Fascismo e democrazia post-fascista: Giano bifronte della teoria borghese dello Stato
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Contro la gratificante e non disinteressata tesi crociana del fascismo inteso come buia parentesinella storia d’Italia e nel cammino della libertà, sposata in forme più o meno spurie da tutte le correnti democratiche ed opportunistiche che anche in recenti exploit polemici hanno rivendicato la tradizione che da Labriola porta a Croce e Togliatti (leggi caso Amendola nel gioco delle parti della commedia italiana delle Botteghe Oscure), ancora nel 1952 (Prometeo, luglio-settembre), in continuità con la tradizione della Sinistra Comunista e del marxismo rivoluzionario, abbiamo ribadito la visione di classe che respinge come capziosa ed equivoca l’immagine dello Stato borghese che tale impostazione comporta. Il fascismo non fu nella nostra concezione e valutazione una “rivoluzione” contro lo Stato della borghesia, ma l’espressione più autentica e moderna della reazione borghese contro l’attacco del proletariato, non domato dallo scontro interimperialistico. Non solo, ma sostenemmo, soli contro tutti, che il modello Mussolini avrebbe fornito un precedente paradigmatico anche per quei paesi dell’Occidente europeo ed atlantico, compresi gli Stati Uniti, che l’opportunismo socialdemocratico amava presentare come la culla della democrazia politica, immune da tentazioni autoritarie, o comunque in grado di respingere il militarismo e la dittatura.
Sostenemmo, non certo per boria o in vena di battute, che il fascismo rappresentava un semplice cambiamento di forma di governo nell’ambito della logica di classe dello Stato borghese: ribadiamo la stessa valutazione oggi, alla vigilia d’una possibile terza conflagrazione interimperialistica, allorchè, in tutt’altre faccende affaccendato il connubio democrazia postfascista-opportunismo, dubitiamo che si accordi nel dare una plausibile definizione della tendenza irreversibile dello Stato borghese ad armarsi fino ai denti, al di là delle colorite formule sulla germanizzazione, che semmai, nel solco del vile democratismo marca 1914, non fa che ribadire ed evocare vecchi fantasmi lontani mille miglia da una coraggiosa e coerente impostazione di classe.
Contro, inoltre, la sterile e accademica polemica sulla crisi del marxismo e sulla sua capacità di esprimere una sua compiuta teoria politica dello Stato, che abbiamo ampiamente respinto, riproponiamo le nostre classiche ed icastiche tesi:
1) Il capitalismo di fronte alla sue crisi interne reagisce in tutti i paesi, quale che sia la sovrastruttura politica, in modo unitario e con metodi d’intervento di accentramento e di dirigismo statale che accomunano democrazia e fascismo in un convergente obiettivo di difesa del regime.
2) Lungi dal significare l’assoggettamento del capitale all’imperio di un preteso ente collettivo e superiore alle classi (e, in linea subordinata, della borghesia ad una “nuova classe” di burocrati e tecnici, “managers”), il capitalismo di Stato nelle sue diverse manifestazioni (ad Ovest come ad Est) costituisce la forma più spietata dei “pubblici poteri” (come eufemisticamente il vecchio socialismo formato 1892 definiva lo Stato) in rappresentanza di una cerchia sempre più ristretta di interessi privati.
