Partito Comunista Internazionale

Il diavolo in corpo

Categorie: Opportunism

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I laici della variopinta ma non per questo meno squallida costellazione democratica, che hanno finto di scandalizzarsi per l’annunzio pontificio che il diavolo esiste davvero, con tanto di corna e piedi forcuti e membra villose, ragionano in pratica esattamente come il custode delle chiavi di San Pietro con l’aggravante di essere i lontani di scendenti dei borghesi rivoluzionari, fieri ai bei tempi di aver decapitato con Kant il re del cielo e con Robespierre il re della terra.

Posti di fronte alle catastrofi incalzanti da cui è deliziata l’umanità contemporanea, e che (presago cuore di Paolo VI!) hanno fatto con un loro piccolo campionario da lugubre accompagnamento ai tripudi e alle orge natalizie, essi, per nasconderne le cause materiali sociali, si rifugiano nella comoda ricerca del Maligno, il Ribaldo di turno, il Pirata in carne ed ossa, l’Assassino registrato all’anagrafe. Piovono bombe su Hanoi? Colpa di Nixon. Si uccide in Irlanda? Colpa di Heath. Minaccia un conflitto Siria-Israele? Colpa di Dayan. Un solo nubifragio fa a pezzi la Sicilia? Colpa di Andreotti. Gli operai di Marghera devono mettersi la maschera antigas, e i loro familiari, supponiamo, turarsi le narici? Colpa di Cefis.

Trovata la “causa” scoperto il “rimedio”: facciamo vibrare la corda segreta sonnecchiante nel cuore perfino del Malvagio, e che ne attesta, malgrado tutto, l’origine divina; se non basta ancora, appelliamoci agli “uomini di buona volontà” contro quelli di volontà cattiva; e sarà pace sulla terra…!

Come stupirsi che, “nemici” in parlamento o nei comizi, laici e preti, neri e “rossi”, democratici di destra e democratici di sinistra si ritrovino uniti in quelle edizioni profane dei riti religiosi che sono le “veglie” e “fiaccolate” per il Vietnam, in quelle varianti razionali e scientifiche delle preci al buon dio che sono telegrammi di protesta, in quelle imitazioni formato ridotto delle chiese che sono le tende dei licenziati di fronte alle fabbriche o dei baraccati nelle piazze, in quelle metamorfosi mondane dei rosario che sono gli elenchi di firme di intellettuali in calce “roventi” petizioni, in quelle specie di esercizi spirituali edificanti che sono i “capodanni di solidarietà” per gli operai della fabbrica X o per popoli oppressi del paese Y, in quelle processioni in miniatura che solo le marce della pace preludio alle marce per le riforme, per gli investimenti, per i diritti dell’uomo, per la tutela del cittadino, per la salvezza della patria? E l’oppio laico a sostegno dell’oppio religioso, l’uno indispensabile per puntellare l’altro come il braccio secolare per puntellare il braccio spirituale. Dietro le sue cortine di fumo, non solo il piccolo borghese dimentica i suoi guai struggendosi di mistiche speranze, ma (ed è questo che importa) il proletario dimentica di essere proletario, la vittima drogata non riesce più a distinguere il mostro, questo si agente “come se avesse il diavolo in corpo”, che si chiama capitale.

Dimentica che l’orribile mostro è “nato sudando sangue e sudiciume da ogni poro” e più vive, più ne trasuda; che il suo commercio ha sempre seguito la sua bandiera, cioè il suo cannone, e il suo cannone, cioè la sua bandiera, ha sempre seguito e sempre seguirà il suo commercio. Dimentica che i suoi primi trionfi sono legati all’oppio venduto in Cina e somministrato ai lattanti nei distretti industriali inglesi più di un secolo prima che avessero corso i moderni stupefacenti, e che le sue glorie mature sono state celebrate col duplice spettacolo dell’edificante moralità vittoriana e delle non meno edificanti “ossa dei tessitori che imbiancano le pianure del Bengala” Dimentica che, costruttore di “ben altre meraviglie che le piramidi di Egitto, gli acquedotti romani e le cattedrali gotiche esso ha sempre avuto ed ha sempre più bisogno di distruggerle periodicamente per ricostruirle ancora più grandi e distruggerle di nuovo, nutrendo il suo insaziabile ventre con la pala che accumula blocco su blocco non meno che col piccone che li abbatte, con la vita non meno che con la morte, con la miseria non meno che con la ricchezza, con la febbre della produzione non meno che con la l’epidemia della sovraproduzione”, con la fittizia pacce e con la realissima guerra, e che la sua marcia trionfale si è svolta e si svolge alla condizione di “preparare crisi sempre più estese e violente” e “ridurre sempre più mezzi per prevenire le crisi”. Dimentica che nella sua legge di vita è scritto: “la produzione capitalistica sviluppa la tecnica e la combinazione del processo di produzione sociale solo minando al contempo le fonti da cui sgorga ogni ricchezza: la terra e l’operaio“.

