In margine alla liquidazione del PSIUP
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Non esistono rivoluzionari a metà
Sono passati mesi da quando quel che rimaneva del PSIUP è stato definitivamente sepolto dai suoi stessi capi con la proclamazione che il ruolo del partito doveva considerarsi esaurito e quindi occorreva passare armi e bagagli al PCI, «unico reale punto di riferimento [manco dirlo!] per tutte forze autenticamente rivoluzionarie». Qualche annotazione sulla squallida vicenda psiuppina crediamo possa venire anche da parte nostra, in quanto presenta dei caratteri di opportunismo per così dire esemplari, che possono dar luogo utili indicazioni su tutta una serie di fenomeni analoghi di forze «che aspirano ad una rivoluzione fino a un certo punto», ingombrando «la chiara impostazione definitiva della lotta rivoluzionaria» con la propaganda di progetti che, alla luce della critica comunista, si rivelano altrettanti «piani per la migliore difesa e conservazione delle istituzioni presenti, introducendo in esse modifiche esteriori, per lasciarne sussistere il contenuto essenziale: il sistema di economia privata e libera, ossia il capitalismo, ed il meccanismo democratico dello Stato, ossia il parlamentarismo». (Il valore dell’isolamento ne Il Comunista” 24 e 31-7-1921),
Si tratta proprio di definire il significato del cosiddetto “ruolo” rivestito dal PSIUP, tuttora ascrittogli a merito (relativamente agli anni di “grassa”) non solo dai suoi ex-leaders o dagli affittapoltrone del PCI e del PSI che oggi li ospitano, ma persino (e la cosa non ci stupisce) dall’estremismo extra parlamentare da operetta e dai superstiti propugnatori (alla Foa) del «rilancio organizzativo e politico», del PSIUP che si apprestano a varare un «nuovo» (e genuino, perbacco!) PSIUPissimo.
Si veda l’amletico dubbio di Pio Marconi (che all’argomento PSIUP ha dedicato un saggio su «Il Manifesto» del 19-20 maggio 1972): «L’esperienza del PSIUP dimostra che è impossibile una alternativa ai grandi partiti riformisti tradizionali? O piuttosto da questa esperienza, anche negativa, si ricava la conclusione che l’unica alternativa può trovarsi in un modo radicalmente diverso di concepire la pratica politica, in un’azione politica che rompa tutti i vecchi schemi, in una collocazione rinnovata rispetto alla classe?». Il «Manifesto» opta, naturalmente, per la seconda ipotesi, data la sua ambizione di presentarsi quale incarnazione del «Nuovo» in tutti i campi, e considera negativa l’esperienza del PSIUP proprio perché non avrebbe avuto il coraggio di portare sino in fondo un processo di rinnovamento interno, ovvero la sua “rivoluzione culturale” organizzativa. Per il «Manifesto», al pari di tutto il cosidetto ultrasinistrismo corrente, il problema dei problemi consiste nel cercare una serie di nuove ricette organizzative alla sclerosi dei partiti riformisti.
