Il mito dell’Europa unita Pt.2
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L’esperimento dei “Sei”
Può sembrare tuttavia, col “rilancio dei Sei”, che la decadenza non sia irreversibile e che l’Europa abbia ritrovato un nuovo vigore nella formidabile risalita dell’economia postbellica.
È ciò che può far credere la riduzione delle tariffe doganali realizzata per i prodotti industriali dal Mercato Comune. Ma la produzione industriale dei Sei è realmente venduta su un “mercato comune”? In altri termini, la formazione di un mercato comune dei Sei basta a garantire lo smercio della produzione?
Per rispondere a questa domanda, dobbiamo considerare il commercio estero della Comunità Economica Europea. Le esportazioni mondiali della C.E.E. in milioni di dollari U.S. sono le seguenti: 1938, 4,360 – 1948, 6.500 – 1950, 9.290 – 1951, 13.790 1952, 13.770 – 1953, 14.090 – 1954, 15.780 – 1955, 18.370 – 1956, 20.070 1957, 22.470 – 1958, 22.770 – 1959, 25.200. Durante lo stesso periodo, la percentuale degli scambi tra i Sei in rapporto al loro commercio mondiale è stata la seguente: 1938, 27,5 – 1948, 26,2 – 1950, 33,2 – 1951, 26,4 – 1952, 26,7 – 1953, 28,5 – 1954, 29,5 – 1955, 30,8 – 1956, 32 – 1957, 31,8 – 1958, 30,4 – 1959, 32,4. Grosso modo, i due terzi della produzione dei Sei sono dunque esportati al di fuori del Mercato Comune europeo. Ne segue che, se ci si pone seriamente il problema di un Mercato Comune, bisogna cercarlo non nei paesi della C.E.E. ma altrove, cioè là dove sono smerciati i due terzi della loro produzione. Questa non è una tendenza apparsa dopo la firma del trattato di Roma; già molto prima, il vero terreno della concorrenza commerciale tra i Sei si trovava sul mercato mondiale!
La riduzione dei diritti doganali tra i Sei non ha dunque che un effetto modesto e tutta la pubblicità intorno ad essa non toglie nulla al fatto che il 70% delle transazioni internazionali dei Sei sfuggono alle clausole del Mercato Comune. Una Europa economicamente indipendente non è che un’illusione, perché la sua esistenza è strettamente legata al mercato mondiale, e le correnti di scambio, aumentando continuamente in modo assoluto, non fanno che rendere più sensibile questo fenomeno.
Così, invece di possedere un’autarchia economica in grado di sottrarla alla pressione soffocante del mercato mondiale, l’Europa deve al contrario lottare per mantenere e migliorare le sue esportazioni fuori dai suoi confini e trova necessariamente sulla sua strada l’America e l’Inghilterra, e vi troverà sempre più l’U.R.S.S. Lo studio del commercio estero di questi tre settori è, a questo proposito, molto significativo, perché le loro rispettive esportazioni, lungi dal seguire una evoluzione unica, identica per i tre (U.S.A., Inghilterra e i Sei), mostrano al contrario disparità pronunciate. La tabella seguente, che raggruppa i principali dati del loro commercio estero (esportazioni), illustra le tendenze osservabili nel corso del periodo 1938-1959, Per ogni settore, la prima colonna dà la percentuale delle esportazioni in rapporto agli scambi mondiali; la seconda, la differenza di percentuale da un anno all’altro:
| CEE | USA | Regno Unito | |||||
| Anni | Commercio mondiale US$ mil. | % export di commercio mondiale | Differenza in % per anno | % export di commercio mondiale | Differenza in % per anno | % export di commercio mondiale | Differenza in % per anno |
