Partito e sindacati nella classica visione marxista Pt.2
Categorie: Friedrich Engels, Karl Marx, Union Question
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(La prima parte di questo articolo è stata pubblicata in «Spartaco», pagina interna del n.10 di Programma Comunista, il 10-17-VI-1966)
È caratteristico nei testi marxisti il continuo riferirsi all’intimo nesso intercorrente tra partito e classe, tra partito e organizzazioni di classe del proletariato. Tale connessione distrugge la pretesa dell’unilateralità dell’attività delle masse e quindi anche del partito, come se le lotte economiche, sociali e politiche fossero tra loro separate da un muro di divisione e non si influenzassero, invece, a vicenda e dialetticamente, cioè originando una serie di contraddizioni che caratterizzano il movimento reale delle classi tra di loro e dei partiti che ne rappresentano gli interessi.
Nel Manifesto del Partito Comunista del 1848 questo rapporto è magistralmente così descritto:
«Con lo sviluppo della industria il proletariato non cresce soltanto di numero; esso si addensa in grandi masse, la sua forza va crescendo, e con la forza la coscienza di essa. Gli interessi, le condizioni d’esistenza all’interno del proletariato si livellano sempre più, perché la macchina cancella sempre più le differenze del lavoro e quasi dappertutto riduce il salario ad un uguale basso livello. La crescente concorrenza dei borghesi tra di loro e le crisi commerciali che ne derivano rendono sempre più oscillante il salario degli operai; l’incessante e sempre più rapido perfezionamento delle macchine rende sempre più precarie le loro condizioni di esistenza; i conflitti fra singoli operai e singoli borghesi vanno sempre più assumendo il carattere di conflitti fra due classi. È così che gli operai incominciano a formare coalizioni contro i borghesi, riunendosi per difendere il loro salario. Essi fondano persino associazioni per approvvigionarsi per le occasionali sollevazioni. Qua e là la lotta diventa sommossa. Di quando in quando gli operai vincono, ma solo in modo effimero. Il vero risultato delle loro lotte non è il successo immediato, ma la unione sempre più estesa degli operai. Essa è agevolata dai crescenti mezzi di comunicazione che sono creati dalla grande industria e che collegano tra loro operai di località diverse. Basta questo semplice collegamento per concentrare le molte lotte locali, aventi dappertutto uguale carattere, in una lotta nazionale, in una lotta di classe. Ma ogni lotta di classe è lotta politica (…)
«Quest’organizzazione dei proletari in classe, e quindi in partito politico, viene ad ogni istante nuovamente spezzata dalla concorrenza che gli operai si fanno tra loro stessi. Ma essa risorge sempre, di nuovo più forte, più salda, più potente. Approfittando delle scissioni della borghesia, la costringe al riconoscimento legale di singoli interessi degli operai. Così fu per la legge delle dieci ore in Inghilterra».
Nella Miseria della Filosofia, scritta tra il dicembre 1846 e il giugno 1847, Marx, polemizzando sarcasticamente con le posizioni filistee del piccolo borghese intellettuale che dominava l’ambiente operaio del tempo sotto l’etichetta di “socialista”, analizza più dettagliatamente la questione. A pagina 138, dopo di aver ricordato che in Inghilterra le coalizioni degli operai furono autorizzate dal Parlamento, a ciò costretto dal “sistema economico”, e che nel 1825 lo stesso Parlamento dovette «abolire tutte le leggi che proibivano le coalizioni degli operai», Marx cita con ironia l’atteggiamento dei “socialisti” dell’epoca:
«E noi vi diremo in qualità di “socialisti”, che, a parte questa questione di denaro, voi resterete ugualmente gli operai e i padroni resteranno sempre padroni, prima come dopo. Così, niente coalizioni, niente politica; perché fare delle coalizioni non è forse fare della politica?».
