La truffa dei patti agrari
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Abbiamo atteso con sicura fiducia che i registi della indecente speculazione elettoralistica sui contratti agrari tirassero fuori dai tarlati armadi la sciagurata bandiera della lotta antifeudale. Il socialstalinismo non poteva mancare all’appuntamento. Eccolo ora in armi contro le sopravvivenze feudali nelle campagne! La dichiarazione di guerra, la ennesima, è stata lanciata nell’assemblea del direttivo della Federmezzadri tenutasi alla fine di febbraio a Firenze.
Se si trattasse di una mera professione di principii ideologici non connessi alla effettiva lotta sociale, potremmo farci sopra una omerica risata. Ma nelle mani dei disfattisti la elevazione dei mezzadri e affittuari a paladini, della «lotta antifeudale » nelle campagne serve a giustificare la innaturale assurda alleanza tra mezzadri e affittuari, da una parte, e braccianti (proletari) agricoli dall’altra. È chiaro allora che lo sbandieramento dello spettro feudale nelle campagne mira ancora una volta ad ingannare il proletariato e trascinarlo in agitazioni, più fittizie che reali, che non escono di un pelo dal quadro del riformismo borghese.
Quale è la tesi del social-stalinismo in materia di patti agrari?
In un precedente articolo abbiamo insistito sul punto che la verbale opposizione ai privilegi dei proprietari fondiari non comporta affatto nella posizione socialcomunista il disconoscimento del diritto di proprietà privata della terra. Gli idrofobi antiproprietaristici che suscitano tempeste oratorie a Montecitorio mai, in nessuna circostanza, si sono lasciati sfuggire di bocca una sola parola che suonasse condanna del diritto della proprietà privata. Da Di Vittorio all’ultimo attivista della C.G.LL., mai abbiamo sentito proclamare la tesi dell’esproprio dei possessori privati della terra che pure fu sostenuto in memorabili lotte dai socialisti riformisti di cinquant’anni fa. E chi non chiede la nazionalizzazione della terra, che, si badi bene, non è affatto il minimo del socialismo nelle campagne ma il massimo del riformismo borghese, con ciò stesso non acconsente alla conservazione della proprietà privata della terra?
Allineandosi agli altri partiti borghesi, l’opposizione parlamentare social-stalinista accetta la conservazione dei due termini della antitesi che divide gli strati intermedi delle campagne. Accetta, cioè, la perpetuazione della proprietà terriera, da una parte, e del capitale imprenditore dall’altra. Ben più coerenti alle loro proposizioni riformistiche, i socialisti del primo anteguerra arrivavano, una volta scesi allato del mezzadro, a chiedere l’abolizione dell’istituto della mezzadria, cioè il passaggio dei titoli di proprietà della terra al mezzadro. I socialisti riformisti, il cui socialismo non andava oltre l’odio antiproprietaristico, osavano chiedere, in odio agli agrari, che si trasformasse il mezzadro e l’affittuario in possessori della terra da loro gestita. I social-stalinisti dei nostri giorni non stanno neppure | all’altezza dei riformisti di cinquant’anni fa, ma guazzano in un mare di contraddizioni che sì spiegano solo con la maledetta fregola elettorale che impedisce di rompere apertamente con qualsiasi strato dell’elettorato attivo.
I riformisti a scartamento ridotto che spadroneggiano sul proletariato italiano definiscono, con ridicola sicumera intellettuale, una «sopravvivenza feudale» istituti che si reggono completamente su basi economiche capitalistiche, quali appunto la mezzadria e l’affittanza. Chiamano alla lotta non solo le categorie interessate, ma anche i proletari dell’industria e dell’agricoltura e, se occorre, l’«intera nazione», contro i «vecchi rapporti feudali tra agrari e lavoratori» come ha osato affermare alla summenzionata riunione del C.D. della Federmezzadri il segretario Borghi — ma si guardano bene, i futuri candidati, dal sostenere la tesi della soppressione del diritto di proprietà e quindi l’abolizione della mezzadria e dell’affittanza.
Quale è dunque, ripetiamo, la posizione dei social-comunisti in materia di patti agrari? Che vogliono codesti feroci mangia-proprietari? Riferiamo, per saperlo, qualche brano della dichiarazione del segretario della Federmezzadri, magari premunendoci preventivamente contro il vomito.
