Partito Comunista Internazionale

Il «Socialismo» del Codice del Lavoro nella Repubblica Democratica Tedesca Pt.1

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Un cardine fondamentale della visione marxista dello sbocco finale della forma sociale capitalista, è che la società nata come scioglimento delle sue contraddizioni interne, quella comunista, non conoscerà le categorie economiche dello scambio mercantile e del lavoro salariato. Il marxismo è sempre stato (e in tanto è rivoluzionario) un’appassionata e nel contempo scientifica negazione della società mercantile che l’aveva suo malgrado prodotto, una negazione che è sempre valsa come l’affermazione più chiara dei principi opposti, quelli del comunismo. I marxisti non hanno avuto bisogno di descrivere utopisticamente, come in un bel sogno, le caratteristiche della futura società, ma ne hanno indicato le basi fondamentali negando all’iniziativa individuale, allo scambio mercantile, al lavoro salariato, insomma al capitale con tutti i suoi rapporti necessari, il diritto di ulteriore necessità storica. Essi, mentre ancora salutavano l’introduzione di questi rapporti nel mondo moderno e le sue rivoluzionarie conseguenze nei confronti degli assetti sociali precedenti, ne formulavano anche in modo implacabile il destino di divenire un freno allo sviluppo ulteriore dell’umanità.

In questa visione, noi leggiamo l’impossibilità di uscire dalla società del capitale senza uscire dalle forme «salario» e «scambio». La nuova società, appena nata, darà il massimo impulso alla cancellazione di queste categorie economiche. In tale prospettiva, sarebbe quindi apertamente controrivoluzionario mantenere i rapporti salariali (fin quando dovranno essere tollerati per l’impossibilità di abolirli di colpo e in modo integrale in un solo paese) con gli stessi mezzi del capitalismo, che agisce non per la soppressione, ma per l’eternamento del salariato. Immaginare un socialismo che ammetta ed anzi codifichi le differenziazioni salariali, i premi di rendimento, il lavoro a cottimo, il lavoro straordinario e simili glorie borghesi, equivale a proclamarsi apertamente nemici del passaggio al socialismo.

Che cos’è, allora, chi non solo immagina un tale socialismo, ma lo attua e lo sancisce in eleganti libretti «popolari»?

La «categoria» maledizione capitalistica

Sotto la benevola protezione di mamma Russia – «socialismo» modello – anche la Repubblica Democratica Tedesca ha provveduto a costruire il suo socialismo nazionale e brevettato, e a dar valore di legge alle proprie istituzioni «operaie»: ha quindi formulato e pubblicato un suo Codice del Lavoro, edito a cura della «Confederazione Sindacati Liberi Tedeschi» (FDGB), Berlino 1963, ediz. Tribüne, in diverse lingue, compreso l’italiano, e corredato da preziosi chiarimenti su ogni punto. La pretesa di questi signori è di… applicare le norme della società socialista, primo stadio della trasformazione sociale che ha per punto di arrivo il comunismo. Vediamole, dunque queste norme, nella teoria marxista e nella pratica demo-popolare.

Il principio della distribuzione dei prodotti nella società socialista (primo stadio), una volta eseguite le necessarie detrazioni, è, rispetto al lavoro prestato, egualitario. Sebbene, come dice Marx nella «Critica del programma di Gotha», in tale primo organizzarsi della società su base socialista esista il diritto egualitario dei produttori al prelevamento dei prodotti, quindi un diritto basato sulla disuguaglianza dei produttori individuali (chi è più forte, chi meno, chi più intelligente e chi meno, chi ammogliato e chi no, ecc.), un diritto che è ancora un retaggio borghese, è su questa base che si arriverà a sostituire, in un coerente sviluppo, l’egualitarismo stesso. Ma, come prima fase, esso è assolutamente necessario e va difeso contro ogni rinascita di individualismo.

È su tale base che ai produttori appare chiaro come il loro «cointeressamento» alla società non è mercantile, perché «non è più per via indiretta, ma direttamente, che i lavori dell’individuo divengono parte integrante del lavoro della comunità» («Critica del programma di Gotha»). Tutti gli sforzi della dittatura comunista saranno diretti a sviluppare nei laboratori la coscienza di questo fattore, cioè che essi non lavorano più egoisticamente legati dal loro interesse personale (oltre che da quello, invisibile ma implacabile, del capitale), ma fanno parte integrante della nuova società in embrione, che, se richiede sacrifici al singolo, non lo fa «interessandolo» come individuo alla produzione. Nel socialismo l’individuo è sempre «interessato», perché il suo lavoro lo ritrova e lo gode direttamente in quanto membro della società: Marx aggiunge che perde ogni senso l’espressione «reddito di lavoro».

