Razionalizzazione della produzione e riforme economiche, falsi obiettivi indicati agli operai dalla rinunciataria politica dei partiti opportunisti Pt.1
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Questo ottimo articolo di un giovane compagno merita l’attenzione di tutti i lettori, i quali vi troveranno la critica dei moderni sviluppi della tecnica produttiva e dell’automazione e della loro acerba critica, rilevando da sé che la stessa va messa in rapporto alle fondamentali posizioni di Marx sull’incremento della pena di lavoro, dell’intensità di lavoro, e della produttività del lavoro anche considerata come fatto sociale, tutte cose che ogni vero comunista rivoluzionario deve detestare e disprezzare come infamie fino a quando rimane la vergogna del potere politico negli artigli sanguinolenti del capitalismo borghese e democratico.
In questi ultimi mesi i maggiori organi di stampa, gli uomini politici più rappresentativi, gli intellettuali più impegnati hanno ansiosamente seguito lo svilupparsi della congiuntura ed auscultato con attenzione il cuore della malata economia nazionale. Già in questa molteplice concordia di interessi possiamo constatare come di fronte al comune pericolo (costituito dal timore della diminuzione dei loro mal guadagnati proventi) tensioni antiche, dibattiti, differenti opinioni si siano taciute tutte di fronte all’imperativa necessità di trovare una cura adeguata. E la cura c’è, è saltata fuori, non per le virtù intellettuali, o per la chiara diagnosi, di un qualche insigne studioso: ma perché insita nelle leggi stesse del capitalismo.
Di fronte a sconvolgimenti, crisi, situazioni preoccupanti, il rimedio è unico: diminuzione dei costi di produzione per ottenere un ritorno competitivo dell’industria nazionale, per resistere alla concorrenza internazionale. Questo è dunque il rimedio universale, unico ed obbligato; rimedio che per applicarsi segue due diverse vie: da un lato un sempre più accentuato intervento dello Stato nella gestione dell’economia, sostituendosi al singolo imprenditore per salvaguardare gli interessi della borghesia come classe e del capitalismo come modo di produzione; dall’altro la necessità di far pagare agli operai la diminuzione od il contenimento dei costi di produzione imponendo per ora un blocco dei salari (ed in effetti una loro reale diminuzione) che secondo la raffinata tecnica del governo di centro sinistra deve essere realizzato con l’acquiescenza delle organizzazioni sindacali consce di sacrificarsi pel bene nazionale, in questo caso “l’equa” remunerazione del capitale per mantenere attivo il motore della nostra economia.
I precedenti della razionalizzazione capitalistica
Questa necessaria tendenza del capitalismo italiano si attua secondo due direttive: l’una derivata dall’altra. Alla scala aziendale o dell’unità produttiva si tratta di razionalizzare la produzione; alla scala nazionale si tratta di programmare l’economia onde mantenerne inalterato lo sviluppo; poiché all’attuale livello un semplice ristagno di pochi mesi (come abbiamo visto nel caso italiano) porta già in sé le più gravi minacce per il futuro del capitalismo. Tutt’altro quindi che superamento della teoria delle catastrofi; si tratta invece della vulnerabilità massima al suo attuale livello ad ogni sia puri minima tensione generata dalle sue interne e numerose contraddizioni.
In questo articolo noi ci poniamo il compito di analizzare le presunte meraviglie della razionalizzazione e della pianificazione ai cui altari borghesi e venduti bruciano il più denso incenso nel tentativo di mistificare il proletariato sul contenuto di classe ed oppressivo di tali perfezionamenti.
