Partito Comunista Internazionale

[RG-36][RG-37] Il recente dibattito russo su arte e letteratura Pt.3

Categorie: Art, CPSU, Russian Revolution, Stalinism, USSR

Questo articolo è stato pubblicato in:

Sullo sfondo dell’urto “ideologico” russo-cinese

III.

III. Rivoluzione e controrivoluzione

La Rivoluzione d’Ottobre, il più grande avvenimento della nostra epoca, non era tuttavia che l’inizio della rivoluzione internazionale del proletariato. La sua vita e il suo sviluppo erario indissolubilmente legati alle sorti della rivoluzione nel resto del mondo. Questa era la chiara prospettiva di tutti i rivoluzionari comunisti, e costituiva il nodo centrale di tutti i loro sforzi e di tutte le loro speranze. Ma la sconfitta della rivoluzione proletaria nell’Occidente europeo, e il suo strozzato svolgimento nell’Oriente asiatico (Cina) – durante un ciclo (1923-1927) il cui primo tremendo sussulto è segnato dalla disfatta rovinosa del proletariato tedesco (ottobre 1923) e l’ultimo dal massacro degli operai di Canton (1927) –, aprono il periodo di ripresa delle forze antiproletarie ed anticomuniste.

Dopo la sconfitta del proletariato tedesco il processo interno della controrivoluzione in Russia comincia rapidamente a svilupparsi; e, alimentandosi alla crescente pressione del prevalente elemento piccolo-borghese, assume proporzioni sempre maggiori fino a prendere un corso di irreversibile inesorabilità. Sotto le mentite spoglie della “continuità bolscevico-leninista” viene attuata la falsificazione più impudente della dottrina comunista; e la reazione teorica e politica si spinge fino alla distruzione fisica dell’avanguardia rivoluzionaria. Abbandonata la prospettiva internazionale della rivoluzione socialista, vi si sostituisce la bolsa, ed antirivoluzionaria per eccellenza, “teoria” dell’edificazione isolata del socialismo. Ogni legame è così rotto col principio del carattere internazionale della rivoluzione e del socialismo; con la stessa àncora di salvezza della Rivoluzione di Ottobre.

Un’opera di revisione generale del programma di classe rivoluzionario viene imbastita dai rappresentanti della “nuova teoria”, dagli edificatori del socialismo in un solo paese (o dai nazional-socialisti). Le questioni fondamentali di dottrina vengono radicalmente distorte e contraffatte, e tutto ciò contrabbandato come “sviluppo originale” del marxismo-leninismo. La rivoluzione socialista d’Ottobre, rimasta isolata, è persa: il proletariato russo e mondiale sono sconfitti. La controrivoluzione interna (stalinismo) deforma la teoria e uccide i comunisti: la Russia si avvia inesorabilmente al capitalismo (avvenimento tuttavia positivo ed avanzato nell’area geografica in cui si svolge).

Stalin e il “realismo socialista”

Datisi a costruire il socialismo, e in pieno clima di euforia edificazionista, i “pianificatori staliniani” lanceranno il metodo del cosiddetto “realismo socialista”.

Esso verrà adottato ufficialmente dagli scrittori russi nel 1934. Sarà Gorki ad illustrarlo al I Congresso degli scrittori sovietici (agosto 1934), riassumendolo in queste parole: “II realismo socialista afferma l’esistenza come azione, come creazione, stabilisce che il suo scopo è l’incessante sviluppo delle più preziose attitudini individuali per la vittoria dell’uomo sulle forze della natura, per la sua salute, per la sua grande felicità di vivere su una terra che 1’uomo, in base all’incessante aumento delle sue esigenze, vuole lavorare a trasformare in una splendida abitazione dell’umanità unita in una sola famiglia“.

Ma 1’essenza del metodo e i suoi caratteri sono meglio precisati in un paragrafo inserito nello statuto dell’unione degli scrittori, in cui si legge che: “Il realismo socialista essendo il metodo fondamentale della letteratura sovietica e della critica letteraria, richiede all’artista una rappresentazione veritiera, storica, concreta della realtà nel suo sviluppo rivoluzionario. La veridicità e la concretezza storica della rappresentazione artistica della realtà debbono associarsi al compito di trasformare ideologicamente ed educare i lavoratori nello spirito del socialismo“.

