La logica del sindacalismo fascista e del sindacalismo tricolore:la difesa del Capitale Pt.1
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Premessa generale
Lo scopo che ci prefiggiamo con questo lavoro è di mettere a fuoco il processo di integrazione dei sindacati operai nelle maglie delle istituzioni della borghesia, seguendone le fasi finora percorse e mettendo in luce le caratteristiche proprie di ognuna e le analogie tra esse. Si tratta in pratica di sviluppare il lavoro sintetico comparso nel n. 1 di questa rivista e sottolineare, attraverso gli accadimenti storici delle varie epoche, le tendenze generali di questo fenomeno che caratterizza l’epoca dell’imperialismo in tutti i paesi capitalisticamente sviluppati.
I motivi che ci spingono ad affrontare ancora una volta queste questioni non sono naturalmente di carattere storiografico o accademico, ma nascono dall’esigenza di rafforzare le nostre posizioni odierne sull’atteggiamento nei confronti dell’opportunismo sindacale tricolore, questione non di facile soluzione sul piano dell’applicazione pratica, mancando ancora il Partito del terreno favorevole su cui agire, sia per le sue forze estremamente ridotte, sia per una situazione generale che, sebbene esprima i primi deboli tentativi di risalita della china controrivoluzionaria in cui il proletariato è stato condotto da più di mezzo secolo di direzione opportunista, vede i principali reparti proletari ancora assenti dalla scena storica della lotta di classe, anche solo dalla battaglia difensiva contro gli attacchi sempre più pressanti e sempre meno mascherati delle forze che apertamente difendono gli interessi generali del capitale e della classe dominante. Più il processo di dispiegamento in campo delle forze dell’esercito proletario, sotto la spinta materiale del costante aggravarsi delle condizioni di vita di tutti i lavoratori, sarà lento e tormentato, più sarà difficile individuare le forme e gli strumenti operativi più idonei che il Partito dovrà intraprendere nella sua indispensabile azione di penetrazione nella classe, con l’arma classica della partecipazione alle lotte operaie e alle forme organizzative in cui esse si esprimeranno. Ma quando anche questo processo fosse più rapido di quanto ci si possa oggi aspettare, non per questo sarebbe più facile individuare i modi corretti e più utili per intervenire nella classe, compito vitale per il raggiungimento della direzione generale della classe in lotta e per la conseguente successiva azione di attacco alle istituzioni borghesi per la conquista del potere politico da parte del proletariato.
Proprio per questo dobbiamo avere sempre molto chiaro il carattere complessivo dei fenomeni sociali che si svolgono sotto i nostri occhi, e soprattutto chiara la tendenza delle forze politiche e sindacali in campo, la natura del tipo di regime contro cui i proletari dovranno combattere, gli orientamenti politici delle organizzazioni che ufficialmente si pongono come tutrici degli interessi delle classi lavoratrici, i loro rapporti con lo Stato borghese e i loro reali obiettivi storici e immediati. In poche parole i caratteri salienti e le tendenze specifiche dell’opportunismo politico e sindacale nelle forme in cui questo oggi si manifesta e si manifesterà domani. Il Partito deve possedere fino in fondo questa chiarezza per sapere trasmettere al proletariato le consegne di azioni da intraprendere per contrastare e attaccare i fortilizi del nemico e abbattere tutti gli ostacoli che si frapporranno alla soluzione positiva della rivoluzione proletaria e comunista.
Soprattutto è necessario a questo fine che il Partito non si adagi sull’attesa degli sviluppi che la ripresa della lotta di classe avrà in futuro, per trarne a posteriori indirizzi d’azione, ma sappia fin da oggi indicare ai proletari più combattivi quali devono essere non solo gli obiettivi, ma anche gli strumenti organizzativi immediati che essi si devono dare per portare avanti con profitto e determinazione la loro battaglia, per non rischiare al momento dell’azione di ritrovarsi alla coda anziché alla testa del movimento di classe. Questa chiarezza può derivare soltanto dal saper fare tesoro dell’enorme bagaglio di esperienza storica della classe, delle sue lotte passate e del comportamento delle organizzazioni opportuniste che di volta in volta sono comparse sulla scena della storia della lotta di classe internazionale del proletariato. Occorre sapere cogliere il filo conduttore che lega le diverse forme dell’opportunismo, la loro progressiva involuzione sulla linea di una continuità storica che, nella fase imperialistica del capitalismo internazionale, ha segnato l’evoluzione delle forme organizzative dei sindacati operai verso l’integrazione nelle maglie delle istituzioni borghesi. Più in generale, è la tendenza delle borghesie di tutti i paesi, nell’esigenza di conservarsi al potere, di assoggettare le organizzazioni a base proletaria, o con la forza del totalitarismo aperto e dichiarato, o, a seconda dei periodi storici e delle situazioni, con la menzogna della tolleranza democratica, sfruttando a fini reazionari la tendenza storica irreversibile dei proletari all’associazionismo economico per la difesa delle proprie condizioni di vita.