Dopo aver rifatto la storia ad usum delphini delle lotte passate tra proprietari terrieri e coltivatori, tacendo però che il blocco delle disdette, vanto della democrazia antifascista, fu predisposta dall’odiato fascismo fin dal 1939, il povero Borghi se ne usciva a dire testualmente:
«La lotta che ora raggiunge il suo acme interessa non solo un milione e più di famiglie contadine, e tra queste principalmente le 530 mila famiglie di coloni e mezzadri (cioè 4 milioni di persone), ma anche l’intera classe lavoratrice italiana che oggi è schierata in difesa del posto di lavoro e delle libertà». Alludendo poi alle deliberazioni prese dal Consiglio dei Ministri dell’11 febbraio che si fondano, come è noto, sul principio della temporaneità della «giusta causa» e dell’indennizzo che il proprietario dovrebbe pagare alla famiglia colonica disdettata, il segretario giacobinoide della Federmezzadri, affermava testualmente: «La posizione nostra non può essere quindi soltanto quella di respingere il progetto governativo. Noi chiamiamo alla lotta decisa tutta la categoria dei coloni e dei mezzadri per salvare la stabilità sul fondo e la «giusta causa», e perché sia posto fine ad ogni indugio o rinvio all’approvazione della legge Segni. Facciamo anche appello ai lavoratori delle altre categorie agricole, ai braccianti, agli operai, perché sostengano questa lotta, che è di tutti i lavoratori».
Se voialtri che leggete foste, per ipotesi, dei proprietari terrieri, vi sentireste minacciati nei vostri diritti di proprietà dalla crociata bandita dalla Federmezzadri, e per essa dai partiti socialista e comunista? Se lo fossimo noi dormiremmo tranquilli i nostri sonni «feudali». Sembra davvero di sognare leggendo le indecenti dichiarazioni dei pezzi grossi del social-comunismo, che certamente sono più disgustose delle esercitazioni verbali dei partiti concorrenti, i quali almeno non ‘tirano in ballo il feudalesimo. Si parte dal definire la mezzadria e l’affittanza alla stregua di «rapporti feudali», si chiamano alla lotta non solo le categorie interessate, ma tutto quanto il mondo del lavoro salariato, cioè i braccianti agricoli e gli operai industriali, per ottenere che cosa? Le abbiamo sottolineate le richieste fatte dalla Federmezzadri: stabilità sul fondo e «giusta causa». Non più. La guerra per una secchia rapita dai modenesi ai bolognesi aveva uno scopo certamente meno evanescente che le «istanze » e le «rivendicazioni» inventate dai buffoneschi campioni della demagogia fabbricavoti, tra i quali i dirigenti della Federmezzadri e per essa, della C.G.I.L. figurano in primissimo piano.
La lotta (a chiacchiere) dichiarata dal social-comunismo ai proprietari terrieri, ai famigerati agrari, non verte, dunque, sul loro diritto di proprietà, ma sulla facoltà di disdetta. Nella guappesca dichiarazione del segretario della Federmezzadri non si trova, infatti, una sola parola che possa essere interpretata come un lontano accenno alla tesi della espropriazione così cara ai socialisti riformisti alla Prampolini e alla Massarenti. Quello che la Federmezzadri chiede agli agrari non è affatto di scomparire come strato sociale, ma di usare un trattamento migliore ai mezzadri e agrari, che non certamente a caso il codice civile italiano considera «soci» del proprietario, come ha tenuto a ricordare Pietro Ingrao sull’Unità. Ma ciò significa conservare la proprietà privata della terra, significa allungare la vita sociale dei proprietari agrari. Dove va a finire, dunque, la campagna contro gli agrari?
Che fine fanno le famose «riforme di struttura»? Anche se fossero votate a Montecitorio le richieste dell’opposizione socialcomunista, contenute non a caso nel vecchio progetto di legge del democristiano Segni e riverniciate dall’on. Sampietro, anche in questo caso, nelle campagne italiane continuerebbe a sussistere la terna: proprietà, capitale, lavoro. Un radicale provvedimento riformistico sarebbe la soppressione del primo elemento: la proprietà, che fu invocato, non solo dai ricordati socialisti riformisti del primo anteguerra, ma addirittura dalla scuola fondata dall’economista borghese Ricardo. Ma da questo orecchio i deputati, e futuri candidati, socialcomunisti non ci sentono affatto, e il perché è intuitivo. Essi non amano passare per «rivoluzionari» (è così che il reazionario vede i riformisti), essi vogliono essere ammirati politicamente da tutti, per ottenere voti da tutti. Per la stessa ragione ottengono tutto lo schifo possibile da parte dei proletari coscienti.
