Partito Comunista Internazionale

Devono i rivoluzionari militare nei sindacati reazionari?

Articoli figli:

  1. Devono i rivoluzionari militare nei sindacati reazionari? Pt.1
  2. Devono i rivoluzionari militare nei sindacati reazionari? Pt.2
  3. Devono i rivoluzionari militare nei sindacati reazionari? Pt.3

La crisi che attualmente attraversa in Italia la organizzazione sindacale, rende utile riprodurre l’articolo che il compagno Lenin scriveva sui doveri degli operai rivoluzionari tedeschi.

I comunisti italiani non rispondono, né mai hanno risposto, alla domanda che Lenin si poneva, in modo negativo. Ma vi sono molti operai, che pur essendo ottimi rivoluzionari, in questo momento più non vogliono saperne di organizzazione sindacale, col pretesto che essa è in mano ai riformisti, peggiori degli stessi reazionari, perché più astuti e mistificatori. Per essi, lo scritto del compagno Lenin sarà istruttivo e convincente.

I comunisti tedeschi di «sinistra» credono di poter rispondere in modo assoluto a questa questione, negativamente. A sentir loro, le reclamazioni e i gridi di collera contro i Sindacati «reazionari» e «contro-rivoluzionari» bastano (presso K. Korner, questo suona con una gravità tutta speciale e fortemente stupida) a «dimostrare» la inutilità e anche la sterilità della azione rivoluzionaria dei comunisti nei Sindacati contro-rivoluzionari e social-sciovinisti, dei conciliatori, dei Legien.

Ma per quanto siano convinti i comunisti di «sinistra» tedeschi del carattere rivoluzionario di questa tattica, essa è nei fatti e alla sua base, profondamente sbagliata, e, a parte delle frasi vuote, essa non concretizza assolutamente nulla.

Per fare la luce su questo argomento io mi servirò della nostra esperienza, conformemente al piano generale del presente articolo che ha per scopo di applicare all’Europa occidentale, ciò che vi è di generalmente applicabile, di generalmente significativo, di generalmente obbligatorio nella storia e nella tattica attuale del bolscevismo.

Il contatto dei «leaders» del Partito, della classe, delle masse e nello stesso tempo quello della dittatura del proletariato e del suo Partito coi Sindacati, si presenta adesso, presso di noi, concretamente nel modo seguente:

Il Partito comunista – che, secondo i dati dell’ultimo Congresso (aprile 1920) riunisce 611000 membri – realizza la dittatura del proletariato. Il numero dei suoi membri è oscillato fortemente prima della rivoluzione e dopo la rivoluzione, ed esso fu meno importante pure nel 1918 e 1919. Noi temevamo di allargare oltre misura i quadri del Partito, sapendo bene che gli arrivisti e i cavalieri di industria – che non meritano il plotone di esecuzione – tenterebbero di insinuarsi nel Partito al potere.

Ultimamente, noi abbiamo largamente aperto le porte del Partito (solo agli operai e ai contadini) nelle ore (inverno 1919) in cui Judenick era a qualche versta da Pietrogrado, e Denickine a Orel (a 350 chilomentri da Mosca), vale a dire quando la Repubblica sovietica era in pericolo di morte, e quando gli avventurieri, gli arrivisti, i cavalieri di industria e, in generale, i vigliacchi non potevano in alcun caso ottenere, in seguito alla loro adesione, una carriera vantaggiosa, ma dovevano piuttosto prepararsi al patibolo e alle persecuzioni.

Un Comitato centrale di 19 membri, eletto al Congresso, governa il Partito, che riunisce nei Congressi annuali (all’ultimo Congresso la rappresentanza era di un delegato ogni mille membri), ma per la gestione degli affari correnti si è obbligati, a Mosca, a ricorrere a degli uffici più ristretti chiamati notoriamente «Bureau d’organizzazione» e «Bureau politico» che sono eletti in assemblee plenarie dal Comitato centrale in ragione di cinque membri presi nel suo seno da ciascun «bureau». Una certa oligarchia ne risulta per conseguenza. E non vi è una importante questione politica od organizzativa che sia definita da una sola organizzazione governativa nella nostra Repubblica senza che il Comitato centrale del partito non abbia preso le direttive.

Il Partito si appoggia immediatamente per la sua azione, sui «Sindacati» formalmente «neutri», che riuniscono al momento attuale secondo i dati dell’ultimo Congresso (aprile 1920) più di quattro milioni di membri.