Ad ogni, più o meno occasionale, risveglio delle masse, costoro plaudono allo «spostamento (automatico) a sinistra» e si fanno in quattro per rinnovare le vecchie pratiche organizzative: questo perché concepiscono l’azione di massa come fattore di per sé determinante, e il Partito come semplice struttura organizzativa chiamata a modellarsi su tale azione, recependone la spinta “autonoma” in forme sempre nuove, e tanto meglio quanto più passivamente ed «elasticamente». Per essi, il pericolo è che al momento buono il “contenuto politico”, già tutto presente nelle masse in movimento, trovi la sua espressione organizzativa derivata. A questo si riduce il ruolo politico del Partito e il suo rapporto dialettico con le masse! Non stupisce, perciò, il mito, agitato da questi “neo-marxisti”, delle giornate del luglio ’60 o dell’autunno caldo del ’69 quali espressioni di forze spontaneamente emergenti dal tessuto sociale che sarebbe bastato travasare nelle capaci tinozze dei partitoni riformisti per compiere il miracolo della creazione del “vero”, “nuovo” Partito, voce delle masse, del proletariato, o del popolo, … tanto non fa differenza,
Lo spazio a sinistra
Se ciò non è avvenuto, non per questo si passa a un’analisi critica dell’insufficienza degli errori di formulazione politica offerta alle masse, ma si accusa – al massimo – il riformismo di aver lasciato sussistere un “vuoto d’organizzazione” o, come per il PSIUP, si parla di “occasione mancata”. Non si capisce, tanto per incominciare, che il fatto stesso del declino e della scomparsa di una siffatta organizzazione politica non significa, di per sé, che essa non abbia assolto pienamente le sue finalità proprio in quanto finalità opportuniste; che, semmai, il fallimento, in questo caso, non è stato tanto del PSIUP, ma di chi, nel mento in cui esso svolgeva la sua tale funzione di confusionismo tra la classe, l’ha scambiato per forza «potenzialmente (!) rivoluzionaria (!!)». Il Marconi parla, ancor oggi, con nostalgia delle “pure origini” e delle susseguenti occasioni perdute, del PSIUP: all’inizio della sua esistenza, esso rappresentava, egli scrive, «una presa di posizione antisocialdemocratica» e tutto questo rappresenta, per il «Manifesto», «molto di più di quanto in quel periodo faccia e dica il PCI sempre diviso [?!] sin dalle origini del centrosinistra tra le esigenze di una battaglia di opposizione e quelle del contatto con una porzione della maggioranza di governo». Ma per spezzare veramente i legami con la socialdemocrazia occorre ben altro che un atto di rottura su un singolo momento derivato di tutta la politica socialdemocratica; parimenti, per “fare’ concretamente molto di più (e di diverso) di quanto non faccia il PCI non basta collocarsi verbalmente alla sua sinistra, od anche prendere singole posizioni ‘più dure’ rispetto a certi fenomeni accidentali (come quello del centro-sinistra) dell’impostazione politica generale: occorre stabilire una linea di demarcazione precisa sui temi fondamentali del potere e della dittatura, dei rapporti con le altre forze politiche e sociali; bisogna dividersi sulle finalità dell’azione politica e non illudersi, o illudere, che si possa seguire una strada comune ad altre forze, prendendosi il lusso, di tanto in tanto, di imboccare una laterale prima di reimmettersi nella principale a fianco dei riformisti. Guarda caso, sui temi di fondo del programma di classe non è mai esistita divisione alcuna tra la triade PCI-PSI-PSIUP e potremmo allungare l’elenco con le sigle «extra parlamentari». Ma questo, evidentemente, è di poco conto per gli apprendisti stregoni del socialismo a sorpresa del «Manifesto»! L’importante è che, per tutti sulla stessa via, si possa scantonare di tanto in tanto a sinistra: il resto verrà da sé. Si parte, in questo caso, da un modo di intendere la collocazione di classe delle forze politiche che si limita a fotografare le posizioni di schieramento, ed a farne, in senso del tutto riformista, una classifica di merito: più a sinistra l’un partito, meno l’altro. Si giunge, da questa geniale applicazione dell’analisi… marxista, a sperare che dalla diversità di collocazione di per sé stessa si possano originare spostamenti di forze tali da da dar luogo alla nascita del Partito, che sarebbe il primo della classe di questa bella compagnia (non a caso il “Manifesto” e gli altri gruppetti parlano di forze della sinistra extraparlamentare e della sinistra “tradizionale”, come di schieramenti aventi uno stesso punto di riferimento: le masse, perbacco!).
