Partito Comunista Internazionale

Stalinismo, strumento di Wall Street

Categorie: CPUSA, USA

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Oggi gli staliniani non trovano mai parole abbastanza roventi per bollare « l’imperialismo fascista » degli Stati Uniti. Lo fanno con la stessa demagogia e virulenza con cui, un tempo, salutarono i « liberatori ».

Resta il fatto che, se la strapotenza americana ha avuto la sua base nella seconda guerra mondiale, uno dei pilastri di questa strapotenza sono stati appunto gli staliniani. Non alludiamo tanto al volontario scioglimento del partito dopo l’entrata nel conflitto della repubblica stellata: il Partito « comunista » – contava ben poco. Alludiamo al contegno tenuto dagli staliniani nelle lotte operaie durante la guerra e di fronte alla guerra, nei sindacati nei quali esercitavano una certa influenza.

L’indomani di Pearl Harbour, Roosevelt impone ai dirigenti sindacali la rinuncia « volontaria » al diritto di sciopero e la accettazione dell’arbitrato obbligatorio. Gli staliniani non solo l’appoggiano, ma quando, nel marzo 1944, i dipendenti del grande magazzino Montgomery Ward di Chicago abbandonano solidali il lavoro, il dirigente sindacale staliniano Harry Bridges telegrafa a Roosevelt che i suoi organizzati non parteciperanno allo sciopero. Nel 1945, il presidente staliniano degli operai elettrotecnici dichiara: « Il non-strike pledge (impegno a non scioperare) non è stato dichiarato »; soltanto per il periodo di guerra: l’urto America-Russia non era ancora cominciato.

La guerra è sacra. Il segretario del partito staliniano Foster dichiara nel 1942: – I lavoratori devono dare l’esempio accettando volontariamente ogni sacrificio necessario alla continuazione della guerra; devono fare della difesa della nazione in questa crisi l’obiettivo supremo di tutta la loro attività ».

Bisogna produrre di più. Bridges nel 1942: « Penso che i nostri sindacati devono divenire oggi gli strumenti dello speed-up (intensificazione dello sforzo di lavoro) della classe operaia americana ». Nel sindacato dell’automobile, gli staliniani svolgono una campagna a favore del lavoro a cottimo e del blocco dei salari; di fronte a Roosevelt appoggiano le misure di « coscrizione operaia » nel momento stesso in cui tutti i lavoratori vi si oppongono; perfino un riformista per la pelle come Philip Murray e costretto a protestare per la loro opera di « eccessivo rappacificamento della classe operaia », e un giornalista al soldo della Camera di Commercio dichiara che certi imprenditori orientavano i loro operai verso un sindacato controllato dai “comunisti” perché questi si mostravano più ragionevoli in materia di salari e di condizioni di lavoro e mantenevano la « disciplina » fra i loro membri (le fonti sono citate per esteso dal Guerin nell’opera ricordata in altra parte del giornale).

Insomma, gli staliniani sono stati gli agenti più attivi, in seno alla classe operaia, della politica di « pace sociale » e di appoggio allo sforzo di guerra – quello sforzo sul quale si è fondata la gigantesca espansione industriale degli Stati Uniti dal 1940 in avanti. Si dirà che oggi, passati all’« opposizione », non sono più un sostegno ma, anzi, un fattore di erosione dell’economia statunitense? Affatto: predicando la collaborazione, il pacifismo e la « coesistenza fra i due mondi », svolgono la stessa opera di narcotizzazione del proletariato di fronte al gigante di creta del capitalismo, e tanto meglio la svolgono quanto più si travestono da « oppositori » e da « nemici dell’imperialismo ».

In guerra o in pace, lo stalinismo è la grande leva di conservazione del regime capitalista. Se il centro mondiale imperialistico a Washington schiaccia e soffoca, oggi, tutto il mondo, il « merito » e per buona parte del Cremlino. Rinfrescate la memoria, proletari!