Tra i due fuochi dell’imperialismo l’ordine regna a Poznan
Questo articolo è stato pubblicato in:
Era inevitabile, per quanto doloroso, che l’esplosione operaia di Poznan fosse presa sotto il fuoco concentrato dei due imperialismi, d’Occidente e d’Oriente, e snaturata del suo carattere lampantemente operaio.
La reazione ufficiale del Kremlino e consoci è stata quella tipica dei poliziotti cresciuti alla scuola di Stalin e ben espressa dal lurido articolo di Togliatti, e dalla tanto sesquipedale, quanto vuota, risoluzione del C.C. del partito russo: i trentamila metallurgici che hanno abbandonato il lavoro affrontando i carri armati dell’esercito e della polizia erano istigati da… agenti provocatori. Questa tipica leggenda staliniana è spacciata nell’atto stesso in cui giornali ufficiali polacchi come la «Trybuna Ludu» riconoscono che i salari di una gran parte degli operai delle «Officine Stalin» erano, negli ultimi tempi, sensibilmente diminuiti, che la questione delle ore straordinarie non era stata risolta, e che il «disordine più ‘completo » regnava circa le famose «norme di lavoro».
La reazione ufficiale dell’Occidente è stata altrettanto tipica: un moto operaio che invoca pane e un regime di lavoro meno pestilenziale è trasformato in una rivolta «per la democrazia» o per l’«indipendenza nazionale», mentre nessun gazzettiere ha potuto dimostrare che tali fossero gli slogans degli scioperanti o che i cartelli recati dalla folla macellata dall’esercito «rosso» recassero scritte che non fossero quella terribilmente eloquente di «pane», la scritta che gli operai in sciopero agitano in Occidente come in Oriente. Le due reazioni, è chiaro, s’integrano: «affiliando» alla propria causa la rivolta di Poznan, l’Occidente giustifica la tesi orientale degli «agenti provocatori», e viceversa.
Ma nella leggenda occidentale c’è qualcosa di ancora più repugnante: il sacro sdegno per le vite umane falciate dalle raffiche poliziesche, come se i pur minori episodi di Venosa o di Barletta non fossero là a dimostrare che, di fronte al proletariato in fermento, la risposta delle forze dell’ordine non fosse altrettanto dura nelle terre felici della democrazia universale, e come se la storia di quest’ultima non grondasse del sangue di ecatombi operaie. Vorremmo vederli, i governanti occidentali, se i 6000 licenziati della British Motor Corp. (un ottavo delle maestranze licenziato, molto democraticamente, con due giorni di preavviso), o i siderurgici in sciopero negli Stati Uniti, scendessero violentemente in piazza — come tante volte avvenne nella storia della democrazia — e occupassero gli edifici pubblici! Sarebbero essi, allora, a tirare in ballo la storia degli agenti provocatori; e le raffiche di mitragliatrici diverrebbero benedette, una giusta risposta in difesa della… persona umana.
Gli operai di Poznan si sono ribellati alle condizioni di supersfruttamento che, in ogni periodo di folle accumulazione capitalistica, regnano sotto tutti i meridiani e paralleli, a destra come a sinistra, ad est come ad ovest.
Non sappiamo — e certo non risulta — se, di là dalla rivendicazione economica, essi abbiano dato alla loro agitazione un contenuto programmatico rivoluzionario. Il grande pericolo è che la rivolta operaia polacca si lasci incanalare nel binario (certo assente all’origine di questo moto) della democrazia, dei diritti dell’uomo, dell’indipendenza nazionale, invece di prendere la via diretta della lotta rivoluzionaria e della formazione del partito di classe. Lunga e faticosa è, nella situazione internazionale presente, quest’ultima via; e lontana, come nel caso per tanti aspetti simile della rivolta berlinese del giugno 1953, la meta. Salutiamo intanto i proletari caduti, vittime della potenza unitaria del Capitale, e auguriamo che dalla loro prima, titanica rivolta si origini un moto che, non lasciandosi attrarre dai campi magnetici di Oriente e di Occidente, si diriga senza esitazioni verso il nord rivoluzionario, e solo verso questo punto cardinale.