Infatti tutte le istituzioni dirigenti che la enorme maggioranza dei Sindacati, e in primo luogo, naturalmente, il centro o ufficio sindacale panrusso (i Soviet centrali dei Sindacati panrussi), sono composti di comunisti e applicano tutte le direttive del Partito. Si ottiene, nel suo insieme un apparato proletario, che non è ufficialmente comunista, ma pieghevole e relativamente largo, potentissimo per il tramite del quale il Partito è intimamente legato con la «classe» e con la «massa», e attraverso il quale, sotto la direzione del Partito, la «dittatura di classe» è realizzata. Governare il paese ed esercitare la dittatura senza il più stretto legame con i Sindacati, senza il loro appoggio energico, senza la loro azione devota, non soltanto nell’edificazione «economica» ma anche nell’organizzazione «militare», noi non lo avremmo potuto, questa è l’evidenza stessa, né durante due anni e mezzo, né durante due mesi e mezzo. Si comprende che questo legame, il più stretto, significa in pratica una azione di propaganda, di agitazione complessissima e delle più diverse, delle opportune e frequenti conferenze non solo con i dirigenti, ma, in modo generale con i militanti influenti dei Sindacati; si comprende anche che questo legame significa una lotta assoluta con i mescevichi che fino adesso hanno conservato un certo numero di partigiani – molto piccolo, è vero – che essi iniziano a tutte le carreggiate possibili della controrivoluzione, a cominciare dalla difesa della democrazia (borghese), dalle perorazioni sulla «indipendenza» dei Sindacati (indipendenti … dal potere governativo operaio) per finire con il sabotaggio della disciplina proletaria, ecc., ecc..

Noi riconosciamo l’insufficienza del legame con le «masse» per mezzo dei Sindacati. Una pratica si è creata in Russia nel corso della Rivoluzione, pratica che noi ci sforziamo con tutti i mezzi di mantenere, di sviluppare, di allargare: quella delle conferenze neutre di operai e di contadini, che ci permettano di osservare lo spirito delle masse, di avvicinarci ad esse, di rispondere alle loro questioni, di occupare i migliori tra i loro militanti nei posti di Governo, ecc.. Da un decreto recente, sulla riorganizzazione del Commissariato di controllo di Stato che diventa «L’Ispezione operaia e contadina», le conferenze neutre di questo genere hanno ricevuto il diritto di eleggere dei membri del Controllo di Stato, incaricati delle funzioni le più diverse, ecc..

Va da sé che tutta l’azione del Partito si compie attraverso ai Soviet che raggruppano le masse laboriose senza distinzione di professione. I Congressi di distretto dei Soviet rappresentano una istituzione democratica tale che non ne hanno visto ancora le repubbliche più democratiche del mondo borghese, ed è attraverso questi Congressi (di cui il Partito si sforza di seguire la evoluzione con la più seria attenzione), come con la utilizzazione costante degli operai coscienti nelle diverse funzioni, in Provincia, che il proletariato adempie al suo compito dirigente nei riguardi della classe contadina, nello tempo che si esercita la dittatura del proletariato delle città e l’azione sistematica contro la classe contadina, ricca, borghese, sfruttatrice, speculatrice, ecc..

Tale è il meccanismo generale del potere governativo proletario, esaminato «dall’alto», dal punto di vista della pratica, della realizzazione della dittatura operaia. C’è da sperare che il lettore capirà perché il bolscevico russo, che conosce da vicino questo meccanismo, che l’ha visto nascere dai piccoli circoli illegali e clandestini nel corso di 25 anni, non può non trovare tutte le discussioni intorno al soggetto della dittatura «dell’alto» o «del basso», dei «leaders» o della massa, ecc., ridicole, infantili e noiose, come lo sarebbe una discussione sulla utilità più o meno gravosa della gamba sinistra o del braccio destro.

Le dissertazioni più importanti, più sapienti, più rivoluzionarie dei comunisti tedeschi di «sinistra» su questo tema – cioè che i comunisti non possono e non devono militare nei sindacati reazionari, che è permesso di rinunciare a questa azione, che bisogna ritirarci dai sindacati e organizzare necessariamente dei «sindacati operai» tutti nuovi, bene propri ben gentili (e, il più sovente giovanissimi) – non possono non sembrargli lo stesso un ridicolo infantilismo.

