Il «Socialismo» del Codice del Lavoro nella Repubblica Democratica Tedesca Pt.2
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Fregatura si, ma democratica
Ma la vera beffa di queste economie «pianificate» non è lo sfruttamento, cosa normale, anzi basilare, in ogni capitalismo. La beffa è la «democratizzazione» delle istituzioni, è la «partecipazione» dei lavoratori ad un sistema che li divora, è il loro «cointeressamento», la loro «consultazione», il loro democratico consenso a tutto questo schifo. La classificazione dell’operaio avviene, nella R.D.T., nel seguente modo; esistono dei cataloghi per molti rami economici, in cui ogni lavoratore trova la sua qualifica, le difficoltà del suo lavoro e la propria categoria salariale, stabilite secondo un esempio-modello, un esempio tipico. Nei diversi cataloghi sono contemplati esempi per diverse professioni: meccanici, tornitori, minatori, muratori, ecc. Entro queste suddivisioni, poi, si trovano esempi per i lavori di diversa difficoltà; quindi altri, diversi solari. Insomma proprio come a casa nostra, dal nostro padrone e col nostro Stato «reazionario».
La beffa è però la seguente:
«La redazione dei cataloghi è avvenuta con la partecipazione decisiva dei sindacati e dei lavoratori stessi. Si è giunti a una effettiva, giusta [ci voleva!] classificazione [l’abbiamo detto, se è giusta è perché è una fregatura, non c’è dubbio] e alla uniformità per i singoli rami e per l’insieme dell’economia nazionale». (Pag. 75).
Volete fregare le masse? Consultatele! Questa è una «via» ormai secolare, che ogni buon democratico conosce e spera di calcare. De Gaulle vuole l’approvazione? Consulta le masse. Vuol dare una pedata alle chiacchiere parlamentari? Consulta il «popolo». E il popolo risponde «sì, sì» (e che approvi la pedata al parlamento non glielo si può addebitare come torto). I comunisti hanno da sempre riso delle manie consultative e posto il mito della democrazia fuori dalla loro concezione, lasciandolo all’ideologia borghese per quel tanto o poco che è utilizzabile come strumento di lotta contro le forme sociali precedenti. Finito quest’«ufficio» di quel mito non resta nulla; solo una parola ipocrita nel cui nome tutto è i permesso; un mezzo ideale per comandare a bacchetta dando l’illusione dell’«autogoverno». I comunisti hanno lasciato questo termine dove esso è nato e non lo fanno rientrare tra le loro rivendicazioni, nemmeno tra quelle minime e microscopiche; né lo usano come principio per la loro organizzazione di classe.
Che gli operai della Germania Orientale, irretiti esattamente come quelli della Germania Occidentale e del «mondo libero» in genere, abbiano dato il loro sì ai fanfaroni «socialisti», non significa per chi non è miope e non vede oltre il fatterello immediato che con la loro azione anche incosciente essi non giungeranno a dire un enorme NO a tutta una forma sociale che ormai da troppo tempo li sfrutta e deride.
Nella seconda parte di questo articoletto verremo a sapere quali forme di «salario» esistano presso i «socialisti tedeschi», e faremo senza dubbio la conoscenza di forme di salario del tutto nuove, novità degne di una società «socialista tedesca» meritevole d’un brevetto che la preservi da pericolose imitazioni da parte sia di paesi capitalistici e «reazionari», sia di paesi «socialisti» fratelli e «nazionali».
Il Salario a tempo, imperfezione «Socialista»
Abbiamo visto come, anche in un paese ufficialmente ad economia collettiva come la Germania Est, i sindacati, che,
«in conformità al carattere del nostro ordinamento di democrazia popolare, non si trovano in opposizione allo Stato socialista, ma lavorano per raggiungere lo stesso obiettivo: la vittoria del socialismo» (pag. 21)
frammentino la classe operaia disperdendola nei rivoli di interessi personali diversi, aumentando la concorrenza fra lavoratore e lavoratore, spingendo l’uno a «fregare» l’altro nella corsa per una miseria di guadagno in più (tutto ciò, abbiamo visto, si chiama, con molta eleganza, «cointeressamento»), insomma la smontino pezzo per pezzo nella sua coesione, frantumandola in particelle individualistiche, non spinte ad agire dall’interesse collettivo di classe, esattamente come da noi la triade sindacale CGIL, UIL, CISL basa le lotte operaie sulla cosiddetta articolazione e sulle differenziazioni salariali di qualifica.