Non solo, ma proprio in risposta all’opportunismo dei nostri giorni che, dopo aver scoperto in ritardo la prepotenza degli imperialismi, bela contro quegli spietati (ed a valenza politico-strategica), tipo URSS, per porsi nel mezzo come paciere e interporre i suoi uffici o accreditarsi come patentato di democrazia presso il tradizionale ed ex aborrito marca USA ed Union Jack, già nel 1952 sostenevamo che «la nostra analisi non sarebbe stata completa se avesse prescisso dalla considerazione della parte che nel processo di formazione del capitalismo di Stato ha avuto (e purtroppo continua ad avere) il movimento operaio organizzato in America, dove l’interventismo statale in regime politico democratico ha trovato la sua prima manifestazione organica, e in Inghilterra, dove ha raggiunto, dal dopoguerra ai giorni nostri, la forma più completa sul terreno pratico e su quello delle formulazioni “teoriche”. In realtà, l’analisi di questa seconda faccia del “New Deal” americano e del “Welfare State” (Stato assistenziale) britannico dimostra non soltanto che la macchina dell’intervento e della gestione economica statale ha potuto mettersi in moto solo in virtù di una preventiva corruzione opportunistica del movimento operaio, ma che in entrambi i casi fu la dirigenza controrivoluzionaria a fornire alla classe dominante le armi teoriche e pratiche necessarie al tamponamento della crisi. E ciò è un’altra prova della unitarietà del capitalismo nei propri metodi di conservazione: il fenomeno dell’opportunismo operaio, elemento necessario della difesa capitalistica contro l’assalto rivoluzionario del proletariato, assume dovunque gli stessi aspetti; ai dirigenti controrivoluzionari dei sindacati il capitalismo non chiede più soltanto di contenere nell’ambito della legalità, della riforma e della collaborazione gli urti di classe, ma di farsi promotori (come in America), amministratori (Inghilterra laburista) di metodi più efficaci – “progressisti”, cioè più conservatori del regime dello sfruttamento della forza lavoro, e, di là dalle pretese differenzazioni idealistiche, il Lewis ispiratore di Roosevelt o il Bevin o l’Attlee pianificatori dell’economia post-bellica e gestori delle avvenute nazionalizzazioni tendono la mano ai Di Vittorio [oggi diremmo ai Lama vari] elaboratori di piani di risanamento industriale e di investimenti produttivi o ai loro colleghi d’oltre cortina, che esercitano già adesso quei compiti di gestione economica ai quali la CGIL e la CGT francese possono per ora soltanto porre la propria candidatura».
L’esame è stato superato, e gli anni ’80 con i codici di autoregolamentazione degli scioperi fanno dell’opportunismo nostrano un modello di “direzione concertata dello Stato borghese”.
Sulla scorta dunque dell’esperienza della lotta di classe, come è letta dalla nostra tradizione comunista rivoluzionaria, sono le condizioni storiche dell’ineguale sviluppo del capitalismo che permettono la valutazione degli attuali conflitti interimperialistici e la funzione esercitata dalle diverse forme politiche che essi assumono: non siamo mai stati indifferentisti in nessun campo, e tanto meno in questo culminante e capitale, se è vero che di fronte all’offensiva fascista fummo e riuscimmo soli a sostenere la difesa ad oltranza dell’organo unico capace di ammortizzare i colpi della reazione borghese e di garantire la ripresa per necessari attacchi al regime borghese.
L’alternarsi delle forme nella sovrastruttura politica determinata dalle contraddizioni imperialistiche in questo modo non consiglia l’abbandono degli strumenti tradizionali per combattere con efficacia i camuffamenti del nemico di classe; anzi, è la sola condizione per adattare duttilmente gli organi di combattimento proletario alle distinte situazioni e peculiari. Come abbiamo scritto nella Piattaforma politica del Partito Comunista Internazionalista, la condizione per la ricostruzione del partito politico della classe operaia e lavoratrice si basa su linee e cardini di programma perfettamente intonato alle esigenze internazionali del movimento: oltre alla teoria generale, alla concezione storica del partito, essenziale è dunque la valutazione storica che il partito dà dei principali eventi della storia mondiale verificatisi dopo la fine della Prima Guerra imperialistica fino ad oggi, in una continuità d’impostazione che ci permette di cogliere la continuità e la convergenza tra fascismo e democrazia e la loro funzione comune di difesa del regime sociale borghese.
