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La classe operaia di Hong Kong tornerà a battersi solo per sé contro patrioti ed autonomisti

Categorie: Asia, China, Hong Kong

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Da oltre due mesi nelle strade di Hong Kong centinaia di migliaia di manifestanti si scontrano con la polizia, tanto da far temere un intervento dell’esercito cinese.

Le proteste hanno preso avvio per una proposta di legge sull’estradizione che consentirebbe di processare nella Repubblica Popolare Cinese i cittadini di Hong Kong accusati di determinati crimini. Questa legge, che è richiesta dallo Stato cinese perché la città sarebbe un rifugio per evasori, funzionari corrotti e per chi scappa dai suoi tribunali, ha suscitato ad Hong Kong un vasto movimento di opposizione temendo che possa portare a processi e a detenzioni arbitrarie in Cina.

Le prime dimostrazioni sono state lanciate dal Civil Human Rights Front (CHRF), una piattaforma che unisce una cinquantina di gruppi pro-democrazia, con marce di protesta il 31 marzo e il 28 aprile. A giugno l’adesione al Fronte è cresciuta enormemente, con imponenti manifestazioni: i 130 mila manifestanti del 28 aprile sono diventati 1 milione il 9 giugno e ben 2 milioni il 16! Queste sono le cifre riportate dagli organizzatori. Da considerare che la popolazione di Hong Kong è di circa 7,5 milioni di abitanti.

Di fronte a questa massiccia opposizione il governo di Hong Kong il 15 giugno ha annunciato la sospensione del disegno di legge.

Ma ciò non ha fermato le proteste, continuate ininterrottamente fino a settembre. Le più significative: il primo luglio, in occasione del ventiduesimo anniversario del ritorno di Hong Kong alla Cina, con centinaia di migliaia di manifestanti, un gruppo dei quali ha fatto irruzione nel Parlamento sventolando la bandiera dell’ex colonizzatore; il 5 agosto c’è stato uno sciopero generale in città, al quale, secondo le cifre fornite dalla Hong Kong Confederation of Trade Unions, una delle principali centrali sindacali nella metropoli, schierata con le forze pro-democrazia, hanno partecipato in 350 mila, e che ha colpito duramente i trasporti, con 200 voli cancellati e il blocco della metropolitana degli autobus e degli uffici; il 18 agosto quando in risposta alla brutalità della polizia il CHRF ha convocato una manifestazione pacifica alla quale, secondo gli organizzatori, hanno partecipato in 1,7 milioni.

Queste maggiori proteste sono state intervallate da ripetuti scontri con la polizia, azioni con una partecipazione ridotta ma determinata, barricate, blocco della circolazione, occupazione dell’aeroporto il 12-14 agosto; la polizia ha proceduto a centinaia di arresti. Oltre al ritiro della proposta di legge i manifestanti chiedono: le dimissioni della governatrice di Hong Kong, Carrie Lam; il rilascio e il proscioglimento dei manifestanti arrestati; una “inchiesta indipendente” sulle violenze della polizia; il ritiro della qualifica di “rivolta” con cui le autorità hanno definito la protesta. Il tutto inserito nella cornice di una generale richiesta di maggiore democrazia e di “un vero suffragio universale”. Infatti solo metà del parlamento è elettiva, con l’altra metà “funzionale”, nominata cioè dai rappresentanti dei vari settori economici.

Il definitivo ritiro della proposta di legge sull’estradizione, annunciato il 4 settembre dalla governatrice di Hong Kong, non ha riportato l’ordine: la legge ha dato il via alle proteste, ma ci sono contraddizioni ben più profonde che minano la pace sociale della grande metropoli.

“Un paese, due sistemi”

Hong Kong è stata una colonia praticamente dal 1841, quando le truppe britanniche la occuparono durante la Prima Guerra dell’Oppio, fatto poi formalizzato l’anno successivo con il Trattato di Nanchino che sanciva la sconfitta cinese e l’inizio della serie dei cosiddetti “trattati ineguali” che le potenze straniere imposero alla Cina per sottomettere il grande Impero agli appetiti imperialistici. A parte l’occupazione giapponese durante il secondo conflitto mondiale, Hong Kong resterà una colonia britannica fino al primo luglio del 1997. A partire dagli anni Ottanta, Gran Bretagna e Repubblica Popolare Cinese iniziarono a negoziare il futuro della metropoli, raggiungendo un accordo nel 1984 secondo il quale il primo luglio del 1997 sarebbe cessata la sovranità britannica sulla colonia che sarebbe passata sotto l’amministrazione cinese.

