Partito Comunista Internazionale

Per la verità e contro le insinuazioni

Categorie: Communist Abstensionist Fraction of the PSI, Second Congress

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Continuando ad occuparci delle moltissime cose non vere dette da Serrati e dagli unitari a scopo polemico contro le risultanze del Congresso Internazionale, ricordiamo come quegli abbia spesso, ed anche nel discorso che tenne al Convegno degli unitari a Firenze, asserito che al Congresso non si poteva discutere, che non gli fu possibile far valere il fatto che egli non aveva dal partito un regolare mandato, e così via.

Abbiamo già rilevato l’assurdità della pretesa che la convocazione e la preparazione di un Congresso come quello di Mosca si svolgessero con tutte le norme della solita legalità democratica. Vogliamo anche osservare come il carattere speciale del II Congresso della III Internazionale, il cui compito principale era di porre ordine nella organizzazione della Internazionale Comunista, di sistemare le cose di molti partiti che vi erano entrati senza essere a posto col suo programma e le sue finalità, mal si conciliava con un giudizio, in merito al quale avrebbero dovuto essere consultati quegli stessi partiti, la cui iniziativa di aderire non era ancora stata discussa e vagliata da alcun organo internazionale, che non erano regolarmente in possesso del diritto di partecipare alla Internazionale e al Congresso: come appunto era il caso del Partito Italiano.

In questa situazione speciale, oltre che per tante altre ragioni pratiche, non si poteva far di più e di meglio di quanto si è fatto per avere una discussione esauriente – né era possibile rimandare un congresso, che in fondo era il vero congresso di costituzione dell’Internazionale – a dopo che in ogni paese apposite discussioni preparatorie si fossero svolte, mentre appunto urgeva disciplinare la materia che si aveva tra mano.

Ma – ancora una volta – la colpa è di Serrati e dei suoi sistemi se i rappresentanti del Partito Italiano non poterono prendere parte più importante al dibattito sui varii temi.

Riportiamo dal «Soviet» di Napoli la narrazione dei fatti che si svolsero in seno al Congresso a proposito della costituzione delle Commissioni, alle quali i delegati italiani non parteciparono affatto.

I delegati italiani e le Commissioni.

Come già è noto, i rappresentanti italiani al 2° Congresso della III Internazionale erano i seguenti: per il P.S.I.: Serrati, Gramsci e Bombacci; per la Federazione Giovanile Polano (con voto deliberativo) e per la Frazione astensionista Bordiga (con voto consultivo).

Quando il Congresso si aprì 18 luglio, erano in Russia altri italiani membri della «emigrazione (?)»—benemerita—cioè D’Aragona, Colombino, Vacirca, Pavirani, i quali ottennero di assistere al Congresso, ed ebbero per mezzo di Serrati, anziché la tesserina verde dagli inviati, quella azzurra dei delegati con voto consultivo.

Allorché, dopo le prime sedute, la presidenza del Congresso propose di ripartire il lavoro tra apposite commissioni nominate per ciascun punto dell’ordine del giorno, si stabilì che ogni delegazione nazionale dovesse designare uno dei suoi componenti a far parte di ciascuna commissione. Altrettanto avrebbe dunque dovuto fare la delegazione italiana.

Il compagno Serrati, mentre si svolgeva la seduta del Congresso, venne a proporre alcuni nomi: e tra gli altri segnò per la Commissione della questione sindacale: D’Aragona.

Non si andò più innanzi perché il compagno Bordiga, il compagno Bombacci, ed anche gli altri italiani, osservarono subito che il D’Aragona non era un delegato al Congresso.

La posizione di D’Aragona.

Bombacci anche nella sua qualità di membro della Commissione per la verifica dei mandati, dichiarò che la Confederazione non aveva inviata alcuna delega al Congresso – d’altra parte la Confederazione non era un organismo aderente alla III Internazionale, tanto più che aderiva totalmente al segretariato di Amsterdam.

Serrati tentò di sostenere che la Confederazione del Lavoro non aderiva più ad Amsterdam; che anzi, con l’adesione di D’Aragona alla famosa convenzione dei sindacati firmata il 15 luglio (di cui parlammo estesamente nel numero scorsi) doveva ritenersi aderente alla III Internazionale; che il telegramma di Gennari (da noi menzionato nel numero sette) col quale si comunicava che la Confederazione autorizzava il D’Aragona a restare in Russia, poteva aver valore di mandato pel Congresso; infine che tutti gli altri compagni della missione italiana dovevano essere considerati congressisti con voto consultivo e diritto a stare nelle Commissioni.

Peccato, aggiungiamo noi, che era già partito quel Pozzani, commendatore della Corona d’Italia, spacciato in Russia per un autentico «tovarisc» compagno, e nominato membro onorario dei Soviet di Pietrogrado, oratore rivoluzionario sulle piazze di Mosca e prudente diffamatore del bolscevismo in Italia! Si poteva metterlo, magari, nella commissione per le condizioni d’ammissione all’Internazionale!)