Queste posizioni vengono espresse ancor più chiaramente nel volumetto Storia del Movimento Studentesco e dei marxisti-leninisti in Italia (titolo che è tutto un programma!)1: «Proprio la formazione del PSIUP – vi si legge, ad un certo punto – rompe, in modo netto, i tradizionali equilibri della sinistra italiana. Il nuovo partito deve cercare, per sopravvivere [bella lezione di darwinismo politico!] uno spazio politico: e lo trova, ponendosi, di fatto, alla sinistra dei comunisti, con atteggiamenti più rigidi, più classisti,meno compiacenti ». Ebbene, mancando la discriminante sul problema stesso della politica governativa, s’è visto come il PSIUP, dopo la sua breve scantonata, sia necessariamente rientrato nel comune ovile di tutti i riformisti. Certo, il PSIUP è stato, per un certo periodo, più aspro del PCI nella polemica col PSI, più “aperto” del PCI nei confronti delle “nuove forme organizzative’ operaie e soprattutto studentesche (assemblee, consigli fabbrica, esperienze di base…); ma non è casuale che queste differenze, lungi dall’aver sconvolto i tradizionali equilibri, abbiano portato a risultati identici nei due partiti, cioè all’ingabbiamento del proletariato nella politica riformista, e perfino al travaso del PSIUP al gran completo nel partitone picista. Come si spiega tutto questo?
L’opportunismo ha, giusta la critica marxista, una funzione invariante, che consiste nel legare il proletariato alle sorti del capitalismo impedendogli di essere “classe rivoluzionaria per se”; e ciò in nome del passaggio graduale pacifico, per le vie delle riforme, alla gestione “democratica” dell’economia della società (mercantile). Detto questo, non bisogna immaginarsi che, rispondendo ad una funzione unica nelle sue conseguenze ultime, l’opportunismo rappresenti un blocco informe, che si comporta sempre e dovunque allo stesso modo. Proprio perché esso compie storicamente la sua funzione, deve modellare la sua azione politica su una varietà di situazioni sì da dar luogo a diverse “tendenze”: diverse in quanto legate a strati sociali, forze ed umori politici diversi. Negli dal ‘64 ad oggi (con epicentro il ’69) non è stato né casuale né inutile o dannoso per il capitalismo che, sullo scacchiere dei partiti, il pedone PSIUP muovesse in maniera diversa da quella del re-PCI. Il compito del pedone era, in questo caso, proprio quello di distrarre le esili avanguardie operaie a risvegliarsi con un «punto di riferimento» bell’e pronto alle loro esigenze di “lotta dura” contro il sistema capitalista. Conclusione entrambi i pezzi, PSIUP e PCI, hano portato allo stesso risultato: fregatura solenne la classe operaia! Ecco, in poche parole, la realtà della “diversità” tra il PSIUP e il PCI; ecco il senso meschino della presunta “rottura di equilibri”!
«Crisi di equilibrio» e funzione del partito
Chi non comprende queste elementari conclusioni del marxismo può benissimo fare come i “teorici’ di Lotta Continua, Potere Operaio e soci che cianciano di un PCI-1945 diverso da quello attuale, allora sì in grado di essere un partito rivoluzionario, e non vedono come proprio in quegli anni, e in forza di una risposta apparentemente “più dura” alle esigenze della massa operaia (le famose “armi in pugno” dei partigiani tanto vagheggiate al presente dai signorini da salotto extraparlamentare) esso abbia compiuto, nel migliore dei modi possibile, la sua funzione di puntello indispensabile del capitale. Non essendo in grado di intendere la natura e l’azione dialettica dell’opportunismo per rapporto alle situazioni, questi bei tomi vedono tutta la storia dei partiti (naturalmente… “di sinistra”) come un’altalena continua ed indecifrabile: un PCI duro nel ‘45, già più molle nel ‘46, di nuovo duriccio nel ’48, poi sonnacchioso sino