Di razionalizzare la produzione certo non si parla solo da oggi; anzi è una costante tendenza del capitalismo il tentativo di risparmiare il più possibile sulla forza lavoro sfruttando più intensamente ed estesamente un minor numero di operai. La razionalizzazione quindi è una necessità per il capitale e noi possiamo seguirla nei continui perfezionamenti apportati alle macchine ed agli utensili messi in moto o guidati dalle braccia proletarie. Dall’energia idraulica, alla forza del vapore, al motore elettrico o a scoppio, all’energia atomica e alla cibernetica assistiamo ad un continuo perfezionamento tecnico degli utensili produttivi e ad un immane sviluppo delle forze produttive che portano al risultato di diffondere ad un livello sempre più allargato la socializzazione della produzione e quindi ad acuire la contraddizione insanabile dovuta al cozzare di tali forze produttive contro il cristallizzarsi della forma capitalistica.
Quello che abbiamo presentato è uno sviluppo che è usato dal capitale; usato per aumentare lo sfruttamento del proletariato; per aumentare l’intensità del lavoro, la sua produttività; basti ricordare al sorgere del secolo le scoperte dell’americano Taylor che fra i primi codificò e razionalizzò lo sfruttamento dell’operaio. Se prima l’operaio semplicemente vendeva la propria forza lavoro all’imprenditore, ma gli rimaneva una certa indipendenza sul modo di svolgere il proprio lavoro, ora egli era imprigionato da tempi e cicli di lavorazione; la sua partecipazione al lavoro era esclusa, anzi era considerata dannosa. Mai come da allora il prodotto uscito dalle sue mani gli era nemico. La tendenza a razionalizzare è dunque una costante del capitalismo. Costante che alle singole imprese si presenta con la necessità della legge naturale della concorrenza; si presenta come una necessità per tentare di dominare le tensioni che nello stesso seno aziendale si determinano; una necessità dettata dalla lotta per la sopravvivenza sul mercato; poiché chi abbassa i costi, chi razionalizza di più e meglio a spese degli operai è il signore del mercato; chi non può adeguarsi muore e sparisce. Però, come tutti i fenomeni che si verificano nel campo economico, quello della razionalizzazione ha conseguenze anche alla scala sociale.
Da un lato abbiamo l’aumento della disoccupazione (detta tecnologica) di operai già maturi, espulsi perché inadatti dal processo produttivo (e di ciò ci occuperemo in seguito), e di riflesso la necessità pel capitale di operai freschi, giovani e qualificati; dall’altro l’aumento della pletora medio borghese impiegatizia impegnata all’elaborazione delle nuove teorie (del linguaggio, delle informazioni, della rilevazione dei dati) connesse con la “rivoluzione dei computer”, mentre si assiste ad una dequalificazione e proletarizzazione dell’impiegatuccio piccolo borghese anch’egli ora legato ad una macchina che gli toglie ogni parvenza di autonomia o di libertà e che svuota d’ogni contenuto i suoi sogni miseri ed ipocriti. Esaminiamo ora le conseguenze che tali perfezionamenti alla tecnica produttiva portano alla situazione di classe degli operai. Se, come abbiamo già accennato, tali novità (tanto per citare macchine con controllo elettronico, treni di laminazione completamente automatici, officine intere guidate da cervelli elettronici) fanno gridare al miracolo gli zelatori del capitale e se, dialetticamente, in quanto approfondiscono le interne contraddizioni del capitalismo possiamo considerarle un fatto positivo, al momento attuale si convertono in un peggioramento della situazione della classe sfruttata. Gli stessi “computer”, infatti, che fanno gridare alla novità gli opportunisti di oggi, vengono usati per impostare e preparare i nuovi cicli di lavorazione, i tempi ed i metodi, le fasi del lavoro in modo sempre più tirato ed oppressivo; sicché la razionalizzazione avviene; ma come necessariamente deve accadere in una società divisa in classi antagoniste avviene unilateralmente razionalizzando lo sfruttamento della forza lavoro. In questo modo le fabbriche modello divengono vere galere in cui lo sfruttamento psico-fisico degli operai, per le necessità concorrenziali del capitale, è il massimo razionalmente possibile. A tale luce le vuote parole su democrazia aziendale, superamento del vecchio capitalismo, scoperta di novità a cui adattare i cardini del marxismo rivelano tutto il loro contenuto opportunista e fiancheggiatore e si può facilmente constatare come la tendenza attuale non sia null’altro se non il perfezionamento di un capitalismo sempre eguale a se stesso, tendente per la necessità della sua sopravvivenza a raggiungere il suo optimum nello sfruttamento. Questo è quindi l’aspetto della razionalizzazione della produzione che si concretizza in un aumento del flagello pei proletari; ma che dialetticamente avanza verso la sconfitta stessa di coloro che l’hanno iniziata sperando da essa il proprio salvataggio come classe.