Dimentica insomma che, per cospargere di bombe il pianeta per sconvolgere il secolare equilibrio dei fiumi dei boschi, delle pianure e dei rilievi, per appestare l’aria e avvelenare l’acqua, per celebrare in rima la maternità e danzare in prosa su montagne di cadaveri, il regime capitalista non ha dovuto aspettare la fine dell’anno 1972, Nixon, An- dreotti, Cefis o simili personaggi anagrafici, come non aveva dovuto aspettare il 1914 o il 1939, Guglielmone o Hitler, Poincaré o Nicola II, Rockefeller o Krupp; chi oggi “protesta” “veglia”, “marcia” e implora, è solo il pronipote degenere di chi si ribellava di fronte alle stesse sciagure, benché queste, “qualitativamente identiche, fossero quantitativamente minori così come erano minori gli anni del diabolico mostro, quegli splendori produttivi e quegli orrori sociali essendo il battito alterno – sistole e diastole – del suo cuore infame.

Viviamo nel modo di produzione più associato ma più antisociale che la storia abbia mai conosciuto: non si può avere insieme il regno dei commerci e quello della pace il regno del lavoro salariato e quello della fratellanza umana, il regno del pro fitto e quello delle bocche che non hanno fame, dei ponti tecnicamente più audaci che non crollano, degli argini più scientificamente calcolati che non si spezzano, dei fiumi secolarmente imbrigliati che non straripano, dell’acqua, del cibo e dell’aria che non ammorbano, del suolo che non inaridisce, dell’operaio che non crea ricchezze solo per esserne schiacciato del filisteo che non ci vive sopra nella nobile veste di intellettuale possibilmente progressista, o del prete preferibilmente del dissenso.

Il diavolo esiste, ed è in noi nel fondo del nostro cuore e della nostra coscienza – grida il filisteo: esorcizziamolo, esclama il prete; moralizziamolo, bela l’intellettuale democratico o fascista. Il mostro, anonimo, impersonale, storicamente determinato storicamente morituro, – diciamo noi -, è il modo di produzione capitalistico con tutto il suo armamentario di istituzioni sociali, giuridiche, politiche, tanto più solide e quindi tanto più micidiali, quanto più “riformiste”, “moralizzate”, “democratizzate”, insomma abbellite. Bisogna distruggerlo. È una forza di classe: solo una classe può ucciderlo, quella che lo mantiene con il suo sudore e con il suo sangue. È nato da una rivoluzione violenta: solo una violenza rivoluzionaria può abbatterlo. Ci ha dato e ci dà involontariamente le armi per affossarlo e organizzare sulle sue rovine una società senza classi in cui ciascuno dia secondo le sue possibilità e riceva secondo i suoi bisogni: ci ha lasciato e ci lascia un’immensa dotazione di forze produttive. Chi insegna alla prima di queste forze produttive, cioè alla classe operaia, che il suo compito è di prepararsi non a utilizzare le armi poderose e la forza gigantesca che il capitale le ha messo in mano per affossare il mostro, ma a fungere da pietosa crocerossina al suo capezzale, costui serve soltanto gli interessi della sua conservazione; è il suo estremo baluardo, il suo ultimo servo gallonato: deve perire nel crollo fragoroso del suo regno.

Oggi come nel 1848, è questo il nostro messaggio di anno nuovo.