Tutte quelle affermazioni erano e risultarono infondate. Che la Confederazione aderiva ad Amsterdam poteva essere negato soltanto a Mosca. L’adesione alla convenzione sindacale, e il telegramma di Gennari non erano mandati ufficiali pel Congresso: tuttavia, dichiarò Bombacci, D’Aragona poteva essere ammesso quale rappresentante al Congresso della Confederazione del Lavoro Italiana, forse anche con voto deliberativo: bastava che ne facesse domanda per iscritto dichiarando che la Confederazione non aderiva ad Amsterdam e chiedeva formalmente di partecipare al Congresso della Terza Internazionale…

Infine fu assodato che gli altri italiani potevano, come compagni esteri assistere al Congresso, ma non quali delegati, e quindi non avevano voto consultivo né diritto alla parola né tampoco ad essere membri delle commissioni.

D’Aragona rifiutò di presentare la domanda di cui sopra.

Tuttavia Serrati, membro della Presidenza, mentre ancora si svolgeva tale discussione, fece aggiungere alla Commissione sindacale, come rappresentante «dei sindacati» assieme… all’anarchico Pestagna, il D’Aragona.

I compagni della commissione dei mandati e con essi Lenin, Bombacci, Zinovieff, da noi interpellati, si pronunziarono nel senso da noi sostenuto contro il Serrati.

Il D’Aragona, vista questa situazione, non solo non si presentò nella commissione sindacale il che avrebbe dato luogo ad altri incidenti ma credette bene disertare le sedute del Congresso.

Pochi giorni dopo egli partì con gli altri non delegati, ad eccezione del Pavirani, che restò fino al ritorno degli altri in Italia.

Ricorso Cominternazionale

Per questo motivo – e con grande stupore di tutti i compagni esteri – nessun delegato italiano prese parte ai lavori delle commissioni. Se il compagno Gramsci partecipò a quella per la questione del Labour Party, fu perché questa era stata nominata già prima a parte. Se il compagno Bordiga intervenne in quella sul Parlamentarismo, fu dietro la sua richiesta di presentare e sostenere conclusioni in contrasto a quelle del relatore.

Tutto ciò potrebbe sembrare un pettegolezzo non degno di pubblica discussione, ove non ne emergessero due fatti di grande portata politica.

Il primo riguarda la condotta equivoca dei riformisti che dirigono la Confederazione Generale del Lavoro: essi vogliono far credere in Italia che sono nella III Internazionale – essi volevano – dopo aver partecipato alla famosa convenzione e [testo illeggibile] colla partecipazione al Congresso Comunista: ma nello stesso tempo non volevano e non vogliono staccarsi dall’Internazionale gialla e tagliare i ponti col corporativismo riformista e collaborazionista internazionale.

Per raggiungere tale scopo tennero a Mosca un contegno equivoco, e vollero insinuarsi nel Congresso per la finestra dato che costava loro troppo passare per la porta.

Il secondo rilievo riguarda l’atteggiamento di Serrati, che, pronubo dell’adesione di D’Aragona alla convenzione famosa, favorì il contegno di costui, essendo deciso a difendere a tutti i costi il riformismo dei capi della Confederazione, anche di fronte alle sferzanti accuse portate da più parti alla tribuna del Congresso.

D’Aragona e Serrati volevano arrivare alla conclusione – ingenui! – che la Confederazione del Lavoro, dati suoi rapporti col P.S.I., partito aderente da tempo a Mosca e assertamente massimalista, era il prototipo dei sindacati quali la III Internazionale dove desiderarli e comprenderli nel suo seno!

Ma questo è mancato, poiché a Mosca, nella chiusa sala del Kremlino, ha tuttavia potuto arrivare l’eco del l’avversione che la parte migliore dei lavoratori d’Italia nutre per l’opera antirivoluzionaria dei capi del massimo organismo proletario.

La “Massoneria Rossa!”

Poiché non crediamo ancora che Serrati voglia consapevolmente staccare un suo partito dall’Internazionale Comunista, e perciò gli convenga iniziarne la svalutazione per spingere poi a fondo i suoi attacchi contro di essa, ci stupisce enormemente come il Serrati non capisca che ogni nuovo argomento di quelli che egli va tirando in campo nella sua offensiva polemica lo allontani sempre più irrimediabilmente dalla Internazionale di Mosca, dai comunisti di tutti i paesi, e da noi.

La Internazionale dell’azione rivoluzionaria è cosa così nuova e grande che il suo sorgere non può andare esente da particolari esigenze e da inevitabili funzioni, di cui si concepisce che discutano in pubblico due sole categorie di persone: gli avversarii e le spie.