E le sue conseguenze
Visto quindi come la razionalizzazione sia una via obbligata che il capitalismo è naturalmente spinto ad imboccare, è da vedere quali conseguenze porti la sua adozione nelle singole unità produttive. È ammesso universalmente che la razionalizzazione porta ad un considerevole aumento della disoccupazione; disoccupazione che per le sue caratteristiche (accennate poco sopra) trova particolare difficoltà ad essere riassorbita; mentre solo in parte tale liberazione molto estesa di forza lavoro può essere reintegrata mercé lo sviluppo delle società stesse produttrici di macchine elettroniche, poiché tali compagnie abbisognano di maestranze giovani e addestrate, mentre sono proprio lavoratori “superati” dalla tecnica produttiva che sono stati gettati sul lastrico e per i quali si apre solo la prospettiva di una disoccupazione o sotto occupazione senza prospettiva. La razionalizzazione si annuncia quindi con l’aumento dei disoccupati, l’aumento di quello che Marx definì come l’esercito di riserva, che porta ad un’azione calmieratrice sui salari; tende cioè ad aumentare la concorrenza fra gli sfruttati ed a far abbassare di conseguenza il livello dei salari. Abbiamo con ciò da un lato finanziamento e salari elevati ad una mano d’opera ricercata e qualificata, una vera aristocrazia operaia, paga e soddisfatta dei nuovi sistemi; dall’altro un abbassamento del livello medio dei salari per effetto dell’aumentata disoccupazione che si converte in possibilità di autofinanziamento ed aumentata capacità concorrenziale delle industrie. Questo processo rende però più evidenti ed implacabili le tensioni sociali ed implica per le aziende la necessità di un continuo sviluppo produttivo; poiché con gli oneri della razionalizzazione e con la situazione generale del mercato un limitato periodo di stasi, una sosta nella riproduzione del capitale implica già una crisi, crisi i cui contraccolpi sono sempre più difficili a pararsi (il caso recente dell’Olivetti insegni). Occorre notare infine come il processo su elencato, per gli alti oneri che comporta, per la selezione implacabile che attua fra aziende sane e non, concorrenziali e non, porta ad accentuare ed estendere il processo di concentrazione dei capitali mediante fusione di imprese a scala anche internazionale. Possiamo ricordare i fatti recenti dell’accordo RIV — SKF (annunciato da La Stampa — organo della Fiat, proprietaria della RIV — mediante un’intervista rilasciata da Agnelli dalla quale stralciamo, fra molte altre degne di più spazio, la seguente affermazione: “Ma arrivati a questo punto, con un livello salariale ormai adeguato a quello europeo [?] abbiamo due scelte: o più produzione con lo stesso numero di uomini, o la stessa produzione con un minor numero di uomini. Queste le sole alternative perché l’industria italiana sopravviva“. Agnelli ha parlato chiaro: evidentemente, nelle sue parole, con qualsiasi delle soluzioni da lui indicate il risultato è sempre un aumento smisurato dello sfruttamento operaio), le fusioni delle società ex elettriche e infine, lampante nel suo inequivocabile significato, il varo, da parte del governo di centro sinistra, di una legge avente lo scopo di favorire con sgravi fiscali le operazioni di fusione fra imprese, nel quadro questo della ristrutturazione dell’economia nazionale ed alla bella faccia della programmazione “democratica”. Tutto ciò svela il contenuto bigotto ed antistorico della difesa compiuta da parte dei partiti sedicenti operai degli interessi piccolo-borghesi, oppressi da tale tendenza, con la difesa della piccola proprietà e della piccola industria votate alla morte dal progredire di tale concentrazione. Ma la difesa di tali interessi da parte del P.C.I. ha un chiaro significato: la rinuncia ormai definitiva a rappresentare gli interessi del proletariato per accollarsi il compito di paladino delle lamentele piccolo borghesi ai cui numerosi voti il partitone, ormai consacrato alla sola prospettiva del parlamento, mira.