In una delle spiegazioni «chiarificatrici» del contenuto «socialista» delle loro leggi sul lavoro, i Sindacati Liberi della R.D.T., ci spiegano invece (pag. 72; i corsivi sono nostri):

«Come sindacato appoggiamo il principio del cointeressamento materiale alla distribuzione del salario [badate: non solo sussiste il reddito di lavoro, ma si chiama apertamente salario]. Finora non abbiamo la società comunista nella quale ognuno può vivere secondo i suoi bisogni e agire secondo l’etica comunista. Fino a quando il lavoro continua ad essere il primo bisogno vitale degli uomini, un aumento rapido della produttività del lavoro dipende in larga misura dal modo come gli interessi sociali vengono in permanenza legati agli interessi personali di ogni lavoratore. Questo legame si realizza meglio ripartendo i fondi del consumo individuale secondo il rendimento di ogni lavoratore. In tal modo tutti vengono interessati ad aumentare, in modo qualitativo e quantitativo, la produzione nazionale dalla quale dipende la misura della loro parte individuale. Ogni egualitarismo nella retribuzione impedirebbe il nostro sviluppo e sarebbe incompatibile col principio del rendimento».

Ciò potrebbe far pensare che le differenziazioni di salario siano perlomeno dovute alle diverse quantità e qualità di lavoro fornito, fuori da considerazioni di categoria. Ma il paragrafo 4°, punto 3, pag. 73, toglie ogni dubbio:

«I livelli e le condizioni salariali sono da stabilire nei contratti collettivi di categoria in base alle disposizioni di legge».
Ne consegue, chiaramente, che a diverse categorie corrispondono diversi salari. Il lavoro viene quindi diviso in gradi di nobiltà a seconda dell’interesse che qualcuno (la classe dominante, rappresentata dal suo Stato-succhione) ne ricava, in modo che ai suoi diversi strati vengano gettati oboli più o meno sostanziosi a seconda che il capitale vi fa. Qui il lavoro non viene considerato come una massa indistinta astrattamente sociale, ma suddiviso in caste, quella dei proletari che lavorano normalmente, quella dei proletari che «meritano» di più, quella dei proletari che controllano i lavoratori, quella dei proletari che si specializzano e forniscono un lavoro d’un valore mercantile maggiore e così via. E il «socialismo» si fa in quattro per aumentare tutte queste differenziazioni in caste, introducendo il concetto di «cointeressamento»: tu sei un lavoratore specializzato, tu sei disposto a lavorare di più, quindi riceverai più danaro «socialista» e avrai un posto speciale in questa speciale società socialista che produce l’aristocrazia operaia. E certo questo operaio «nobile» sarà il fondamento dello Stato nel caso che la marmaglia degli operai volgari si rivolti, stufa d’essere calpestata in nome del… socialismo. Come i loro imbattuti maestri dei bei tempi – i fascisti – così i democratici tedeschi hanno riconosciuto l’importanza che bisogna concederti, oh aristocrazia del lavoro, baluardo dell’ordine borghese, emblema di schiavitù felice! Invece di portare la società fuori dalla maledizione del cointeressamento economico, si costruisce un mondo basato sulla sua esasperazione; invece di promuovere la coscienza collettiva del lavoro prestazione individuale necessaria nell’interesse non individuale ma sociale, si alimenta lo spirito egoistico del lavoratore-premio.

Trattando la questione della difesa e dell’offesa militare dello Stato socialista, Trotsky sottolineava che essa graverà tutta sulle spalle dei proletari. Sono essi che ne portano il peso, perché sono essi che generano, come classe, la nuova società, e lo portano serenamente e con orgoglio. Ciò è vero anche dal punto di vista economico, e a maggior ragione. Il laborioso e grandioso parto storico della società comunista richiede dei sacrifici; nessuno ha «diritto» a premi… Ma sono finiti i tempi in cui i militanti del partito di Lenin e i proletari più coscienti offrivano gratuitamente le ore di lavoro in più, per assicurare la produzione in giorni difficili. Fra l’altro, ora, gli «straordinari» e l’intensità di lavoro accresciuta servono solo ad ingrassare il capitale assetato di nuovi investimenti.

Che cosa stabilisce, nel socialismo – prima tappa del comunismo – il valore sociale del lavoro? Il fatto che esso sia più o meno difficile, che sia «intellettuale» o manuale? No di certo. Il primo passo che il socialismo compie consiste nell’appianare le differenziazioni, il che permette anche il trasferimento di gruppi di lavoro da un centro a un altro, di produttori da un genere di lavoro a un altro, senza premi, senza cointeressamenti, per la maggior consapevolezza d’essere membri d’una società che annulla le divisioni di classe ed i profitti, per la fine della schiavitù d’un lavoro perennemente idiota.

Un’aristocrazia….. socialista

Marx scrive che nella prima fase della società comunista, cioè in una società che
«porta quindi ancora sotto ogni rapporto, economico, morale, intellettuale le stimmate della vecchia società dal cui seno essa è uscita»,
il produttore riceve esattamente, fatte le detrazioni per le istituzioni sociali e la riproduzione del lavoro, ciò che ha dato alla società.
«Ciò che egli ha dato alla società è il suo quantum individuale di lavoro».
Il suo quantum, la quantità di lavoro, non la sciocca qualità, invenzione capitalistica per arruffianarsi il lavoro. Il lavoro noi lo misuriamo a ore, non a denaro.
«Egli (il produttore)», prosegue Marx, «riceve dalla società uno scontrino da cui risulta che ha prestato tanto lavoro (dopo la detrazione del lavoro effettuato per i fondi comuni) e, con questo scontrino egli ritira dal fondo sociale tanti mezzi di consumo quanto costa il lavoro corrispondente».
Ha fornito non un genere di lavoro, ma un tanto di lavoro, indistintamente. Questa è solo la base d’una società che va verso il comunismo. Percepire la stessa «remunerazione» per la stessa quantità di lavoro è per il socialismo un luogo comune, è il primo balbettio di tale grandiosa attuazione.