Una specificazione ulteriore del metodo, e una definizione ancor più generale, si ritrovano nell’intervento di Zdanov al congresso sopraddetto là dove egli tenta di darne una formulazione completa, inclusiva dei suoi due momenti intrinseci, realismo e romanticismo: “Noi diciamo che il realismo socialista è il metodo fondamentale della letteratura sovietica e della critica letteraria, e questo presuppone che il romanticismo rivoluzionario deve entrare nella creazione letteraria come una parte integrante, poiché tutta la vita del nostro partito, tutta la vita della classe operaia, e la sua lotta, consistono nell’unione del lavoro pratico, più lucido e rigoroso con il più grande eroismo e le più grandiose prospettive. Il nostro partito è sempre stato forte perché ha unito e unisce la più intensa operosità e il praticismo con un’ampia prospettiva, con una costante aspirazione ad andare avanti, con la lotta per la costruzione della società comunista“.

Con queste premesse, “nell’epoca ormai di vittoriosa edificazione del socialismo” e di raccolto di pingui messi in tutti i campi della vita economico-sociale, l’arte e la letteratura russe saranno battezzate con una formula tipica: nel paese del socialismo, l’arte e la letteratura “hanno contenuto socialista, ma sono nazionali nella forma“. Con questi “stupefacenti ritrovati”, ogni cosa sembra star bene al suo posto, in barba alla stessa vivente storia.

Tuttavia, nel 1950 Fadeev deve impegnare una vasta polemica contro le decadenti correnti letterarie, fra le quali “spicca” soprattutto quella “dell’erotismo mistico” (da aristocrazia di salotto) della Achmatova. E’ caratteristico che, nel corso della polemica, Fadeev si richiami “all’importante decisione”, presa nell’agosto del 1946 dal PCB, in cui è proclamato, per la prima volta (!!!), il principio della partiticità della letteratura.

Unica parola controrivoluzionaria

Questo brevissimo cenno al periodo di costruzione economico-nazionale della Russia (I Piano quinquennale e successivi) e di sviluppo quantitativo della produzione, che con terminologia corrente si denomina “stalinismo”, fa da anello di congiunzione al periodo più recente del “post-stalinismo”, il cui inizio risale al XX Congresso del PCUS.

Si tratta evidentemente non di due stadi diversi e contrapposti, ma di due tappe successive del medesimo processo economico e politico. Dai “romantici” costruttori del socialismo ai “romantici” costruttori del comunismo la linea, infatti, è unica e continua. E’ la traiettoria della controrivoluzione che, dalla rottura della prospettiva internazionale del comunismo si snoda per fasi successive di trasformismo involutivo: è il nefasto corso controrivoluzionario che la rivoluzione mondiale del proletariato immancabilmente spezzerà.

IV.

Russia artistica 1963

Quanto si è esposto sin qua (in uno schizzo sintetico, contenente a mo’ di traccia generale le linee di abbozzo della visione comunista dell’arte e della letteratura, e alcuni riferimenti storici sulla posizione del Partito riguardo ad esse) serve da premessa all’abbordo del cosiddetto dibattito russo sull’arte e la letteratura. Si può quindi ormai passare ad esso, e riferire già come abbia avuto a protagonisti, da una parte, i massimi dirigenti del partito e dello Stato, dall’altra parte i rappresentanti del mondo artistico e letterario.

E’ opportuno tuttavia non tacere che quanto si è detto, mentre rende più agevole l’assaggio della recente discussione permettendo al lettore proletario un immediato raffronto, dall’altro rappresenta, per i comunisti autentici, un mezzo per ribadire consolidate posizioni programmatiche e ripetere che tutto ciò che avviene nel mondo della sovrastruttura russa costituisce in fondo il riprodursi in copia di aspetti tipici del modello capitalistico di Occidente, solo anteriore ad esso in età di sviluppo. La Russia sovietica si evolve, grosso modo, ricalcando le orme della borghesia di Occidente, malgrado la variante storica che questo processo di sviluppo capitalistico viene identificato col socialismo prima, col comunismo poi. Anzi, quanto più esso muove verso il dilagare di forme borghesi, decadenti e degeneri, tanto maggiore vi appare la invocazione formale di Marx e Lenin, e la dichiarazione di fedeltà al programma da essi stabilito e difeso in tutta la loro vita. Ma in realtà la controrivoluzione russa segna un percorso continuo ed unico, che dai romantici “costruttori del socialismo” (periodo staliniano) ai più romantici “costruttori del comunismo” (periodo post-staliniano), si svolge in direzione peggiorativa (senza tuttavia essere privo di frizioni e urti interni) fino a raggiungere il fondo del suo procedere: dall’uccisione della rivoluzione al sostegno dell’imperialismo e alla repressione operaia nel mondo.

