Partito Comunista Internazionale

Partito e sindacati nella classica visione marxista Pt.7

Categorie: PCd'I, Union Question

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Sarebbe grave errore ritenere che la partecipazione dei comunisti alle organizzazioni economiche del proletariato intesa come formazione in seno a tali organizzazioni di gruppi comunisti, sia una posizione “tattica”, un “mossa” per conquistare pure e semplici adesioni alla politica del partito comunista. La partecipazione dei comunisti al sindacato e alle lotte economiche del proletariato è una necessità implicita nel carattere operaio del partito comunista, e assolve alla funzione fondamentale del partito di classe di guidare le masse proletarie all’abbattimento del potere capitalistico. Quella falsa concezione è tipica di raggruppamenti politici che nel presente marasma, in cui regna assoluta l’ignoranza e la confusione delle idee, sostengono che il “nuovo” corso del capitalismo avrebbe superato la funzione dei sindacati, cosicché essi postulano la sostituzione dei sindacati tradizionali con altre forme di organizzazione operaia più “avanzate” e rispondenti alle “nuove necessità” della lotta. Tale concezione fa il paio con quella del sindacalismo ufficiale, il quale, partendo dallo stesso preteso mutamento delle strutture fondamentali della società, vorrebbe affidare ai sindacati non più i “soliti” “tradizionali” compiti di “contestazione”, di “rivendicazionismo”, di lotta “frontale”, ma quelli assai più “civili” e “moderni” di “intervento” nelle strutture economiche, sociali ed anche politiche, per “trasformarle”, in democratica competizione, al servizio dei lavoratori. Ciò giustificherebbe la “nuova tattica” dei partiti sedicenti operai (e soprattutto del partito che usurpa oggi la tradizione comunista, il PCI) che non aspirano a conquistare il monopolio della direzione delle organizzazioni economiche del proletariato, ma ritengono “tatticamente” più utile alla loro causa uno sviluppo parallelo delle organizzazioni politiche del proletariato (i partiti) e delle organizzazioni economiche (i sindacati), consistente nell’autonomia e nell’indipendenza di azione e di giudizio di ciascuna nella propria “sfera”.

È chiaro, da quanto abbiamo già scritto e soprattutto lungamente citato, che tale “nuova” concezione ricalca perfettamente quella del riformismo socialdemocratico di cinquanta anni fa, e serve solo a privare la classe operaia della sua guida naturale, il partito comunista rivoluzionario. Finché esisterà il capitalismo, e anche dopo il suo abbattimento nel periodo di trasformazione economica, in cui le classi borghesi, politicamente battute, continueranno tuttavia a sopravvivere per un certo tempo nel processo di lacerazione sistematica delle forme di classe, i sindacati operai sono l’organizzazione elementare indispensabile del proletariato, e il partito comunista ha il dovere di dirigerne l’azione (Lenin).

Attribuire, poi, ai sindacati autonomia e indipendenza significherebbe ravvisare nella loro politica una coscienza che spetta solo al partito; come il ritenere superata la necessità per la classe di organizzarsi sulla base delle spinte economiche fa supporre che la classe abbia completamente percorso tutto l’arco storico che la separa del comunismo pieno, in cui non vi sarà più bisogno di organizzazioni di difesa di classe, in quanto la stessa classe proletaria non esisterà più, insieme a tutte le altre classi, come espressioni della “preistoria” dell’umanità.

Abbiamo già visto che la prima posizione circa lo svuotamento storico dei sindacati e quindi, di riflesso, la necessità della loro sostituzione con organi più idonei, fu fatta proprio dai comunisti tedeschi cosiddetti di “sinistra” che dettero vita al Partito Comunista Operaio di Germania. Oggi, coloro che postulano tale scadimento di funzioni non riescono, però, a prospettare nemmeno una soluzione di ripiego, e cadono nel completo assenteismo. Tuttavia, tanto le posizioni dei comunisti operaisti, quanto quelle di tutti coloro che intravedono lo sviluppo più celere e sicuro del moto rivoluzionario attraverso l’invenzione di organi diversi da quelli classici, e implicitamente affidano il risultato storico alle forme di organizzazione, commettono il grave ed irreparabile errore di sminuire la primaria importanza del partito di classe nella storia. Tale errore fu comune anche agli ordinovisti italiani, sebbene in diversa misura e con atteggiamenti meno perentori degli operaisti tedeschi e dei tribunisti olandesi.