Come il fascismo è stato da noi definito «un fenomeno storico mondiale, espressione della politica della classe capitalistica dominante nella fase in cui la sua economia assume i caratteri monopolistici ed imperialistici», così non possiamo recedere dalla definizione della democrazia come la maschera che tale assetto riassume nelle circostanze storiche del secondo dopoguerra mondiale in cui, distrutto il partito di classe e gli organi di combattimento del proletariato, la borghesia può permettersi il lusso di presentarsi come l’unica possibile forma politica, immutate restando le strutture fondamentali di cui il fascismo ha dotato lo Stato e precisamente gli istituti che garantiscono l’intervento dello Stato nell’economia (esempio: l’IRI) e la natura fondamentale e i compiti assegnati alle organizzazioni per la difesa d’un regime di lavoro necessario per il mantenimento del capitale come modo di produzione.
Caratteristica essenziale del movimento fascista fu l’attacco demolitore alla esistenza di autonome organizzazioni di classe ed inquadramenti di classe dei lavoratori. In tale attacco il fascismo utilizzò, oltre alle forze del nuovo partito borghese di classe da esso costituito, quelle dello Stato e di tutti gli altri partiti borghesi con esso conniventi in questo compito controffensivo e di contro-rivoluzione preventiva per il mantenimento dei principi di classe.
Nel regime di restaurata democrazia, quasi in un’opera di contrappunto, oltre alle forze costituite dai partiti anti-fascisti e dello Stato, sorretto con tutti i mezzi nella bufera del secondo conflitto interimperialistico (basti pensare al clima di disgregazione dalla caduta del fascismo all’8 Settembre), si utilizzano le spoglie del disciolto partito fascista, con quelle connivente nel compito di scoraggiare un qualsiasi tentativo di autonomo movimento proletario (si pensi agli scioperi del 1943 fino ai moti del 1948 in occasione dell’attentato a Togliatti, ultimo atto di protesta del proletariato per un suo “capo”.
Il riferimento non sarà che platonico: la norma costituzionale, che esplicitamente pone divieto alla ricostruzione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista, quasi a titolo ironico, viene posta nelle disposizioni “transitorie”. Non c’è dubbio in proposito, e noi l‘abbiamo sempre sostenuto: né il fascismo, né il capitale si aboliscono per decreto e tanto meno con norme transitorie!
Respingemmo e respingiamo come antistorica la tesi che il fascismo consiste in una reazione feudalistica assolutistica medievale, tendente a distruggere le conquiste sociali e politiche della borghesia capitalistica industriale. Respingiamo che la restaurazione della democrazia consista nel ripristino delle garanzie giuridiche e politiche dello Stato prefascista o nella sconfitta definitiva della reazione feudalistica e assolutistica in nome delle conquiste sociali e politiche della borghesia capitalistica industriale.
Nella ricordata e basilare Piattaforma abbiamo scritto che la situazione italiana presente non significa la chiusura di un periodo di governo fascista borghese e l’apertura di un opposto periodo di politica borghese liberale che ritorni al ciclo e ai rapporti del periodo precedente il 1922. Essa significa il crollo dell’apparato di governo e di potere della classe dominante in Italia, determinato non da crisi politiche interne e da divergenze di metodo, e neppure da attacchi decisi, sociali e politici, dall’esterno, ma dalla sconfitta militare e dal prevalere del gruppo di Stati contro il quale lo Stato borghese italiano si trovava schierato.
La situazione che si è determinata non presenta la conquista anche parziale del potere politico da parte di strati proletari o piccolo-borghesi. La ricostruzione dell’apparato centrale di controllo politico e di polizia al servizio degli interessi economici capitalistici avviene a cura e sotto lo stretto indirizzo dei grandi Stati vincitori della guerra, sotto forma di un compromesso accettato dalla medesima classe dominante indigena con la riduzione del suo privilegio e della sua sovrana autonomia di governo pur di continuare a sfruttare le classi lavoratrici nella veste di borghesia o di Stato satellite della nuova organizzazione mondiale. Si costituisce così un sistema di forze controrivoluzionarie ancor più efficienti di quelle fasciste formalmente sostituite.