Il capitalismo lega inevitabilmente al socialismo le vecchie distinzioni professionali e corporative edificate dai secoli fra gli operai, e dei sindacati che non possono svilupparsi che molto lentamente nel corso di anni e che si svilupperanno in sindacati industriali più larghi e meno corporativi (inglobanti delle industrie intere e non più delle corporazioni, dei corpi di mestiere e delle professioni).

Per mezzo di questi sindacati industriali si compirà la soppressione della divisione del lavoro fra gli uomini. Si passerà all’educazione, all’istruzione e alla formazione di uomini universalmente preparati e sviluppati, di uomini che sapranno fare tutto. È a questo che va, che deve andare, e che verrà il comunismo, ma nel corso di un gran numero di anni. Tentare di oltrepassare, fin da oggi, questo risultato futuro del comunismo arrivato al termine del suo completo sviluppo, della sua semplificazione assoluta, del suo sbocciare integrale e della sua maturità, equivale a voler rendere madre una ragazzina di quattro anni.

Nel migliore dei casi, è uno scherzo imbecille o una ragazzata stupida; nel peggiore, un’azione mal propria e un delitto.

Noi dobbiamo (e noi possiamo) intraprendere l’edificazione del socialismo non con del materiale umano che noi avremo specialmente formato a questo scopo, ma con quello che ci è lasciato in eredità dal capitalismo. Cosa incontestabilmente «difficilissima», ma in ogni altro modo il compito è così poco serio che non merita neppure di essere discusso.

I sindacati hanno marcato un formidabile progresso della classe operaia all’inizio dello sviluppo del capitalismo, [parola illeggibile] tanto che passaggio degli operai divisi e impotenti ai primi raggruppamenti di classe. Quando la forma superiore dell’unione di classe dei proletari, (il Partito rivoluzionario del proletariato, che non meriterà questo nome fino a quando non saprà legare i capi con la classe e le masse in tutto indissolubile) ha incominciato a svilupparsi, i sindacati hanno manifestato un certo carattere reazionario, una certa strettezza corporativa, una certa tendenza a un’attitudine apolitica, una certa inerzia, ecc.. Ma lo sviluppo del proletariato non si è effettuato e non ha potuto effettuarsi in nessun paese del mondo, che per mezzo dei sindacati e della loro azione concertata con il Partito.

La conquista del potere politico è un formidabile progresso del proletariato considerato come classe, ma non appena che essa è conquista, è un fatto compiuto, il Partito si trova tanto più obbligato e dai vecchi metodi, e dai nuovi, ad applicarsi all’educazione dei sindacati, a dirigerli, senza dimenticare, nello stesso tempo, che essi restano e resteranno lungamente l’indispensabile «scuola del comunismo», la scuola preparatoria dei proletari, per la realizzazione della loro dittatura, l’associazione indispensabile degli operai per il passaggio definitivo di tutta l’economia, prima nelle mani della classe operai (e non di professioni isolate), poi di tutti i lavoratori.

Un certo spirito «reazionario» dei sindacati, nel senso indicato è inevitabile sotto la dittatura del proletariato. Non lo comprendere è dar prova di una totale incomprensione delle condizioni fondamentali della transizione del socialismo al comunismo. Paventare questo «spirito reazionario», sforzarsi di ignorarlo, di passar oltre, è una sciocchezza immensa, giacché è trovare troppo pesante questo compito dell’avanguardia del proletariato che consiste a educare, rischiarare, istruire, attirare a una vita nuova gli strati più ritardatari e le masse della classe operaia e contadina. D’altra parte, rimettere la realizzazione della dittatura del proletariato fino al momento in cui non resterà più un solo operaio di stretto spirito sindacalista, più un solo operaio che non abbia più dei pregiudizi corporativi e trades-unionisti, sarebbe un errore ancora più grande.

L’arte della politica (e la comprensione dei comunisti dei loro doveri) consiste precisamente nel valutare esattamente le condizioni e il momento in cui l’avanguardia del proletariato potrà impadronirsi del potere, dove essa potrà a questo fine e, questo fatto, ricevere un appoggio sufficiente dagli strati profondi della classe operaia e delle masse laboriose non proletarie, dove essa saprà dopo sostenere, rinforzare, allargare il suo dominio, educando, istruendo e attirando ad essa una quantità sempre più grande delle masse lavoratrici.