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La questione è sempre “attuale”, nel senso che le “malattie” insorgenti nel movimento operaio furono sia perfettamente diagnosticate e teoricamente debellate, e anche nel fuoco della viva lotta delle classi battute senza pietismi, ma non per questo il loro risorgere velleitario può ritenersi scongiurato. Il pericolo, come al solito, non sta nelle teste di alcuni o nei programmi politici di raggruppamenti con tendenza centrifuga rispetto al movimento ufficiale; ma trae origine dalle condizioni stesse in cui la classe proletaria versa e conduce la sua immancabile lotta difensiva. Il lungo richiamo storico, nel quale in fondo consiste questa nostra trattazione, vuole proprio ricordare alla classe che il marxismo rivoluzionario si compiace di ripetere teoremi noti non per il gusto di definirsi non-innovatore, ma perché gli stessi teoremi d’un secolo fa sono ancora validi oggi, in quanto le questioni abbordate sono tutt’oggi vive. Finché la classe operaia non avrà conquistato il potere politico, cioè finché il capitalismo vivrà e con esso vivranno le fiancheggiatrici schiere dei disertori e dei servi col preciso scopo di trattenere una parte della classe dallo slancio di occupare la linea del combattimento di classe, le deviazioni sono possibili e i pericoli delle sconfitte presenti: come la demenza produttiva del capitalismo resta operante finché la dittatura proletaria non ne avrà ucciso per sempre il potere politico.

Non è solo la conquista di una chiara, solida e inconfutabile posizione teorica che immunizza il partito di classe da un possibile deperimento: questa fu la storica lezione che la Sinistra intese trarre dalle lotte furibonde del periodo 1919-1926, soprattutto in relazione alla generosa pretesa di facili tesi che volevano dimostrare come ai comunisti tutto fosse permesso, perché… comunisti. A un saldo possesso dei principi deve corrispondere un’altrettanto salda azione conforme ai principi che rispetti in tutto l’assunto di partenza.

I Consigli di fabbrica e lo stesso “fronte unico” restavano strumenti della lotta rivoluzionaria del proletariato finché non si riteneva che sostituissero i sindacati e le organizzazioni economiche in genere. Allorché a questi strumenti fu affidata una funzione preminente rispetto a quella tradizionale dei sindacati, e gli operai furono chiamati a sopravalutarli e a vedere in essi rispecchiata in anticipo la loro futura condizione di classe vittoriosa, e la realizzazione di condizioni di infallibile successo, si perse di vista la funzione fondamentale del partito e si affidò alla classe una capacità di azione cosciente che prescindeva dal partito, e assegnava al numero di proletari schierati in trincea una posizione determinante sull’esito della battaglia. Quando, invischiati nel teoricismo tattico, i capi dell’Internazionale si fecero prendere dalle dispute bizantine su che cosa si dovesse intendere per “maggioranza” della classe, e in quale espressione matematica dovesse ravvisarsi, si stava spezzando proprio quel saldo legame tra principi ed azione, tra tattica e fini. Non solo non si realizzò nessun “Ordine nuovo”, ma si pregiudicò irrimediabilmente anche l’elementare struttura organizzativa della classe.

Il partito comunista si era conquistate invidiabili posizioni in seno al proletariato in virtù della propria intransigenza rivoluzionaria, e non di una vuota campagna di velleitarismo rivoluzionario, come purtroppo fu accusata di fare la Sinistra dai suoi crescenti denigratori.