Sulla base di queste considerazioni riaffermiamo schematicamente che:
1) Quanto più gli interessi della borghesia diventano generali, tanto più per essa si fa urgente la necessità di darsi un assetto politico disciplinato al suo interno (tendenza al partito unico) e violento contro la classe nemica, il proletariato, attraverso il rafforzamento dell’apparato statale.
2) Dietro l’anodina formula dell’interventismo statale nell’economia si nasconde, sia nella forma fascista di Stato sia in quella democratica, naturalmente in moduli esteriori diversi, la difesa generale e diretta della borghesia e dei suoi interessi economici e politici: non è tanto lo Stato ad intervenire nell’economia, quanto l’economia borghese che manovra il suo Stato in difesa dei suoi privilegi di classe.
3) Nella forma fascista i teorici dello Stato, sotto la formula del superamento dello Stato liberale, neutrale e imparziale, nello Stato etico, presentano lo Stato come superiore agli interessi antagonisti e, più che strumento di equilibrio, organica sintesi delle diverse istanze della società civile.
4) I teorici dello Stato democratico post-fascista non nascondono che la “rinata nazione” è la sintesi di diverse matrici ideali e di interessi contrapposti, ma nonostante il ripudio formale della formula dello Stato etico, non hanno potuto espungere dalla costituzione materiale le strutture portanti dell’assetto complessivo della macchina statale nei suoi assetti burocratici, amministrativi, militari.
5) L’illusione dei vecchi “liberali” di ripristinare le condizioni politiche dello Stato prefascista si fondano su una concezione notoriamente etico-politica di matrice neo-idealistica, che è l’antitesi della lettura materialistico dialettica e storica della teoria dello Stato.
D’altro canto è semplicistica la tesi che la linea di discriminazione tra forma autoritaria di Stato e forma democratica consista nel formale ripudio della violenza nei rapporti sociali e della guerra nei rapporti con gli altri Stati: la violenza non sta al disopra dei rapporti sociali (come caciocavalli appesi, per dirla parafrasando B. Croce), ma sta dentro agli antagonismi di classe.
Essendo lo Stato, nella nostra concezione, l’espressione generale e organizzata di questa violenza, la pretesa tipicamente liberale e democratica di gabellare per pace sociale la garanzia dell’ordine è teoricamente più mistificante, seppur più debole, della concezione organica ed etica propria del fascismo. Chi non ricorda comunque che i corifei dello Stato liberale, da Croce a Giolitti, invocarono lo Stato forte contro i conflitti sociali che il primo dopoguerra mondiale non aveva saputo stroncare e risolvere? Non saremo certo noi ad abboccare alla professorale distinzione tra forza (lecita!) e violenza (illecita!).
E poi lo scambio di esperienze e di reciproci appoggi con l’apparato militare dello Stato liberale prefascista non è ormai una deformazione del pensiero comunista, ma “patrimonio tecnico comune” della cosiddetta scienza della storiografia.
Per il marxismo l’esercizio della violenza nella storia non è da considerarsi con formule né estetiche né moralistiche, per cui fuori da ogni irrazionalistica demonizzazione o semplicistica riduzione del fascismo a folklore o messa in scena da sottovalutare, è stato immediatamente individuato nell’azione delle squadre illegali il piano della borghesia mirante al rafforzamento della macchina statale. Le correnti socialdemocratiche, al contrario, si attardavano a vedere in esso l’espressione del residuo mondo feudale agrario, coerentemente con tutta la tradizione “democratica” da noi duramente respinta, che pretendeva di difendere il progresso borghese dall’oscurantismo e dal conservatorismo.
I sostenitori dello Stato democratico post-fascista non si vergognano di rivendicare queste stesse matrici, ed hanno ragione, solo che non sanno come spiegare il residuo feudal-agrario e chiesastico nell’occidente “ultraimperialistico” o addirittura “post-industriale”. Ad ognuno le sue grane d’interpretazione. Anche la limpidezza dei teoremi ha una sua ragione ed un suo pregio.