Più lontano. Nei paesi più avanzati che la Russia, un certo spirito reazionario dei sindacati si è fatto, e doveva farsi sentire, incontestabilmente più violento che presso di noi. In Russia, i menscevichi trovano (e trovan ancora in un piccolo numero di sindacati) un appoggio in mezzo agli organizzati, precisamente grazie a questa strettezza corporativa, a questo egoismo sindacalista e a l’opportunismo. In occidente, i menscevichi si son molto più solidamente «installati» nei sindacati e una «aristocrazia operaia» sindacalista, stretta, vanitosa, avida, cupida, piccolo-borghese, [parole illeggibili] e corrotta dall’imperialismo è apparsa ben più potente che presso di noi.

È indiscutibile [parole illeggibili]

Bisogna menare questa lotta senza pietà e spingerla, come l’abbiamo spinta, fino a coprire l’onta e a cacciare dai sindacati tutti i capi incorreggibili dell’opportunismo e del social-sciovinismo. È impossibile di conquistare il potere politico (e non bisogna neppure tentarlo) fino a quando questa lotta non sarà stata spinta fino a un «certo» grado, che nei differenti paesi e in condizioni diverse non può essere identico, e che quindi solo i dirigenti politici capaci, sperimentati, competenti del proletariato possono nei singoli casi valutare. In Russia, il grado del successo raggiunto da noi, fu dato soprattutto dalle elezioni dell’Assemblea Costituente nel novembre 1917, qualche giorno dopo la rivoluzione proletaria del 25 ottobre 1917. In queste elezioni i menscevichi furono letteralmente schiacciati, non avendo ricevuto che settecento mila voti – 1 milione ed un quarto di voti, comprendendovi quelli delle regioni del Caucaso – contro nove milioni di voti raccolti dai bolscevichi.

Noi lottiamo contro «l’aristocrazia operaia» in nome della massa operaia e per metterla al nostro fianco; combattiamo i capi socialisti opportunisti e socialpatrioti per conquistare la classe lavoratrice. Questa verità elementare è d’altronde così evidente, che non può essere misconosciuta. È precisamente l’errore che commettono i comunisti tedeschi «di sinistra», i quali dal carattere reazionario delle piccole aristocrazie sindacali traggono argomento per uscire dai sindacati, per rinunciare a lavorare in essi e per formare nuove organizzazioni operaie preconcette.

Errore imperdonabile, che equivarrebbe ad un grande servizio reso alla borghesia. Poiché i nostri menscevichi, come tutti i capi sindacali opportunisti della tendenza di Kautsky, non sono che agenti della borghesia nel seno del movimento operaio (come noi non abbiamo mai cessato di dimostrarlo in Russia), e cioè: «commessi operai della classe capitalista», secondo l’espressione profondamente esatta dei discepoli americani di Daniele de Léon. Rinunciare all’azione nel seno dei sindacati retrogradi, vuol dire abbandonare le masse arretrate sotto l’influenza dei capi reazionari, dell’aristocrazia operaia, degli operai imborghesiti (consultare a questo riguardo la lettera di Engels a Marx sui lavoratori inflese, 1852).

L’assurda teoria della non partecipazione dei comunisti al movimento sindacale di spirito reazionario dimostra precisamente con quale leggerezza i comunisti di «sinistra» considerino l’importante questione dell’influenza sulle masse, e come abusino del nome di «massa»! Per venire in aiuto alla massa, per acquistare la sua simpatia ed il suo appoggio, non bisogna temere le difficoltà, le trappole, gli insulti, le persecuzioni dei capi (che, opportunisti o socialpatrioti, sono soventemente in relazione diretta con la borghesia e con la polizia) e lavorare necessariamente dove va la massa. Bisogna saper affrontare sacrifici, superare i danni più grandi, dedicarsi ad una propaganda sistematica, aderente, perseverante, paziente, anche nel seno delle organizzazioni più reazionarie – ovunque vi sono masse proletarie o semi proletarie.

Ora, i sindacati e le cooperative sono organizzazioni di questo genere, in Inghilterra, se dobbiamo credere ad un giornale svedese (del 10 marzo 1919), il numero dei membri delle trades-unions è aumentato dalla fine del 1917 alla fine del 1918 da 5.500.000 a 6.600.000, vale a dire del 19%. Alla fine del 1919 questo numero saliva a 7.500.000 inscritti.

Non ho sottomano le cifre corrispondenti per la Francia e la Germania, ma fatti assolutamente indiscutibili confermano l’aumento considerevole del numero dei lavoratori organizzati nei sindacati in questi paesi.

