La Russia della rivoluzione è in pericolo
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Da qualche settimana la canea antibolscevica e menscevica ha trovato nuova materia per la sua campagna di denigrazione contro la rossa Russia: 25 milioni di persone corrono pericolo di morir di fame!
Come corvi si precipitano i pennivendoli borghesi su questo fatto spaventoso, su queste notizie di orrenda profezia, per trarne veleno da inoculare nelle menti dei lavoratori europei, che ancora una volta, come già tante volte nel corso degli ultimi anni, guardano con ansia alla Russia dei Soviety.
La borghesia trionfa. Il giorno della vendetta è giunto! Ciò che non potè fare la controrivoluzione palese e segreta; ciò che non poterono fare gli eserciti di Kolciak, di Denikin e di Wrangel; ciò che non potè fare il giuoco volpino dei diplomatici nè la politica dei cospiratori interni ed esterni; ciò sarà ora operato dalle cieche forze della natura! Come dal vaso di Pandora traboccano le piaghe sul superbo edifizio della repubblica soviettista: siccità, cattivo raccolto, fame; e inoltre ancora il colera, il tifo, un ciclone che distrugge Tasckent e priva di tetto migliaia di persone.
La borghesia gongola. Ma anche gli altri, quei capi di masse operaie che da anni disputano giorno per giorno coi comunisti intorno alla vera via del socialismo, anch’essi si fregano lieti le mani: non erano dunque giuste le loro profezie sulla immancabile catastrofe del regime bolscevico? Essi fanno tesoro della distretta della Russia per dimostrare l’esattezza delle loro teorie e fin d’ora dipingono tutte le possibili prospettive che potranno darsi dopo « la caduta del bolscevismo ».
Anche tra i comunisti sorge la domanda: la crisi della fame non scuoterà tanto le condizioni della Russia, da mettere in pericolo l’esistenza stessa del potere soviettista?
La stampa controrivoluzionaria a una voce sostiene che la soppressione della proprietà privata, e tutta la politica dello Stato soviettista abbiano talmente rovinato la produzione, da esser causa dell’attuale catastrofe.
Noi non abbiamo mai nascosto che le doglie di parto della rivoluzione proletaria e l’annosa guerra civile hanno indebolito il paese, che anche indipendentemente da ciò non aveva solida base produttiva. E’ vero che la superficie coltivata della Russia, che prima della guerra saliva a circa 90 milioni di dessiatine, nel 1920 ammontava soltanto a 61, ed era quindi diminuita di circa un terzo. Ed anche la resa dei raccolti è discesa. Ma la colpa di ciò spetta forse al Governo soviettista ? Dopo la rivoluzione d’ottobre il contadino russo affamato di terra vide esaudito il suo desiderio: mediante la famosa legge del 28 ottobre 1917 egli ottenne la terra, sebbene non come proprietario, ma bensì soltanto come usufruttuario, fino a tanto che egli la coltiva. Ma era impossibile intensificare e razionalizzare l’agricoltura, perchè il paese era in guerra.
Nel 1913 l’industria russa aveva prodotto per circa 6 milioni di pudi (un pud = 16 kg.), di macchine agricole, e altrettante erano state importate dall’estero. Orbene, l’importazione dall’estero è cessata sin dall’inizio della guerra imperialista. Durante la guerra civile le fabbriche della Russia meridionale, che producevano macchine agricole, si trovarono nelle mani delle guardie bianche. E lo stesso deve dirsi del rifornimento dei concimi chimici.
E’ notorio che la crisi alimentare non s’è prodotta in Russia soltanto dopo l’avvento dei bolscevichi al potere, ma che essa era già sensibile sotto Kerenski, anzi ancora sotto gli zar.