Questo accordo, noto come Dichiarazione congiunta sino-britannica, non solo fissava la data del passaggio di Hong Kong alla Repubblica Popolare ma ne stabiliva anche le modalità, secondo le quali Hong Kong avrebbe dovuto mantenere “un alto grado di autonomia” con poteri legislativi e giudiziari “indipendenti”, un governo democratico e “fondamentalmente invariate” le leggi in vigore al momento della firma della Dichiarazione, il 19 dicembre 1984. Gli unici ambiti di pertinenza della Repubblica Popolare sarebbero stati la politica estera e la difesa. In questo modo, benché l’ex colonia ritornasse sotto la sovranità cinese, le veniva garantito uno status speciale secondo il principio “un paese due sistemi”: avrebbe mantenuto per almeno 50 anni, fino al 2047, il suo “sistema economico” e la sua “organizzazione sociale”, cioè lo “stile di vita”, il consuetudinario diritto individuale e societario, civile e commerciale ereditato dal dominio britannico.

Lo Stato del falso comunismo cinese con la formula “un paese due sistemi”, che esprime il principio dell’unità di una nazione con un unico destino, concederebbe a quella porzione del Paese un proprio “sistema economico”, difforme dal cosiddetto “socialismo con caratteristiche cinesi”. La stessa formula è proposta anche per il ritorno di Taiwan alla madrepatria.

Il centralismo giacobino della Repubblica Popolare e la volontà di difendere anche con la forza la propria integrità territoriale è un’altra conferma che il regime economico e sociale in Cina è quello capitalistico e che la teoria del “socialismo con caratteriste cinesi” non è nient’altro che una formula per coprire il brutale sfruttamento del proletariato. L’enfasi sui “due sistemi”, capitalistici l’uno quanto l’altro, più che voler preservare ad Hong Kong un tipo di società qualitativamente diversa da quella nella Cina continentale, altro non è servito che a consentire i traffici del gigante cinese, ai quali è stato utile il riconoscere alla ex-colonia un regime “amministrativo speciale”, con propri organi di governo, elezioni pluripartitiche per il suo parlamento e un sistema legale indipendente da quello della Repubblica Popolare. Così la formula “un paese due sistemi” ha funzionato bene e viene tuttora ribadita da Pechino come asse del suo rapporto con Hong Kong.

Ha subìto però nel tempo delle modifiche che hanno inciso sul grado di autonomia concessa ad Hong Kong. Qui ruota la disputa attuale, le cui cause sono tutte economiche.

Il declino della ex colonia

Hong Kong è stato il porto di sbarco dell’imperialismo britannico in Cina, aprendo la via a tutti gli altri, che hanno sottomesso e depredato il grande paese per oltre un secolo, dalla Prima Guerra dell’Oppio (1839-1842) alla nascita della Repubblica Popolare nel 1949. Sotto la dominazione coloniale, mentre la Cina continentale era un paese economicamente arretrato con una popolazione quasi esclusivamente contadina e con limitate aree industriali, l’afflusso dei capitali stranieri consentirono ad Hong Kong di sviluppare il commercio e le attività manifatturiere, facendo della penisola un caposaldo avanzato del capitalismo in Oriente, una metropoli urbana con un proletariato altamente concentrato e combattivo, come dimostrano le grandi lotte operaie degli anni Venti. Però, oltre che snodo del commercio regionale e importante centro industriale, Hong Kong ha costruito la sua prosperità sul ruolo di intermediario tra i capitali stranieri e il vasto entroterra continentale, funzione rafforzata con la nascita della Repubblica Popolare, divenendo il principale tramite tra l’arretrata economia cinese e l’occidente. Hong Kong è diventato così un centro finanziario di primo piano a livello mondiale.