Ma, se l’opportunismo dei nostri sindacati ci fa ribrezzo, come meravigliarcene quando i maestri della «tecnica» della frantumazione classista sono proprio i sindacati dei paesi «socialisti», in cui essi non si trovano più «all’opposizione dello Stato» e quindi hanno tutte le più «concrete» possibilità di attuare fino in fondo le loro aspirazioni? In effetti, essi le attuano e contribuiscono fattivamente a «costruire» quel meraviglioso «socialismo» in cui, come vedremo, il famigerato salario a cottimo svolge la funzione di muro maestro.
Ben lontani dallo spiegare alla forza-lavoro che la strada che porta al socialismo, più o meno lunga a seconda delle condizioni di partenza, porta anche alla scomparsa completa del salario, i Sindacati Liberi Tedeschi hanno scoperto il «difetto» del salario ordinario, il salario a tempo, e provvedono a correggerlo. Molto «socialisticamente» essi ci spiegano (pagg. 76-77):
«Si conoscono da noi due forme principali di salario; il salario orario ed il salario a cottimo, che hanno a loro volta varie forme di attuazione. Il salario orario è la retribuzione del tempo di lavoro reale dell’operaio e del grado di difficoltà del lavoro. Ci si è accordati su di una categoria ed il salario si paga secondo il numero delle ore di lavoro. Al salario orario manca quindi quel particolare incentivo necessario per il raggiungimento di risultati di lavoro più elevati».
Il salario orario sarebbe quindi poco adatto al «socialismo» non perché è, molto semplicemente, un salario, e perciò un classico rapporto capitalistico, ma perché gli manca «quel particolare incentivo». Che cosa hanno pensato, allora, i Sindacati Liberi? Si sono riuniti e si sono chiesti: perché non istituire dei premi di produzione, proprio come usano i nostri colleghi «reazionari»? E, si sa, in un organismo profondamente democratico è presto fatto, tutti sono subito d’accordo, all’unanimità, e il par. 47, a pag. 80 del «Codice del Lavoro», edizione italiana, ha l’onore di conferire a tutto ciò forma legale. I premi di rendimento
«consentono di premiare, nel salario orario, le rese superiori alla media».
L’uomo normale, «medio», si affanni dunque, per guadagnare un qualcosina in più (m. poco, non dubitate), nell’emulazione con il tipo «extra», con il superuomo base di questo socialismo alla Nietzsche.
Il cottimo, incarnazione della «giustizia»
Se però il salario orario è imperfetto; altre forme ovvieranno ai suoi inconvenienti e la vera e più perfetta realizzazione di questi «incentivi» la si otterrà con l’altra forma salariale, il salario a cottimo, che è
«la principale forma di salario corrisposta nell’industria socialista» (Pag. 77).
Già, perché «qui esiste un legame immediato tra il rendimento del lavoro ed il salario. Con questo tipo di salario il rendimento individuale del lavoratore può essere correttamente riconosciuto».
Insomma, il salario a cottimo è «giusto». È la perfetta giustizia, perché con questo sistema si riconosce il rendimento individuale, poco importa se, proprio attraverso questa giustizia, ammazzi il lavoratore costringendolo a centuplicare la sua capacità produttiva media; l’importante è che sia «giusto».
Dopo di aver notato che specialmente nel cottimo individuale esiste quel meraviglioso legame immediato fra rendimento e salario, il Codice riflette, solo per un attimo (Pag. 77):
«Certamente questa forma di salario [il cottimo individuale] favorisce l’individualismo e produce talvolta anche reazioni egoistiche. Vi sono ancora da noi operai che considerano questo salario come il salario a cottimo capitalistico»
Eh, ci saranno sempre uomini di corte vedute, che in un salario a cottimo non riescono a vedere altro che un salario a cottimo!
«Essi, per esempio, non contano sinceramente tutte le ricevute salariali, ma ne tengono alcune in riserva «nel cassetto». È vero che sono casi isolati, ma provano che questa forma permette delle manipolazioni da parte di coloro la cui coscienza è ancora scarsamente sviluppata. È vero che i loro piedi stanno nell’azienda socialista, ma il loro cervello ne è ancora fuori».
Al salario a cottimo del nostro capitalismo di tutti i giorni, bisogna riconoscere – per quanto esso sia un capitalismo «medio», proprio niente di speciale malgrado il miracolo – che funziona molto meglio e provvede egregiamente a che la manodopera «poco cosciente» non freghi l’altra. Anche per il capitalismo, infatti, un operaio che sgarra sul tempo lavorativo è un «uomo senta coscienza».