A questo bel modo, “logico”, di ragionare viene opposta la cruda realtà dei fatti: «Malgrado gli uni e gli altri, malgrado i manuali e le utopie, le coalizioni non hanno cessato un istante di progredire e di ingrandirsi con lo sviluppo e la espansione dell’industria moderna (…) Così la coalizione ha sempre un duplice scopo, di far cessare la concorrenza degli operai tra loro, per poter fare una concorrenza generale al capitalista. Se il primo scopo della resistenza è stato il mantenimento dei salari, a misura che i capitalisti si uniscono a loro volta in un proposito d repressione, le coalizioni, dapprima isolate, si costituiscono in gruppi e, di fronte al capitale sempre unito, il mantenimento dell’associazione diviene per gli operai più necessario ancora di quello del salario (…) In questa lotta – vera guerra civile – si riuniscono e si sviluppano tutti gli elementi necessari a una battaglia che si prospetta nell’immediato futuro. Una volta giunta a questo punto, l’associazione acquista un carattere politico (…) Le condizioni economiche avevano dapprima trasformato la massa della popolazione del paese in lavoratori. La dominazione del capitale ha creato a questa massa una situazione comune, interessi comuni. Così questa massa è già una classe nei confronti del capitale, ma non ancora per se stessa. Nella lotta, della quale abbiamo segnalato solo alcune fasi, questa massa si riunisce, si costituisce in classe per se stessa. Gli interessi che essa difende diventano interessi di classe. Ma la lotta di classe contro classe è una lotta politica».
E a pagina 140 il testo anticipa la categorica affermazione del Manifesto, «ogni lotta di classe è lotta politica», con un’equivalente espressione, altrettanto categorica: «non si dica che il movimento sociale esclude il movimento politico. Non vi è mai movimento politico che non sia sociale nello stesso tempo».
Nel 1873, Marx è costretto ancora a trattare la questione, e questa volta non tanto contro una scuola politica che enunci sue teorie, quanto contro un movimento politico che si sta organizzando all’interno dell’Internazionale e alle sue spalle: sono gli anarchici, seguaci del russo Bakunin, che Marx sferza e ridicolizza riferendo le loro convinzioni in un articolo L’indifferenza in materia politica. Marx esemplifica così la stridente contraddizione tra certe posizioni e il reale movimento degli operai:
«La classe operaia – sostengono gli anarchici – non deve costituirsi in partito politico; essa non deve sotto alcun pretesto avere azione politica, poiché combattere lo Stato è riconoscere lo Stato: il che è contrario ai principi eterni. Gli operai non devono fare degli scioperi, poiché fare degli sforzi per farsi crescere il salario o per impedirne l’abbassamento è come riconoscere il salario: il che è contrario ai principi eterni della emancipazione della classe operaia! (…) Gli operai non devono fare sforzi per stabilire un limite legale della giornata di lavoro, perché è come fare dei compromessi con i padroni (…) Gli operai non devono formare delle singole società per ogni mestiere, perché con ciò essi perpetuano la divisione del lavoro sociale, così come la trovano nella società borghese (…) In una parola, gli operai devono incrociare le braccia e non perdere il loro tempo in movimenti politici ed economici. Nella vita pratica di tutti i giorni, gli operai devono essere obbedientissimi servitori dello Stato; ma nel loro intimo essi devono protestare energicamente contro la sua esistenza e testimoniargli il profondo loro sdegno teorico con l’acquisto e la lettura di trattati letterari sull’abolizione dello Stato; devono pure guardarsi bene dall’opporre altra resistenza al regime capitalista all’infuori delle declamazioni sulla futura società, nella quale l’esoso regime avrà cessato di esistere».
E commenta: «Nessuno vorrà negare che, se gli apostoli dell’indifferenza in materia politica si esprimessero in modo così chiaro, la classe operaia li manderebbe a carte quarantanove e si sentirebbe insultata da questi borghesi dottrinari (…) che sono sciocchi ed ingenui al punto di interdirle ogni mezzo reale di lotta, perché tutte le armi per combattere bisogna prenderle nell’attuale società».