Ma con la progressiva apertura della Repubblica Popolare al mercato estero, verso la fine degli anni Settanta, è diventata sempre meno importante per l’economia cinese. Negli ultimi anni il suo ruolo finanziario è insidiato da altre piazze che si sono sviluppate in Cina, come la Borsa di Shanghai e quella di Shenzhen. Più che costringere la ex colonia a farsi “cinese”, è la società e l’economia cinesi che sono venute ad ospitare sempre più numerose mostruose concentrazioni compari ad Hong Kong. L’”integrazione”, nella vita pratica, è quindi quasi già fatta.

La penisola di Hong Kong ha subìto un declino non perché condizionata dal governo centrale di Pechino ma per la sua nuova posizione nel mercato globale. Ma si tratta di un declino solo relativo rispetto alla madrepatria: Hong Kong resta un centro finanziario e commerciale di rilevanza mondiale, una delle aree dove il modo di produzione capitalistico ha raggiunto l’apice della sua parabola. Al momento del ritorno alla Cina nel 1997 ad Hong Kong si concentrava circa un quinto dell’intera economia cinese, ragion per cui la Repubblica Popolare si guardava bene dal mettere in discussione lo status della metropoli. Oggi, dopo lo strepitoso sviluppo sul continente, Hong Kong produce solo il 3% del PIL cinese. L’ex colonia non è più così fondamentale per i traffici dei capitalisti cinesi tanto da giustificare la concessione di trattamenti speciali.

Quindi, benché l’epilogo sia segnato e Hong Kong diverrà nel 2047 una città cinese a tutti gli effetti, già da ora aumenta la pressione della Cina per una maggiore integrazione con la metropoli e per erodere i termini dello “status speciale”. Questo mette in agitazione tutti quanti nella penisola usufruiscono dei vantaggi economici dalla “posizione speciale”.

Cause sociali delle proteste

Per spiegare il vasto movimento che si è sviluppato bisogna scavare nelle contraddizioni del mostro capitalistico che è Hong Kong, distinguendo il ruolo e gli interessi delle classi sociali coinvolte.

Prima di tutto la legge sull’estradizione è stata criticata dai colossi commerciali e finanziari che vi hanno sede. Costoro hanno quindi appoggiato il movimento di protesta contro il disegno di legge: nelle giornate di giugno oltre un centinaio di aziende hanno favorito, con il consenso delle varie Camere di commercio internazionali, la partecipazione dei loro dipendenti alle proteste, concedendo orari di lavoro “flessibili” o addirittura chiudendo gli uffici.

E il governo di Hong Kong ha sospeso il disegno di legge sull’estradizione certamente di fronte al vasto movimento ma soprattutto per la pressione della finanza e delle grandi Corporations. Infatti il movimento “dei giovani” e “degli studenti” pro-democrazia non aveva ricevuto lo stesso sostegno negli anni passati, per esempio nel 2014 col cosiddetto “Movimento degli ombrelli” che chiedeva il suffragio universale.

Benché già a marzo il governo di Hong Kong per quietare il mondo economico avesse eliminato nove reati, perlopiù economici, dalla lista di quelli per i quali poteva essere concessa l’estradizione, il disegno di legge è rimasto inaccettabile al mondo degli affari perché intacca le particolari garanzie legislative e giudiziarie ereditate dal passato coloniale. Ecco la descrizione che fa il Ministero degli Esteri italiano di questo paradiso per i capitalisti di tutto il mondo: «Hong Kong gode del maggior grado di apertura economica al mondo, combinato con un basso livello di tassazione e con un ambiente congeniale allo sviluppo delle attività economiche e commerciali, che la rendono un luogo ideale per gli affari e gli investimenti. Tra le maggiori piazze finanziarie del globo, Hong Kong ospita la più grande comunità bancaria dell’Asia e il suo listino di borsa si posiziona all’ottavo posto al mondo per capitalizzazione. Gli operatori economici operano in un ambiente che garantisce la certezza del diritto e la trasparenza e indipendenza del sistema giudiziario».

La perdita della “protezione” di tale legislazione renderebbe la cittadella protesa sul Mar della Cina Meridionale poco attraente per i capitalisti dal momento che non ci sarebbe più nessuna differenza tra Hong Kong e una qualsiasi delle grandi metropoli cinesi, Shanghai e Shenzhen, tutte in forte ascesa.

Da notare che la tendenza autonomista della borghesia di Hong Kong viene, oltre che dall’interesse a preservare il suo paradiso affaristico, dalla volontà di mantenere la libertà di spremere il proprio proletariato “autonomamente”, senza le intrusioni di Pechino.