Non solo la Sinistra in Italia fu la prima a lanciare la parola d’ordine del “fronte unico”, ma fu anche la sola ad applicarlo con evidenti successi. E tali successi e tale tattica furono possibili perché il partito non si mescolò con gli altri, non inseguì le sinistre di pretesi partiti operai né tanto meno strinse con questi o con quelle alleanze ideologiche e organizzative, che avrebbero compromesso l’esistenza stessa del partito di classe. Basti ricordare che nel novembre del 1921, a dieci mesi dalla costituzione del Partito Comunista d’Italia, la mozione comunista al Consiglio Nazionale della C.G.d.L. a Verona raccolse, malgrado i brogli e le pastette, un quarto dei voti: cioè sessantamila comunisti ottennero la adesione alla loro politica di quattrocentomila proletari.

L’applicazione della tattica del fronte unico fatta dalla Sinistra fu esemplare nel dimostrare due cardini dell’azione comunista: la necessaria partecipazione dei comunisti alle organizzazioni economiche di classe, con conseguente formazione di gruppi comunisti all’interno di esse, giusta l’insegnamento del marxismo e dello stesso Lenin (vedi L’Estremismo); l’assoluta fedeltà ai principi, che non dovevano essere compromessi per un ipotetico vantaggio immediato. Con questo la Sinistra non mise mai in discussione la questione della “conquista delle masse”, nel senso che il partito dovesse abilitarsi a dirigere la lotta generale del proletariato in primo luogo strappandolo all’influenza nefasta dei riformisti e dei centristi, più pestilenziali i secondi dei primi. La Sinistra, tuttavia, fu la sola a non credere ai miracoli della storia, e con tale convincimento fu sensibile più di qualunque altro partito al reale andamento dell’economia capitalistica in una situazione storica in cui tutti i conati rivoluzionari, dopo la vittoria dell’Ottobre, erano stati battuti. In questo stato di cose, la massima preoccupazione della Sinistra consistette nel conservare una salda compagine di partito fedele al marxismo rivoluzionario, che operasse per quello che le condizioni materiali glielo consentivano nella classe operaia, sia che le prospettiva immediata fosse di battaglie di avanguardia o fosse invece di battaglie di retroguardia.

Tutta l’opera formidabile della Centrale del Partito di sinistra del Partito Comunista d’Italia, fino al 1924, fino a che direttamente o indirettamente essa tenne la direzione del partito testimonia l’indefettibile indirizzo marxista dato al partito. Instancabile fu la ricerca di motivi di unificazione della classe per la costituzione di uno schieramento di battaglia rivoluzionaria che fosse il più esteso e il più profondo possibile.

La costituzione dell’”Alleanza del Lavoro” tra le correnti sindacali comunista, anarchica, sindacalista, dei ferrovieri, social-massimalista, fu un primo risultato considerevole. Attraverso l’”Alleanza”, di cui il partito era l’anima, fu preparato lo sciopero generale dell’anno 1922, dopo che erano stati presi dall’”Alleanza” contatti con i partiti operai, i quali, però, tentavano di usufruire di questi legami al solo fine di servirsi dell’”Alleanza” per sabotarne l’azione e bloccare il lavoro dei comunisti. Lo sciopero fu proclamato e al terzo giorno riuscì di una imponenza inattesa, tanto che fu stroncato per iniziativa dei collaborazionisti che temevano uno sviluppo della lotta tale da compromettere irrimediabilmente le loro manovre per la costituzione di un governo di coalizione, sotto il pretesto di impedire un governo fascista. Il risultato immancabile fu che la cessazione dello sciopero generale mise in movimento le squadre fasciste, che passarono ovunque all’attacco, contro le organizzazioni operaie; ma al tempo stesso screditò di fronte alle masse sia i socialisti riformisti sia gli stessi imbelli massimalisti, e spinse la parte più avanzata del proletariato verso il partito comunista.