Si deve aggiungere (anticipando su ciò che segue) che non è un fatto “nuovo”, né straordinario, né capitale, che i massimi esponenti del partito e dello stato di Russia scaglino fulmini e minaccino anatemi ad artisti traviati e astratteggianti (peste della società di classi) come è nell’opinare destato dal prurito di uomini di cultura, intellettuali, di liberi “pensatori” di tutte le tinte. Ripetiamo che si tratta solo del riprodursi di fatti e processi inseparabili dal decorso capitalistico dell’economia e della sua genuina sovrastruttura politica, che acquistano tuttavia un significato ideologico importante e indiscutibile perché provano inconfutabilmente che la Russia sovietica è sede di questo modo di produzione a marcio dispetto del “raggiunto socialismo” e del costruendo “comunismo” strombazzati davanti al mondo intero, e testimoniano che ci troviamo di fronte ad una pedestre società borghese, nella quale non solo l’arte, la scienza, ecc., sono borghesi, ma hanno anche lo stile borghese. L’immaginazione non può andare oltre ciò che la realtà consente; e, sotto mille aspetti, tanti prodotti “originali” russi sono riedizioni di vecchie forme europeo-americane.

Accostiamoci dunque al dibattito, per vedere da vicino che cosa è avvenuto. E, immaginando di essere in platea, pensiamo che si stia aprendo il sipario e che entrino in scena i personaggi.

Prologo

L’antefatto prende corpo il 17 dicembre 1962, data che segna “un avvenimento importante” nella vita artistica e letteraria russa perché vi si svolge un “incontro” fra i dirigenti del partito e dello stato e gli esponenti del mondo artistico e letterario.

Iliciov (segretario del CC del PCUS) vi svolge una lunga relazione. Premette che il partito e il popolo sovietico si sono ormai accinti alla costruzione del comunismo e che perciò sono “incommensurabilmente cresciute” le responsabilità degli artisti per lo sviluppo ideologico e spirituale della società sovietica. Riferisce come Krusciov, dopo la visita alla recente mostra dei pittori moscoviti, abbia pronunziato aspre censure: “…Questa ‘arte’ è estranea al nostro popolo, il quale la respinge. Chi si ritiene un artista e poi crea quadri di questo genere, incomprensibili, in cui una mano umana si può confondere con la coda di un asino, dovrebbe riflettere, comprendere il proprio errore e mettersi a lavorare per il popolo“.

Sottolineate queste parole, Iliciov riafferma il principio della partiticità della letteratura e dell’arte tuonando con voce grossa: “Alla base della politica del nostro partito nel campo dello sviluppo della cultura socialista sono sempre stati e saranno i principi leninisti della partiticità e del carattere popolare dell’arte“. Passando a parlare dei pittori, che spacciano le loro tele come l’ultima parola in fatto di “introspezione artistica” li accusava di essere in contrasto irriducibile col programma del partito esattamente come tutti gli astrattisti e i formalisti. Questi sono seguaci delle mode borghesi e perciò vanno aspramente condannati. Iliciov osserva poi che le tendenze formalistiche e le correnti astrattiste non si ritrovano solo nelle arti figurative, ma si diffondono nella letteratura, nel campo musicale, nella cinematografia, ecc.

Iliciov censore di turno

Continuando su questo tono, l’oratore, che senza volerlo ha esposto un caratteristico quadro della vita artistica russa, passa al campo delle ammonizioni, delle regole da osservare, dei criteri che debbono guidare gli artisti: “Noi dobbiamo ricordare come verità indiscutibile che l’arte ha sempre un indirizzo politico-ideologico, perché esprime e difende in un modo o nell’altro gli interessi di determinate classi e ceti… Se si guarda alla sostanza dell’arte astratta si può concludere soltanto che essa non è al servizio degli interessi del popolo e non esprime gli stati d’animo dei lavoratori, ma mira a soddisfare gusti decadenti di gente satolla“.

Ad una lettera che un gruppo assortito di pittori aveva inviato a Krusciov con la richiesta di una “coesistenza pacifica di tutte le tendenze dell’arte”, Iliciov risponde che una tale rivendicazione rappresenta in sostanza un appello alla coesistenza pacifica nel campo ideologico, cosa assolutamente inammissibile in quanto l’idea della coesistenza pacifica nel campo ideologico non è che un tradimento del marxismo-leninismo e degli interessi del socialismo.