La razionalizzazione e i sindacati
Il processo che abbiamo testé esposto non è naturalmente frutto di nostre scoperte od invenzioni, si tratta al solito di raccogliere dati e notizie da cui ricavare una tendenza che noi, come nostro costume, confrontiamo alla luce della dottrina marxista invariabile e definitiva che ci permette di mantenere la nostra direzione rivoluzionaria.
È parimenti nostra abitudine, un eccesso di scrupolo se si vuole, far risaltare la nostra posizione dalle parole stesse di coloro che noi attacchiamo. Valga questo metodo anche in questo caso.
Riporteremo qui sotto vasti estratti di un articolo comparso sull’organo dei sindacati tedeschi-occidentali Welt der Arbeit in data 6-3-’64 e riportato dal bollettino internazionale della Federazione Sindacale Mondiale (a cui aderisce la C.G.I.L.), La Presse Syndicale n. 9 maggio 1964. Tale articolo è di particolare importanza perché si riferisce ad un’altra nazione, tecnologicamente più avanzata, capitalisticamente più vecchia, in cui ci è quindi possibile controllare quello che per ora in Italia è solo una tendenza al suo inizio; e ci permette di confrontare che le vicende del proletariato sono uniche nonostante la differenza di nazionalità. Il titolo dell’articolo succitato (traduciamo dal francese de La Presse Syndicale) è il seguente: L’automazione, flagello o benedizione:
“L’economia tedesca si sforza di economizzare la mano d’opera per mezzo di miglioramenti tecnici. Generalmente questo processo si dice ‘automazione’. Questa parola è diventata il simbolo della razionalizzazione moderna. In effetti l’automazione non è che una parte del progresso tecnico. Se pure tutti i settori della nostra economia non approfittano della tecnica in eguale misura, noi constatiamo tuttavia una cosa sbalorditiva: nella Repubblica Federale Tedesca, nel 1963, ciascun operaio ha prodotto in media, in un’ora, il 60% in più del 1956. Ecco un esempio. Per fabbricare 45 mastelli di 60 litri in latta galvanizzata, in un’ora, occorrono 30 metalmeccanici e 20 macchine. Per fabbricare, nello stesso tempo, 45 mastelli della stessa dimensione in materia plastica, sono sufficienti un operaio ed una macchina semiautomatica. Da qui l’economia di 29 operai che, come si dice, sono ‘tecnologicamente liberati’. Si afferma che il progresso tecnico crei posti di lavoro nuovi in misura maggiore di quelli che sopprime. Ritorniamo al nostro esempio. Per fabbricare una macchina che produce dei mastelli in plastica occorre meno mano d’opera di quanta occorreva per la fabbricazione di 20 macchine destinate alla produzione di mastelli in latta. Questo dimostra che delle ‘liberazioni tecnologiche’ hanno luogo non soltanto nelle imprese raggiunte direttamente dalla razionalizzazione, ma anche nelle altre. Si deve dunque distinguere fra liberazioni dirette ed indirette”.
“Queste liberazioni tecnologiche possono creare la disoccupazione, ma non obbligatoriamente. In sé queste liberazioni, sia dirette che indirette, non significano che un’economia di forza umana. Se, per mezzo di miglioramenti tecnici, si arriva a liberare 50 operai su 100, non si procede a licenziamenti che nel caso ove non sia possibile raddoppiare la produzione. Dei licenziamenti possono essere evitati egualmente se ciascuno degli operai non lavora più che metà tempo [ma con metà salario aggiungiamo noi…]. Se un’impresa non può compensare la ‘liberazione’ con la riduzione del tempo di lavoro e l’aumento della produzione, vi possono essere dei posti liberi in altre imprese. La condizione preliminare in questo caso, è un’espansione economica generale e una riduzione generale del tempo di lavoro”.