Ma delle proteste attuali la borghesia di Hong Kong inizia a risentire, con il calo della borsa, e paventa le gravi conseguenze che un intervento dell’esercito cinese potrebbe avere sull’economia della città. Ma quel che più teme è la possibilità che dalle proteste in corso si sviluppi un movimento della classe operaia con ben altri obiettivi rispetto alle attuali richieste democratiche. Nel caso di un’entrata in scena autonoma della classe operaia per obiettivi propri la borghesia di Hong Kong non avrebbe nessun problema ad accordarsi con Pechino per la repressione violenta del proletariato.

Quindi la borghesia vuole ormai la fine delle proteste e il ritorno dell’ordine e della disciplina. Questo è il senso degli appelli ai primi di settembre delle principali banche di Hong Kong (HSBC, Standard Chartered e Bank of East Asia) e di una dozzina di altri grandi gruppi che sui quotidiani della città hanno condannato le “violenze” e invocato il ritorno della pace sociale.

Maggiore determinazione ad opporsi all’integrazione nella madrepatria cinese viene invece dal movimento dei giovani e degli studenti. La prosperità economica di cui ha goduto Hong Kong ha prodotto in passato un certo benessere in strati piccolo borghesi dei quali quel movimento è espressione. Questi ceti, che subiscono le conseguenze della costante perdita di peso economico, si sentono minacciati da una completa integrazione nella Repubblica Popolare. Dietro alle parole di Democrazia e Libertà c’è un moto difensivo di strati piccolo borghesi, nostalgici di qualche trascorso privilegio e apparenze di stili di vita occidentali, ma anche la tipica incertezza delle mezze classi che stritolate dal capitale cercano invano protezione nella legge e nello Stato.

Ciò ha dato vita ad un movimento “democratico” e micro-nazionalista, fortemente anticinese, che nella lotta disperata di autonomia dalla Repubblica Popolare arriva ad appellarsi all’imperialismo americano e dell’ex colonizzatore britannico. Le azioni più violente vengono proprio da questi settori, che in generale hanno una grande visibilità mediatica, soprattutto per i richiami ad una presunta nobile lotta per la libertà che tanto piace ai putridi democratici occidentali. Ma alla fine riescono a mobilitare poche migliaia di manifestanti.

Se invece è stato possibile il susseguirsi di proteste in centinaia di migliaia è certamente perché queste dimostrazioni sono state ingrossate dalla partecipazione dei proletari. La classe lavoratrice di Hong Kong non certo beneficia della sua ricchezza. Quella prosperità fin dall’arrivo dell’imperialismo britannico si è basata invece su un feroce sfruttamento degli operai. Ancora oggi gli industriali ad Hong Kong spremono il proletariato per oltre 50 ore settimanali. Gli stessi analisti borghesi sono costretti ad ammettere che c’è una elevata polarizzazione della ricchezza, con un quinto della popolazione in stato di povertà. Il salario minimo è fissato a poco più di 4 dollari e mezzo l’ora, largamente insufficiente per una delle città più care al mondo.

Aspetto drammatico per il proletariato è la questione abitativa. In poco più di 1.000 chilometri quadrati sono stipati circa 7,5 milioni di uomini, e ciò fa di Hong Kong uno dei luoghi con la più alta densità al mondo. Tale situazione è aggravata dal fatto che, sotto la pressione di pochi proprietari fondiari che controllano il mercato immobiliare, vi si costruiscono solo alloggi di lusso. Il prezzo degli affitti è quindi alle stelle, tanto che decine di migliaia di lavoratori sono costretti a vivere in celle di pochi metri quadrati, alcune delle quali, chiamate “bare”, di due metri quadri. È da questa condizione di miseria e di sfruttamento che ha origine il malcontento tra i lavoratori di Hong Kong. La partecipazione di proletari alle lotte in corso avviene quindi sotto la spinta di precisi bisogni materiali.

Ma, per quanto ne sappiamo, senza avanzare proprie rivendicazioni. Sembrano quindi al rimorchio delle mezzi classi e dello studentame, che ammorbano il movimento con la putrida ideologia democratica. Ad Hong Kong il proletariato viene chiamato oggi a lottare per obiettivi non propri.