Nella seduta del 20 e del 27 giugno 1865 del Consiglio Generale dell’Associazione Internazionale degli Operai (Prima Internazionale), Marx tiene un rapporto per dimostrare che l’owenista John Weston aveva sostenuto molte sciocchezze nell’affermare che gli aumenti dei salari sono dannosi agli operai e che più dannose sono le influenze delle Trade Unions sull’intera economia e di riflesso sulla classe operaia. Marx dimostra dapprima, in maniera piana e semplice, il contenuto delle categorie economiche del capitale, Salario, Prezzo e Profitto (il rapporto fu pubblicato più tardi sotto questo titolo), le loro relazioni reciproche e in quale rapporto sta la classe operaia; e in chiusura così commenta:
«Tutta la storia dell’industria moderna mostra che il capitale, se non gli viene posto dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a questo livello della più profonda degradazione». Ed ancora: «Opponendosi a questi sforzi del capitale con la lotta per degli aumenti di salario corrispondenti alla maggiore tensione del lavoro, l’operaio non fa niente altro che opporsi alla svalutazione del suo lavoro e alla degenerazione della sua razza.
«Lo schiavo riceve una quantità fissa e costante di mezzi per il suo sostentamento; l’operaio salariato no. Egli deve tentare di ottenere, in un caso, un aumento di salario, non fosse altro, almeno, che, per compensare la diminuzione dei salari nell’altro caso. Se egli si rassegnasse ad accettare la volontà, le imposizioni dei capitalisti come una legge economica permanente, egli condividerebbe tutta la miseria di uno schiavo, senza godere la posizione sicura dello schiavo».
Marx continua a spiegare le ragioni di fondo per cui la classe operaia deve contrastare il passo della classe capitalista sul terreno economico, sebbene sia il terreno che egli definisce più favorevole al capitalismo:
«La determinazione del suo livello reale (cioè del livello del saggio di profitto), viene decisa soltanto dalla lotta incessante tra capitale e lavoro; il capitalista cercando costantemente di ridurre i salari al loro limite fisico minimo e di estendere la giornata di lavoro al suo limite fisico massimo, mentre l’operaio esercita costantemente una pressione in senso opposto. La cosa si riduce alla questione dei rapporti di forza delle parti in lotta (…) È proprio questa necessità di una azione politica generale che ci fornisce la prova che nella lotta puramente economica il capitale è il più forte».
Ed appunto per questo, «se la classe operaia cedesse per viltà nel suo conflitto con il capitale, si priverebbe essa stessa della capacità d’intraprendere un qualsiasi movimento più grande».
«Nello stesso tempo la classe operaia, indipendentemente dalla servitù generale che è legata al sistema del salario, non deve esagerare a sé stessa il risultato finale di questa lotta quotidiana. Non deve dimenticare che essa lotta contro gli effetti, ma non contro le cause di questi effetti; che essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione; che essa applica soltanto dei palliativi, ma non cura la malattia. Perciò essa non deve lasciarsi assorbire esclusivamente da quest’inevitabile guerriglia, che scaturisce incessantemente dagli attacchi continui del capitale o dai mutamenti del mercato.
«Essa deve comprendere che il sistema attuale, con tutte le miserie che accumula sulla classe operaia, genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società. Invece della parola d’ordine conservatrice: “Un equo salario per un’equa giornata di lavoro”, gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: “Soppressione del sistema del salario”».
Marx conclude il suo rapporto mettendo all’approvazione una risoluzione che termina così: «La tendenza generale della produzione capitalista non è di elevare il salario normale medio, ma di ridurlo. Le Trade Unions compiono un buon lavoro come centri di resistenza contro gli attacchi del capitale; in parte si dimostrano inefficaci in seguito a un impiego irrazionale della loro forza. Esse mancano, in generale, al loro scopo perché si limitano ad una guerriglia contro gli effetti del sistema esistente, invece di tendere nello tempo alla sua trasformazione e di servirsi della loro forza organizzata come di una leva per la liberazione definitiva della classe operaia, cioè per l’abolizione definitiva del sistema del salario».
