Partito e sindacati nella classica visione marxista Pt.6
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Un’efficace dimostrazione della corretta azione comunista di rileva dal numero dei consensi ottenuti nel febbraio 1921 a Livorno, poche settimane dopo la scissione del Partito Socialista italiano, al Congresso della C.G.d.L.: su circa 2,5 milioni di iscritti, cinquecetomila andarono alla frazione comunista della Confederazione, sebbene tale proporzione non rispecchiasse la reale influenza che il giovane Partito Comunista d’Italia esercitava sulle masse lavoratrici.
Nel Manifesto ai lavoratori d’Italia lanciato il 30 gennaio 1921, il partito proclama alto al proletariato i suoi compiti:
«Il Partito comunista d’Italia ispira il suo indirizzo tattico alle deliberazioni dei congressi internazionali e quindi intende avvalersi dell’azione sindacale, cooperativa, ecc. come altrettanti mezzi per la preparazione del proletariato alla lotta finale (…) La propaganda, il proselitismo, l’organizzazione e la preparazione rivoluzionaria delle masse saranno basate sulla costituzione di gruppi comunisti, che raccoglieranno gli aderenti al partito che lavorano nella medesima azienda, che sono organizzati nel medesimo sindacato, che, comunque, partecipano ad uno stesso aggruppamento di lavoratori. Questi gruppi o cellule comuniste agiranno in stretto contatto con il partito, che assicurerà la loro azione d’insieme, in tutte le circostanze della lotta. Con questo metodo i comunisti muoveranno alla conquista di tutti gli organismi proletari costituiti per finalità economiche e contingenti, come le leghe, le cooperative, le Camere del Lavoro, per trasformarle in istrumenti dell’azione rivoluzionaria diretta dal partito.
«Il partito comunista intraprenderà così, fedele alle tesi tattiche dell’Internazionale sulla questione sindacale, la conquista della Confederazione Generale del Lavoro, chiamando le masse organizzate ad un’implacabile lotta contro il riformismo ed i riformisti che v’imperano.
«Il partito comunista non invita quindi i suoi aderenti ed i proletari che lo seguono ad abbandonare le organizzazioni confederali, bensì li impegna a partecipare intensamente all’aspra lotta che s’inizia contro i dirigenti. Non è certo, questo, breve e facile compito, soprattutto oggi che molti sedicenti avversari del riformismo depongono la maschera e passano apertamente dalla parte dei D’Aragona, con i quali militano insieme nel vecchio partito socialista. Ma appunto per questo il partito comunista fa assegnamento sull’aiuto di tutti gli organi proletari sindacali che conducono all’esterno la lotta contro il riformismo confederale, e li invita, con un caldo appello, a porsi sul terreno della tattica internazionale dei comunisti, penetrando nella Confederazione, per sloggiarne i controrivoluzionari con una risoluta e vittoriosa azione comune».
Ed ancora, in uno dei tanti appelli del 1921, Ai lavoratori organizzati nei sindacati per l’unità proletaria, il partito comunista ribadisce solennemente la sua funzione e gli scopi nella lotta sindacale: «Secondo i comunisti italiani e di tutti i paesi, il mezzo più efficace per far guadagnare terreno alle tendenze rivoluzionarie fra le masse organizzate, non è quello di scindere quei sindacati che si trovino nelle mani di dirigenti destreggianti, riformisti, opportunisti, controrivoluzionari. Tagliati i ponti, nazionalmente come internazionalmente, con questi traditori della classe lavoratrice; costituto nel partito politico comunista l’organismo che abbraccia i soli lavoratori coscienti delle direttive rivoluzionarie dell’Internazionale Comunista; i membri e i militanti del partito rivoluzionario non escono dai Sindacati, non spingono al masse ad abbandonarli e boicottarli, ma dentro di essi, dall’interno dell’organizzazione economica, impostando la più fiera lotta contro l’opportunismo dei capi».