La « Gazzetta russa del commercio e dell’industria » scriveva nel N. 119 del 1917 (cioè in un tempo in cui il capitalismo poteva fare e disfare a suo talento): « Durante la guerra i Zemstvos commisero 7935 seminatrici, ma ne ricevettero soltanto 108. Si commisero 119.110 pulitrici e non se ne ricevette una sola. Di 11.110 trebbiatrici commesse, ne furono consegnate, 142. In generale nella primavera del 1917 fu effettuato il 2 per cento delle commesse. Nel corso del secondo anno di guerra l’economia russa dovette restringere la sua richiesta di metalli. Non potè essere conservato dal 50 al 90 per cento dell’inventario agrario.
Fin d’allora persone previdenti, e non soltanto nel campo bolscevico, vedevano dove si sarebbe andati a finire. Il menscevico Valentinof in un opuscolo apparso nell’agosto del 1917, dal titolo « La rivoluzione e il programma agrário dei socialrivoluzionari », scriveva: « Non si tratta soltanto che sia in pericolo lo sviluppo delle forze produttive, anzi noi stiamo addirittura dinanzi al fatto dello sfacelo della economia. Il migliore raccolto può andar perduto per mancanza delle macchine necessarie » (pag. 49). E a pag. 50, Valentinof scrive : « Nel fumo ardente della guerra l’agricoltura va in rovina e ritorna alla tecnica primitiva dell’economia naturale ».
Pertanto fin dal 1917 l’economia e il sistema dei trasporti si trovavano in Russia in pieno sfacelo. Vennero poscia il sabotaggio: la guerra civile, il blocco… Oggi la Russia soviettista si trova nella situazione di un convalescente, che ha sofferto una gravissima malattia: una disgrazia, un mutamento sfavorevole del tempo, e lo stato del convalescente peggiora sensibilmente.
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Non ci passa per il capo, e non sarebbe utile nè al proletariato occidentale nè alla Russia, di negare il fatto di un grande fallimento del raccolto e le possibili conseguenze che ne possono derivare. Negli ultimi anni le città russe hanno sofferto la fame. La completa disorganizzazione dell’economia e dei trasporti, che impedì un regolare scambio tra città e campagna, frappose gravissimi ostacoli alla metodica alimentazione del proletariato russo. Ma la classe lavoratrice russa sapeva, che tendendo tutte le forze le sarebbe riuscito di schiudere le fonti della produzione agricola. La terribile siccità, che ha distrutte il raccolto nelle più fertili regioni della Russia, ha dato un grave colpo alla consistenza dell’economia popolare russa. Perfino la campagna, che sinora avea goduto più sopportabili condizioni di alimentazione, è minacciata dalla fame. La mancanza d’una rete di strade rende straordinariamente difficile trasportare viveri nei distretti minacciati, e contribuisce notevolmente a far si che la carestia abbia assunto così vaste proporzioni. Ma noi abbiamo fiducia che l’energia e la fede dei compagni che sono alla testa della nuova Russia, e la coscienza acquistata in questi quattro anni eroici dalla parte migliore del proletariato è dei contadini di Russia, riusciranno ancora una volta a vincere l’ira della natura, come già tante volte vinsero l’ira degli uomini.
Già il Governo soviettista e tutte le organizzazioni del P. C. russo hanno intrapreso una grandiosa opera di soccorso per alleviare il flagello della fame. Naturalmente la siccità non ha colpito tutto l’immenso territorio agrario. Il Governo soviettista ha tosto cominciato a fare vaste dislocazioni di masse di popolazione dai territori colpiti verso quelli situati più a Nord e non toccati dal fallimento del raccolto. A tal fine occorre evitare il panico della popolazione, che ha per conseguenza una fuga disordinata. Per ottener tale scopo sono abbuonate ai territori colpiti tutte le imposte o prestazioni, e si dà più vasto campo all’acquisto privato di viveri. Già da tutto il resto della Russia si hanno notizie che i lavoratori hanno rinunziato ad una parte dei loro viveri a vantaggio dei milioni di affamati.
