, sempre più disponibili a puntellare lo Stato.
Soluzione comunista
Sono essi, i sindacati e partiti rosa, tra medici più assidui al capezzale del regime capitalista, solleciti a portare ossigeno al grande moribondo, con consigli suggerimenti, medicine di ogni tipo e colore, che hanno un solo significato: tenere buona la classe operaia, con promesse, palliativi, un piatto di lenticchie, qualche scioperetto ogni tanto per scaricarne la tensione.
Il quadro sociale: classe borghese, piccola, media e alta, proprietari fondiari, da un lato; proletariato delle città e delle campagne, dall’altro. Quadro politico: tutti partiti da destra a sinistra, tutti sindacati, sotto la direzione dello Stato politico, da un lato; il programma del marxismo rivoluzionario dall’altro. Questo significa che la condizione fondamentale per il trapasso dalla crisi economica a quella sociale, politica, di regime del capitalismo, sino alla rivoluzione, è che il proletariato abbandoni partiti e sindacati al loro destino di supporters del regime attuale, e segua la bandiera del comunismo rivoluzionario. Il fronte nemico, contro l’emancipazione dei lavoratori dal regime capitalistico, va dai partiti borghesi a quelli di falsa sinistra, ai sindacati parastatali. Il proletariato non può che lottare contro questo fronte, su una linea di combattimento, che il nostro partito gli indica da sempre su cui è decisamente attestato: contro lo Stato e suoi manutengoli opportunisti, per la difesa del salario e del posto di lavoro, per la rinascita dei Sindacati Rossi.