Sguardi alla Germania Est: il «la cooperazione aziendale»
Categorie: DDR
Questo articolo è stato pubblicato in:
Completiamo con questo articolo lo studio del «Codice del Lavoro» della Repubblica Democratica Tedesca (DDR, o «Germania Est») come riflesso della sua struttura economica e sociale, per i cui precedenti rinviamo ai numeri 8, 9 e 11 di quest’anno.
Un altro fattore determinante del carattere «socialista» della struttura sociale sarebbe la «compartecipazione» dei lavoratori alla direzione economica della società, conquista decantata come il vero successo del socialismo ultimissima versione e universalmente apprezzata per la sua natura democratica sia dai social-riformisti europei, sia dai «comunisti» d’oltre cortina, con codazzo di affiliati d’Occidente. Essi vedono l’avvio al socialismo non nell’organizzazione politica della classe proletaria che distrugge dittatorialmente le vecchie istituzioni sociali, ma nel fatto che strati di lavoratori si inseriscano nella direzione economica della società oggi esistente e stabiliscano entro le singole fabbriche le entità produttive (con la necessità al solito, d’intensificare la produzione per ottenere un maggior profitto sul mercato). In tal modo, a poco a poco la classe operaia permeerebbe di «socialismo» la società borghese attuando pacificamente le note riforme di struttura: «costruirebbe» socialismo senza distruggere capitalismo. Si elimina così la parte distruttrice, che è la più importante anche se rappresenta uno scandalo per la democrazia, e il vero contenuto della dittatura proletaria.
Se in un caso eccezionale la dittatura sarà instaurata senza distruggere uomini, cosa certo augurabile ma da escludere tuttavia nel mondo attuale di sbirri e leccapiedi, essa non potrà mai fare a meno di distruggere istituzioni e violentare vecchie impalcature sociali, alcune delle quali verranno sostituite con strutture opposte, altre semplicemente eliminate.
Ecco perché il passaggio attraverso la dittatura (l’intervento dispotico del «Manifesto» ) è obbligatorio anche se – per ipotesi assurda – fosse attuabile una via pacifica al socialismo. L’inserimento dei collaboratori operai nella direzione delle imprese non ha in sé alcun carattere socialista; è, finché sussiste il capitalismo, il prolungamento di quello spersonalizzarsi del capitale che già avviene nelle società per azioni. È il capitale che diviene sempre più un potere al di fuori dell’individuo singolo e che domina dall’alto della sua potenza sociale. Del resto, la figura del collaboratore operaio è diffusissima nell’industria occidentale, dove egli diviene il confidente numero uno del padrone e ne è ricompensato generosamente.
Inoltre, instaurato il socialismo, la collaborazione non può essere aziendale. L’impresa più socialista (se così possiamo esprimerci) che vi si realizzerà non sarà certo la collaborazione entro le aziende, ma la distruzione delle aziende come principio produttivo.
A questo il «socialismo tedesco» si guarda bene di tendere.
Esso ha invece trasformato il socialismo in una questione di buona direzione di aziende! Sembra incredibile, ma è così. A pag. 27 del «Codice del Lavoro» della RDT, nel capitolo intitolato «La direzione delle aziende e la compartecipazione dei lavoratori» , si spiega che «in regime capitalistico l’operaio non ha interesse alcuno a migliorare il sistema di direzione che egli identifica con lo sfruttamento padronale. Il suo interesse non mira dunque al perfezionamento dei metodi di direzione, che porterebbe non ad un aumento detto sfruttamento, ma alla diminuzione dello sfruttamento e successivamente alla sua completa liquidazione».
Un buon uomo non può che stropicciarsi gli occhi incredulo. Il miglioramento della direzione aziendale (anche capitalistica!) porterebbe alla diminuzione ed all’eliminazione (culmine della perfezione direttiva) dello sfruttamento. Non è più una questione di rapporti produttivi; il senso della realtà capitalistica starebbe tutto li, nella cattiva direzione delle imprese: non nella fabbrica che produce, per mezzo del lavoro salariato, merci da piazzare sul mercato, ma nella stanza del direttore che organizza «male» il lavoro alle sue dipendenze. Migliorate la direzione, e a poco a poco si spanderà sulle merci che usciranno a ritmo continuo dalla fabbrica un alone «socialistico». Migliore sarà la direzione, più il lavoro sarà produttivo, più merci nasceranno nella unità di tempo di lavoro, tanto più lo sfruttamento… si sgonfierà. Questo il socialismo alla rovescia «lanciato» sui mercati della povera opinione pubblica.
