Partito Comunista Internazionale

Il mito dell’Europa unita Pt.1

Categorie: Europeanism, NATO, TFCMA

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Nel frastuono delle esplosioni della guerra (e della “pace”) d’Algeria, il tam-tam della stampa ufficiale sulle riunioni e sottoriunioni per il Mercato Comune Europeo, suona terribilmente falso. La perdita delle colonie e l’ascesa delle potenze americana e russa hanno segnato irrimediabilmente il declino dell’Europa, culla del primo capitalismo; di qui la necessità di trovare una “soluzione” nuova per un ulteriore periodo di grandezza: il Mercato Comune. L’Europa, giungla dei nazionalismi e arena delle guerre mondiali, pretende così di seppellire il passato e costruire pacificamente una vasta unità economica in grado di compensare la perdita degli imperi coloniali e di raggiungere, o meglio superare, le grandi potenze.

È questo, senza dubbio, un balsamo per il cuore dell’eterna vittima di tutte le grandi crisi, la piccola borghesia, che qua la guerra algerina spinge nelle prime file o dell’O.A.S. o della “gauche”, e là è minacciata dal grande capitale nella piccola e media industria, nell’artigianato, nell’agricoltura e nel commercio: eppure, il Mercato Comune è un nuovo colpo inferto proprio ad essa.

In realtà, la grande morale del Mercato Comune è la riscoperta dei benefici di una concorrenza “vera” e “leale”, in cui ciascuno abbia le stesse possibilità di riuscita, dalla grande alla piccola borghesia, dagli immensi trust al piccolo artigianato o bottegaio: ma come in ogni morale, non si accede senza dolori al paradiso: il comandamento è “investire di più e produrre ancora di più”, per trovarsi “in posizione favorevole” prima dell'”inevitabile” abbattimento delle frontiere. Proprio in questo noi vediamo le necessità inesorabili dello sviluppo capitalistico, contrabbandate sotto l’etichetta di “Europa Unita”. Se la vecchia Europa celebra oggi una seconda giovinezza (dal 1945, i tassi di incremento della sua produzione sono saliti al livello di quelli di un capitalismo giovane) è perché essa ha superato la crisi di sovrapproduzione grazie alle immense distruzioni della guerra e gode di un breve periodo di euforico sviluppo. Ma il proletariato, che i partiti operai rinnegati incitano a rimboccarsi le maniche senza porre rivendicazioni di sorta, sa che tutto ciò significa accumulazione forsennata di capitale sulla sua pelle.

Per noi le classi sociali sono legate a una certa forma di produzione e, a meno di una rivoluzione politica e sociale, la loro natura non cambia. La borghesia, come la definisce il “Manifesto”, è caratterizzata da una lotta incessante condotta prima contro l’aristocrazia, poi contro i partiti che si oppongono ai progressi della sua industria, sempre contro le borghesie straniere. La rivoluzione borghese crea quell’unità di produzione che è la nazione, e attraverso gli scambi mercantili la congiunge al mercato mondiale. Non occorre alcuna nozione nuova per constatare che lo sviluppo ineguale del capitalismo nel mondo e la marcia irregolare dell’evoluzione storica delle grandi potenze fanno sì che la borghesia internazionale, sempre pronta a far blocco contro le forze rivoluzionarie, è d’altra parte essa stessa profondamente divisa da inguaribili rivalità. Per noi il Mercato Comune non è l’unione delle nazionalità europee, ma l’espressione – più acuta che mai – della rivalità fra le nazioni capitalistiche.

Teoricamente, la costruzione dell’Europa Unita si basa sul postulato che si può regolare la produzione con mezzi monetari. Ma basta enunciare il postulato per vederne l’inconsistenza: come si può creare un’unità di produzione superiore (l’Europa) limitandosi a costruire un mercato? La dinamica dell’economia capitalistica non è affatto determinata in tutti i suoi momenti dalla concorrenza tra imprenditori, che se mai ne è l’aspetto più immediato, o dalla lotta fra nazioni borghesi, in cui la difesa del profitto può cedere di fronte alla difesa degli interessi generali di ciascuna borghesia nazionale: le forze produttive creano nel corso del loro sviluppo storico determinati rapporti tra gli uomini, e la ricerca del profitto non corrisponde che ad uno degli stadi da esse raggiunto. La borghesia è quindi la rappresentazione fisica dei dominanti rapporti di produzione capitalistici, che esprimono lo sviluppo raggiunto dalle forze produttive. Ma queste non possono fermarsi qui. Entro gli stessi rapporti capitalistici, esse crescono fino ad infrangere i limiti divenuti troppi angusti della nazione (l’impresa locale diviene così trust internazionale). Questa tendenza alla socializzazione dei mezzi di produzione, la cui soluzione reclama la rivoluzione sociale del proletariato, si compie, in assenza di quest’ultima, in antitesi al quadro nazionale degli interessi generali di ciascuna borghesia. Questa perciò tenta di superare la contraddizione con i propri mezzi, che sono i molteplici accordi economici che gli Stati firmano tra loro (gli uni contro gli altri): zone di libero scambio, Mercato Comune, accordi interamericani, consigli di cooperazione economica tira i paesi “socialisti”, ecc. e mediante i quali il capitalismo cerca di regolare le produzioni creando legami tecnici e finanziari tra le diverse branche economiche. Ma è evidentemente a modo suo che realizza questo obiettivo, perché nell’atto stesso in cui il capitalismo, mediante la divisione internazionale del lavoro, super-industrializza una parte del globo, distrugge l’economia di intere regioni gettandole nella miseria e nella rovina.