Tirando le conclusioni, Iliciov condanna le tendenze artistiche che invocano la libertà di creazione; riafferma la direzione partitica del1′ arte e della letteratura; ribadisce che la linea di sviluppo principale di queste è determinata dal programma del partito, e consiste “nel rafforzamento dei legami con la vita del popolo, in una raffigurazione veridica e profondamente artistica della ricchezza e della varietà della realtà socialista, in una riproduzione vivida ed ispirata di ciò che c’è di nuovo e di autenticamente comunista e nello smascheramento di tutto ciò che ostacola 1’avanzata della società“.

Entra in scena Krusciov

Dall’antefatto al fatto. Alcuni mesi dopo, nel marzo 1963, viene organizzato un altro “incontro”, molto più solenne del primo, fra i dirigenti del partito e del governo e i rappresentanti delle organizzazioni artistiche e letterarie. Qui il ruolo di censore sputa-fuoco è svolto direttamente da Krusciov. Egli, ripetuto che il popolo sovietico costruisce sotto la guida del partito la società comunista (la quale si edifica mediante lo sforzo concentrato del popolo sovietico: operai, colcosiani, ingegneri, insegnanti, medici, ecc., lavoratori di tutti i settori della cultura, e altro simile pulviscolo) denunzia le gravi deficienze riscontrate nel campo dell’arte e della letteratura: “L’altra volta abbiamo visto la robaccia stomachevole del pittore E. Neisvestnij, il quale ripaga il popolo con tanta nera ingratitudine“. Lo stesso vale per il film L’avamposto Ilic del regista Kutsiev: “Non sono ancora scomparsi i letterati che preferiscono raccogliere il materiale per le loro opere nei depositi delle immondizie“.

Krusciov sale di giri. Reclama un’arte rivoluzionaria e combattiva che rappresenti “con immagini luminose 1’epoca grandiosa ed eroica della costruzione del comunismo“. Condanna l’astrattismo e il formalismo come forme della ideologia borghese, sebbene il poeta Evtuscenko si sia levato in loro difesa. Peggio ha fatto il pittore Jutoscki col suo autoritratto: “Come fa a non vergognarsi un uomo che spreca le proprie forze per una porcheria simile? Eppure si tratta di un uomo che ha terminato la scuola media sovietica, l’istituto, un uomo per il quale sono stati spesi denari del popolo… Fa schifo a guardare questa lurida impiastricciatura e fa schifo ascoltare coloro che la difendono“.

Epilogo

Un serrato attacco critico viene indirizzato a diversi altri rappresentanti del mondo delle arti e delle lettere. Quanto al romanzo di Ehrenburg Il disgelo, si rileva che 1’autore vi fornisce una versione unilaterale “dei fenomeni connessi al culto della personalità”. Se dopo il XX Congresso del PCUS si è entrati in un clima nuovo – dice Krusciov – ciò non significa che, una volta condannato il culto della personalità, si siano allentate le redini del governo e ognuno possa agire secondo i suoi capricci.

Il premier giura e rigiura che il partito seguirà nel campo artistico e letterario il suo corso “leninista”. Minaccia lotta recisa agli artisti e letterati traviati e guerra all’astrattismo e al formalismo. Mette all’ostracismo i fautori di queste correnti. Ne addita i rappresentanti al “disonore generale”. E conclude: “Nell’arte noi siamo su posizioni classiste e siamo decisamente contrari alla pacifica coesistenza dell’ideologia socialista con quella borghese“. “L’arte appartiene alla sfera ideologica. Chi pensa che nell’arte sovietica possano convivere pacificamente il realismo socialista e le correnti formalistiche, astrattiste, scivola inevitabilmente nelle posizioni a noi estranee della pacifica coesistenza nel campo ideologico“.