E’ in corso anche un’azione internazionale di soccorso mediante le istituzioni della Croce rossa. Tale azione mira sopratutto a provvedere la Russia di medicamenti. Molti uomini politici e dotti russi, rimasti sinora in disparte, hanno accolto l’invito a collaborare mettendosi a disposizione del Governo soviettista. Ma naturalmente tutti questi sono provvedimenti insufficienti, che possono salvare solo una piccola parte degli affamati.
Noi non sappiamo fino a qual punto i provvedimenti presi riusciranno ad assicurare alle città russe il rifornimento dei viveri sia pure nella attuale scarsa misura. In ogni caso, la Russia della rivoluzione, il paese il cui solo nome fa batter più rapido il cuore dei proletari coscienti di tutto il mondo, va incontro a difficoltà e a pericoli gravissimi. Essa finora è passata da una calamità all’altra. Ai giorni terribili dell’invasione tedesca seguirono i vari attacchi concentrici delle guardie bianche controrivoluzionarie, dei Denikin, Kolciak e Wrangel, seguirono le atrocità della guerra civile, la crisi industriale aggravantesi di anno in anno. Ma ad onta di tutto i nostri compagni russi hanno proceduto per la via irta di spine dell’emancipazione proletaria. La catastrofe economica interna sarà accompagnata anche da gravi pericoli di politica estera. La Russia difficilmente potrà adempiere alle consegne cui si era obbligata coi trattati delle concessioni. Già i giornali borghesi hanno annunziato che la Russia si è dichiarata pronta a pagare le penalità contemplate in quei trattati. Forse la notizia è prematura; ma tuttavia non dobbiamo trascurare le enormi difficoltà di politica estera, che possono sorgere dal disastro economico interno. Anche se alla Russia verrà fatto di evitare seri conflitti con gli Stati contraenti, l’impossibilità di fare controprestazioni ritarderà di anni la ricostruzione economica. E a ciò si aggiunge il pericolo che l’odio degli Stati capitalistici e le loro vedute aggressive ricevano nuovo alimento dai torbidi interni provocati dal cattivo raccolto, e possano portare ad un nuovo attacco militare contro la Russia.
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In quest’ora difficile dobbiamo dire alla Russia che abbiamo fiducia nell’abnegazione dei compagni russi e siamo sicuri che essi spiegheranno tutte le loro forze per scongiurare le conseguenze di questa terribile catastrofe naturale, e che, come già tante volte negli anni scorsi, riusciranno ad allontanare il pericolo che minaccia lo Stato soviettista.
Ma non dobbiamo abbandonare gli eroici compagni russi alle sole loro forze.
La Russia deve essere aiutata !
Non però nel modo pensato dal poeta Massimo Gorki allorchè egli si rivolse « agli uomini onesti » e inviò il suo appello ai poeti del nazionalismo. Cosi non si aiuta la Russia. La stampa controrivoluzionaria si vale di tale appello, come già di quello a favore dei dotti russi, come di prezioso materiale di propaganda contro il potere dei Soviety « nemico della civiltà ». Ben a ragione la « Rote Fahne » di Vienna nota che un milite della rivoluzione proletaria avrebbe potuto sapere che gli « uomini onesti » della borghesia non hanno altra mira che quella di far piegare i ginocchi alla Russia soviettista. Già la stampa borghese ha preso occasione dall’appello dettato a Gorki dall’appassionato amore per il popolo russo per gridare al « fallimento del bolscevismo ». Una demagogia senza scrupoli rende responsabile il regime soviettista della fame, della fame in quello stesso paese, in cui questo flagello da secoli ha mietuto numerose vittime quasi ogni anno.
L’appello di Gorki non troverà ascolto.
La stampa borghese risponde con trionfante ironia: « Non abbiamo niente da poter dare: ma se ne avessimo, non ne daremmo ».
Spetta al proletariato europeo di seguire con tutte le forze tese la situazione della Russia pericolante, ed esser pronto ad ogni istante a mettersi di traverso ai rispettivi Governi qualora essi tentassero di profittare della calamità che colpisce così crudelmente i nostri fratelli russi per fare contro di essi opera di carnefici.