La boiata del feudalesimo disdettatore
Dunque, stabilità sul fondo e «giusta causa»: ecco le richieste della Federmezzadri e, per essa, dei partiti socialista e comunista.
Ma chiunque abbia una visione non giuridica del mondo borghese, e della lotta di classe che vi si svolge, sa bene che, conservando l’istituto della proprietà privata della terra e quindi la classe di proprietari fondiari, tali rivendicazioni sono destinate a rimanere pii desideri. Perché? Per la ragione che il potere giudiziario non è affatto autonomo e neutrale nella lotta di classe, ma, al contrario, è un potere di classe, asservito cioè alla classe dominante e allo Stato.
È quindi assolutamente sciocco, trattandosi di deputati, truffaldino, compilare una serie di «casi» in cui la disdetta intimata dal proprietario sia legalmente giusta, cioè appunto una casistica di «giuste cause» che il proprietario possa invocare per motivare lo sfratto dato al mezzadro o all’affittuario.
Essendo delegato alla magistratura il compito di assodare se esista, nella vertenza accesa dal proprietario, una «giusta causa» la classe proprietaria parte con assoluto vantaggio, innanzitutto perchè è in grado di sostenere le esorbitanti spese giudiziarie che il piccolo colono tramortito di miseria non può assolutamente affrontare, e in secondo luogo perché la classe proprietaria, specie nelle campagne, è carne della stessa carne della magistratura.
I pagliacceschi paladini della lotta antifeudale nelle campagne! Per snidare i signori feudali dalle campagne, ove veramente imperavano (il che non avviene da secoli nelle campagne italiane) gente ben più salda che i nostri Pajetta, dovette erigere la ghigliottina. La Federmezzadri crede invece che basti qualche insonnolito pretore per mettere a posto gli agrari italiani, i quali di feudale non hanno, in qualche caso, che il cognome tramandato da principesche famiglie le quali si sono trasformate da tempo in proprietari borghesi del suolo.
E a questo punto il discorso cade necessariamente sulla balorda e bestiale confusione che gli strateghi di via Botteghe Oscure e i subalterni della Federmezzadri fanno tra le tipiche rivendicazioni di mezzadri e affittuari e gli obiettivi storici della lotta antifeudale, cioè della rivoluzione borghese nelle campagne.
Essi gabellano per «lotta antifeudale» l’agitazione cronica condotta e ispirata dai mezzadri e gli affittuari per ottenere di rimanere il più a lungo possibile sulla terra concessa in affitto dal proprietario, ma spacciando tale falso ideologico riescono soltanto a palesare la loro grassa ignoranza e malafede politica. Infatti, nessun regime di dominazione sulla terra tenne stabilmente legati alla terra i lavoratori| agricoli come riuscì a fare l’odiato feudalesimo. Forse che i servi della gleba sono creazioni sociali di altre società storiche oltre quella feudale? Pure gli scolari di quinta classe elementare lo sanno: i lavoratori della terra erano così «stabilmente» legati alle zolle natie del feudo che qualsiasi tentativo di evaderne era passibile di arresto e di tortura. Il signore feudale non «disdettava» i suoi servi, al contrario, somministrava fustigazioni e impiccagioni ai contadini che tentavano di sottrarsi al giogo. Quello che lo stato maggiore (da operetta) della Federmezzadri non sa è che la rivoluzione borghese, cioè appunto la rivoluzione antifeudale, si presentò ai servi della gleba come la «grande liberatrice», perché li rese «liberi» di abbandonare la terra e di emigrare nelle città ove si andavano formando gli eserciti industriali. Quello che i sullodati profeti della «lotta antifeudale» anno 1955 non sanno è che il diritto feudale non verteva sulla terra che il signore feudale riceveva in «investitura» dal sovrano, ma sibbene sulle persone dei servi che erano obbligati a lavorare gratuitamente la terra del signore o di versare ad esso una aliquota del prodotto. Fu la rivoluzione borghese, al contrario, a trasformare la terra arabile in merce negoziabile, soggetta a compravendita come una partita di scarpe o una manifattura, cosa completamente ignota al diritto feudale. La liberazione dei servi feudali dai ceppi che lo legavano al signore servì appunto ad allontanarli dalla terra che diveniva proprietà privata del borghese capitalista, il quale non stava più, nei confronti del lavoratore agricolo, nella posizione di «signore», ma in quella enormemente più ipocrita e feroce di proprietario della forza-lavoro del bracciante agricolo, che, insieme con la terra, era diventata anch’essa merce, Come si può allora pretendere di combattere contro le «sopravvivenze feudali» nelle campagne e propugnare contemporaneamente il blocco delle disdette? Somari e porci che siete, se volete l’abolizione del feudalesimo, e quindi la instaurazione di rapporti capitalistici nelle campagne, non potete volere che il regime delle disdette.