L’esposizione continua imperterrita nel testo (pag. 77-78):
«Il salario a cottimo collettivo è un ulteriore sviluppo del salario a cottimo individuale. È applicato laddove gli operai nell’organizzazione della produzione possono essere favoriti dall’interesse materiale collettivo. Questo salario ha il vantaggio di influenzare positivamente lo sviluppo ed il consolidamento del collettivo».
Marx e il cottimo
Tutto questo sforzo per mostrare il carattere «buono» del salario a cottimo, imperfetto nella sua forma individuale e perfetto in quella collettiva, è veramente penoso. Basta una breve frase di Marx per far saltare in aria un simile castello di chiacchiere legalizzate. Nel «Capitale» (tomo I. vol. 2°, pag. 275, ed. Rinascita), si legge:
«Da quanto è stato esposto sin qui risulta che il salario a cottimo è la forma di salario che più corrisponde al modo di produzione capitalistico»,
il che è piuttosto in contrasto con l’affermazione, riportata più sopra, che quella forma è invece
«la principale corrisposta nell’industria socialista».
Ma quale industria socialista? La vostra, che non è socialista proprio perché poggia sui pilastri del capitale!
Praticamente Marx dice che nel salario a cottimo c’è l’essenza del capitalismo, perché in esso traspare chiara e netta la necessità di una determinata società di produrre per produrre, di accumulare lavoro umano, di tiranneggiare il lavoro vivo con il lavoro morto, di decantare come progresso la pura mole di prodotti ottenuti col sangue ed il sudore dei suoi schiavi, non la soddisfazione dei bisogni umani.
In effetti, il salario a cottimo si è sviluppato proprio con lo sviluppo del sistema produttivo moderno, il capitalismo, ed è destinato a deperire e scomparire quando il capitalismo finalmente deperirà sotto i colpi antidemocratici del potere proletario. Poco dopo la frase citata, Marx continua:
«…il salario a cottimo acquista tuttavia un campo di azione maggiore soltanto durante il periodo della manifattura vera e propria».
(Cioè quando il capitalismo esce dalla sua infanzia e si trasforma nel moderno sistema produttivo).
«Negli anni di impeto e slancio della grande industria, specialmente dal 1797 al 1815, esso serve di leva per il prolungamento del tempo di lavoro e per la riduzione del salario».
Questi gli allori che il salario a cottimo ha riscosso.
Altre brevi citazioni: A pag. 273, Marx nota come con questa forma di salario
«si verificano grandi differenze nelle entrate reali degli operai a seconda della diversa abilità, forza, energia, perseveranza, ecc. degli operai individuali. Questo naturalmente non cambia nulla al rapporto generale fra capitale e lavoro salariato».
Il lavoro salariato è al servizio del capitale, qualunque forma esso abbia. A pag. 274:
«Ma il maggior campo d’azione che il salario a cottimo offre all’individualità, tende da un lato a sviluppare l’individualità e con ciò il sentimento della libertà, l’autonomia e l’autocontrollo degli operai, dall’altro a sviluppare la loro concorrenza fra di loro e degli unì contro gli altri [sottolineato da Marx]. Esso ha perciò la tendenza ad abbassare il livello medio dei salari mediante l’aumento dei salari individuali al di sopra del livello stesso».
Ecco altri allori conquistati da questo pilastro del «socialismo» tedesco-orientale, il quale, non contento d’usare il salario ordinario, sogna tutta una società basita sul cottimo. Il salario a tempo infatti non consentirebbe quell’abbassamento del livello medio dei salari tanto necessario all’economia «socialista» per sostenere la concorrenza dei paesi capitalistici.
Ma noi sappiamo benissimo che in realtà si tratta di «concorrenza» non fra paesi socialisti e paesi capitalisti, bensì tra le forme economiche che sole possono farsi concorrenza, quelle del capitalismo. La concorrenza, come il salario, è uno dei pilastri del capitalismo, la sua base è l’individualismo, elemento indispensabile della società del profitto anche quando è accentrata al massimo e lo supera con un’organizzazione economica basata su unità immense di lavoro associato. Ma entro queste unità un solo principio domina ed è la garanzia del loro buon funzionamento: quello individualistico della concorrenza tra gli operai, il famoso «incentivo» e, al di fuori, quello della concorrenza fra unità e unità. Questa concorrenza, o emulazione che dir si voglia, si trasferisce sul piano nazionale, ed ecco che le unità economiche di un paese (espresse politicamente nello Stato) lottano emulativamente con quelle di un altro, in santa pace in un primo tempo, poi con le armi. La differenza è che i «socialisti» la chiamano «emulazione socialista».