al ’53 per impennarsi ancora nel ’60, e via dicendo, e, accanto ad esso, un PSI meno duro, ma pur sempre più a sinistra del PSDI, ed un PSIUP che, a sinistra, sorpassa tutti prima di scomparire dalla scena. Se ne parla sempre, è d’obbligo, come di partiti “revisionisti”, ma qualcuno… è più revisionista degli altri, per cui sarà bene tenerlo d’occhio per “recuperarlo” ad una azione di massa “più incisiva”. Nell’articolo del 1921, citato, scrivevamo: «L’impazienza rivoluzionaria, la mania di battere in un senso quasi sportivo il record dell’estremismo, giocano una parte pericolosa, generando il confusionismo rivoluzionario, la tesi semplicistica e facilona, che pur che si cominci ad agire bisogna accettare tutte le alleanze, senza guardare troppo per il sottile alla finalità diversa dalla nostra che muoverà gli alleati in un primo momento». Perciò: alleanza “antisocialdemocratica” col PSIUP nel ’64 e suo corteggiamento nel ’69 per un autunno più caldo, così come oggi si arriva all’alleanza antifascista generalizzata per cui in una stessa manifestazione ritrovi il liberale “gobettiano” ed il democristiano onesto a fianco di “Lotta Continua”…
Ma, ci si obbietta, è pur vero che certe necessità di differenziazione, sia pure a scopo demagogico e mistificatorio, all’interno dell’opportunismo, una volta venute a coincidere con una fase di surriscaldamento del tessuto sociale, possono introdurre nel seno dell’opportunismo stesso delle contraddizioni capaci, in teoria, di debordare dai limiti prefissati dai dirigenti, ripetendo alla scala dei pasticcioni della grande Luxemburg. In certe situazioni, la differenziazione originariamente occasionale può trasformarsi in rottura di fondo. E non poteva essere questo anche il destino (potenziale) del PSIUP? Ammettiamo pure l’ipotesi di partenza: ma per arrivare a tanto occorre una coincidenza di due fattori, quello oggettivo, del movimento generalizzato di massa (cosa ben difficilmente visibile nel ’69), e la presenza di un partito capace di inquadrare tale movimento (quindi non un Partito qualsiasi, e neppure il Partito a un grado di sviluppo organizzativo qualsiasi, ma il Partito a un certo livello di sviluppo). Partiti “intermedi”, come il PSIUP, potrebbero, in questo quadro, fungere da momentaneo approdo per quanti, spinti dalla situazione, non hanno ancora la capacità e la forza di pervenire d’un balzo al programma comunista; niente di più che un punto di riferimento da abbandonare al più presto, pena il pericolo dello svolgimento delle posizioni opportuniste di queste forze. In nessun caso si può ipotizzare una soluzione “rivoluzionaria” concludentesi entro l’ambito del partito opportunista in cui si è, accidentalmente, manifestata la crisi di “equilibrio”.
Nella sua Storia della Rivoluzione Russa, Trotsky descrive il fenomeno del trapasso dalla stasi sociale alla rivoluzione in atto: «Il processo fondamentale di una rivoluzione consiste […] nella comprensione da parte della classe dei compiti che nascono dalla crisi sociale, nell’orientamento fattivo delle masse secondo il metodo degli avvicinamenti successivi. Le singole tappe del processo rivoluzionario consolidate dal succedersi di certi partiti ad altri, sempre più estremi, esprimono la spinta crescente delle masse verso sinistra […]». Ovviamente, in linea di principio non esiste affatto continuità di posizioni tra le «varie forze (sempre più radicali) della sinistra» e il Partito, correndoci in mezzo la barricata vera e propria del programma marxista, che è uno e vive in una organizzazione unica, per cui è legittimo dire: «Chi non è con noi è contro di noi»; ma è anche vero che le masse si avvicinano al Partito, nella fase di surriscaldamento, bruciando una gamma di esperienze che le portano sempre più