Partito Comunista Internazionale

“Tedesca è la Saar” parola d’ordine staliniana

Categorie: DDR, Saarland, Stalinism

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La grossa questione della Saar costituisce un esempio eloquente della impossibilità per un partito che lavori per gli interessi della classe operaia di intervenire con una [parola illeggibile] soluzione nei problemi posti dall’imperialismo. Ai problemi borghesi non possono darsi che soluzioni borghesi. Che le elezioni nel territorio autonomo della Saar (o Sarre secondo la grafia francese) rappresentassero al più alto grado un problema posto da mere contraddizioni imperialistiche sta a dimostrarlo la storia recente del territorio.

Alla conferenza di Mosca del 1947 la Francia si impossessò del ricco bacino carbo-siderurgico. Gli appetiti irresistibili del Governo di Parigi comandato a bacchetta dai maggiori trusts, e cioè Schneider, produttore gigante di armamenti, « Sidelor », il maggiore trust francese dell’acciaio, la Banca di Parigi e dei Paesi Bassi si spiegano con la favolosa consistenza del patrimonio minerario e siderurgico del conteso territorio. Chi ha in mano le miniere di carbone e le acciaierie della Saar, la cui produzione raggiunge, per il carbone, il 7 per cento e, per l’acciaio il 6 per cento della produzione carbo-siderurgica totale degli Stati sindacati nel Piano Schuman possiede le migliori carte da giocare nella furiosa lotta tra i trusts nazionali confederati. In mano alla Germania porterebbe dal 51 al 58 per cento la produzione del carbone, dal 38 al 44 quella dell’acciaio, col risultato che la Germania conquisterebbe la predominanza incontrastata all’interno degli organi del Piano Schuman. Se conservata dalla Francia, che ad una ipocrita concessione di autonomia politica regionale ha appaiato una unione doganale monetaria, funzionante da strumento per l’asservimento delle miniere e delle acciaierie ai trusts di Parigi, la produzione sarrese servirebbe a controbilanciare la supremazia germanica. Infatti, da sola la Francia produce, per il carbone, il 23 per cento, e per l’acciaio, il 27 per cento, sulla produzione totale del Pool carbo-siderurgico: annettendosi la produzione della Saar, la quota francese sale rispettivamente al 30 e al 33 per cento. Quanto basta appunto, se non addirittura a superare la potenza carbo-siderurgica tedesca, almeno a fronteggiare validamente gli impulsi formidabili alla espansione ed alla supremazia.

Tale la questione della Sarre vista con i raggi X della critica economica. Più di tanto, a chi vuole seguire il metodo marxista, serve solo come fenomeno riflesso e secondario. Bene serve agli scopi di Parigi la propaganda della « europeizzazione » del territorio, formula quanto mai incomprensibile e comunque mal conciliabile con l’annessione di fatto della regione alla Francia, ai suoi trusts, alle sue banche. Bene serve agli scopi di Bonn la spendita dei classici articoli della propaganda nazionalistica e razzista fabbricati con soliti ingredienti della comunità di lingua e di sangue dei sarresi o dei tedeschi. Quel che importa ai trusts tedeschi, schierati dietro il Governo di Bonn, non è non è l’uno nè l’altro ma le miniere, le acciaierie, le Banche sarresi, che con il sangue agli occhi debbono vedere in mano agli odiati rivali di Parigi. Come si vede, uno scontro di colossi bramosi di schiacciarsi a vicenda, già pronti ieri e per ben tre volte, nel 1870, nel 1914, nel 1939 a ricorrere alla guerra degli eserciti, allorché risultò che la guerra dei diplomatici non rendeva. Né i protagonisti del conflitto sono soli. Alle loro spalle, nell’ombra, si muovono ben altri dinosauri del grande capitale. Secondo l’Unità (2-12-52) la « Betlehem Steel », grande trust siderurgico degli Stati Uniti, dipendente dai gruppi Morgan e Mellon, detiene il 40 per cento delle partecipazioni azionarie alle grandi officine Stumm di Halberger Huette, e la maggioranza azionaria delle immense acciaierie di Voelklingen.

A parte la probabile inesattezza dei dati, i quali sono manipolati a seconda degli interessi di parte, da quanto detto scaturisce inequivocabilmente la natura ed il contenuto dell’aspra contesa. Si tratta di un ennesimo esempio di lotta per la spartizione di bottini di materie prime e di impianti industriali, beni che per la plutocrazia imperialista non hanno nè patria nè razza, ma rappresentano l’incarnazione del solo dio che il capitale veneri: il profitto. Cosi stando le cose, si svolsero le elezioni politiche del 30 novembre. Il governo di Parigi, come si sa, aveva messo nell’impossibilità di muoversi i partiti sarresi filo-tedeschi finanziati ed apertamente appoggiati dal Governo di Bonn. Consci di buscarsi solo legnate allo spoglio delle schede, questi suscitarono una vasta azione di propaganda astensionista, riuscita solo in parte. Risultava nettamente vincitore il partito democristiano asservito al Governo di Parigi, che totalizzava il 55 per cento dei voti, la maggioranza assoluta nel Landtag. Come era nelle previsioni.

