Partito Comunista Internazionale

L’impresa di Stato favorisce la speculazione

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« Proprietà statale! Gestione statale delle imprese!» Ormai il falsissimo principio che la espropriazione dei proprietari privati e l’assunzione delle imprese da parte dello Stato realizzi la rivendicazione socialista dell’abolizione del profitto, entra facilmente nel bagaglio ideologico di tutte le correnti e partiti borghesi. Recentemente, lo stesso on. Gronchi, presidente della Camera dei Deputati, ebbe ad esclamare, in sede di Congresso del Partito della Democrazia Cristiana, parole che siamo abituati a sentire uscire dalla bocca di tutti i capoccicni, grossi e piccini, dei partiti pseudo-proletari. « … Il fine delle industrie private », disse Gronchi. « è quello di realizzare un guadagno, mentre il fine delle industrie statizzate è di realizzare la piena occupazione ed altri fini sociali…» Non sostengono la stessa esatta tesi gli onorevoli del campo opposto del socialcomunismo? Per loro non esiste il socialismo in Russia, non comincia a realizzarsi nelle cosidette democrazie popolari, proprio perchè, almeno nel campo della grande industria, la proprie- tà dei mezzi di produzione è passata allo Stato? Se tanto mi da tanto, Gronchi e, per esso, la sinistra democristiana, marciano sulle direttrici… del socialismo. Ciò spiega esaurientemente le passate collusioni ministeriali e politiche e la mai cessata politica di corteggiamento, al di sotto dei ricatti e delle vendette da ex-amanti, che la cosidetta estrema sinistra e il variopinto mondo delle « sinistre » dei partiti di centro, reciprocamente alimentano.

Ma il socialismo sarebbe proprio ciò che lor signori pretendono, e cioè una sola immensa caserma prussiana delle industrie di Stato? Si verrebbe in tal caso ad abolire la pirateria della speculazione privata, dello sfruttamento del lavoro sociale a vantaggio della sempre più mostruosa concentrazione del capitale di un pugno di avventurieri di alto bordo della finanza? Abbiamo sotto gli occhi una prova materiale di come la famosa proprietà e gestione statale sia perfettamente compatibile con la speculazione privata. Di che si tratta? Del recente mutuo che la amministrazione delle Ferrovie dello Stato ha contrattato ed ottenuto dal Consorzio di Credito per le Opere Pubbliche. In tale caso, siamo in presenza di una Impresa di Stato e d’un Istituto di credito costituito con apposito decreto legge fin dal 1919, e il cui capitale risulta costituito da partecipazioni della Cassa depositi e prestiti (dipendente com’è noto dal Ministero delle Finanze), dell’Istituto Nazionale delle Assicurazioni, dell’Istituto Nazionale delle Previdenza Sociale, dello Istituto di Credito delle Casse di Risparmio italiane.

La somma mutuata è di 40 miliardi di lire. Ma non è da credersi che il denaro uscirà, direttamente od indirettamente, dalle casse dello Stato. Su tutti i cantoni delle vie potete leggere manifesti reclamistici a vivaci colori che invitano ad acquistare le obbligazioni per 40 miliardi di lire emesse dal Consorzio di Credito, ecc. Obbligazioni 5.50 % a premi « Serie speciale – Ferrovie dello Stato » annunciano gli affissi. Chiunque può sottoscrivere agli sportelli di diecine di banche (Banca d’Italia, Banco di Napoli, Banco di Roma, ecc.) che hanno « assunte a fermo » le obbligazioni. Sottoscriveremo noialtri operai e impiegatucci? Matematicamente sicuro che lo faranno coloro che non vivono col salario, col misero stipendio. Lo Stato, impersonato dall’amministrazione delle Ferrovie, garantisce le obbligazioni emesse dal Consorzio di Credito per le Opere pubbliche e le esonera da qualsiasi tassa od imposta presente e futura non solo, ma si impegna a pagare gli interessi ai sottoscrittori, oltre l’ammortamento e i premi, i quali ultimi da soli ammontano alla cifra di 200 milioni annui ripartiti in otto premi da L. 500.000 e di ottanta premi di L. 1.000.000. Serviranno infatti all’uopo le annualità dovute dalla mutuaria amministrazione delle Ferrovie dello Stato al Consorzio di Credito per le Opere pubbliche. Il momento del rimborso delle obbligazioni dovrebbe scadere tra venti anni, e precisamente al 1º gennaio 1973. Noi speriamo che molto prima di quella data lo sporco regime borghese sia crollato in Italia. Nel frattempo lo Stato di Roma, cioè il proprietario ed il gestore delle Ferrovie nazionali, farà onorevelmente fronte ai suoi infiniti debiti, pagando tra l’altro, ogni anno, la somma di oltre 2 miliardi e mezzo di lire ai titolari delle obbligazioni « Ferrovie dello Stato », il cui rendimento è appunto del 6,45 % circa. Vi pare poco? Certamente, dato che si tratta solo di una piccola parte dei profitti pagati dalle imprese statali italiane a privati capitalisti e alle banche. Costoro non hanno titoli di proprietà da far valere, non sono giuridicamente i proprietari delle imprese che erogano grosse fette di profitti, i loro nomi non figurano necessariamente nei consigli di amministrazione, nelle statistiche del censimento non è improbabile che siano catalogati sotto la voce di « libero professionista » o che so io, tuttavia nulla può dimostrare che essi non siano commercianti di denaro, investitori per interposta persona in una parola, divoratori di profitti, sfruttatori. Allora come si concilia con ciò la tesi di tutti gli statalisti, che dalla sinistra democristiana vanno fino a stalinisti, trotzkysti e fascisti, secondo cui la gestione statale non perseguirebbe, siccome le imprese private, il realizzo del profitto?