“[…] Una condizione preliminare per un aumento della produzione è l’aumento dei salari, perché altrimenti i prodotti non troverebbero degli acquirenti”.
Notiamo di passaggio come sia ipocrita il linguaggio di tale articolo, in cui l’articolista ha timore di chiamare le cose col loro vero nome, in cui invece di licenziati e di disoccupazione parla di “liberi” e “liberazione”, alchimia di parole che nasconde solo l’opportunismo di chi le usa. Ancora una cosa è da sottolineare, per ben mettere in evidenza il completo opportunismo dell’estensore della nota: in essa si arriva a mettere in primo piano la funzione degli operai come consumatori (e la funzione capitalistica dell’aumento dei salari per sostenere la domanda industriale), come acquirenti, in luogo della loro situazione di sfruttati. Nonostante tale punto di vista viene confermato che a tale livello “condizione preliminare è un’espansione economica generale“; sicché giustamente poco sopra noi osservammo – senza essere forniti dei ricchi uffici studi dei sindacati attuali – che una semplice stasi a tale punto era già un grave sintomo di crisi e di tensione sociale.
Ma riprendiamo la nostra lettura:
“Dai dati dell’Istituto della Ricerca Industriale il 6% del totale dei lavoratori è ogni anno ‘tecnologicamente liberato’. Nel 1962 v’erano nella R.F.T. 25,5 milioni di lavoratori; il 16% rappresenta dunque 1,5 milioni. Se lo slancio del progresso tecnico sarà mantenuto nei prossimi anni, occorrerà creare annualmente 1.500.000 posti di lavoro, vale a dire 15 milioni da qui al 1972. Se questi ‘liberati’ devono restare nella produzione il prodotto sociale deve accrescersi del 50% e il tempo deve essere ridotto a 35 ore per settimana. Altrimenti noi non sfuggiamo alla disoccupazione. […] Nel 1956 il tempo di lavoro settimanale (pagato) nell’industria era di 48 ore. Sette anni più tardi non era che di 44,5 ore, cioè 7,3% di meno. Malgrado questa riduzione effettiva la produzione del 1962 era circa dei 50% più elevata di quella del 1956. […] Malgrado la riduzione dell’orario di lavoro e una produzione crescente il progresso tecnico ha eliminato 63.530 posti di lavoro nell’industria. Dunque nell’era dell’automazione la riduzione del tempo di lavoro è non soltanto possibile, ma indispensabile. Il numero dei posti di lavoro che permettono all’uomo un lavoro creatore diminuisce rapidamente, non soltanto nella produzione, ma anche nel lavoro degli uffici tecnici e commerciali. Per il lavoratore ‘liberato’ era, fino ad ora, relativamente facile trovare un nuovo impiego, ma molto più difficile trovarne uno equivalente”.
“L’automazione e le altre forme del progresso tecnico svalorizzano soventemente la qualificazione professionale e minacciano il livello del salari individuali. Molti fattori che avevano una grande influenza sul salario, come l’esperienza acquistata, l’abilità, la quantità e la qualità del lavoro, il lavoro pesante o l’influenza dell’ambiente, perdono la loro importanza. Essi sono sostituiti da altri fattori soprattutto neuropsichici. Ma nei contratti collettivi, dove si tiene conto dei posti di lavoro convenzionali, questi fattori non hanno valore o giocano un ruolo secondario. Di più, essi non possono essere misurati. Da ciò i conflitti sul livello dei salari. In una piccola officina si arresta una catena di lavorazione superata, dove lavoravano degli operai altamente qualificati. La nuova catena ha una capacità doppia; ma degli operai diventano superflui. La direzione dell’impresa risolve il problema alla sua maniera; essa procede ad un riordinamento delle categorie; ne risultano delle rilevanti riduzioni di salario, in certi casi fino a 1,20 marchi all’ora (1 DM vale 155 lire it.). Ne risulta che 45 operai, di cui alcuni aventi 15 anni di anzianità, lasciano l’impresa proprio quando le altre officine della regione non offrono dei salari più alti”.