Questi fatti dimostrano, chiaramente, ciò che migliaia d’altri sintomi confermano: l’aumentar dello spirito d’organizzazione, l’accrescersi della coscienza operaia negli strati profondi degli operai, fra le masse arretrate. Milioni di operai in Inghilterra, in Francia, in Germania passano, per la prima volta, dall’inorganizzazione alle forme elementari (le più semplici e le più accessibili) dell’organizzazione, a quelle del sindacato; e gli assurdi comunisti tedeschi di sinistra, pur non cessando di parlare di «masse», si rifiutano di militare nei sindacati, col pretesto ch’essi sono reazionari; essi inventano, nuova di zecca, ben appropriata, innocente dei peccati borghese-democratici – ma colpevole all’incontro dei peccati del corporativismo e delle limitazioni professionali – l’Unione operaia, che sarà (che sarà!), essi dicono, generosa, e per l’adesione alla quale non si domanderà (non si domanderà!) che il riconoscimento dei Soviety e della dittatura del proletariato.

Non si può concepire un più grande errore, un più pericoloso torto fatto alla rivoluzione da dei rivoluzionari di «sinistra». Certamente, se nella stessa Russia, dopo due anni e mezzo di vittorie sulla borghesia russa ed alleata, noi ponessimo come condizione d’ammissione ai sindacati il riconoscimento della dittatura del proletariato, commetteremmo un errore, diminuiremmo la nostra influenza sulle masse, faremmo il gioco dei menscevichi. Poiché tutti i compiti dei comunisti consistono nel convincere gli [parola illeggibile] lavoratori, di saper lavorare fra di essi e non separarsi da essi per «nostri» ed infantili pretesti.

Non vi è [parola illeggibile] bisogno di dubitarne, i signori Gompers, Henderson, Jonhaux, Legien, sono assai riconoscenti a questi rivoluzionari di «sinistra» che, come quelli dell’opposizione di principio tedesca (ci liberi il cielo da simili principi!), o come certi militanti americani dell’Associazione dei Lavoratori Industriali del Mondo (I.W.W.) predicano l’uscita dai sindacati reazionari e si rifiutano di lavorare in essi. Senza dubbio i capi dell’opportunismo avrebbero ricorso a tutte le risorse della diplomazia borghese, dei preti, della polizia, dei tribunali, per impedire ai comunisti l’entrata nei sindacati, per cacciarceli, per render loro la situazione insostenibile. Bisogna saper resistere a tutto questo, disporsi a tutti i sacrifici, usare occorrendo tutti gli stratagemmi, di astuzia, adottare metodi illegali, tacere se del caso, perfino fare violenza alla verità, pur di entrare nei sindacati, di restarvi, di compiervi, malgrado tutto, il proprio lavoro di comunisti.

Sotto l’antico regime zarista, fino al 1905, noi non avemmo alcuna possibilità d’azione legale; ma quando il poliziotto Zonbatof organizzava le sue riunioni e le sue associazioni di operai reazionari, noi vi mandammo per combattere la reazione e selezionare i rivoluzionari, dei membri del nostro partito (e io mi ricordo fra quelli che assolsero questa missione, dell’operaio pietroburghese Babouchkine, fucilato nel 1906), nostri incaricati per il collegamento con la massa, e che si sforzavano ad agitare ed a sottrarre la massa all’influenza della gente di Zonbatof.

Agire nello stesso modo è naturalmente molto difficile nei paesi dell’Europa occidentale, saturi di pregiudizi costituzionali, democratico-borghesi, legalitari. Ma occorre riuscirvi e procedere in questo senso sistematicamente.

Il Comitato Esecutivo della III Internazionale deve, a mio giudizio personale, condannare e proporre al prossimo Congresso dell’I.C. di condannare la non partecipazione al movimento sindacale in generale (motivando la sua decisione, con la dettagliata dimostrazione dei danni che una consimile attitudine causa alla rivoluzione), e che, nel caso particolare, l’agire dei militanti olandesi della Tribuna che – in modo diretto od indiretto, di forza o di sbieco, apertamente o meno – sostengono questa politica. La III Internazionale deve rinunciare ai procedimenti tattici della II, e non eludere le questioni difficili o urgenti, ma posarle, al contrario, molto nettamente.

Noi abbiamo detto, in faccia, tutta la verità agli indipendenti (Partito socialdemocratico Indipendente di Germania); noi la diremo ugualmente ai comunisti di «sinistra».

NICOLA LENIN