Il fascismo tenta (e con qualche successo) di realizzare il programma social-riformista, e dà la lezione vivente che tale progetto non è realizzabile senza l’esercizio della violenza di classe statale. L’ostinarsi dell’opportunismo di matrice socialdemocratica, tanto più bieco una volta passato e travasato nella esperienza staliniana, nel pretendere di sostenere la possibilità della transizione al socialismo attraverso la democrazia, anzi nel mantenimento della democrazia e dei suoi “principi eterni e universali”, è fingere di non vedere che la violenza del fascismo non è stata neutrale e che l’eredità dello Stato post-fascista è debitrice delle grandi trasformazioni e del rafforzamento che lo Stato della borghesia ha realizzato nell’epoca dello sviluppo imperialistico. A maggior ragione non può pretendere di essere neutrale la violenza delle istituzioni, non solo dello Stato centralizzato propriamente detto; per il comunismo rivoluzionario è accresciuta violenza di classe.
Come il fascismo del 1919 si vide spianare la strada dalle correnti democratiche e liberali e dall’opportunismo socialdemocratico di varia gradazione, così lo Stato democratico post-fascista, dopo essersi vista spianare la strada dalla crisi del fascismo nelle vicende del secondo conflitto interimperialistico, oggi spiana la strada al cosiddetto “nuovo fascismo”, che non fa che chiedere il rafforzamento dell’apparato statale considerato molle e incapace di venire a capo della “conflittualità sociale” sempre crescente.
Naturalmente è parte integrante della nostra lettura della lotta di classe nella fase imperialistica che il tentativo fascista di dotare la borghesia del suo partito unico e di una disciplina unitaria capace di ridurre alla ragione anche le frazioni borghesi di diversa estrazione ideale e sociale, è solo in parte riuscito; il proletariato, nonostante la dura sconfitta, continua ad essere una classe irriducibilmente antagonista alla borghesia, e né il bastone fascista né la carota democratica potrà venire a capo delle contraddizioni della lotta di classe. Insomma solo il socialismo è la soluzione storica degli antagonismi sociali.
Il fascismo nelle sue venature mistificheggianti ha teorizzato perfino l’immagine di una società senza Stato (la Civiltà del Lavoro di Gentile), ma la dura realtà dei fatti ha costretto sia il fascismo storico sia la democrazia post-fascista a prendere più realisticamente atto che la lotta di classe può essere al massimo mediata attraverso un ingegnoso dosaggio di strumenti giuridici e di prevenzione, sia violenta sia condita di mezze riforme e concessioni. “L’amministrazione delle cose”, anche dal punto di vista teoretico, rimane una previsione che solo la tradizione rivoluzionaria del proletariato può rivendicare e perseguire con coerenza.
Lo Stato post-fascista anche in questo campo, attraverso il più labile modello della democrazia consociativa o della cosiddetta “partecipazione”, non ha fatto altro che allentare, date le favorevoli condizioni del dopoguerra, la superfetazione giuridica e la macchinosità del modello corporativo, ma si è guardato bene dallo smantellare i capisaldi della struttura amministrativa, burocratica e militare. Allentando formalmente la regolamentazione giuridica delle organizzazioni operaie, ha concesso la fiducia ai partiti “antifascisti” e ai rinati sindacati cosiddetti “liberi”; nel nostro linguaggio ha rimesso nelle loro mani la gestione della repressione di classe.
Il bene supremo esplicitamente riconosciuto dai sindacati liberi e dai partiti antifascisti è infatti il bene, l’economia nazionale: al massimo, la cosiddetta “centralità della classe operaia” è affermata come base propulsiva della produzione e dello sviluppo. Nient’altro comunque della già da noi aborrita teorizzazione della società dei produttori, ordinovista, che si illudeva di battere il capitalismo sul suo stesso terreno, quello dell’efficienza e della competenza tecnica.