Lotta per la riduzione della giornata di lavoro Pt.1
Categorie: Economism, Karl Marx, Union Question
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La lotta per la riduzione della giornata lavorativa non in una singola azienda, dove questa riduzione non è in genere mai frutto di una lotta ma di una concessione per motivi che saranno chiariti più oltre, bensì alla scala nazionale, e se possibile, internazionale, la lotta quindi per la riduzione generale della giornata lavorativa rappresenta nelle mani della classe operaia l’unica arma con cui combattere, entro il quadro del regime capitalista, la oppressione crescente generata dall’aumento della produttività e dell’intensità del lavoro. D’altra parte ciò non significa che le lotte operaie per obiettivi più limitati non rappresentino anch’esse una forma dì lotta operaia contro il capitale, e che i comunisti debbano disinteressarsene. I comunisti al contrario devono partecipare attivamente a queste lotte particolari per elevarle e unificarle sulla piattaforma della riduzione della giornata di lavoro, l’unica via attraverso la quale i comunisti riusciranno a propagandare, impostare, e dirigere nel futuro la lotta nazionale e internazionale per la riduzione generale della giornata lavorativa.
L’apparente contraddizione fra lotte particolari e lotta generalizzata è così chiarita da Marx:
«Se nelle associazioni si trattasse realmente solo di quello dì cui sembra si tratti, cioè della fissazione del salario, e se il rapporto fra lavoro e capitale fosse eterno, queste coalizioni si urterebbero senza successo alla necessità delle cose. Ma esse sono il mezzo della unione della classe operaia, della preparazione all’abbattimento di tutta la vecchia società con i suoi contrasti di classe. E da questo punto di vista hanno ragione gli operai di ridere dei saggi maestri di scuola borghesi, che fanno loro il conto preventivo di quanto costa questa guerra civile, in morti, in feriti e in sacrifici dì denaro. Chi vuole battere il nemico, non discute con lui i costi della guerra». (Marx – «Lavoro salariato e capitale»).
Il paradosso dialettico consiste proprio in questo – i borghesi e i loro servitori riformisti sono i più
zelanti nell’esaltare la funzione delle lotte sindacali e nello stesso tempo nel sabotarle – i comunisti dimostrano che le lotte sindacali non hanno mai un esito risolutivo, ma ne sono gli unici difensori. La contraddizione e spiegata dal fatto che, per borghesi e riformisti, il rapporto fra lavoro e capitale è eterno; per i comunisti, il rapporto fra lavoro e capitale è destinato ad essere distrutto, e le lotte sindacali, in particolare la lotta per la riduzione della giornata lavorativa, sono un mezzo necessario a questa distruzione.
La tesi dei capitalisti e dei riformisti, l’eternità del capitale, non spiega l’antitesi, la lotta rivendicativa della classe operaia, e la riconduce alla tesi: l’eternità del capitale. Perciò i riformisti sabotano la lotta sindacale. La tesi dei comunisti, la distruzione del capitale, spiega ed illumina l’antitesi, la lotta sindacale operaia, e la conduce attraverso l’azione del partito alla sua sintesi luminosa: il comunismo. Così i comunisti difendono, potenziano e generalizzano le lotte rivendicative della classe operaia. Il programma comunista, la società comunista, sono il fine inconsapevole che muove gli operai nelle loro lotte, immediate, sono l’anima nascosta ma potente di queste lotte. I comunisti non possono staccarsi dal loro fine e dalla loro anima – partecipando anche alla più umile delle vertenze rivendicative, essi non soltanto si ricongiungono al fine e all’anima che in queste lotte si manifestano, ma li rappresentano, li incarnano e li esprimono agli occhi degli operai, esprimono agli occhi degli operai il comunismo.
I limiti economici delle lotte sindacali
Abbiamo affermato paradossalmente che la lotta sindacale è in un certo senso disperata. Si è visto che questa affermazione è di Marx, e che Marx aggiunge: se il rapporto fra lavoro salariato e capitale fosse eterno. Vediamo allora quali sono per Marx i limiti capitalisti ci della lotta sindacale.