È inqualificabile quello che fa Serrati spingendo ogni giorno più la discussione al di là di limiti che, anche se egli già fosse fuori della organizzazione della Internazionale, non avrebbe diritto di varcare; salvo a vedere se questo diritto, che nel periodo tragico attuale non può più basarsi sulla volgare onestà, non riuscirà a foggiarsi altre sanzioni.

Egli accenna alla rete di informatori che il Comitato Esecutivo ha in quali tutti i paesi, rete indispensabile di allacciamento della preparazione rivoluzionaria, e deplora che questi informatori rispondano al solo Comitato, non siano controllati dai partiti locali nella loro opera e nelle loro relazioni, attribuendo a questa «massoneria rossa» (!) gli inconvenienti che egli deplora (come a rigorosa caccia all’opportunismo e agli opportunisti).

Tutto ciò è semplicemente indecente.

Anzitutto se il Comitato di Mosca ha la fiducia politica dell’Internazionale, dato il carattere del compito che gli spetta, si ha il dovere di aver fiducia e rispettare i suoi incaricati. O si accetta questa forma di azione e si va fuori dai piedi.

Chi invece deve venire a fare il disfattismo, per non dir altro, in così delicata materia? Un membro del Comitato Esecutivo stesso!!!

Inoltre questi compagni di cui così leggermente parla Serrati, non sono degli sconosciuti ma uomini di fede, provata nella rivoluzione, e poi anche dal fatto che anziché stare in Russia a mettere in salvo la pancia pei fichi stanno all’estero, esposti a tutti i rischi — compreso quello di aver a fare con certi comunisti.

Quando qualcuno di questi venne in Italia, egli era noto a Serrati, presentato a Serrati, affidato a Serrati. Questi, allora, sicuro di controllare sempre lui tutto, di essere lui la III Internazionale in Italia, non trovò al sistema alcuna eccezione, se ne giovò in ogni senso.

Solo quando il suo monopolio cominciò a declinare, quando le sue tendenze cominciarono ad essere meglio note, quando l’incaricato dell’Internazionale si accorse che Serrati non era il depositario del comunismo in Italia, ma che invece faceva una politica poco comunista; ed in conseguenza accreditò presso Mosca le responsabili affermazioni di altri uomini e [testo illeggibile] del Partito, allora Serrati si [testo illeggibile] a [testo illeggibile] della cosa.

Ed oggi egli tuona contro questi sistemi «profondamente antipatici alla nostra mentalità e alla nostra coscienza», che non gli erano antipatici fin quando poteva sperare di inquadrarli nella sua dittatura, e di farli servire ai suoi fini. Invece [testo illeggibile] giustifica non solo i sistemi dei russi, ma li rivela indispensabili.

L’accentramento autonomistico.

Serrati condanna l’uniformità accentratrice della tattica della Internazionale, perché trova assurdo che sia la stessa in tutti i paesi, e applicata collo stesso rigore.

Viceversa egli critica che si facciano – secondo lui – politiche differenti nei vari paesi: in Francia cedendo, in Italia stringendo etc. Che cosa vuole egli dunque?

È semplicissimo, e ce lo dice lui stesso.

Egli aveva ben proposto a Mosca come si doveva fare in Germania così e così, in Francia a quell’altro modo. In Italia poi come avrebbe curato lui, tenendone cari cari « i più devoti dei nostri che non hanno mai mosso un dito contro il Partito, e che saranno con noi quando sarà l’ora».

Dunque in Italia: autonomia assoluta: ci pensa Serrati. Negli altri paesi… eh, non tanta autonomia, ma disciplina internazionale alle direttive… proposte da Serrati.

Serrati può pretendere di giudicare e proporre per la Francia, ad esempio, una tattica diversa da quella che vogliono i comunisti francesi. Il Congresso avrebbe dovuto approvarla, e questi subirla.

Viceversa il Congresso non saebbe padrone di discutere, e deliberare per l’Italia una tattica diversa da quella che vuole Serrati; perché questi vuol restare autonomo a casa sua.

Abbiamo capito l’accentramento autonomista di Serrati che cosa è: in Italia e altrove l’Internazionale deve decidere di agire… come pensa Serrati. In caso di conflitto tra l’opinione del Congresso e quella di Serrati sull’Italia deve prevalere la seconda per l’autonomia locale. Ma in caso di conflitto tra il Congresso e, poniamo, i comunisti francesi, deve prevalere l’opinione del Congresso, qualora questa corrisponda a quella di… Serrati.

In altri termini si tratta di sostituire alla dittatura di Mosca, la dittatura mondiale delle opinioni serratiane.

La dittatura incontestabile del sinedrio Lenin, Zinovief, Bucharin e compagni deve cedere il passo alla seconda, suffragata, oltre che dalla mentalità mondiale di G. M. S., dal consenso autorevolissimo di quei luminari del comunismo che gli fanno corona nella frazione unitaria italiana, e che leggendo le articolesse [testo illeggibile] del loro degno capo scuotono la testa pensosa e affermano convinti: peccato che a Mosca siano così [testo illeggibile]