Partito Comunista Internazionale

Le capriole agrarie del P.C.I

Categorie: Agrarian Question, Italy, PCI

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Tutta quanta la teoria della questione agraria che il PCI sbandiera da anni poggia sulla falsissima ipotesi che nelle campagne italiane, e in particolar modo nel Mezzogiorno e nelle Isole, sopravvivano rapporti feudali, vale a dire rapporti produttivi reazionari rispetto al capitalismo medesimo. Su tale traballante piattaforma teorica, i grandi strateghi elettorali di via Botteghe Oscure tracciano i piani delle battaglie politiche e risolvono i ponderosi problemi delle alleanze.

Anche la cosiddetta apertura a sinistra — recente camuffamento verbale di antichissima malattia opportunista di origine socialdemocratica — anche l’offerta del cosiddetto «dialogo» tra marxisti e cattolici, trovano nella grottesca caratterizzazione storica dei rapporti produttivi esistenti nelle campagne italiane la loro giustificazione. La necessità di estirpare i «residui feudali» nelle campagne imporrebbe al PCI il gravissimo sacrificio di rinunziare ad un’impostazione socialista nella lotta dei lavoratori agricoli e indurrebbe i capi cirenei della Confederterra a portare la croce dell’alleanza democratica con le organizzazioni cattoliche.

La «riforma agraria», che è poi la ritraduzione della rivendicazione della rivoluzione antifeudale, che nelle campagne si presenta storicamente come presa di possesso della terra strappata al latifondista aristocratico, dovrebbe, secondo i teorici «marxisti» alla Sereni, costituire il terreno d’incontro tra marxisti e cattolici. Ecco un passaggio della risoluzione sulla politica agraria del PCI, votata nella sessione del C.C. dello scorso febbraio:

«Tutti i recenti e meno recenti sviluppi della situazione politica nelle campagne confermano che proprio nel riconoscimento dell’esigenza di una riforma agraria e fondiaria, come condizione di ogni progresso economico, sociale e civile del nostro paese si verifica — tra le due correnti di pensiero e di azione popolare, quella di ispirazione cattolica e quella di ispirazione socialista — una sostanziale convergenza». Più oltre venendo a parlare dell’«apertura a sinistra», gli estensori della risoluzione si sforzavano di chiarirne il significato e non sapevano dire altro che «l’apertura a sinistra ha qui (nelle campagne) il contenuto sociale e politico ben preciso di una lotta unitaria delle masse cattoliche e di quelle ispirate agli ideali del socialismo per la conquista della terra, per la riforma fondiaria ed agraria generale».

Ci sia concesso di sorvolare sulle altre perle consimili di cui il chilometrico «documento» piccista era costellato e di tornare ai giorni nostri, siccome avviene nei romanzi di vecchio stampo. Del resto, l’opportunismo è un vecchio romanzaccio, che i rivoluzionari conoscono a menadito, specialmente per quel che riguarda l’epilogo, il vergognoso epilogo delle «unioni sacre» e delle «aperture». È successo che la «grossa Berta» dei, quadri teorici agrari del PCI, il senatore nonché presidente dell’Alleanza dei Contadini Emilio Sereni, abbia voluto portare un travolgente attacco (a parole) ai responsabili delle ruberie che tradizionalmente si verificano nella Federconsorzi. Ma una volta preso l’abbrivio, il fiero mangia-feudatari è sconfinato nel campo della convergenza di interessi tra produzione agraria e grande banca. Un terreno minato, onorevole senatore! A camminarci sopra si rischia di far saltare in aria il castello di carta della falsa teoria delle sopravvivenze feudali nelle campagne.

Infatti, il facondo Emilio (vedi «L’Unità» del 23-6-56) si riferiva — sede del suo intervento oratorio l’aula del Senato — ai dati degli investimenti di capitali nella produzione agricola dal 1948 al 1954, e ha dichiarato che essi dimostrano che dal 37 al 48 per cento dei capitali investiti (160 miliardi nel 1948 e 337 nel 1954) è formato da capitale bancario. Per chi non avesse afferrato le conseguenze sociali del fatto, egli si dava a spiegare che «ciò vuol dire che una parte crescente, notevolissima, dei profitti di quegli investimenti non tornano ai coltivatori, grandi o piccoli che siano, ma viene assorbita dal capitale bancario e di qui dal capitale finanziario».

A un partito che, per i suoi fini politici e le sue velleità ministeriali, postula l’esistenza di sopravvivenze feudali nelle campagne e le dichiara così preminenti da costringere i «marxisti» a «dialogare» coi cattolici, non giova molto l’andare raccontando in giro come il grande capitale finanziario tragga enormi profitti dalla produzione agraria. Così facendo, quel partito corre il rischio di lasciarsi sfuggire proprio quella verità che ci tiene a tenere celata alle masse e cioè che l’agricoltura italiana è da rivoluzionare in un solo senso, vale a dire contro il capitalismo.

Ma l’incauto Emilio, fermamente convinto di riuscire in ogni occasione a fare fessi i lavoratori, ha voluto raccontare anche le imprese agrarie della Banca d’Italia, e ci ha avvertito che il 95 per cento del portafogli» di quest’ultima è destinato al finanziamento degli ammassi di prodotti agricoli. Non contento ha inteso chiosare il suo dire, aggiungendo: «Da questa enorme torta — grazie appunto al sistema di ammassi gestiti dalla Federconsorzi — i più potenti gruppi finanziari possono legalmente tagliarsi la grassissima fetta costituita dal margine tra interessi attivi e interessi di riscontro: si tratta anche i qui di centinaia di miliardi ».

Naturalmente, tutto l’infuocato discorso del senatore piccista era infarcito di violenti accuse ai democristiani additati —- a ragione come gli strumenti delle razzie del capitale finanziario che opera nell’agricoltura. La conclusione viene da sé. Veda il lettore se riesce in qualche modo a conciliare la falsa ipotesi del «mancato sviluppo della rivoluzione borghese» e delle «sopravvivenze feudali» nelle campagne italiane, con la cruda realtà delle cifre che dimostrano come il capitale finanziario tiene in pugno — attraverso la Federconsorzi e a altri organismi — la produzione agricola. A parere nostro, se anche fosse vero — ma è tutto falso — che il feudalesimo o il semi-feudalesimo ancora si annidasse in certi settori della agricoltura italiana, la sua potenza sociale sarebbe ben misera cosa a petto della schiacciante influenza che le industrie e le banche — cioè il capitalismo — esercitano sulla vita economica delle campagne italiane.

In ogni caso, non sussisterebbe nessuna situazione storica eccezionale che autorizzasse a sospendere la lotta rivoluzionaria contro la classe borghese e lo Stato di Roma e di rimandarne l’esecuzione all’indomani della liquidazione del preteso feudalesimo.

Gli uomini responsabili del PCI, invece, sostengono il contrario. Pretendono che la lotta contro i «residui feudali» ponga problemi comuni al movimento democratico, cui non si peritano di includere i democristiani, e al movimento socialista. Ma quando la gelosia e l’invidia suscitano in essi ondate | di odio contro i gerarchi democristiani, che monopolizzano le mangiatoie degli enti statali e parastatali, eccoli lanciarsi a testa bassa contro il «connubio di interessi» tra la Democrazia Cristiana e i «monopoli». Eccoli intenti a misurare fino al millimetro la penetrazione capitalista nelle campagne.

Dal che si vede che, per i capi del PCI, la teoria non serve a guidare l’azione contro il capitalismo, ma, al contrario, a giustificare di volta in volta, le capriole opportunistiche e i continui corteggiamenti ai poteri borghesi.