Le cinque richieste avanzate dal movimento, per le quali si è cercato di utilizzare anche la forza della classe operaia con due scioperi generali proclamati uno il 5 agosto e un altro il 2-3 settembre, non hanno nulla a che fare con gli interessi del proletariato, con la sua difesa di classe, sono obiettivi della piccola borghesia che vorrebbe coinvolgere la classe operaia in questa lotta per la democrazia e l’autonomia.

Il proletariato, certo determinato a muoversi per i suoi interessi materiali, lo può fare solo con la propria autonomia di classe, politica, ideologica ed organizzativa, non certo sotto la direzione di classi sociali avversarie e per obiettivi borghesi, finendo per essere arruolato su uno dei due fronti borghesi, come storicamente è nefastamente accaduto e continua purtroppo a ripetersi, assumendo nella questione di Hong Kong la forma di una lotta tra una fazione pro-democrazia, autonomista e filo-occidentale, e la patria storica cinese.

La questione di Hong Kong si è inoltre, ed inevitabilmente, inserita nella più generale contrapposizione tra Cina e Stati Uniti, i quali la utilizzano nello scontro tra le due superpotenze, impegnate al momento in una lotta sul fronte commerciale. Pechino, da parte sua, ha condannato apertamente “l’interferenza straniera” (“Futile for Washington to play HK card”, scrive il Global Times).

Per Pechino Hong Kong è un fronte interno che si aggiunge agli altri aperti, uno su tutti lo Xinjiang. Per non parlare di Taiwan, considerata dalla Repubblica Popolare una provincia ribelle. Questa proprio ad agosto ha annunciato un forte aumento delle spese militari, del 5,2%, per l’anno 2020. Gli USA, che sono il principale fornitore di armi a Taiwan, gli venderanno circa 2,2 miliardi di dollari di mezzi militari, e per il futuro si prospetta un contratto da 8 miliardi per la fornitura di 66 caccia, la più consistente vendita di armi fatta dagli Stati Uniti a quel Paese.

Un destino segnato

Nei piani del capitalismo nazionale cinese il destino di Hong Kong è segnato, inserito in un futuro comune a tutta l’area attorno al delta del Fiume delle Perle. Il progetto è quello della Greater Bay Area, che prevede l’integrazione di una vasta area altamente popolata e con un elevato sviluppo economico, unendo la provincia del Guangdong e le regioni ad amministrazione speciale di Hong Kong e Macao. Sono ben 11 le metropoli coinvolte nel progetto, tra cui Hong Kong, Guangzhou (Canton) e Shenzhen, che daranno vita ad un’area metropolitana con circa 69 milioni di abitanti e un PIL di circa 1.500 miliardi di dollari, praticamente quanto tutto quello della Russia.

Il processo di disgregazione delle campagne cinesi libera milioni di contadini che si riversano nelle città. In Cina questo processo sta assumendo dimensioni enormi. Si calcola che nei prossimi anni altri 250 milioni di cinesi si inurberanno. È un processo inarrestabile che il PCC si illude di provare a gestire. Verrebbero a formarsi “cluster”, grappoli, di città, aree urbane di dimensioni regionali per la vicinanza di enormi metropoli. In esse si riverserebbe la migrazione dalle campagne, in aree industriali che avrebbero a disposizione un esercito di oltre 50 milioni di proletari. Quella che si formerebbe attorno a Shanghai conterebbe 150 milioni di abitanti; un’altra, denominata Jing-Jin-Ji (Pechino-Tianjin-Hebei) 112 milioni.

La Greater Bay Area, che già oggi rappresenta il 12% del PIL e il 37% dell’export cinese, disporrebbe di tre porti tra i primi dieci nel mondo per il trasporto di container (Shenzhen 3°, Hong Kong 6° e Guangzhou 7°). Per fare un confronto tra le regioni più sviluppate del mondo, la Tokyo Bay Area raggiunge i 44 milioni di abitanti, l’area metropolitana di New York 20 milioni. Saranno delle meravigliose esplosive concentrazioni proletarie dove il capitalismo farà un rovinoso fallimento nel precipitare della crisi mondiale, il comunismo oggettivamente preme e la lotta per il comunismo maturerà fino ad attendere solo di essere innescata.