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La Sinistra svolse i principi tattici del partito nelle celebri Tesi di Roma e condensò le lezioni dei primi due anni d’esistenza del partito comunista nel Progetto di programma d’azione. Nel “Progetto”, dopo aver precisato che «obiettivo del P.C. deve essere la dimostrazione alle masse dell’incapacità rivoluzionaria di tale partito (del Partito Socialista Italiano), come della sua incapacità a difendere anche i concreti loro interessi», e che «questo esige che non sì cessi dall’opposizione a tutte le correnti del P.S.I., che si dichiari impossibile fare opera comunista e rivoluzionaria nelle sue file, che si respinga ogni progetto di “noyautage” ufficiale nelle sue file da parte del P.C.», e che, «di fronte alla scissione del P.S.I. e alla formazione di un partito indipendente, la attitudine del P.C. deve essere tale da impedire che questo partito possa essere accolto dal proletariato italiano come un organismo di capacità rivoluzionarie», viene così messa a punto la questione dell’azione del partito:

«L’incremento delle forze organizzate e dell’influenza sulle masse del P.C. non può essere conseguito col semplice proselitismo che potrebbe derivare da una propaganda teorica e ideologica dei principi del partito, e il compito di questo non può limitarsi alla preparazione di elementi che ha inquadrati per il momento della suprema lotta rivoluzionaria (…) La conquista delle masse allo scopo di prepararle alla lotta per il potere proletario si deve realizzare come un’azione complessa ed intensa in tutti i campi della lotta e della vita proletaria, e con la partecipazione del partito in prima linea in tutte le lotte anche parziali e contingenti suscitate dalle condizioni in cui il proletariato vive. Tuttavia, nel corso della partecipazione del partito a tali lotte, deve essere in ogni istante posta in rilievo la connessione stretta tra le parole che il partito lancia e gli atteggiamenti che assume, ed il conseguimento dei suoi massimi fini programmatici. Per assicurare la conquista delle masse alla causa comunista è necessario accompagnare tutta questa opera nel campo ricchissimo dei problemi concreti con una critica incessante ed una polemica diretta verso gli altri partiti che guidano parte delle masse, anche quando appare che questi possano condividere gli stessi obiettivi per cui lotta il P.C. Gli elementi guadagnati all’attitudine ed opera del partito devono poi venire in tutti i campi solidamente inquadrati nelle varie reti organizzative di cui il partito dispone, delle quali tende ad ottenere la incessante estensione e delle quali deve in ogni circostanza essere assicurata la indipendente esistenza e continuità».

Al paragrafo 6): “I Comunisti nei sindacati”, oltre a ribadire il concetto centrale della partecipazione dei comunisti, si danno norme pratiche di azione: «La partecipazione del P.C. alle lotte concrete del proletariato con le sue forze, con le sue soluzioni, con la sua esperienza, si effettua in primo luogo con la partecipazione dei membri del partito all’attività di quegli organismi associativi delle classi lavoratrici che nascono per necessità e finalità economiche come i sindacati, le cooperative, le mutue, ecc. Di massima e sistematicamente i comunisti lavorano in quegli organismi che sono aperti a tutti i lavoratori e non esigono dai loro aderenti speciali professioni di fede religiosa o politica (…) In tutti questi organismi, di massima, i comunisti hanno i loro gruppi, ben collegati tra loro e col partito, che vi sostengono il programma conforme alle direttive comuniste (…) Il P.C. tende all’unificazione tra loro dei grandi organismi sindacali classisti italiani e lavora per essa fino dalla sua costituzione».