| 1938 | 21.100 | 20,7 | 14,5 | 11,5 | |||
| 1948 | 53.600 | 12,1 | -8,6 | 23,4 | +8,9 | 11,7 | +0,2 |
| 1950 | 56.300 | 16,5 | +4,4 | 18 | -5,4 | 11,3 | -0,4 |
| 1951 | 76.100 | 18,1 | +1,6 | 19,6 | +1,6 | 9,4 | -1,9 |
| 1952 | 73.000 | 18,9 | +0,8 | 20,6 | +1,0 | 9,8 | +0,4 |
| 1953 | 74.100 | 19,0 | +0,1 | 21,1 | +0,5 | 9,6 | -0,2 |
| 1954 | 76.900 | 20,6 | +1,6 | 19,5 | -1,6 | 9,6 | 0 |
| 1955 | 83.700 | 21,9 | +1,3 | 18,5 | -1,0 | 10,8 | +1,2 |
| 1956 | 92.900 | 21,7 | -0,2 | 20,4 | -1,9 | 9,5 | -1,3 |
| 1957 | 99.800 | 22,6 | +0,9 | 20,8 | +0,4 | 9,2 | -0,3 |
| 1958 | 95.100 | 23,9 | +1,3 | 18,6 | -2,2 | 9,3 | +0,1 |
| 1959 | 100.600 | 25,1 | +1,2 | 17,3 | -1,3 | 9,2 | -0,1 |
Più che l’osservazione della tendenza delle esportazioni di ogni paese preso a sé, è particolarmente rivelatrice la combinazione dei tre. Nel 1948, gli Stati Uniti occupavano il posto dell’Europa sui mercati tradizionalmente riforniti da quest’ultima, con un aumento di circa il 9% delle sue esportazioni corrispondente a una identica diminuzione in percentuale delle esportazioni dall’Europa. A quella data, l’Inghilterra manteneva faticosamente le posizioni d’anteguerra, che in seguito non doveva mai più migliorare. Nel 1954, l’Europa dei Sei raggiungeva gli U.S.A. e riprendeva le posizioni del 1938. La recessione americana del 1958, i cui effetti si fanno sentire ancor oggi, dava all’Europa, ringiovanita dalle distruzioni belliche, il modo di consolidare le sue posizioni sul mercato mondiale a detrimento degli Stati Uniti.
In nessun momento, dunque, gli antagonismi obiettivi sono scomparsi fra le nazioni del blocco occidentale. Non solo: mai il conflitto d’interessi fra l’America e la “Piccola Europa” è stato così aspro come oggi. A questo fatto non cambiano nulla le stupide fanfaronate dei piccoli borghesi che credono di vedere la potente America ammainar bandiera davanti a loro, e la orgogliosa Inghilterra venire a più miti consigli. È invece chiara la manovra dell’Europa Unita: i Sei vorrebbero giocare, di fronte ai colossi americano e russo, il ruolo della “terza forza”, “garanzia di equilibrio, di pace e di sviluppo armonioso dell’umanità”, mediante il “giusto riconoscimento del ruolo di guida che non avrebbero mai dovuto lasciarsi sfuggire”. Ma ecco che, appena questo nobile progetto sta per germogliare, l’America rivendica la sua parte dopo che l’Inghilterra aveva posto la sua candidatura trascinando con sé il Commonwealth; e non è ancora finita… Addio, dunque, sogni di restaurazione dell’Europa e delle sue glorie! “Ma che cosa importa”, risponde l’ottimista incorreggibile, “se questo dev’essere il preludio a una intesa fra nazioni, a una cooperazione interstatale?”.
Eccoci dunque tornati sul solido terreno delle rivalità imperialiste. Come abbiamo detto, l’Europa approfitta momentaneamente dello sviluppo economico dovuto alle enormi distruzioni belliche per tentare le posizioni economiche perdute. Questo dimostra, una volta di più, ciò che noi non abbiamo mai cessato di affermare: nell’epoca attuale dell’imperialismo, il capitalismo non può sopravvivere che grazie alle massicce distruzioni belliche; l’impulso alla produzione è tanto forte quanto più importanti sono state le distruzioni. In altre parole, il capitalismo, la cui ragion d’essere è una accumulazione accresciuta senza posa, deve sempre più ricorrere, per sopravvivere, a disaccumulazioni violente.
