Partito Comunista Internazionale

Il «mao-bordighismo» spauracchio per i gonzi

Categorie: Trotskyism

Questo articolo è stato pubblicato in:

Commentando «Le contraddizioni di Avanguardia Operaia sul problema cinese», l’organo trotzkista Bandiera Rossa, n.11 (1972), pag.6, proclama “inevitabile che anche in A.O. – come in altri gruppi – si delineino, prima o poi, tendenze che potremmo definire neo-bordighiste anche a proposito della Cina” (visto che giò Corvisieri, ex-ferro di lancia «antibordighista» del gruppo Maitan, avrebbe «ingurgitato», passando alla direzione di A.O. – secondo precedenti critiche di Bandiera Rossa – «un “originale” intruglio mao-bordighista» sulla natura dell’URSS).

Non analizziamo qui anche noi le più che stridenti contraddizioni di A.O., che proclamava doversi bandire ogni critica di stampo «trotzkista o bordighista» alla Cina, poi pubblicava l’editoriale Si consolida in Cina la svolta moderata (15 sett. ‘72), e lo smentiva quindi proclamando che “la Cina è più rossa che mai” (no comment). E’ interessante però come trotzkisti ed ex-trotzkisti si rimandino l’accusa di «bordighismo».

Ma se Bandiera Rossa (cfr. pag.13 dello stesso numero) ci tiene a distinguere La rivoluzione tradita con relativa teoria della “casta burocratica bonapartista” quale “escrescenza parassitaria” dalle speculazioni grossolanamente antimarxiste della Burocratizzazione di Bruno Rizzi e successiva Rivoluzione manageriale di James Burnham, benché lo stesso Trotzky avesse ipotizzato che simili dottrine di «revisione globale» sarebbero state confermate ove la seconda guerra mondiale non avesse dato luogo ad una rivoluzione internazionale (assurda e liquidatoria supposizione che discendeva da un’interpretazione affatto distorta della fase inferiore del comunismo, ritenuta da Trotkzy compatibile con un’economia mercantile, almeno per quanto concerne le strutture essenziali di un modo di produzione “post-capitalistico”) noi dobbiamo a maggior ragione rilevare l’arbitrio dell’amalgama “bordighismo”-maoismo.

I trotzkisti ignorano o fingono di ignorare che, mentre Mao postyula una “restaurazione” del capitalismo in URSS (un po’ come gli staliniani, prima della svolta kruscioviana in Jugoslavia) e la struttura sociale russa viene desginata con la categoria politica di social-imperialismo o con simile assurda terminologia; per una rigorosa valutazione marxista la rivoluzione russa economicamente non oltrepassò mai la prima fase della doppia rivoluizione, quella dell’accumulazione originaria (chiamata da Preobragensky, contro l’ABC marxista, «socialista»), della cui preponderanza sulle obiettive possibilità di controllo della direzione comunista bolscevica la controrivoluzione politica staliniana fu l’espressione. Né Stalin, né… Krusciov hanno restaurato un capitalismo che non era stato, né poteva essere, distrutto: ma hanno puramente rappresentato l’adattamento della politica alle esigenze di un’economia in accumulazione primitiva e quindi in piena espansione capitalistica. Quanto alla rivoluzione borghese cinese, essa fu tale anche sul piano politico e Mao non dovette porsi alla testa di nessuna controrivoluzione politica che liquidasse un’inesistente avanguardia comunista locale e internazionale.

Bandiera Rossa afferma pure: «La sostanziale omogeneità strutturale (che non implica necessariamente omogeneità di orientamenti politici) tra URSS e Cina è rilevabile non solo e non tanto partendo dalla politica estera, ma anche e soprattutto analizzando le categorie economiche che operano e le stesse forme di gestione dell’economia e del potere politico». D’accordo: ma proprio l’esame di queste categorie, ben lungi dall’autorizzare la diagnosi di “società di transizione” e di “stato operaio degenerato”, impone – ove non si faccia gettito del marxismo gingillandosi col mercato ed il salario “socialista” come l’egregio Ernest Mandel, identificando il capitlaismo con un rapporto giuridico invece che di produzione – il riconoscimento che sia in URSS che in Cina (a diversi livelli di sviluppo storico) non si costruisce né si è costruito nient’altro che capitalismo. E lo statalismo russo e cinese non equivalse e non equivale al capitalismo di stato come fase terminale del modo di produzione capitalistico, ma al primitivo statalismo e protezionismo (dai Comuni medioevali a Colbert) che garantisce l’accumulazione originaria (fase ora in URSS complessivamente svolta, che non a caso cede il posto all’aziendalismo alla Liberman).

Se quindi A.O. venisse fuori a dire che la Cina non è più “rossa” (socialista) non farebbe nessun passo in direzione del marxismo: perché la Cina non lo è mai stata né in economia né in politica, laddove l’URSS lo era in politica con Lenin e Trotkzy.

Nessuna “nuova classe”, nessuna “casta parassitaria”, tanto meno “stato borghese senza borghesia” nel senso marxiano di “fase inferiore del comunismo (socialismo) a distribuzione non mercantile, ma contingentata (con lo scontrino)”. Capitalismo, giovane in Cina, ormai maturo in URSS: industrialismo di stato, oceano di piccola produzione (specie agricola) pre-o tutt’al più paleo-capitalista.

La questione dell’URSS, e della controrivoluzione staliniana, è per noi cruciale, ma non centrale, poiché essa non è se non un’ulteriore verifica delle prognosi di Marx e Lenin sulla rivoluzione doppia, e non apporta alcun elemento di revisione o correzione – bensì conferme supplementari – alla dottrina rivoluzionaria, che permane invariata. Chi dà corda alle speculazioni “antitotalitarie” ispirate da Hilferding e svolte dai teorici del “collettivismo burocratico” sono coloro che vedono in URSS ed in Cina “superato” il capitalismo: essi inoltre, contribuendo ad offuscare la chiara visione marxista e leniniana della doppia rivoluzione, appoggiano paradossalmente ma obiettivamente lo stesso estremismo infantile, che giunge a collusione con l’opportunismo socialdemocratico, dei vari Gorter e Pannekoek, per cui, non essendoi variata la natura economica dell’URSS da Lenin a Stalin, e supponendosi impossibile – come i trotzkisti – che una direzione politica comunista controlli (in condizioni favorevoli e nella prospettiva della rivoluzione nei paesi avanzati) una economia in sviluppo capitalistico, si riduce il bolscevismo a mero giacobinismo borghese. Trotzkisti e Linkskommunisten non hanno infatti mai compreso a fondo le Due Tattiche di Lenin del 1905, uno dei libri più citati e meno letti (ma non diciamo neanche studiati).

Come non esiste alcuna convergenza fra l’estremismo infantile e le nostre posizioni, così ogni assimilazione di queste ultime al neostalinismo cinese, ulteriore sviluppo revisionista, è solo prova di incapacità di discernamento da parte di coloro per i quali la definizione di “bordighismo” (settarismo, dogmatismo, ecc.) assume l’indeterminazione della «notte in cui tutte le vacche sono nere», ed un sapore di accusa generica quanto superstizione che ricorda l’uso del termine «trotzkismo» da parte dei discepoli di Stalin o della “edizione minore”, il pensieroso Presidente cinese.