Ma a noi interessa, giusta l’assunto che alla questione della Saar è possibile solo una soluzione borghese, esaminare il comportamento del Partito Comunista, cioè della formazione che pretende di librarsi al di sopra e contro le rivalità imperialistiche, autodefinendosi portatore delle «istanze » proletarie. Come sempre, l’azione del P.C. sarrese applicava localmente, con ormai non più sorprendente pedissequità, gli orientamenti attuali di politica estera del Governo di Mosca dimostrando ancora una volta come gli interessi di questi differiscano e contrastino gli interessi proletari. Secondo il Cominform, la tesi della « europeizzazione » della Sarre costituisce la piattaforma di lancio per la espansione finanziaria degli Stati Uniti nella regione. Abbiamo riportato perciò più sopra un brano dell’Unità. Da siffatta analisi della situazione gli strateghi del Cominform hanno tratto la «linea» da seguire: contro l’europeizzazione, contro la dissimulata annessione alla Francia per il ritorno della Saar alla Germania. La propaganda elettorale dei comunisti sarresi si è svolta appunto sullo slogans: « Tedesca è la Saar ». Gli stalinisti sceglievano, ma come?

L’Unità del 30 novembre, il giorno delle elezioni sarresi, dopo aver illustrate le opposte soluzioni proposte da Parigi e Bonn, definendole giustamente entrambe imperialistiche e guerrafondaie, concludeva poi cosi: « La strada della salvezza esiste: i comunisti la indicano. Alle pretese delle oligarchie finanziarie francesi, essi oppongono la difesa coraggiosa (!) del carattere tedesco della Saar: questa è e deve restare tedesca, perchè così vogliono la sua lingua, la sua storia, le sue tradizioni (la lingua, ecc. della Prussia Orientale tolta alla Germania e annessa alla Russia, erano russe?). Ma nello stesso tempo (udite!) essi oppongono alle campagne aggressive dei dirigenti di Bonn, la forza della solidarietà internazionale dei proletari e dell’amicizia tra i papoli che lottano per la pace: essi fanno propria la promessa di Wilheim Pieck (presidente della Germania filo-russa) secondo cui il popolo tedesco non dovrà mai fare più guerra alla Francia ». Significa che essendo la « forza » della solidarietà internazionale dei proletari ugualmente consistente (almeno oggi) quanto le promesse di pace di un fesso qualsiasi, sia esso il presidente di uno Stato o l’ultimo attivista scemo, lo stalinismo internazionale parteggia, nella contesa, puramente e semplicemente per la riconsegna al capitalismo tedesco del bacino della Sarre. Promesse di pace? Forse che bastano per impedire la guerra? E il conflitto stesso, sin pure in forme non militari, che contrappone sul suolo sarrese le opposte influenze tedesche e francesi non è forse una prova schiacciante, che la guerra non scaturisce dalla volontà, o peggio, dagli istinti criminali, dei dirigenti dei governi, ma fermenta ogni momento nel seno del capitalismo lanciato nella mai interrotta feroce lotta per la conquista dei mercati e delle fonti di materie prime? D’altra parte, le dichiarazioni di volontà di pace dei dirigenti della Germania « unita democratica, smilitarizzata », di cui sogna lo stalinismo, toglierebbero qualcosa al fatto che il ritorno della Sarre alla Germania significherebbe trionfo del pan-germanesimo, della grande industria, dell imperialismo prussiano? Ancora. Ammesso che si mandasse Krupp a coltivare patate e che la siderurgia germanica diventasse sul modello russo, un’industria di Stato, ammesso che, diciamola la gran parola magica, fosse nazionalizzata, essa cesserebbe di appetire spasmodicamente gli altrui mercati? In base a quanto fa o si appresta a fare l’antemarcia dell’industria statale, quella russa cioè, nulla autorizza a credere che perderebbe il brutto « vizio ». Allora a che servono le buffonesche promesse di pace di tutti i Wilhelm Pieck del mondo? Evidentemente a mascherare l’ennesima collisione tra stalinismo e imperialismo tedesco, a preparare la guerra invocando la pace e la militarizzazione.

Se caso mai lo stalinismo mondiale avesse seguito la tesi francese sulla Saar, opponendo quella tedesca, le conclusioni non sarebbero potute essere diverse. Nelle rivalità, e chissà quante altre dovranno scoppiare finchè sarà in vita l’imperialismo, che dividono e oppongono politicamente e militarmente gli Stati borghesi, lo stalinismo, smanioso di offrire la «sua» soluzione, smercia inevitabilmente una soluzione arci-borghese. Non può fare diversamente.

Nelle contraddizioni imperialistiche non è possibile, tale è l’insegnamento che si ricava dalle elezioni della Saar, non parteggiare per uno dei contendenti, in ogni caso per l’imperialismo, allorché il pregiudizio attivista, fonte di ogni opportunismo e tradimento, spinge ad « intervenire », a « lavorarci dentro ». Le elezioni della Sarre dimostrano lampantemente che un partito veramente proletario non può, in determinate situazioni (e al presente in quasi tutte), non può gire che sul piano delle enunciazioni programmatiche di principio. L’accusa degli opportunisti è nota; immobilismo meccanicista, fatalismo, passivismo, ecc. Ma intanto proprio coloro che pretendono di « muoversi » si impantanano nelle opportunismo nazionalista. A tali condizioni, meglio « non muoversi » affatto. Verrà fortunatamente il tempo di passare alla « critica colle armi » e spingere la lotta per affossare l’imperialismo, unitario e compatto socialmente, nonostante le rivalità egemoniche. Ma cinquanta anni di storia dell’opportunismo stanno a dimostrare che allora proprio coloro che ora si dimenano epiletticamente in affannosa ricerca di ricette politiche machiavelliche, e rinfacciano a noi di stare a contemplarci l’ombelico, militeranno proprio essi nel campo della conservazione e della controriviluzione.