Riepilogando, il senso del salario a cottimo può essere uno solo: ottenere con questo strumento «emulativo» la massima produzione nello sfruttamento più intensivo possibile del lavoro umano. Questi democraticoni socialisteggianti non possono far altro che sognare la caratteristica del socialismo come quella dello sfruttamento fino al midollo della forza produttiva umana. Essi ragionano così: se il capitalismo con otto ore di lavoro giornaliere otteneva tanto, noi nello stesso tempo dovremo ottenere molto di più, perché siamo migliori, siamo «socialisti»; e a questo prezzo, con una ubriacatura patriottica da far impallidire i nazionalisti più accesi, mungono tutta l’energia della loro forza lavoro. E, così facendo, si pongono una volta di più sullo stesso piano del deprecato capitalismo e somministrano altre «vitamine» alla sua crescita smisurata, già così superiore al necessario.
Noi opponiamo che, se il capitalismo per produrre una massa enorme di merci ha bisogno di tante ore giornaliere, noi produrremo molto meno con molto meno ore, anzitutto perché faremo un taglio netto alla produzione eliminandone tutta la parte inutile, poi perché limiteremo la giornata lavorativa al lavoro necessario, non più produttore di merci.
Come sarà possibile tutto ciò? Chi stabilirà che cosa produrre e che cosa non produrre, se non è più il profitto che detta legge? È semplicemente una questione di potere e chi agisce come i Sindacati Liberi della R.D.T. o, meglio, come lo Stato della stessa democratica repubblica «capitalista», mostra di essere del tutto impotente. È il potere centrale che abolisce il profitto come molla della produzione sociale e quindi stabilisce che cosa è utile (nelle condizioni produttive date) produrre per la società. È il potere centrale che organizza il lavoro sociale uscendo dai limiti salariali, dai calcoli della convenienza commerciale e della redditività, e da quelli dell’incentivo e del cointeressamento. È a tali condizioni che la produzione potrà divenire produzione per la società e che i produttori troveranno i frutti della loro attività di fronte a sé, direttamente, senza la mediazione del salario e del mercato.
Il capitale viene colpito al cuore. Il salario viene colpito al cuore del suo principio, quello di dare al lavoratore un «reddito» (che gli consente di acquistare prodotti corrispondenti a poche delle molte ore di attività prestate, le ore di lavoro necessarie, mentre il plusvalore va all’accumulazione di altro capitale e ad ingrassare i «funzionari» o i servi del Capitale). Per il proletario, la fregatura è il salario stesso, che ha appunto la funzione di rendere il lavoro umano merce come tutte le altre esistenti sul mercato, e corrispondergli un valore inferiore a quanto esso con la sua esplicazione produce. Solo eliminando il salario, con tutti gli altri rapporti del capitale (che del resto gli sono indissolubilmente legati), i produttori svolgeranno unicamente il lavoro necessario, ovvero quella parte di lavoro che serve alla società, e non al capitale per la sua immonda riproduzione. Il salario è quindi, in tutte le sue forme, un ostacolo allo sviluppo in senso socialista e porta in sé la subordinazione del lavoro al capitale, riflette la subordinazione della classe lavoratrice alla classe borghese antagonistica.
Lasciarlo sussistere, e affibbiargli come unica misura «rivoluzionaria» la denominazione «socialista», è accettarlo con tutti i suoi misfatti, è tradire la rivoluzione mondiale, è inchinarsi allo sfruttamento del lavoro da parte del capitale. Nella coscienza di tutto ciò, nel nome di questo immondo disfattismo, il Codice del Lavoro della R.D.T. proclama:
«Esso [il salario] contribuisce allo sviluppo della coscienza socialista e del lavoro collettivo socialista» (§ 39, pag. 73).
Non attendiamoci altro da, sindacalisti prezzolati dallo Stato capitalista. Essi, per erigere il «socialismo», osannano a tutte le più pure forme del capitalismo. Ma aspettiamoci dai salariati, dagli sfruttati con l’inganno di un socialismo fasullo, la ripresa di una lotta senza tregua contro le insulsaggini «democratiche», «progressive», «emulative», etichettate col marchio di fabbrica:
«Socialismo con salario a cottimo. Made in East-Germany»?