«I costi che i sindacati procurano agli operai sono nella maggior parte dei casi più grandi dell’aumento di guadagni che essi vogliono ottenere… Se riuscisse alle coalizioni di tenere così alto in un paese il prezzo del lavoro, che il profitto cadesse sensibilmente in confronto con il profitto medio in altri paesi, oppure che il capitale venisse trattenuto nel suo sviluppo, la conseguenza dì ciò sarebbe la stagnazione e il regresso della industria, e gli operai sarebbero rovinati insieme ai loro padroni, perché questa è la situazione dell’operaio – la sua situazione peggiora a sbalzi, quando il capitale produttivo cresce, ed egli è senz’altro rovinato quando esso diminuisce o rimane stazionario». (Marx «Lavoro salariato e capitale»).
Tutto quindi nella società capitalistica spinge l’operaio alla distruzione di questa società, all’instaurazione del comunismo. Il comunismo è impossibile, è assurdo, ripetono oggi i luridi servitori del capitale. Essi non si accorgono che il primo e più grande degli assurdi è… la loro semplice esistenza di leccapiedi e sfruttatori. Ma i comunisti devono saper riconoscere i caratteri assurdi, le assurde contraddizioni del capitalismo, per farne scaturire la necessità semplice e ragionevole dei comunismo.
Ora, per quanto riguarda la questione sindacale, uno di questi assurdi, finché si rimane nell’ambito del capitalismo, è proprio l’esistenza dei sindacati. Solo il comunismo può spiegare l’esistenza dei sindacati oggi. Solo la speranza, oggi sotterranea ed inconsapevole, domani aperta e travolgente, che il capitalismo un giorno scomparirà, che gli succederà una organizzazione sociale in cui tutte le loro pene e le loro sofferenze scompariranno, può spingere gli operai a sopportare i costi in passivo che, finché dura il capitalismo, rappresentano per essi i sindacati.
Si è visto che il primo dei limiti capitalistici alla lotta sindacale sono i sindacati stessi. Si tratta ora di esaminare la situazione in cui il capitale produttivo cresce, cioè la situazione attuale – la situazione che è succeduta alla II guerra mondiale e si protrae tuttora. Quando il capitale produttivo cresce, la situazione dell’operaio peggiora a sbalzi, dice Marx. Bisogna quindi spiegare perché questi sbalzi nella situazione odierna degli operai debbano essere utilizzati dai comunisti in modo che si arrivi alla lotta per la riduzione della giornata lavorativa. Dal punto di vista dell’abbattimento del capitalismo, la spiegazione è semplice: se attraverso le lotte attuali si arrivasse da parte degli operai alla rivendicazione della riduzione della giornata lavorativa, e questa lotta coincidesse con la prossima crisi economica, cioè con il periodo in cui il capitale produttivo diminuisce o rimane stazionario e l’operaio è senz’altro rovinato, allora il capitalismo sarebbe colpito al cuore. Gli operai passerebbero dalla lotta economica più generalizzata, cioè per la riduzione della giornata lavorativa, alla lotta rivoluzionaria per la conquista del potere, proprio nel momento in cui il capitalismo è più debole.
Ma prima di questo è necessario dare la dimostrazione economica della necessità della lotta per la riduzione della giornata lavorativa. A questo scopo sarà riassunto il capitolo quindicesimo dei primo libro del Capitale, il quale si intitola: «Variazioni di grandezza nei prezzi della forza-lavoro e del plusvalore».
Il valore della forza-lavoro, scrive Marx all’inizio di questo capitolo del Capitale, è determinato dal valore dei mezzi di sussistenza che per consuetudine sono necessari all’operaio medio. In una certa epoca di una certa società, la massa di questi mezzi è data, benché la sua forma possa variare, cioè la quantità è costante, la qualità (forma) è variabile. Ad esempio l’operaio russo di oggi può coi suoi kopeki comperare tutto pane o tutta vodka, in ciò consiste la sua libertà; ed hanno perfettamente ragione gli opportunisti del Cremlino quando si presentano come i cavalieri della libertà. Ma al capitale non interessa l’uso che l’operaio liberamente fa del salario. Essendo data la massa dei mezzi di sussistenza necessari alla forza-lavoro in un’epoca determinata, ciò che può variare, e che il capitale ha interesse a far diminuire è il valore di questa massa. Infatti in questo modo diminuisce non il valore assoluto della forza-lavoro, ma il suo valore relativo; cioè il rapporto fra salario e plusvalore si sposta a tutto svantaggio del primo e a tutto vantaggio del secondo anche se il valore reale della forza-lavoro, cioè il salario reale, rimane lo stesso o addirittura aumenta. Come può il capitale raggiungere questo risultato? Marx esamina vari casi. Vediamo il primo.