La realtà è ben diversa; altrimenti noi, invece di dedicarci alla rinascite mondiale del partito di classe, ci dedicheremmo con tutte le nostre forze agli studi atti a perfezionare la direzione economica aziendale. Quanto meglio il lavoro salariato è organizzato e diretto, tanto più il lavoro rende, tanto meno il proletariato riceve, perché, anche se il suo salario aumenta, maggiormente cresce la massa di merci prodotta; tanto più esso viene sfruttato: questa la realtà non capovolta. Realtà che non abbiamo scoperta noi, ma indagata da un certo Carlo Marx cent’anni fa. Ne avete sentito parlare, in Germania Est?
Il ruolo del sindacato
Ecco a che cosa si riduce dunque la «compartecipazione creativa» dei lavoratori alla direzione economica: essa ha l’unico compito creativo di «creare» accumulazione di capitale, di produrre sempre più merci. Il lavoratore può fare proposte, certo; ma solo in senso «creativo», cioè a condizione che la proposta riguardi l’utilizzazione più intensa del lavoro, lasciandone intatta la durata. Se poi egli propone di prolungare la giornata lavorativa, ancora meglio. Tutto per il socialismo! E tutto con l’appoggio, non sappiamo se «creativo», dei sindacati, i quali esistono proprio a tale scopo. Le direzioni sindacali aziendali hanno infatti il diritto (Pag. 33):
1) di organizzare l’emulazione socialista, il lavoro collettivo socialista, le conferenze permanenti di produzione e le discussioni sui piani, di partecipare all’elaborazione dei piani aziendali e di controllarne la realizzazione;
2) di introdurre i metodi degli innovatori, di sostenere le proposte dei lavoratori, come pure di partecipare all’istruzione professionale degli apprendisti ed alla riqualificazione dei lavoratori;
3) di partecipare all’elaborazione, di stipulare e di controllare l’applicazione dei contratti collettivi d’azienda e di reparto come tutti gli altri contratti collettivi di azienda previsti dalle leggi;
4) di partecipare all’esecuzione del principio socialista delle prestazioni (?] ed alla conseguente formazione dei rapporti di lavoro e di salario e di contribuire con voto deliberante alle decisioni circa l’utilizzazione dei mezzi finanziari per i fondi premi, culturali e sociali;
5) di partecipare alla trattazione degli affari del personale conformemente alle disposizioni di legge;
6) di controllare l’assistenza agli operai (se si ammalano producono di meno], la costruzione di case e di installazioni sociali e culturali, di partecipare con voto deliberante alla distribuzione delle case di abitazione e di sviluppare l’attività culturale e sportiva nell’azienda;
7) di controllare la realizzazione dette misure di prevenzione contro malattie ed infortuni e di adempiere alle funzioni dette assicurazioni sociali della azienda;
8) di pretendere l’eliminazione di deficienze nell’azienda e di contribuirvi.
È con tutta questa sequela di diritti (un vero spreco) che si «costruisce» creativamente il «socialismo» nella Repubblica Democratica Tedesca. Il socialismo è la vera realizzazione dei «diritti dell’uomo»! Questa frase scherzosa sarebbe presa con la massima serietà da quei pagliacci. Tutto ruota qui su un perno unico, l’aumento della produzione (di merci) senza il minimo accenno alla diminuzione della giornata lavorativa.