Questo concetto del sindacato come “leva” del partito verrà riportato pari pari nelle Risoluzioni della Conferenza di Londra nel settembre del 1871 della Prima Internazionale, ed esattamente nella IX Risoluzione su L’azione politica della classe operaia. La parte finale così definisce la questione:
«Considerando
– che contro questo potere collettivo delle classi possidenti il proletariato può agire come classe soltanto organizzandosi da sé stesso in partito politico distinto da tutti i vecchi partiti formati dalle classi possidenti e opposto da essi; che questo organizzarsi del proletariato in partito politico è indispensabile per assicurare il trionfo della rivoluzione sociale e della sua meta finale, l’abolizione delle classi;
– che la coalizione delle forze operaie già ottenuta con le lotte economiche deve servire al proletariato come leva nella sua lotta contro il potere politico dei suoi sfruttatori;
– la conferenza ricorda ai membri dell’Internazionale che il movimento economico e l’azione politica della classe operaia in lotta sono indissolubilmente legati tra di loro».
Negli Statuti generali dell’Internazionale, approvati nel settembre dell’anno successivo, 1872, all’Aja, queste nozioni basilari verranno trasferite alla lettera.
Engels in una lettera a Bebel da Londra del marzo 1875, nella quale critica aspramente il “Programma del partito operaio tedesco”, sulla falsariga delle “Glosse” di Marx contro le sciocchezze in esso contenute, scrive tra l’altro: «Non si fa parola (nel progetto di programma) dell’organizzazione della classe operaia come classe a mezzo dei sindacati di mestiere. È questo un punto molto essenziale, perché questa è la vera organizzazione di classe del proletariato, in cui esso combatte le sue lotte quotidiane contro il capitale, in cui si addestra, e che oggi nemmeno la peggiore reazione (come ora a Parigi) non è più in grado di distruggere del tutto. Data l’importanza che questa organizzazione assume anche in Germania, secondo la nostra opinione sarebbe assolutamente necessario farne menzione nel programma e possibilmente lasciarle un posto nella organizzazione del partito».
Engels, tra il 1841 e il 1845, aveva scritto un’importante opera La situazione della classe operaia in Inghilterra, nella quale spiega la necessità dell’associazione degli operai in difesa del loro salario, e – pag. 237 e seguenti dell’edizione Rinascita – tra l’altro scrive: «Si domanderà allora perché gli operai scioperino in casi in cui è evidente l’inefficacia della loro azione. Semplicemente perché essi devono protestare contro la diminuzione del salario e perfino contro la necessità di tale diminuzione, perché devono dichiarare che, come uomini, non possono uniformarsi alle condizioni esistenti, ma che sono le condizioni stesse che devono adattarsi ad essi uomini; perché il loro silenzio sarebbe un riconoscimento di tali condizioni, un riconoscimento del diritto della borghesia di sfruttare gli operai nei periodi di prosperità commerciale e di farli morire di fame quando i tempi sono difficili. Esse (le associazioni operaie, o sindacali) presuppongono la consapevolezza che il potere della borghesia poggia unicamente sulla concorrenza degli operai tra di loro, cioè sullo spezzettamento del proletariato, sulla reciproca contrapposizione degli operai. E appunto perché esse, sia pure in modo unilaterale e limitato, sono dirette contro la concorrenza, contro questo nerbo vitale dell’attuale ordinamento sociale, l’operaio non può colpire la borghesia, e con essa tutta la struttura attuale della società, in un punto più nevralgico di questo».
E sull’importanza delle lotte: «In generale questi scioperi sono soltanto scaramucce d’avamposti, talvolta sono già scontri d’una certa importanza; non decidono nulla, ma sono la prova migliore che la battaglia decisiva tra il proletariato e la borghesia si sta avvicinando. Essi sono la scuola di guerra degli operai, nella quale questi si preparano alla grande lotta ormai inevitabile; sono i pronunciamientos di singole categorie di operai sulla loro adesione al grande movimento operaio (…) E, quali scuole di guerra, queste lotte sono di una efficacia insuperabile».