Nella Mozione comunista al Congresso di Livorno della C.G.d.L. tali compiti si precisano ancora più dettagliatamente sullo specifico terreno sindacale: «Considerato che l’unica via che può condurre all’emancipazione dei lavoratori dal giogo del salariato è quella tracciata nel programma e nei metodi dell’Internazionale comunista, attraverso il rovesciamento violento del potere borghese e l’instaurazione della dittatura proletaria nel regime dei Consigli dei lavoratori, che attuerà la costruzione della nuova economia comunista;
– che strumento principale della lotta proletaria per realizzare questi obiettivi è il partito politico di classe, il Partito comunista, che in ogni paese costituisce la sezione della Terza Internazionale;
– che i sindacati operai, volti dalla politica socialdemocratica dei dirigenti riformisti e piccolo-borghesi ad una pratica antirivoluzionaria di collaborazione di classe, possono e devono essere fattori importantissimi dell’opera rivoluzionaria, quando ne sia radicalmente rinnovata la struttura, la funzione, la direttiva, strappandoli al dominio della burocrazia dei funzionari attuali;
– che la tattica che la Terza Internazionale adotta per conseguire tali obiettivi esclude e condanna l’uscita delle minoranze rivoluzionarie dalle file dei sindacati diretti dai riformisti, ma prescrive ad esse di lavorare e lottare dall’interno, con la propaganda dei principi comunisti, con la critica incessante all’opera dei capi, con l’organizzazione d’una rete di gruppi comunisti nelle aziende e nei sindacati strettamente collegata al Partito comunista, allo scopo di conquistare a questo la direzione del movimento sindacale e dell’insieme dell’azione di classe del proletariato;
– riconosce indispensabile la creazione, al fianco dell’Internazionale comunista di Mosca, di un’Internazionale di sindacati rivoluzionari; finalità raggiungibile solo con l’uscita delle confederazioni sindacali conquistate dai comunisti dall’Internazionale gialla di Amsterdam, organismo nel quale si perpetuano i metodi disfattisti della Seconda Internazionale, e attraverso il quale gli agenti dissimulati della borghesia e di quella sua organizzazione di brigantaggio che si chiama la Lega delle Nazioni, tendono a conservare un influsso sulle grandi masse proletarie; ritiene che queste confederazioni sindacali nazionali, ed anche le minoranze comuniste organizzate nel seno dei sindacati riformisti, debbano aderire all’Internazionale sindacale rossa di Mosca, che a lato dell’Internazionale politica raccoglie tutti gli organismi sindacali che sono per la lotta rivoluzionaria contro la borghesia. Per conseguenza il Congresso delibera che la Confederazione Generale del Lavoro italiana: a) si distacchi dall’Internazionale di Amsterdam; b) rompa il patto d’alleanza col Partito socialista italiano, sia perché tale patto è inspirato a superati criteri tattici socialdemocratici, sia perché il partito stesso è fuori dalla Terza Internazionale; c) aderisca incondizionatamente all’Internazionale sindacale di Mosca, e partecipi al suo imminente congresso mondiale per sostenervi le direttive sindacali sopra richiamate, ossia quelle contenute nelle tesi sulla questione sindacale approvate dal Secondo congresso mondiale dell’Internazionale comunista; d) inspiri a queste direttive i suoi rapporti col Partito comunista d’Italia, unica sezione italiana della Terza Internazionale, riconoscendo in esso l’organismo cui spetta la direzione dell’azione di classe del proletariato italiano».
Nei testi si svolgono con stretto rigore programmatico le due questioni del rapporto tra partito di classe e sindacati – ritornando sulla funzione dello uno e sui compiti degli altri, preminente sempre quello del partito, subalterno quello delle organizzazioni economiche e contingenti degli operai – e del rapporto tra partito e classe, che si risolve nella tattica del fronte unico tra proletari disposti a lottare contro la politica socialtraditrice della centrale sindacale all’interno dei sindacati riformisti. Di particolare rilievo, ai fini della lotta internazionale del proletariato, la linea tattica tracciata per collegare il fronte proletario ispirato dal partito comunista con l’Internazionale sindacale rossa, strettamente collegata alla Terza Internazionale, e attuatesi nell’opera costante di distacco delle organizzazioni sindacali dalla Internazionale gialla di Amsterdam, infeudata alla Internazionale opportunista e all’Ufficio del lavoro della borghese Lega delle Nazioni.