L’agricoltura, pietra d’inciampo dell’unità europea
Tanto una eccedenza di manufatti che si esportano costituisce un vantaggio per un moderno paese capitalista, tanto una produzione agricola eccedente è per esso una catastrofe, perché queste eccedenze sono molto più difficili da collocare all’estero. L’esempio della Francia colpisce per la sua chiarezza. Spinta dal ritmo di un’industrializzazione che impone e porta con sé un rammodernamento dell’agricoltura, essa si sforza di ridurre la popolazione rurale (oggi il 44% del totale della popolazione complessiva) e di convertirla in proletariato industriale. Ma un tale mutamento nelle strutture sociali tradizionali non può avvenire senza scosse. Le manifestazioni dei contadini francesi non sono che un episodio degli sconvolgimenti prodotti dalla sparizione dei piccoli e medi agricoltori. Infatti la conseguenza più importante consiste nella necessità per il capitalismo francese di sacrificare al proprio sviluppo il suo miglior alleato, la classe contadina, classe conservatrice per antonomasia, e questa sparizione si accompagna a un rafforzamento numerico della classe operaia. La borghesia francese si preoccupa di compiere questa conversione progressivamente, in modo “insensibile”, senza intralciare lo sviluppo della sua industria. Si spiega cosi l’accanimento della Francia a Bruxelles, con l’intento non di far trionfare “l’idea europea”, ma di proiettare all’estero le proprie difficoltà nazionali attraverso il canale pratico del Mercato Comune utilizzato in tutte le salse. Questo spiega a contrario l’attitudine “intransigente” della Germania, che non ha alcun desiderio di sostenere le spese dell’operazione e il cui deficit agricolo costituisce la miglior arma nella conquista dei mercati del Terzo Mondo. Il suo atteggiamento è tanto più fermo in quanto la Francia non gode più di un monopolio in Africa.
In queste condizioni hanno avuto luogo le trattative di Bruxelles in vista di un mercato agricolo comune dei Sei, le cui risoluzioni finali hanno solo aggiornato la soluzione del problema perché, nella realtà, gli interessi materiali delle nazioni si affrontano senza che si possano mettere in comune le disparità che il capitalismo stesso ha fatto nascere.
La posta sociale dell’ “Europa unita”
La piccola borghesia dell’Europa occidentale, sebbene sia la madre di tutte le ideologie umanitarie, ha rosicchiato per lunghi decenni l’osso colonialista, scandalizzandosi del cinico modo di agire di avventurieri alla Cecil Rhodes, i proconsoli del capitalismo nelle colonie. Il capitolo del riformismo democratico e socialdemocratico che, nel corso dei decenni, ha conferito sicurezza e rispettabilità agli strati piccolo-borghesi, non sarebbe mai stato scritto senza l’espansione capitalistica nelle colonie. Ma oggi è chiaro che il moto d’indipendenza nelle colonie sta concludendo il suo ciclo, ed ecco tutta una tendenza del riformismo piccolo-borghese della Europa occidentale mettersi a sognare disperatamente un’Europa unita, che compensi, formando un solo, grande mercato, la terribile mutilazione che il capitalismo europeo ha subito con la perdita delle colonie.
L’esempio degli Stati Uniti d’America (la cui genesi è pure del tutto diversa) agisce allora sullo spirito dei “progressisti” con un irresistibile fascino. Scettica circa le possibilità d’integrazione politica europea, la grande borghesia capitalistica lascia che il nuovo “nazionalismo europeo” si sviluppi come la sola ideologia che possa conservare l’appoggio di tutto il settore della piccola borghesia e del proletariato che le umiliazioni e amputazioni subite dalle vecchie patrie avevano distolto dal tradizionale nazionalismo: in altri termini, come un momentaneo parafulmini contro l’ineluttabile evoluzione politica che toglierà ogni velo dalla società presente e ne renderà ben riconoscibile il volto.
La sola politica che sia all’altezza delle gigantesche forze di produzione moderne è l’internazionalismo proletario, perché solo il proletariato, strappando alle borghesie nazionali su scala mondiale il monopolio delle forze produttive, può liberare l’economia dalle contraddizioni nelle quali il capitalismo, per disgrazia di tutti, le imprigiona, e che crescono invece di attenuarsi man mano che la produzione e il mercato si estendono.
L'”europeismo”, l'”atlantismo” – come d’altra parte l'”anti-atlantismo” russo – non sono se non effimeri sostituti borghesi dell’internazionalismo proletario, che tendono a nascondere dietro un velo “progressivo” alleanze concluse unicamente in vista di “soffocare in comune il socialismo in Europa” (e nel mondo!), come già constatava Lenin. Ma questo tentativo è storicamente votato all’insuccesso. L’Europa e gli altri continenti non potranno non unirsi quando il grande terremoto rivoluzionario avrà fatto crollare gli Stati nazionali, preparando il terreno alla dittatura mondiale del proletariato. Utopia? Solo dei rinnegati possono credere che i governi capitalistici condurranno il mondo di guerra in guerra fino alla consumazione dei secoli.
Giorno verrà in cui essi saranno impotenti di fronte al proletariato finalmente in piedi che, facendo giustizia di tutti i Mercati e anti-Mercato Comuni, sfornati dalla vile propaganda “progressista”, spazzerà via da tutta la superficie del globo l’odioso e assassino mercantilismo della società borghese.