Kautsky rimesso sugli altari dal XX Congresso del PC francese
Categorie: Opportunism, PCF
Questo articolo è stato pubblicato in:
Come osserva la stampa borghese, è la prima volta dopo il congresso di Tours (dicembre 1920) che i “socialisti” accettano di delegare un loro rappresentante a un congresso del PCF, e il rapporto di Marchais al recente XX congresso sottolinea l’importanza del programma comune stilato dai due partiti, fatto senza precedenti, “avvenimento storico” frutto di anni ed anni di sforzi laboriosi. Certo, esso prende atto delle differenze fra PCF e PS. Il partito “comunista”, si richiama sempre, a parole, alla dottrina marxista e pretende di difendere in primo luogo gli interessi della classe operaia, ma condivide con il PS la stessa concezione del socialismo che, per entrambi, non può andar scompagnato dalla democrazia, dalla libertà, dagli “eterni principi” dell’89. Il programma comune sul quale essi si sono accordati non è, certo, il programma del socialismo (al quale non potrebb’essere comparato senza “rendere insipido il socialismo stesso”) ma la “collaborazione” [degli altri partiti della cosiddetta sinistra] sarà egualmente necessaria alla tappa del socialismo”.
Come spiegare questa convergenza fra gli ex protagonisti della scissione di Tours? E’ vero che quest’ultima è stata sempre denunziata dalla nostra corrente come “troppo a destra”; è vero che noi abbiamo sempre denunziato come perlomeno sospetta l’adesione alla III Internazionale dei vecchi capi sciovinisti del Partito francese. Nondimeno, il fascino potente della rivoluzione d’Ottobre imponeva loro, se non altro, un’apparenza ed una fraseologia da partito proletario di fronte alla socialdemocrazia classica rappresentata dalla tradizionale SFIO.
Venne poi la controrivoluzione staliniana, di cui il partito francese fu il sostegno fedele. Ma il richiamo allo stalinismo rudemente dittatoriale “collettivizzatore” dava al PCF una patina di “radicalismo”. Oggi, rompendo ogni legame col “modello sovietico”, il PC si spoglia degli ultimi veli che gli impedivano di strusciarsi allegramente con il suo compare socialista: «Non v’è e non può esservi modello di socialismo», esso proclama. Le ultime reticenze socialiste, specialmente a proposito della Cecoslovacchia, nei confronti del socialismo “totalitario”, sono così quidate. Dopo tutto, ciascuno fa quel che vuole in casa sua; noi non approviamo, ma non sono faccende nostre, e in ogni caso la Francia non è la Cecoslovacchia, Parigi non è Praga, Giovanna non è San Venceslao!
Come si è detto, verbalmente il PCF si richiama sempre alla teoria marxista e a Lenin, il quale però scriveva: «Non sono certi aspetti, ma tutti gli aspetti essenziali e molti tratti secondari della nostra rivoluzione che hanno una portata internazionale»! Ed è vero che la stampa di destra non manca di denunziare, come sempre, la zampa del lupo dietro la “mano tesa”, spiegando come, grazie al meccanismo della proporzionale, il PCF (avendo voti) schiaccerebbe i suoi alleati la falce comunista taglierebbe brutalmente sul suo stelo la rosa socialista. Ma questa stessa stampa riconosce che il cambio di orientamento del PC, sebbene in parte dettato da considerazioni tattiche, è un fatto reale, che si traduce sia nell’abbandono del “modello russo”, sia nell’appello non più soltanto alla classe operaia ma alla massa immensa dei lavoratori manuali e intellettuali delle città e delle campagne, di tutte le vittime monopoli capitalistici, della grande maggioranza francesi“, insomma alle classi medie; evoluzione che trarrebbe origine dal mutamento di composizione sociologica del PC e dal ringiovanimento dei suoi quadri. Lo stesso Marchais, d’altronde, proclama: «Il Programma comune non è un accordo tattico limitato all’epoca di una elezione»!
In realtà, l’avvicinamento fra i due partiti, la “mano tesa” del PCF al PSF, si spiega perfettamente se si considera che quest’ultimo, completamente debilitato, non è più nemmeno in grado di sostenere la parte della socialdemocrazia classica, parte che l’opportunismo staliniano recita sempre meglio ed ancor più ansioso di recitare in avvenire.
Vediamo infatti come esso analizza la situazione economica e politica, e le conclusioni che ne trae.
Secondo Marchais, le “200 famiglie” sono state sostituite da un piccolo numero di gruppi finanziari che realizzano grandi profitti e cercano di aumentarli al massimo; cosa che, d’altra parte, spinge i monopoli a scavalcare i confini nazionali mettendo così in pericolo l’indipendenza della Francia (da buon social sciovinista, Marchais difende il capitalismo francese contro l’ingerenza degli interessi stranieri e dei trust internazionali). I magnati della finanza sperperano i profitti estorti in orgie pantagrueliche; cosa che a sua volta porta con sé un rallentamento dello sviluppo economico, mentre l’affannosa ricerca un “profitto massimo” ha per conseguenza l’inflazione e la crisi monetaria.