L’obiettivo dei sindacati viene apertamente ridotto a quello d’un buon funzionario col compito di far svolgere i rapporti di lavoro (i rapporti nell’ambito della azienda tra la classe dominante e quella dominata), senza impacci e interruzioni. Certo, l’obiettivo dei sindacati è la «costruzione della società socialista». Questo scrive il codice del lavoro, ma se noi esaminiamo i punti succitati, la collaborazione sindacale alla costruzione del socialismo si riduce ad una insana spinta produttivistica e all’eliminazione di tutti gli elementi che potrebbero creare attrito tra i lavoratori e la direzione aziendale. Insomma, si tratta semplicemente di un subdolo prolungamento della direzione aziendale stessa all’interno della fabbrica, che con i mezzi della persuasione e della retorica nazional-fascista mira a mantenere costante il ciclo produttivo. Si tratta proprio di un miglioramento nella direzione aziendale, dell’introduzione di una polizia fidatissima al servizio della produzione di plusvalore!
Il compito dei sindacati è invece, sempre, quello di salvaguardare gli interessi dei proletari; quando lo Stato è capitalista, opponendosi con tutte le forze dell’interesse del capitalismo; quando lo Stato è proletario, non riducendo certo tutta la sua attività alla frase, cucinata in mille salse: massima produzione di merci per la costruzione del socialismo.
I lavoratori (cioè i salariati) vogliono collaborare al «socialismo»? Producano di più. Vogliono «innovare»? Trovino un sistema per produrre più intensamente, come il fabbro H. Richter (cfr. pag. 46 del «Codice»), il quale guidato dalla «coscienza socialista legata ad uno spirito di inventore, ha realizzato importanti innovazioni. Ha presentato 122 proposte di miglioramento della produzione e della tecnologia, delle quali 118 sono state accolte ed applicate con un utile di oltre 64 mila marchi» (questo l’importante!).
[Dalle proposte del Richter è stato tratto anche un brevetto, indubbiamente «socialista» anch’esso. Noi chiediamo al fabbro Richter, il quale è ormai senza dubbio rimbecillito dai premi riservati agli «innovatori» (che, «oltre alla retribuzione dovuta loro per legge», ricevono premi e decorazioni statali: il decorato del premio «Inventore emerito» riceve una medaglia e un premio fino a 5 mila marchi): le tue utili invenzioni sono servite a diminuire con la maggiore produttività il tempo di lavoro, o il loro pregio è di sfruttare maggiormente il lavoro stesso? Povero fabbro Richter: sappiamo che cosa risponderai: esse servono alla «costruzione del socialismo»!]
Gli innovatori vogliono innovare? Innovino sull’intensità del lavoro, rendendola più frenetica. I sindacati vogliono collaborare? Collaborino ad accrescere la produzione: organizzino «l’emulazione socialista» che è «la forma più vasta di iniziativa di massa per l’incremento detta produttività del lavoro» (pag. 39, § 15).
Per converso, puniscano chi produce poco o male. Nella vicina Cecoslovacchia, l’insuccesso registrato nell’ultimo piano ha provocato la seguente disposizione:
«I lavoratori che dimostreranno indifferenza per le lacune della produzione saranno tolti dai posti chiave». («Il Giorno» , del 7.4.1963).
Avevamo già spiegato come l’importante per il «socialismo creativo» fosse la massima produzione.
Questi stralci ci danno la conferma che in tale mania produttivistica s’identifica la forma sociale della Germania Orientale. Essa ce ne richiama irresistibilmente un’altra. I titoli di «emerito inventore», le medaglie, i premi per la produttività, per le innovazioni, per le invenzioni, le «brigate del lavoro» alcune delle quali giungono a conquistarsi il titolo di «brigata del lavoro socialista» lottando – oh, novità –
«per il massimo incremento detta produttività» (pag. 43), non possono non rievocarci alla memoria il fascismo italiano o tedesco. Proviamo a sostituire l’aggettivo «socialista» con «fascista» e il gioco è fatto. La fraseologia è la stessa, il contenuto identico: produrre, produrre, produrre, sempre di più, senza diminuzione delle ore di lavoro, per il «popolo», per la Nazione; dare sangue e sudore per questo dio immondo che noi identifichiamo con il capitale, lo sfruttare ormai ipertrofico che dovunque si compiace, dopo secoli di succhiamento, di concedere ai propri servi qualche inutile «diritto» nella sua vecchiaia godereccia.