Scrivere cose come le seguenti (pag. 74) significa quindi, per noi, bestemmiare:

«Rendere molto o poco, non si riferisce soltanto alla quantità del lavoro, ma soprattutto alla qualità, e al suo valore sociale. Perciò gli operai nei settori più importanti della economia nazionale hanno le tariffe più alte. I salari dell’industria mineraria sono per esempio più alti di quelli dell’industria tessile».
(Noi leggiamo: il capitale ritiene più opportuno arruffianarsi la branca mineraria e siderurgica, così utili per la costruzione d’una economia capitalistica «di ferro»).
«Questa differenziazione è giusta, perché in tal modo si fanno avanzare i fondamentali della produzione nazionale dirigendovi la manodopera».
Nel socialismo la manodopera verrebbe diretta da una branca all’altra col sistema della sete di un guadagno maggiore!? Sarebbe questa senza dubbio una «interessante novità» per i «vecchi e superati» maestri Marx, Engels, Lenin, usati pur sempre come etichette di garanzia da appiccicare a prodotti non ancora affermatisi sul mercato. È forse inutile osservare come l’incanalamento della manodopera, ovvero delle forze produttive, con l’offrire un plus in un posto anziché in un altro, è caratteristico dell’epoca capitalistica e crea non solo dislivelli economici e differenze di interessi nel seno della classe proletaria, ma è la causa dell’alterazione della base naturale della società, cioè della formazione di centri a concentrazione parossistica di fronte ad altri in cui le risorse non vengono utilizzate perché «non rendono»; in breve, la causa della divisione tra città e campagna, i cui monumenti sono le pile di grattacieli che fanno a chi è più alto e più fesso, mentre ai loro piedi si svolge una epilettico duello fra automobilisti, la nuova specie «umana» prodotta dall’accumulazione capitalistica.

Riprendendo il filo, il Codice del lavoro della R.D.T. afferma che la differenziazione è «giusta» per l’avanzamento dei rami industriali più importanti. Ora aggiunge (pag. 74):

«Nell’interno di questi rami dell’economia nazionale si fa un’altra differenziazione [finalmente una differenziazione!] in categorie di aziende (aziende principali e ausiliarie). Naturalmente il nostro [il vostro] sistema retributivo non si esaurisce con questa classificazione, altrimenti potrebbe darsi che all’interno d’una azienda tutti gli operai percepiscano lo stesso salario». (Che scandalo sarebbe!).
«Nelle aziende si fa una differenza tra il lavoro qualificato e quello non qualificato, tra il lavoro difficile e quello facile».

In queste paradossali «aziende socialiste» (come le definisce lo stesso testo) il fesso fa il lavoro facile e il «dritto» fa il lavoro «difficile», cioè controlla il fesso. Ma allora ha ragione quella buona donna che ripeteva: è stato sempre così e sempre sarà così, l’ignorante morirà ignorante e buono a nulla e chi sa usare i gomiti si farà strada. Questa credenza, spinta a un livello più elevato di quello della povera buona donna, è l’abituale fondamento sovrastrutturale con cui ogni sfruttamento di attività altrui cerca di giustificarsi, e il «socialismo tedesco» non si è voluto privare della utilizzazione di così utile puntello.

Spiacenti di aver fermato il testo nella sua appassionata «suspense» per quello che accade dopo, ci facciamo subito da parte;
«Gli operai e gli impiegati vengono aggruppati secondo varie categorie di salario o di stipendio. Questa ripartizione fissa concretamente [si aspettava qualcosa di concreto!] la tariffa di ognuno in relazione al valore sociale del suo lavoro».
È risaputo, no?: un impiegato «vale» più di un operaio, è «sempre» stato così e «sempre» sarà così. Anche il «comunismo superiore» cui mamma Russia quasi è arrivata, conoscerà, senza dubbio, secondo i Sindacati Liberi della Germania Orientale, degli impiegati, magari super-elettronizzati, di gran lunga superiori agli operai.

«La classificazione è inoltre un atto di grande responsabilità perché serve a collocare il giusto uomo nel suo giusto posto [nel buco di lavoro, nella cella di rigore in cui consuma la sua vita d’uomo]. Per realizzare migliori risultati e per giungere ad una classificazione veramente giusta [tutto dev’essere «giusto» per questi sciocchi, che non hanno ancora imparato come le cose giuste le sognino solo i borghesi di cattivo umore: nel comunismo niente sarà «giusto»], abbiamo adottato – con il Codice del Lavoro – una via nuova» (pag. 74).
Ma no, è la via stravecchia – quella capitalistica – la solita – quella dello sfruttamento del lavoro salariato…