Le ovvie obiezioni dei fanatici dell’industrialismo di Stato di Russia non azzeccano proprio un bel nulla. Non passano ormai sei mesi senza che il Governo di Mosca non si faccia prestare da privati miliardi e miliardi di rubli su cui paga regolarmente, come avviene a Roma, interessi e premi. In altra parte del giornale pubblichiamo estratti della Unità molto eloquenti in materia. Gli sfruttatori soppressi nella forma di proprietari dei mezzi di produzione, risorgono nella forma di possessori di cartelle dei prestiti statali, di titoli garantiti dallo Stato e liberamente negoziabili.

Ma insistere sul concetto del privato speculatore può dare adito all’equivoco pericolosissimo, che sta alla base di tutte le menzogne e le mitologie sulla gestione statale, e cioè che la rivendicazione massima del socialismo sia l’espropriazione della quota di plusvalore. cioè di prodotti estorti alle masse lavoratrici, che normalmente serve ad assicurare l’alto livello di vita dei borghesi sfruttatori. In teoria nazionalizzare le imprese significa togliere ai proprietari privati il diritto di appropriarsi i dividendi, i profitti, i quali, sempre teoricamente, andrebbero versati nelle casse dello Stato. In pratica abbiamo visto come l’impresa statale genera profitti privati. Ma nemmeno nel campo della gestione privata l’imprenditore può, come suol dirsi, « mangiarsi » tutto quanto il profitto tratto dallo sfruttamento della mano d’opera salariata. Una quota di esso, di gran lunga maggiore di quanto il capitalista possa sperperare in auto, ville, pelliccie, mantenute, deve, per le inviolabili leggi della accumulazione capitalista, essere destinata sia alle spese di ammortamento, sia agli investimenti. La rivendicazione fondamentale del socialismo propugna non solo la socializzazione dei beni di consumo estorta dalla classe dominante per il suo piacere, ma prevede il controllo da parte delle masse lavoratrici della più enorme massa di beni che l’impresa destina agli investimenti, seguendo la pazzesca corsa dell’accumulazione capitalistica. Tale controllo delle masse sarà possibile, non attraverso le menzogne della rappresentanza democratica, ma nella misura in cui, scomparendo il mercantilismo ed il monetarismo, le masse potranno veramente disporre dei prodotti del loro lavoro.

L’impresa di Stato, come dimostra il caso delle Ferrovie dello Stato, libera i privati imprenditori dalle preoccupazioni inerenti alla incessante necessità degli investimenti, di cui si occupano funzionari e le casse dello Stato divenuti più che mai impiegati e servi del capitale, ma, nello stesso tempo, assicura un più libero campo all’arrembaggio delle ristrette bande di speculatori e di avventurieri della finanza, i quali, di fronte al proletariato, possono giovarsi dell’anonimato e della comoda mimetizzazione di « prestatori allo Stato ».