Le Commissioni Interne: Arlecchino servo di… un padrone
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Categorie: Italy, Union Question
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Il movimento operaio, nel corso del suo sviluppo storico, ha dato vita ad innumerevoli forme di organizzazione e di rappresentanza di ordine economico e politico: dalle prime ed embrionali forme di associazione con compiti di rivendicazione essenzialmente economica alle più organizzate forme sindacali e di mutuo soccorso, via via sino alla forma partito, i cui compiti e il cui programma travalicano i confini storici del modo di produzione che la società umana sta attraversando: quello capitalistico.
Delle organizzazioni a carattere rivendicativo la più completa rimane il sindacato, la cui esistenza è legata al sopravvivere dello sfruttamento salariale e al permanere del sistema di distribuzione a carattere mercantile. Altri istituti di
rappresentanze del proletariato, sia di indole economica che di indole politica, hanno fatto la loro apparizione in particolari periodi del suo sviluppo, e sono successivamente scomparsi o rimangono tuttora validi dopo aver subito radicali trasformazioni. Ci interessiamo qui dei primi e, in particolare, dell’istituto delle commissioni interne, così in Italia definite, ma che sotto altro nome od altra veste sono anche presenti in altri paesi.
Questa forma di rappresentanza a carattere aziendale fece la sua prima apparizione in Italia agli inizi del ‘900, limitatamente alle zone in cui lo sviluppo industriale aveva raggiunto alti vertici di concentrazione. Trattavasi allora di organismi i cui membri erano nominati direttamente dal sindacato col solo compito di controllare che fossero applicate e rispettate le norme dei contratti di lavoro. Successivamente, nel primo dopoguerra, il movimento delle C.I. confluì in quello che si proponeva di partecipare alla gestione economica delle imprese industriali, all’interno delle quali si era formato, cercando di sottrarsi alla tutela del sindacato e mirando a divenire autonomo.
Contro questa tendenza la F.I.O.M. prese giustamente posizione negando ogni autonomia alle C.I., l’operato delle quali, avrebbe inferto un duro colpo all’unità di interessi della categoria. L’importanza del formarsi di simili organismi non era del resto sfuggita alla classe borghese e ai suoi governanti che, con alla testa Giolitti, si affrettarono a presentare un progetto di legge per il riconoscimento giuridico delle C.I.
Lo scopo era duplice: da un lato imbrigliare il movimento rivendicativo legalizzandolo, dall’altro servirsi a fini propri delle energie che il proletariato avrebbe espresso nel vano e illusorio tentativo di gestire per scopi sociali la galera in cui era rinchiuso. La formazione delle C.I. venne quindi demandata alle maestranze delle singole fabbriche interessate. Ma il progetto borghese decadde in seguito agli avvenimenti che sfociarono nell’esperimento riformistico del fascismo. Con esso, i sindacati e gli altri organismi di rivendicazione economica finirono entro e sotto la tutela dello stato borghese, e di C.I. non si parlò più sino al 1943.
E’ di quell’anno la firma dell’ accordo Buozzi (CGIL) – Mazzini (Confindustria) sulla nomina e le funzioni delle ricostituite C.I. nell’Italia «liberata ». Quanto la classe borghese si era già proposto ed aveva realizzato nei limiti della legislazione corporativa doveva essere mantenuto e anzi accentuato salvando la forma.
Concesse le « libertà democratiche », si trattava di servirsene per far convergere nell’opera di ricostruzione dell’economia devastata dalla guerra tutte le energie di cui il movimento operaio è inesauribile fonte: e si poteva farlo perchè battuto internazionalmente con la sconfitta dell’Ottobre Rosso, il proletariato sotto la guida a dei partiti opportunisti subiva le parole d’ordine e l’ideologia proprie della classe avversa.
Se fondamentale fu il contributo a fini collaborazionistici e di pace sociale dei partiti pseudo-proletari, non trascurabile fu l’opera di salvataggio svolta dalle C.I. unitamente ai Consigli di Gestione, la cui a vita fu del resto breve. Le direttive in campo economico, che si ispiravano alla necessità della ricostruzione della economia « nazionale» е quindi, secondo il concetto borghese fatto proprio dagli opportunisti, di «tutta la società», trovarono nelle C.I. le loro fedeli esecutrici. Se, per mezzo dei partiti opportunisti e dei sindacati era possibile il
controllo di vasti strati proletari al livello della lotta politica generale, per mezzo delle C.I. fu possibile attuare il controllo stesso in ogni singola impresa industriale di una certa importanza.
Quali infatti i compiti demandati alle commissioni interne?
Stralciamo dal testo stesso dell’ultimo accordo interconfederale (Maggio 53) il seguente passo (per inciso, lo stesso termine di «accordo » è un capolavoro di terminologia opportunista):
ART. 2: « Compito fondamentale della C.I. e del delegato d’impresa è quello di concorrere a mantenere normali i rapporti tra i lavoratori e la Direzione dell’azienda, in uno spirito di collaborazione e di reciproca comprensione per il regolare svolgimento dell’attività produttiva ».
La comprensione, la bontà, lo spirito di collaborazione tra sfruttati e sfruttatori, sono la massima aspirazione dei borghesi. Quale miglior successo che potersi liberamente e tranquillamente appropriare del lavoro altrui ricevendone per di più il benestare?