A noi le armi

Con questa finale “bomba” di Krusciov cala il sipario; e noi passiamo ad impugnare le armi dottrinali per muovere addosso ai sofistici e falsi critici. Lasciando da parte per un momento l’atteggiamento di apparente ortodossia manifestato da costoro, sulla scorta del materiale raccolto premettiamo una considerazione riguardante tutto lo sviluppo del corso controrivoluzionario russo. Nello snodarsi di tutte le sue tappe questo, mentre è contrassegnato da una involuzione progressiva sul terreno politico, si presenta alla superficie come una formale accostata ai principii comunisti, o meglio alla proclamazione di fedeltà ad essi. I rinnegati di Mosca più tradiscono, più invocano Marx e Lenin. E, in un certo senso, fanno tutto ciò in un rapporto di senso inverso: mentre il periodo della controrivoluzione staliniana si esprime in un inno potente al “marxismo creativo” e al socialismo, ma per converso e parallelamente massacra la avanguardia comunista e smantella principio su principio il programma teorico di classe, il periodo della controrivoluzione post-staliniana si presenta come un osanna più esteso ai principii del comunismo nell’atto stesso in cui si accentua il processo di incarognimento controrivoluzionario e di affossamento delle ultime briciole di teoria della rivoluzione proletaria.

Ma torniamo ai dirigenti russi. Questi autentici uomini di affari, che hanno fatto di tutto per seppellire i pochi cocci dottrinali sopravvissuti alla distruzione del passato aprendo le porte alle forme classiche delle ideologie liberali, avrebbero d’un tratto ventilato un seppur lieve cambiamento di rotta? Dato un colpo di barra, manovrando su questioni che, sebbene secondarie, poggiano tuttavia sui presupposti intorno ai quali rotea la giustificazione della loro politica internazionale (coesistenza politica sì, coesistenza ideologica no)? Come vedremo, nessuna rettifica di tiro è dato rintracciare. Anzi, sotto 1’apparente fraseologia rivoluzionaria, emergono i teoremi più lerci dell’opportunismo.

Falsa fedeltà

Ovviamente a questi commercialisti non contestiamo l’invocazione formalmente corretta del principio di partiticità della letteratura e del ruolo accessorio dell’arte. Sentire anzi affermare detto principio contro astrattisti e formalisti, e in genere tutta la canaglia piccolo-borghese, può costituire un piccolo motivo di soddisfazione. Questa accozzaglia viscida e parassita, scoperta al mondo nelle pieghe della polemica, non solo “imbratta tele e raccatta immondizie”, ma esprime tutto il fondo melmoso della controrivoluzione e il legame inscindibile che la unisce alla putrescente borghesia occidentale, cui lasciamo non solo il piacere di constatare la partecipazione entusiastica degli artisti e letterati russi ai loro conviti “culturali”, ma la profonda dolcezza di potersi finalmente rispecchiare nei confratelli di un paese che si vanta di “costruire una società comunista”. Un confronto impagabile, che, se si vuole, trova il suo saldo negli attivi e passivi della bilancia degli affari commerciali. I “valori” si universalizzano e nello scambio generale trovano il loro rapporto di identità; così avviene per tutte le merci ivi compresi i cosiddetti prodotti della “cultura”. Le crociate della cultura occidentale a favore di Pasternak, o le civetterie amorose di Evtuscenko per l’Occidente, convergono nella causa unica del commercio e mercimonio universale, che come uno spiritello impregna la sostanza della loro arte decadente.

Ma possono mai incantarci coloro che, contro quella peste, riaffermano la necessità di tirare diritto e meglio servire lo stato padrone, smettendo di civettare con la réclame organizzata di Occidente? No certo, perché la loro è tutta una finzione, una messa in scena, per salvare le apparenze e celare la sostanza. La fedeltà ostentata dai russi è solo di comodo. Il gioco all’ortodossia non mira alla salvaguardia di principii, da decenni calpestati; tende solo a placare il malumore e le critiche persistenti, a cui i loro compagni di strada, i cinesi, li hanno negli ultimi tempi sottoposti. La polemica inscenata in campo artistico e letterario è stata un pretesto per ribattere il chiodo su cui si incardina la politica internazionale russa della coesistenza pacifica. Pur senza escludere possibili contrasti interni, ricollegando 1′ “impennata” dei dirigenti del PCUS all’urto ideologico russo-cinese, noi qualifichiamo di massima sostanza controrivoluzionari i presupposti da cui parte la loro apparente difesa di tesi comuniste. Lo spaccio di brandelli delle proposizioni marxiste è l’espediente classico usato dall’opportunismo, che tanto più vi ricorre quanto più nella prassi se ne allontana. Vediamo dunque le implicazioni di quest’urto, e poi la radice marcia a cui si innesta la presunta fedeltà del partito russo alle questioni di “ideologia”.