“Se la mano d’opera fosse stata rara la direzione non avrebbe mai preso delle misure così severe. I sindacati non possono ammettere che le imprese automatizzino, abbassino le loro spese ed elevino i profitti mentre per i lavoratori derivano solo degli svantaggi”.
Interrompiamo a questo punto la traduzione, del resto quasi integrale, del lungo e significativo articolo. Ne ricaviamo che le testimonianze di una tendenza vengono confermate nella pratica: diminuzione dei salari, dequalificazione dei lavoratori, licenziamenti, disoccupazione, aumento della proletarizzazione; ecco le lampanti conseguenze dei miracoli della tecnica moderna. Non ci occorreva del resto un articolo in proposito per confermare nella realtà la nostra tesi. Essa sta già tutta scritta, nella sua integrità, nella completezza teorica del marxismo; il quale, tutt’altro che invecchiato, seppe fin dall’origine, in quanto critica completa di un capitalismo unico dalla nascita alla sua scomparsa, prevederne le linee di sviluppo e le conseguenze che avrebbero portato nella schiera proletaria. Noi quindi non sentiamo la necessità di stupirci tremanti di fronte alle meraviglie di una tecnica tiranna, ma possiamo con orgoglio di militanti constatare la storica verifica di una linea di sviluppo necessaria per il capitale che il Partito ed il Programma Comunista già conobbero e previdero. Semmai, più che per il valore di testimonianza, tale articolo ci serve per battere in breccia la politica rinunciataria e bugiarda delle centrali sindacali di osservanza moscovita. Di fronte alle gravi conseguenze che l’articolo tradotto cita, quali sono le prospettive che vengono aperte il movimento sindacale? Semplicemente due, eccole:
“I sindacati rivendicano dunque degli indennizzi e delle misure per il riadattamento sociale. I sindacati stimano che sarebbe giusto che le imprese, stabilendo i piani di acquisto delle nuove macchine, adottino contemporaneamente delle misure per gli operai che saranno colpiti (dall’automazione)”.
Una prospettiva rinunciataria
Eccola la prospettiva; essa è completamente rinunciataria, immersa nel sistema vigente; se prima gli operai erano considerati in quanto consumatori, ora si reclamano per loro misure di riadattamento sociale, e quali? Scuole? Istituti? Corsi gratuiti? Una prospettiva vergognosa, di paziente ed imbelle attesa, una prospettiva che isola, stanca ed abbatte i proletari. Di fronte a tali sconvolgimenti li si invita ad aspettare le briciole dei superprofitti, una prospettiva che può andare bene per le vendute aristocrazie; ma che contraddice gli stessi interessi economici del proletariato. Da tali parole alle lotte articolate per catena, per fabbrica il passo è breve. Ovunque si tende a frantumare l’unità di classe degli operai, a dividere la loro forza, a frammentare i loro interessi. Di fronte a tali manovre da rinnegati noi rivolgiamo agli operai il nostro grido. Dovunque è loro interesse lottare come classe, uniti e compatti, lottare non per riforme o per il loro riadattamento “sociale”, ma lottare come classe contro il capitale, lottare per la scomparsa del capitalismo. Solo in questo modo, lottando per il programma massimo, la rivoluzione comunista, potranno difendere anche i loro interessi economici sotto il dominio del capitale,
Tale è l’unica via: all’unità del capitale, alla concentrazione massima degli sfruttatori è tradimento contrapporre vie nuove di lotta o ricercare metodi nuovi; è solo da contrapporre l’unità internazionale della classe degli sfruttati.