Perché? Ma per la ragione che fu appunto la rivoluzione dei borghesi a «disdettare» i servi della gleba, a scioglierli cioè dall’obbligo di rimanere legati alla terra. Il signore feudale che per ipotesi assurda avesse sfrattato i suoi servi, non avrebbe potuto rimpiazzarli con altri lavoratori, per la semplice ragione che, sotto il feudalesimo, non esisteva il bracciante agricolo, cioè il lavoratore agricolo che va in giro offrendosi penosamente di lavorare nell’azienda del grasso mezzadro (proprio lui) o del fittavolo capitalista che non è meno sfruttatore e succhiasangue dell’imprenditore industriale. Chi accampa diritti sulla terra e ha facoltà di «disdettare », cioè di licenziare il piccolo colono è il compartecipante e rimpiazzarlo con un altro, a condizioni strozzinesche, non è affatto uno spettro del feudalesimo, un sopravvissuto del medioevo: quello è un porco borghese che avendo comprato terra agraria preferisce non coltivarla da sé e l’affitta ad altri.
Allora la lotta contro i proprietari fondiari, contro i famosi agrari, non è affatto un aspetto della lotta antifeudale che giustifichi la alleanza dei proletari con la piccola borghesia. Essa è, al contrario, un aspetto fondamentale della lotta di classe del proletariato contro il capitalismo. E la lotta contro il capitalismo non si combatte, alla faccia di tutti i Di Vittorio e i Borghi di questo mondo, alleandosi con la borghesia. E’ qui che casca l’asino opportunista; è qui che si comprende perché i riformisti debosciati del social-comunismo, che neppure riformisti sono, tirano fuori la cretina crociata contro le «sopravvivenze feudali».
Essi hanno bisogno di truccare i proprietari fondiari da feudali, cioè da nemici reazionari del capitalismo, per giustificare le pastette parlamentari e gli intrallazzi ministeriali che combinano con i partiti borghesi. come fu il caso ieri della Esarchia e del Tripartito cattolico-social-stalinista. Forse che oggi la spudorata speculazione sui patti agrari non serve al P.C.I. e al P.S.I. per fare l’occhio di triglia alla smidollata sinistra democristiana e riproporre l’apertura a sinistra?!
Nell’agricoltura italiana che, prima ancora degli altri paesi capitalisti si sganciò dal feudalesimo e che, sicuramente, allo stato odierno nulla ingloba in sé che non sia capitalistico e borghese, una sola lotta di classe è reale: la lotta contro il capitalismo; e una sola rivoluzione è possibile: la rivoluzione anticapitalistica. Ma la lotta di classe diretta contro la dominazione borghese non si combatte ponendo in prima linea gli strati sociali la cui tendenza incoercibile è di sollevare se stessi al livello dei borghesi capitalisti. Non si combatte mobilitando gli interessi particolaristici di masse estremamente eterogenee e composite, quali sono nelle campagne, i mezzadri, gli affittuari, i coloni. Innanzi tutto, costoro non costituiscono una classe sociale, perché la loro natura sociale partecipa ibridamente alle tre classi fondamentali della società borghese: proprietari, imprenditori, salariati. Il piccolo colono coltivatore diretto che conduce la sua misera azienda impiegando la forza lavoro sua e della famiglia, per tenore di vita, si quota economicamente al di sotto delle categorie superiori del salariato industriale, ma non è esso stesso un salariato, di fronte al proprietario che gli concede strozzinescamente l’uso della terra. D’altra parte, non esiste una netta delimitazione giuridica e sociale tra il proprietario ed il grande mezzadro. perchè spesso sono – entrambi interessati nel capitale di esercizio dell’azienda tenuta a mezzadria. Sicuramente, poi, il proprietario e il fittavolo capitalista sono alleati contro il bracciante agricolo dal cui lavoro scaturisce il plusvalore che viene ripartito nella quota-profitto intascata dai fittavolo, versione agraria dell’imprenditore capitalista, e nella quota-rendita che viene trasmessa al proprietario del fondo.