Ma proseguiamo, e, dopo l’enumerazione degli altri compiti – controllo sulla applicazione norme contrattuali, legislative, sociali ecc.- arriviamo a quest’altro brillantissimo passo:
Comma 4:
«Formulare proposte per il miglioramento dei servizi aziendali tendenti al perfezionamento dei metodi di lavoro onde conseguire un maggior rendimento ed una maggiore produttività, vagliando e trasmettendo quelle ritenute utili suggerite dai lavoratori ».
Abbiamo già visto, nel passo e riportato precedentemente, come la i C.I. avesse il compito di mantenere « normali » i rapporti tra lavoratori e direzione aziendale. Nello svolgere questa mansione essa appariva non come un organismo a difesa degli interessi operai, ma come una specie di arbitro, di mediatore fra maestranze e padronato.
Ma la lettura del passo successivo dimostra, per chi consideri la questione da un punto di vista classista, come l’istituto stesso finisca per divenire (anche se eletto da operai) un organismo in difesa di interessi che sono esclusivo appannaggio della impresa capitalistica. Che significa infatti conseguire un maggior rendimento e una maggiore produttività, se non conseguire in termini di economia marxista un aumento del plusvalore relativo? E chi tende ad estorcere questo plusvalore se non la classe capitalista in generale, e la direzione d’ azienda in particolare?
Se inoltre si tiene presente che le C.I. non sono investite di poteri contrattuali, nell’esercizio dei quali, a seconda dei rapporti di forza, una possibilità di rivendicazioni salariali e di condizioni di lavoro, è pur sempre aperta, quale miglior regalo ai borghesi poteva esser fatto dai bonzi sindacali che apposero la loro firma ad accordi del genere?
Con l’inserimento delle clausole succitate, l’autonomia della C. I. dal sindacato raggiungeva un livello tanto più dannoso agli interessi operai, quanto più in seno agli stessi sindacati si rafforzava la tendenza ad adottare il metodo di contratti a carattere aziendale. Assistiamo così alla sempre più completa svalutazione delle funzioni e dei compiti del sindacato tradizionale, poiché l’interesse e l’attenzione dei lavoratori, quando non è deviata verso altri obiettivi, finisce per riversarsi interamente sulla C.I., all’operato della quale solo si guarda.
Si allarga così sempre più quella frattura nel campo dell’azione che, già notevole con effetti disastrosi tra i sindacati delle diverse categorie, sta ora dilagando all’interno delle categorie con l’adozione di metodi di lotta il cui campo ed i cui limiti si circoscrivano alla singola azienda.
La stessa funzione di controllo dell’applicazione delle norme contrattuali, una volta la sola e fondamentale delle c.s., passa in sott’ordine per non urtare la suscettibilità della direzione favorendo così ad esempio l’erogazione di premi di produzione o di assegni « una tantum » il cui importo totale è forse inferiore all’esborso che la applicazione integrale di tutti i precetti del contratto di lavoro imporrebbe.
Che l’istituto delle C.I. abbia assunto per il padronato una importanza notevole, lo si può desumere anche dal fatto che l’elezione dei loro membri nelle principali aziende industriali italiane è oggetto di commento e di attenzione da parte di tutta la stampa. Più che alla vittoria della lista di un sindacato rispetto a quella di un altro (essendo ugualmente apprezzati l’opera e lo spirito d collaborazione di tutti), la borghesia ha interesse al mantenimento e rafforzamento di organismi in cui le rivendicazioni operaie fluiscono per esaurirsi senza turbare ed anzi favorendo il proceso produttivo.
Fino quando le C.I. si manterranno, così come oggi sono costituite e così come funzionano (il lettore ha avuto nel numero scorso un esempio molto chiaro dell’ulteriore degenerazione delle c.s., a proposito della categoria dei ferrovieri; ed è ovvio che gli attuali rapporti di classe non possono che accelerare e approfondire questo processo), altro non potranno essere che un ostacolo al raggiungimento degli interessi anche contingenti del proletariato, e il loro operato dev’essere in ogni occasione denunziato come deleterio. Una rivalutazione delle C.I. è strettamente legata alla ripresa rivoluzionaria del movimento operaio: ripresa che vedrà prima di tutto il ritorno delle associazioni economiche dei lavoratori a quelle posizioni di classe su cui, dall’origine, si erano venute a formare. Liberati i sindacati dalle direzioni riformiste, dalle pastoie burocratiche e dalle catene legislative di cui la «erga omnes » non è che un anello, le C.I. torneranno ad essere le rappresentanze sindacali all’interno delle fabbriche coi compiti e le funzioni per cui erano sorte, ripudiando ogni forma di interesse e collaborazione aziendale per esprimere soltanto gli interessi di tutta una categoria e per rappresentare, all’interno dell’azienda, uno strumento di lotta aperta e senza quartiere contro la
direzione in inscindibile rapporto col sindacato.
Solo su queste basi l’istituto delle C.I. entrerà a far parte di quella rete di organismi di lotta, e di associazioni economiche, che costituiscono un anello di congiunzione fra Partito e classe e il terreno fecondo su cui si esplica l’attività rivoluzionaria del partito.