a sinistra, nel senso di avvicinarle al riconoscimento che nessuno dei tanti partitoni e partitini del riformismo è in grado di prospettare una soluzione adeguatamente rivoluzionaria ai «compiti che nascono dalla crisi sociale», e che questa capacità è solo del Partito coerentemente marxista. Il riconoscimento del ruolo unico ed insostituibile, inconfondibile, del Partito rivoluzionario è certamente per le masse operaie il punto non di partenza, ma di approdo. Ma questa constatazione, invocata da tanti ultrasinistri per giustificare l’”intermedismo” conciliatore tra partiti riformisti di massa e movimento rivoluzionario, sta nel sottolineare tutt’altra cosa: la necessità che allo svolgimento storico della crisi sociale il Partito arrivi con la sua precisa fisionomia, tale da poter fungere da forza centralizzatrice rivoluzionaria. Solo a patto di non aver precedentemente confuso il proprio programma e la propria organizzazione con le altre forze, peggio se “affini”, il Partito può giovarsi del dinamismo in atto nelle masse per imprimergli la giusta velocità e la giusta direzione. Al contrario, tale dinamismo non si inventa o si crea con alcuna intesa organizzativa: non si tratta di originare il moto, ma di guidarlo. «Si potrebbe pensare che questi movimenti [gli “affini”], una volta iniziati, creerebbero una situazione di instabilità del potere statale in cui l’assalto a fondo del proletariato potrebbe inserirsi efficacemente, e ciò è anche possibile; ma non bisogna dimenticare che in questa seconda fase i peggiori nemici sarebbero i rivoluzionari del movimento precedente […]. Nessuno nega che il divenire della storia può allacciare e sciogliere coincidenze di sforzo e di obiettivo, ma è buona tattica solo quella che prepara tali forze e tale organizzazione di forze materiali e spirituali che si possa superare il momento più critico; quello cioè in cui si deve lottare da soli», il pericolo più grave consistendo nella rinunzia, attraverso gli ibridismi, «al nostro specifico compito di Partito, consistente nel dare alle masse la coscienza delle situazioni che si prepareranno nel corso della lotta». Le soluzioni scoperte ed agitate dai mille gruppetti confusionisti «possono classificarsi in due grandi categorie: in quella dell’insidia e in quella dell’errore», scrivevamo ancora nell’articolo citato, e se quest’ultima ci può essere più simpatica e prossima, non per questo deve cessare, anzi deve potenziarsi «il compito specifico del partito comunista di agire come un coefficiente di orientamento, di raddrizzamento, di continuità sicura nel pensiero e nell’azione, in mezzo al caos delle mille correnti “rivoluzionarie” che esibiscono i loro programmi e i loro metodi». Sostenendo tutto ciò, oltre cinquant’anni fa, in un momento in cui era legittimo parlare di masse in azione, e i movimenti “affini” non erano certamente le squallide pagliacciate tipo PSIUP- anni sessanta, «Manifesto» e «Avanguardia operaia», noi marxisti rivoluzionari affermavamo «il valore dell’isolamento» e della critica di tutti gli altri raggruppamenti politici, e lo facevamo (come lo facciamo, in ben più dure condizioni generali, oggi) non per lusso teorico, ma per la necessità, eminentemente pratica, di salvare il destino stesso del movimento rivoluzionario. A chi sogna il socialismo in Italia, sull’onda dell’antifascismo democratico, dell’aggregazione di gruppi multicolori, a chi sperava ieri nell’aiuto delle spuntate baionette psiuppine ed oggi – pur deluso – si rivolge ad altri consimili miti, noi ripetiamo le parole ammonitrici di allora: «Altri potrà credere di avere una via più breve. Ma non sempre la via che pare più facile è la più breve, è per ben meritare dalla rivoluzione è troppo poco avere soltanto “fretta” di “farla”».