Per Marchais, non è dunque in ”causa il capitale, ma la cattiva gestione dei monopoli. La sua proposta è di prendere, d’accordo con tutti i ceti sociali danneggiati da questi monopoli, “la direzione degli affari del paese” per una gestione sana e giusta dell’economia capitalistica, per un più regolare e sostanzioso aumento della produzione, per un’efficace lubrificazione degli ingranaggi più o meno arrugginiti della gigantesca macchina per fabbricare plusvalore.
E, poiché l’aristocrazia del denaro si è sottomesso l’apparato statale, rendendolo burocratico e ipercentralizzato, bisogna rimediarvi con “la partecipazione attiva dei cittadini, la democratizzazione di tutti i meccanismi dello Stato a tutti i livelli, il decentramento delle decisioni, delle competenze e dei mezzi”.
La soluzione della crisi attuale del capitalismo risiede insomma nell’attuazione, mediante un’”alleanza di forze politiche e sociali”, di un “programma di profonde riforme democratiche nel politico ed economico”. Certo, si dice, questa “democrazia avanzata” non è il socialismo; essa costituisce (almeno in Francia) una tappa di transizione verso quest’ultimo, al quale non si rinunzierà mai: non fatevi illusioni, giacché “lo sviluppo continuo della democrazia politica ed economica che noi vogliamo per il nostro paese favorirà il consolidamento delle funzioni della classe operaia nella società e l’indebolimento di quelle del grande capitale; in tal modo saranno create le condizioni migliori affinché la maggioranza del nostro popolo si proclami favorevole alla trasformazione socialista della società”! Ecco dunque le mirabolanti proposte del Programma comune: controllo da parte dello Stato dei prezzi fissati dalle aziende pubbliche e private, e ruolo centrale dei sindacati delle organizzazioni operaie in genere nella lotta contro l’inflazione; convenzioni fra Stato e grandi imprese affinché il progresso tecnico e lo sviluppo della produttività vadano a vantaggio degli operai e dei consumatori sotto forma di ribasso dei costi di produzione; sgravi fiscali, riorganizzazione dei mercati pubblici, riduzione delle spese parassitarie, lotta contro la speculazione monetaria, fondiaria e immobiliare, politica del credito; scala mobile per garantire l’aumento del potere d’acquisto dei salari, pensioni, assegni familiari ecc. ecc.
Resta soltanto un’ombra a questo quadro idilliaco, degno in tutto e per tutto della più codina delle piccole borghesie di questa terra: risolte, grazie ai buoni uffici della democrazia avanzata, tutte le contraddizioni del capitale, perché diavolo sarebbe necessario il socialismo? È vero che, se per socialismo si intende “la proprietà collettiva dei grandi mezzi di produzione e di scambio” (il che, verosimilmente, significa la nazionalizzazione delle grandi imprese industriali e commerciali) e l’esercizio del potere politico della classe operaia in alleanza con con gli altri strati della popolazione lavoratrice”, la differenza fra le due “tappe” si riduce a così poco, è d’ordine così quantitativo, che basta nazionalizzare qualche tra azienda e guadagnare qualche seggio in più alla Camera, perché gioco sia fatto. Ma dir questo è dire che, se PCF (come PCI) non ammette chiaro e tondo di aver rinunciato al socialismo, il suo programma politico è in realtà quello del riformismo: un riformismo “sottile” sia pure; un riformismo che finge di non aver buttato apertamente a mare lo scopo finale: un riformismo che tiene in riserva (o meglio in soffitta) la… rivoluzione. Ma nella storia del movimento operaio, queste esercitazioni di “sottigliezza” giuridica non rappresentano per nulla un fatto nuovo. Sono, al contrario, vecchie quanto il capitalismo!
Se, per Marchais, il socialismo è la democrazia “fino in fondo” già Lenin scriveva che la “democrazia pura” di cui Kautsky si riempiva la bocca non era che la frase menzognera del liberale che cerca di imbrogliare gli operai. Contro lo stesso Kautsky, Lenin ricordava la frase di Marx: «Tra la società capitalistica e la società comunista v’è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. Ad esso corrisponde un periodo di transizione politica, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato». E Lenin aggiungeva che la formula “dittatura rivoluzionaria del proletariato” era solo una enunciazione più esatta del compito del proletariato consistente nello “spezzare” nel “distruggere” la macchina statale borghese
Se quindi v’è una tradizione politica alla quale il partito del signor Marchais (o del signor Berlinguer) può richiamarsi, non è certo quella di Marx di Lenin, ma quella di Kautsky, il padre delle vie pacifiche, democratiche e nazionali al socialismo, di cui il marxismo aveva fatto giustizia solo nel 1918 ma nel 1850 per non dire poi all’epoca del “Programma Gotha”.
Di un Kautsky, anzi, all’ennesima potenza, come vuole per le sue necessità di sopravvivenza l’”imperialismo, ultima fase del capitalismo”!