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Serrati e Bianchi, nel giugno del 1920 a Mosca, avevano già, il primo come rappresentante del Partito Socialista italiano, il secondo come rappresentante della C.G.d.L, aderito all’idea di una Internazionale Sindacale Rossa. Infatti in quel periodo, il 15 luglio del ’20, la C.G.d.L. e la Centrale sindacale di Russia avevano concordato l’istituzione del Consiglio Provvisorio Sindacale come Comitato che avrebbe dovuto predisporre il primo congresso costitutivo dell’Internazionale Sindacale Rossa. Ma quando si trattò di dare pratica attuazione all’organizzazione internazionale, che implicava la scelta “O Mosca o Amsterdam”, la C.G.d.L., tramite il suo delegato in veste di “osservatore” al 1 Congresso dell’I.R.S. nel luglio ’21, dichiarò che non avrebbe abbandonato Amsterdam e che avrebbe contemporaneamente appoggiato Mosca. A questa bella conclusione il delegato confederale, socialista di “centro”, come si definì Bianchi, perveniva sostenendo che si doveva restare con Amsterdam per organizzarvi un’ala sinistra che cristallizzasse attorno a sé una forte e crescente opposizione, tale da conquistare la stessa Centrale internazionale gialla e quindi portare su un piatto d’argento alla Centrale Rossa le masse socialdemocratiche radicalizzate da questa tattica “rivoluzionaria”.
Stessa tattica e stessa giustificazione verrà adottata più tardi, ma questa volta dalla Terza Internazionale, nel confronti del Koumintang, cioè del partito democratico nazionale cinese, dopo un esperimento simile di catturare il fradicio P.S.I. attraverso la quasi quinta colonna “internazionalista”. Ambedue fallirono e la prima segnò la fase terminale del disastro dell’Internazionale Comunista e con essa del partito cinese. Il P.S.I. conduceva anch’esso la sua tattica di “fronte unico” alla rovescia, negli scopi ma anche nei mezzi. Infatti, mentre l’I.S.R, e Repossi, delegato al Primo Congresso quale rappresentante della frazione comunista della C.G.d.L., ponevano alla Confederazione, e di riflesso ai socialisti che la dirigevano, l’alternativa “O Mosca o Amsterdam”, formula di rottura nel campo internazionale, pur non prospettando minimamente l’uscita dei comunisti dalla Confederazione se questa si fosse dichiarata per Amsterdam, i socialisti della C.G.d.L. approvarono nel febbraio a Livorno al congresso nazionale sindacale la formula: aderire a Mosca “senza riserve” e senza uscire da Amsterdam “purché il P.S.I sia ammesso nella Internazionale Comunista”! La tattica ricattatoria non fece presa, ma ben disegnava l’intenzione socialdemocratica di annidarsi nel seno del Comintern per operarvi come elemento disfattista.
La Sinistra comprese assai bene le intenzioni della socialdemocrazia e si batté al secondo congresso dell’Internazionale perché fosse costruito con le “Condizioni di ammissione alla Internazionale Comunista” il più solido sbarramento possibile a qualunque infiltrazione di elementi spuri, ed osteggiò sempre il metodo – che purtroppo ricalcava quello sempre combattuto e odiato – dalle “concessioni” e delle “trattative” diplomatiche tra l’Internazionale e raggruppamenti o partiti politici ad essa esterni; metodo, si diceva, che avrebbe consentito l’allargamento dell’influenza rivoluzionaria. Tale metodo e tale tattica, che possiamo benissimo definire socialdemocratici, allorché furono adottati da Mosca, condussero alla suprema aberrazione di affiliare all’Internazionale Comunista anche i cosiddetti partiti “simpatizzanti”.
I sinistri combatterono la seduzione che la realizzazione del “fronte unico” sarebbe stata resa più facile, e più agevolmente e in fretta si sarebbe realizzata la condizione tattica della “conquista della maggioranza” delle masse lavoratrici e sfruttate per la vittoria rivoluzionaria. Gli argomenti probanti poggiavano proprio sulla vera intenzione dei socialisti: questi avrebbero aderito di buon grado a Mosca sia alla Internazionale Comunista, sia alla I.S.R., per costituirvi un’ala destra riformista col preciso scopo di sgretolare il movimento rivoluzionario comunista sabotandone l’azione, e facendo credere che la loro entrata avrebbe determinato il raggiungimento della maggioranza dei consensi proletari.