Nota integrativa
Come è risaputo, il “Nuovo PSIUP” si è fuso con la “sinistra” del MPL (Alternativa socialista), il cui “teorico” Antonio Carlo – che al convegno di unificazione (Bologna, 4-5 novembre ‘72) ha riferito sul processo di “decapitalizzazione” della nostra economia» che tende a trasformare irreversibilmente il nostro paese in un paese sottoindustrializzato subalterno del tipo dell’Argentina e del Messsico», nonché sul “separatismo rivoluzionario” del Mezzogiorno – è quello stesso Antonio Carlo autore del libello Lenin sul partito (De Donato ed., Bari 1970), che si conclude con le seguenti memorabili parole:
«Il problema attuale non è quello di sottrarre il proletariato al dominio del capitale per sottoporlo a quello di una élite esterna e perciò burocratica (sappiamo bene che tipo di socialismo può nascere da ciò) ma è quello di studiare gli embrioni di organizzazione politica autonoma del proletariato sorti nell’ultimo secolo e poi scomparsi, per ricercarne le cause e le possibilità di ripetizione e di generalizzazione nel capitalismo avanzato, nonché i rapporti che queste forme di organizzazione (soviet ed esperimenti similari) debbono instaurare col partito, visto anche esso come elemento interno alla classe. In questo contesto ritorno al Che fare? non serve nulla, o meglio serve solo a dare per risolto un problema che in realtà è all’ordine del giorno da oltre un secolo e che permane tutt’ora irrisolto».
Come si vede, gli elementi labor-laburisti del Nuovo PSIUP ripetevano pappagallescamente i più banali motivi luxemburghianeggianti già illustrati dal solito Lelio Basso, con in più la punterella pannekoekiana (Pannekoek, avendo proclamata l’inutilità, inopportunità ed assurdità della polemica materialistica, antifideistica ed antireligiosa nel “civile” Occidente, si è assicurato l’eterna riconoscenza dei consiglisti da sagrestia). Naturalmente chiede in che cosa queste divagazioni codiste sul ruolo del “partito” (o meglio “antipartito”) si distinguano dai famosi “dieci punti” di Libertini, dalle interviste rilasciate alla stampa borghese da L. Basso, et similia.
Bestia nera è Che fare?, dunque il bolscevismo, visto come generatore dello stalinismo, la dittatura proletaria in quanto non può essere esercitata che dal partito comunista – in altri termini si butta a mare l’abbecedario marxista in omaggio alle rancide cantilene antiautoritarie ed autogestionarie. Questo sarebbe, naturalmente, “far politica dal basso”, giusta l’antico slogan ka-a-pe-dista. In più, un pizzico di maospontaneismo, populismo dichiarato, anzi di aperto socialsciovinismo (salvare il capitalismo patrio dalla “decapitalizzazione”) e di meridionalismo sbracato.
Non da ieri il PSIUP, o meglio i gruppi che in esso sono confluiti e da esso si sono riversati o nel materno grembo delle Botteghe Oscure, nelle fraterne braccia dei Carlo & Co., sostengono una versione locale dell’operaismo consiliare, illustrata da un lato da Raniero Panzieri, dall’altra da Lelio Basso: una specie di luxemburghismo-KAPDismo dei poveri, all’italiana, con aromi gramsciani provenienti dalle oscure botteghe del partito nazionale degli épiciers. Morto un Panzieri, pensionato un Basso, se ne fanno altri a volontà, sono buoni anche i residui del MPL, e i “teorici” analfabeti. Quattro fregnacce sul giacobinismo blanquista, la scappellata di rito a Rosa Luxemburg e Trotsky 1903- 1904, l’insinuazione che il Che fare? sarebbe un sottoprodotto… kautskyano, l’impudente quanto spropositata – ma sacramentale – evocazione della Guerra civile in Francia e di Stato e Rivoluzione (scritto per far piacere agli anarchici – ed al “marxismo occidentale”): et voilà!
Nel casi di A. Carlo, l’ignoranza ed il pressapochismo sono anch’essi un ingrediente essenziale. Il tapino arriva a scrivere: «nel corso del II Congresso […] si fa largo una tendenza burocratica, che tende a rappresentare l’esperienza russa come modello da imitare, almeno nelle linee di fondo, da parte degli altri partiti delle altre correnti comuniste, le cui riserve so messe a tacere con uno stile apodittico ed autoritario che già anticipa l’èra di Stalin. Ciò avvenne anche nei confronti della sinistra italiana (Bordiga), che non era certo contraria al l’ultracentralismo, ma era contraria al parlamentarismo (ancorché “rivoluzionario”)».