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Questa sequenza di estratti dai nostri testi classici, che condensano lezioni storiche di vari e diversi periodi compresi dal 1825 al 1875, in un arco storico particolarmente fecondo di vicende fondamentali dell’umanità divisa in classi, che comprende svolti giganteschi dalla definitiva vittoria della borghesia nel ’48 in Francia, dalla affermazione sulla scena storica della classe operaia come classe combattente e lottante per sé, fino al costituirsi del partito di classe del proletariato; dal sorgere della teoria rivoluzionaria di questa classe di salariati fino alla nascita della prima organizzazione mondiale di questo partito, la Prima Internazionale Comunista; questa escursione a ritroso di oltre un secolo collegata alle posizioni della Sinistra, ricordate nella prima parte di questo lavoro, danno l’esatta conferma della giustezza delle posizioni del partito comunista rivoluzionario sulla sua viva partecipazione alle lotte operaie, alle organizzazioni di classe del proletariato, per farne delle “leve” atte a scardinare il potere politico del capitalismo. Chiariscono con abbondanza, questi testi, la menzognera propaganda opportunista tendente a far credere alle masse dei salariati che i sindacati operai debbano essere “indipendenti ed autonomi” dai partiti, per insinuare la credenza reazionaria che tali associazioni economiche debbano privarsi della guida del partito comunista rivoluzionario. Chiariscono, infine, l’esatta portata delle lotte economiche del proletariato che, sebbene giuste e inevitabili, non approdano a nulla di definitivo e di sostanziale per la classe se non tendono a trasformarsi in lotte per la conquista del potere politico, se, cioè, non servono di esercitazione per collegarsi al partito politico della classe operaia, al vero partito comunista.
I testi citati ricordano periodi storici densi di lotte spesso eroiche dei proletari di vari paesi dell’Europa, e dell’allora giovane America, disposti a lottare in condizioni di assoluta inferiorità – nel senso che è stato nel corso di tali lotte che la classe ha cominciato a scoprire le forme del suo combattimento di classe, sperimentandole al fuoco di molte e non raramente sanguinose sconfitte, di fronte alle quali la classe operaia di oggi, se ne ha ereditata la potente lezione e i ricchi insegnamenti, ha pure la grave responsabilità storica di non tradire il significato di tanto eroismo. E questa grave responsabilità pesa non solo sugli operai che non riescono ancora a scuotersi di dosso la codardia dei capi, il tradimento dei vecchi dirigenti passati al nemico, ma anche sul nucleo rivoluzionario delle vecchie generazioni di comunisti che si sono salvati dall’immane tragedia della controrivoluzione, vittoriosa insieme sull’Ottobre Rosso e sulla rivoluzione mondiale.
Ogni sciopero è una “battaglia”, ed ogni battaglia è un episodio della “guerra civile” tra il proletariato e le restanti classi possidenti della società. In questa battaglia, in questa guerra, le classi mobilitano tutte le risorse, tutte le energie; gli stati maggiori delle classi, i partiti, verificano i loro piani di combattimento, mettono a punto di continuo le armi di offesa e di difesa, studiano il nemico per colpirlo al cuore. Un esercito senza capi non è un esercito ma una accozzaglia di uomini; come un corpo senza testa non è un corpo, ma un tronco deforme. Così la classe dei salariati senza il partito o separata fisicamente dal partito è soltanto un ammasso di sfruttati ed il partito un nucleo di dottrinari senza seguito, fine a sé stesso, cioè un aborto di partito. Di conseguenza, la classe, con o senza guida, con o senza partito, è costretta a battersi obbligata dallo stesso capitalismo. Quando le vicende avverse della storia impediscono il costituirsi del partito la classe si dissangua in queste battaglie. Ma quando il partito risorge proprio dal profondo della tragedia, come una sublimazione delle sofferenze, dei tradimenti, delle schiavitù dei proletari, allora questo partito, se non vuole con il suicidio l’uccisione della rivoluzione, non può che porsi come obiettivo fondamentale di conquistare la testa delle masse salariate penetrando le “associazioni”, le “Trade Unions”, le “coalizioni” degli operai, per farne delle “leve” contro il capitale e contro l’opportunismo annidato nelle file operaie, per farne le “cinghie di trasmissione”, giusta Lenin, del programma rivoluzionario.