È chiaro che, in barba a tutte le ideologie idiote che pretendono di scoprire residui feudali nelle campagne italiche, i proprietari di terra costituiscono la borghesia possidente delle campagne; ma non meno borghesi sono i grandi mezzadri e i fittavoli capitalisti i quali fanno lavorare la terra che gestiscono ai braccianti agricoli retribuendoli con salario: sono essi i capitalisti delle campagne, gli sfruttatori del lavoro salariato dei braccianti. Perché mai allora i braccianti agricoli dovrebbero allearsi con i loro sfruttatori, come pretendono i capi traditori della C.G.I.L.?
Una riuscita agitazione mezzadrile che danneggiasse i proprietari non si risolverebbe certamente in un miglioramento delle condizioni del bracciantato, ma sibbene rafforzerebbe il potere del capitale imprenditoriale agricolo. Per tale motivo, i mezzadri e gli affittuari richiedono l’aiuto e l’appoggio delle masse ‘bracciantili. Ma allorché il proletariato agricolo insorgesse contro i rapporti capitalistici, e quindi contro l’istituto del salariato, i borghesi della terra, i grossi mezzadri e i fittavoli capitalisti, automaticamente farebbero fronte unico con i proprietari fondiari e i capitalisti industriali delle città.
Al contrario i piccoli coloni parziari seguirebbero, in un generale movimento rivoluzionario del proletariato urbano e agricolo, il partito rivoluzionario, sebbene impiegherebbero del tempo per liberarsi della mentalità loro propria che li porta ad aspirare al possesso privato della terra.
Neppure la scusa di migliorare le condizioni di lavoro e di esistenza dei piccoli coloni vale a cancellare l’operato apertamente disfattista e controrivoluzionario dei capi socialcomunisti in materia di patti agrari. Non è la instabilità del rapporto di lavoro che fa l’infelicità del piccolo colono, benchè sia indiscutibile che il proprietario fondiario, manovrando l’arma della disdetta, riesce ad elevare la rendita affittando ad un nuovo colono la terra che il lavoro del colono disdettato avrà migliorato. Quello che immiserisce e abbrutisce il piccolo colono è la sua stessa condizione sociale che lo fa capitalista di se stesso su una misera briciola di terra, mentre le magre entrate che gli concede l’ésosità del proprietario lo mantengono spietatamente al livello di miseria del bracciante. La «giusta causa», sia pure quella a tempo indeterminato agognata dai demagoghi socialstalinisti non modifica affatto la sua condizione sociale, perché non abolisce certamente la maledizione del piccolo esercizio agrario ma soltanto gli dà l’illusione, destinata a ben presto dileguarsi, di essere tutelato dalla legge, dalla legge che la magistratura borghese dovrà applicare, contro gli arbitri del proprietario fondiario, che è lui stesso, insieme col capitalista imprenditore, la classe che «fa» e amministra la legge!
Il piccolo colono parziario, il compartecipante, possono liberarsi soltanto seguendo il moto rivoluzionario dei proletari delle città e delle campagne, che tenderà a spezzare le leggi mercantili e monetarie, cioè le leggi economiche capitalistiche, che imperano nell’agricoltura e vi creano la miseria e lo sfruttamento. Ma il proletariato non potrà assumere la sua funzione di guida rivoluzionaria finché si lascerà trascinare dal social-stalinismo in mostruose alleanze con la borghesia agraria, contro lo spettro ingannevole del feudalismo.