Del resto, lo stesso A. Carlo insegna che «i maoisti francesi hanno avuto il grosso [?!] merito di capire che la “teoria” leninista del Che fare? è superata». Che dire della… teoria (e scriviamo pure senza virgolette) “embriologica” del Nostro, che ripete le formulazioni ordinoviste sulle “velleità” e “timidezze” di “organizzazione autonoma della classe operaia” e simili banalità? Noi non eravamo e non siamo certo contrari all’ultracentralismo, cioé al centralismo rivoluzionario! Proprio per questo abbiamo sempre denunziato come reazionario lo sport di retrodatare la degenerazione della III Internazionale: sport – o forse hobby?- cui si dedica tutta la gamma di dilettanti, che dai pretesi difensori dell’invarianza di un marxismo di fatto sofisticato con additivi proudhon-bakuniniani, fino ai “maoisti francesi”, i quali non possono peraltro “condannare” Il Che fare? in quanto anticipazione del corso staliniano, in quanto codificazione di populismo orientale (intelligenti accuse di origine tribunista), ma vi denunziano come “sorpassata” proprio la confutazione anticipata del democratismo borghese stalino-maoista…
Gli eredi del PSIUP, come pure il PSU francese, solidarizzeranno sempre con l’economicismo spontaneista, anche e specialmente quand’esso riveli più chiaramente la sua natura populista esaltando l’«autosufficienza» rivoluzionaria della spontaneità non solo operaia, ma piccolo-borghese, studentesca, sottoproletaria. Dal loro punto di vista, più che comprensibile di inguaribili centristi, pallide derivazioni dell’ILP, della SAP e simili spettri del Bureau di Londra, ed essendo quindi loro funzione – non importa quanto consaputa – quella di impedire il superamento, da parte delle avanguardie ricongiungentisi al programma importato dal partito rivoluzionario, del carattere trade-unionista, quindi borghese del movimento operaio come tale, interno cioè al sistema mercantile e salariale. Di fatto, questa gente – con i compari antiautoritari ed operaisti pretesi ultrasinistri – va alla ricerca della “prefigurazione del socialismo” nella lotta economica operaia (consigli, controllo di fabbrica, ecc.), così come in quella politica (partito che-non-è-più-un-partito-nel-senso-tradizionale-del-termine, ecc. ecc.). Che le rivendicazioni economiche di per sé non vadano oltre il quadro capitalistico, che il partito debba conformarsi alle esigenze di una lotta sempre più dura e “totale”, che l’unica via al socialismo sia la dittatura del proletariato, classe diretta dal suo partito…: tutto ciò per i centristi cosl come per gli estremisti infatili che fanno loro da servi sciocchi è Cabala e Talmud. Il loro compito è di far balenare agli occhi degli operai le “concrete realizzazioni di autoemancipazione… in fabbrica o nel quartiere (con le mitraglia borghesi alle costole, ma che importa? Il popolo è forte: vincerà!) Mentre il riformista opta per le riforme come alternativa alla rivoluzione, il centrista chiama rivoluzionarie le riforme. Questa è l’opera pretesa “anti- socialdemocratica” del PSIUP e dei suoi discendenti: opera profondamente, globalmente anticomunista!
Note
- Il volume in questione, a firma di Walter Tobagi, è stato edito nel ’70 da Sugar. Lo spazio a noi dedicato non poteva essere che ridotto, costellato da amenità come: «Bordiga aveva un atteggiamento settario, concedendo possibilità di alleanze alla base, ma non ai vertici» (grazie!), oppure: «i bordighisti (…) si dedicano quasi esclusivamente allo studio per preparare dei quadri perfetti da usare il giorno della rivoluzione», giorno che, naturalmente, «non verrà mai per essi, dal momento che il futuro della rivoluzione dipende dalla soluzione di questo problema: Il Movimento studentesco è l’ala sinistra del movimento operaio, oppure il nucleo del partito rivoluzionario?» (p.150). ↩︎