Al punto 7): «Il lavoro nei sindacati, tendente alla conquista di essi al partito ed alla conquista al partito di nuovi proseliti a scapito degli altri partiti che nel sindacato agiscono, nonché tra i senza partito, è quello più utile per un rapido incremento dell’influenza del P.C.» Nello stesso paragrafo si ritrova una norma utile in concreto ancora oggi: «Oggi il P.C. deve condurre una intensa campagna in tal senso col motto: sindacati rossi e non sindacati tricolore. A questo scopo il P.C. deve cercare di concludere una intesa con quelle correnti di sinistra del movimento sindacale che vogliono tenerlo sulle linee di una lotta di classe rivoluzionaria, e inserire in questa azione la lotta per la unificazione organizzativa dei sindacati, che assicurerebbe un massimo di attrazione delle masse nei sindacati stessi. Questa unificazione deve essere perseguita il più largamente possibile, senza escludere nemmeno gli elementi di destra che sono inquadrati da riformisti e sindacalisti già interventisti, oggi tendenti alla rettifica di rotta dei sindacati, ma deve avere i limiti di mantenere gli organi sindacali immuni ad ogni influenza diretta dello Stato, e di partiti e sindacati padronali, escludendo la partecipazione esplicita alla vita dei sindacati operai di partiti e correnti che sullo stesso piano propugnano la organizzazione di corporazioni professionali dei ceti abbienti, come oggi sostengono, oltre ad altri partiti borghesi, i fascisti ed in un certo senso i popolari. In caso contrario si lascerebbero passare tutti gli effettivi proletari in organismi in cui ogni propaganda ed ogni penetrazione comunista e rivoluzionaria sarebbero resi impossibili».

Nella Relazione sulla tattica al secondo Congresso del partito (il Congresso di Roma del 1922), veniva analizzata e approfondita la questione del “rapporto tra il P.C. e la classe operaia”: «Come può il P.C. sempre più allargare la sua zona di fattiva e reale influenza? Attraverso l’esempio della sua indefettibile dirittura? Per mezzo della propaganda? Sfruttando la seduzione estetica del gesto ribelle e coraggioso di pochi suoi iscritti? Non sono questi i soli e soprattutto non sono questi i maggiori mezzi che il P.C. deve usare nella sua opera assidua di penetrazione fra le grandi masse lavoratrici. Il P.C. ha il compito soprattutto di partecipare proficuamente ed instancabilmente a tutte quante le manifestazioni della complessa attività del proletariato. Dovunque un gruppo sia pur esiguo di lavoratori si è costituito per lottare sul terreno della lotta di classe, il P.C. deve portare la sua parola ed il suo incitamento per un’azione concreta; anche se quest’azione presenta solo rudimentalmente ed in forma embrionale i caratteri propri ad un’azione prettamente rivoluzionaria non è mai il caso di estraniarsi o irridere: bisogna sempre intervenire, perché attraverso la lotta qualunque movimento, per quanto poco rilevante e poco deciso sia al suo inizio, finirà con l’inquadrarsi nel complesso delle attività rivoluzionarie del proletariato. Il nostro partito anche sotto questo aspetto ha dato finora prova di essere interamente all’altezza del suo compito. Nessun compagno, anche chi più specificamente è dedicato agli studi storici riguardanti il nostro movimento, si è mai rifiutato di prestare la sua opera nelle forme più modeste ma più proficue ai fini che il nostro partito si propone di raggiungere».