Solo quest’analisi dialettica della economia capitalistica permette di comprendere la natura contraddittoria dell’odierna nazione borghese. Con la stipulazione di accordi economici e politici, l’antagonismo che oppone le une alle altre le nazioni borghesi, lungi dallo scomparire, rinasce con un’ampiezza mostruosa nei blocchi che oggi si affrontano.

L’Europa (e il mondo) non potranno dirsi veramente uniti che quando la rivoluzione proletaria avrà abbattuto gli stati nazionali e instaurato un potere proletario internazionale. In attesa di ciò, tutta la propaganda riformista e megalomane dell’Europa Unita si urterà contro i limiti e le contraddizioni di natura obiettiva del modo di produzione capitalistico, e non basteranno le solenni firme di ambasciatori e di ministri a superarle.

L’esperimento hitleriano

Hitler (a capo di una Germania già privata delle sue colonie) si era inebriato alla “grande idea” dell’Europa Unita, ma, contrariamente ai promotori europeisti del nuovo dopoguerra, si era servito del solo mezzo adeguato per realizzarla: la forza. Ciò che il prussiano Bismarck aveva fatto per la Germania divisa in cento staterelli, egli voleva farlo per l’Europa del trattato di Versailles.

L’Europa Unità è oggi una frase vuota, in un continente economicamente mutilato; anche in questo il tentativo hitleriano era più serio, perché tendeva all’unificazione di due settori complementari: l’Ovest in certi punti super-industrializzato (la Cecoslovacchia, l’Italia del nord, il Lussemburgo, il Belgio, i bacini della Lorena, della Saar e della Ruhr); l’Est, prevalentemente agricolo. È a questa integrazione che si oppongono oggi le gigantesche forze centripete dei nuovi colossi americano e russo, sorti dal fumo e dalle fiamme della seconda guerra mondiale. Clamorosamente fallito il tentativo tedesco, l’Europa è entrata in un definitivo declino. Ad Est, è sorta la potenza industriale russa che la guerra ha accresciuto a dismisura e che si è circondata di una cintura di “alleati” e di “satelliti” per formare un insieme unico di produzione e di consumo. È stata questa la risposta russa alla guerra europea scatenata dalla Germania nazista contro l’Est e che tendeva in definitiva a impedire la saldatura tra l’industria russa ed il mercato agricolo dell’Europa Orientale.

Ma tutta la storia di questo dopoguerra – continuazione e, se possibile, rafforzamento del dominio degli imperialismi – è il risultato della spartizione compiuta alla fine della guerra, che contiene già in nuce le cause e lo schieramento di forze per il terzo conflitto mondiale. Le convulsioni del mondo d’oggi non derivano dalla particolare politica di questo o di quel governo, ma da tutto lo sviluppo storico della politica mondiale. L’Europa ricostruita col ferro e col fuoco dagli “alleati” ha visto la Germania divisa in due, e la Germania divisa significa l’Europa e il mondo divisi. I patti militari, la NATO e il patto di Varsavia, lungi dall’aver costituito le cause di questa divisione, non sono stati che il velo giuridico di una situazione storica: l’occupazione militare da parte dei mastodontici stati americano e russo che, pur avendo interessi contrastanti su scala mondiale, sono sostanzialmente d’accordo sulla divisione dell’Europa e lottano entrambi per mantenere sotto tutela; all’ovest come ad est, gli altri Stati.

Ciò che vale per la NATO, vale dunque per l’anti-NATO russa. Le alleanze che avevano messo in moto le armate russe, giunte a Berlino e a Vienna nella primavera del 1945 durante il periodo dell’idillio russo-americano, sono state il punto di partenza del condominio americano e russo in Europa.

Il fatto che gli Stati d’Europa siano divisi dalle opposte coalizioni militari del Patto Atlantico e del Patto di Varsavia, prova che la sorte del vecchio continente è ormai nelle mani delle superpotenze che delle suddette alleanze costituiscono il centro motore: gli Stati Uniti e l’U.R.S.S.

L’esperimento inglese

La firma, il 17 marzo 1947, da parte del Belgio, della Francia, dell’Olanda, del Lussemburgo e del Regno Unito, del Trattato di Bruxelles, ovvero dell’Unione Europea ispirata dalla diplomazia britannica, rappresenta un altro tentativo delle vecchie potenze imperialiste e colonialiste dell’Europa Occidentale di conservare le antiche posizioni mondiali distrutte dalla guerra e di interporsi come “terza forza” fra i due mastodonti URSS e USA.

La Germania era ancora in rovine (e l’Inghilterra si affrettava ad approfittarne!); si era in piena guerra fredda, ed è da questa che poco dopo doveva nascere il blocco di Berlino-Ovest ordinato dai russi. Si assisteva così al teatrale carosello del “ponte aereo” organizzato dagli americani. Ma l’aiuto finanziario di Washington per ricostruire l’economia europea ebbe facilmente ragione delle velleità di unione europea. Le potenze firmatarie del trattato di Bruxelles passarono quindi dalla coalizione europea alla più vasta coalizione rappresentata dall’Alleanza Atlantica ed è chiaro che nello stesso tempo il centro di gravità dell’Alleanza si spostò da Londra, il “grande vincitore” europeo della guerra antitedesca, a Washington. Storicamente, non è azzardato affermare che la creazione della NATO significò l’abdicazione delle vecchie potenze occidentali di fronte agli USA e il declino dell’Europa come sede del dominio del mondo.

Oggi, il presidente Kennedy può ben dichiarare al Congresso americano: “Un’Europa occidentale integrata, unita in una associazione commerciale con ali Stati Uniti, farà pendere ancor più dalla parte della libertà la bilancia della potenza mondiale. È la più bella occasione che ci sia stata offerta, dopo il Piano Marshall, di dimostrare la vitalità del mondo libero”.