Nel definire i compiti specifici del partito, le Tesi di Roma affrontavano anche la questione controversa del fronte unico che, secondo i dirigenti dell’Internazionale, doveva interessare non solo le organizzazioni economiche e di massa del proletariato, ma anche i partiti politici operai. La Sinistra fu tacciata di praticare una “tattica sindacalista”, perché, riteneva dannosa e improducente quella cosiddetta “politica”, cioè il fronte unico con altri partiti a base proletaria. La “Relazione” chiarisce egregiamente la controversia e mette in evidenza, al contrario, il significato squisitamente politico della tattica del partito: «È sembrato ad alcuni compagni dell’Internazionale che la nostra tattica meriti piuttosto il nome di sindacalista, perché prescinde dal fattore politico. Ciò non è esatto. Tutti i nostri compagni, nel portare comunque e dovunque nei sindacati la parola comunista, sanno di fare e fanno in realtà opera squisitamente politica. La verità è che noi stiamo costruendo nel sindacato il nostro solido congegno per la lotta contro i riformisti. Questo congegno è strumento prevalentemente politico nella lotta ingaggiata dal proletariato contro lo sfruttamento capitalista. Il nostro fronte unico significa il fronte unico delle organizzazioni di tutti i lavoratori. Esso varca ogni limite di categoria e di località. Esso si sforza di cancellare tutti i residui di tendenze corporativistiche che sovente vengono mascherate sotto un sindacato rivoluzionario che poco ha da invidiare alla socialdemocrazia federale. Questo fronte unico per il quale noi lottiamo è un patto eminentemente politico perché, attraverso la lotta per ottenere la sua realizzazione, si costituisce e si sviluppa l’inquadramento delle masse proletarie sotto la guida del partito politico di classe. Questa nostra tattica comincia già a dare i suoi buoni frutti (…) Noi conserveremo e difenderemo strenuamente la solidità di questo nostro inquadramento unitario; né disdegneremo in niun caso l’avvicinarci a qualsiasi organismo proletario per attirarlo nell’orbita del nostro movimento». Il chiarimento serviva non solo a rigettare certe accuse d’attivismo sindacale, in contrasto peraltro con quelle di uno sdegnoso atteggiamento di dottrinarismo che avrebbe racchiuso i comunisti in un “torre di avorio”, ma colpiva anche atteggiamenti di gruppi “ultrasinistri” che, nel rigettare il principio della lotta nelle organizzazioni economiche proletarie, non avevano alla lunga altra risorsa, per non soffocare nell’isolamento della masse operaie, che di veleggiare ai margini del movimento opportunista.

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Si deve ritenere che le citazioni date e gli atteggiamenti ricordati siano stati sufficienti ad inquadrare la questione, pur riconoscendo che la letteratura marxista rivoluzionaria abbonda di testi che trattano questo argomento; e che, negli anni incandescenti, formidabili lotte sul terreno dello scontro tra le classi e su quello dell’apprezzamento politico dell’azione del partito, oltre quelli qui riferiti, riproposero in continuazione il problema specifico dell’attitudine del partito comunista nei confronti dei sindacati, e quello più in generale della tattica.

Ma la presente serie di scritti non voleva soltanto e soprattutto essere una commemorazione più o meno riuscita, o un panegirico più o meno brillante, delle lotte del partito comunista rivoluzionario e della sua integrità marxista. Come al solito, i comunisti rifuggono da tali atteggiamenti e si preoccupano invece di ricercare nelle condizioni del presente, dell’oggi particolarmente avverso, i motivi di conferma del programma rivoluzionario e le ragioni di conforto della ripresa della lotta. È la tensione verso questi obiettivi preliminari e storicamente attuali che spinge la nostra piccola compagine a sondare nel processo reale quali possibilità sussistano per la penetrazione del programma rivoluzionario in uno con l’azione rivoluzionaria. Non ci accontentiamo di compiacerci d’aver sciolto grossi problemi teorici: vogliamo soprattutto impegnare la nostra organizzazione nel terribile e duro lavoro tra le masse proletarie, nelle fabbriche, nei campi, nelle organizzazioni di difesa economica e di classe, consapevoli che soltanto in virtù di questo lavoro oscuro sarà possibile riconquistare alla rivoluzione comunista i consensi e le adesioni dei proletari. Si devono raggiungere le condizioni di lotta e di capacità rivoluzionaria che furono proprie del partito di allora, e da esse con rinnovato slancio ritentare l’assalto al potere.

Ogni sforzo, quindi, sarà fatto perché i comunisti possano guidare dalla prima trincea l’armata proletaria, non temendo “di sporcarsi le mani”, perché nella lotta rivoluzionaria tutto si purifica e si esalta.