È indispensabile tracciare la natura sostanziale delle attuali organizzazioni sindacali, al di là delle forme e delle apparenze menzognere tinte di libertà e democrazia, e vedere come la loro dichiarata fedeltà alle esigenze dell’economia nazionale sia un fenomeno irreversibile dell’opportunismo sindacale odierno e si traduca sul piano dell’azione in un’opera di stretta collaborazione di classe con la borghesia attraverso tutti i canali del regime democratico.
Sempre più i sindacati attuali si caratterizzano come “sindacali di regime”, nel senso che non solo si richiamano nei loro statuti alla fedeltà verso le istituzioni di questo regime, ma tendono sempre più a porsi come unici interlocutori riconosciuti dello Stato e del padronato. Diventano così sempre più sindacati chiusi all’azione di classe. La fedeltà ai sacri valori della democrazia e della pace sociale viene ormai apertamente indicata come condizione irrinunciabile alla milizia tra le loro file. Essi tendono quindi sempre più a configurarsi come veri e propri “sindacati di regime”, collegandosi direttamente allo stile d’azione dei sindacati fascisti.
Le perplessità che possono sorgere di fronte ad una simile definizione sono frutto di una valutazione influenzata e distorta dalla diffusa convinzione che tra regime fascista e regime democratico esista una diametrale antitesi storica, e che dunque questi due sistemi di governo della borghesia non possano che configurarsi come irriducibili nemici senza possibilità di coesistenza e di compromesso, cosicché, anche se si riconosce loro il carattere di forme diverse del dominio borghese, e quindi entrambe operanti per la conservazione del sistema capitalistico, si finisce per fare della loro differenza di forma una differenza anche di sostanza politica, così da non attribuire al sistema democratico la configurazione di vero e proprio regime della classe dominante. Se non si ha chiara fino in fondo questa analogia di sostanza tra i due regimi si finisce per non avere altrettanto chiara l’analogia di sostanza tra le forme organizzative che ne caratterizzano le strutture portanti, tra cui non possono non essere considerati i sindacati che non a caso abbiamo definito tricolore, riprendendo pari pari la definizione con cui i militanti del Partito Comunista d’Italia chiamavano i sindacati fascisti del ventennio nero. Del resto non può avere altro senso la chiarissima nostra definizione dell’immediato dopoguerra di sindacati tricolore “cuciti sul modello Mussolini”: un modello appunto, tracciato dal fascismo e su cui il partitume resistenziale ha cucito il “nuovo tipo” di sindacalismo post-fascista tuttora imperante.
Certamente non siamo così sciocchi e velleitari da considerare sindacati fascisti e post-fascisti come esattamente la stessa cosa, ma il confronto va visto alla luce delle differenze tra i due sistemi in rapporto: allo sviluppo delle lotte proletarie, alle differenze istituzionali delle due forme di regime, alle differenti strutture legislative formali.
I più recenti avvenimenti nel campo delle lotte operaie hanno messo sempre più in chiaro risalto l’identificazione tra sindacalismo tricolore e sindacalismo fascista: espulsione dal sindacato dei rappresentanti operai non allineati con la fedeltà alla democrazia e alle sue istituzioni; impostazioni di rivendicazioni “operaie” che in realtà contengono la difesa degli interessi dell’economia nazionale e quindi peggiorano le condizioni di vita dei proletari, accentuato schieramento del bonzume confederale con la “linea dei sacrifici”, ecc. Più in chiaro, appunto, ma non per questo da considerarsi una recente “svolta” di sostanza nella concezione generale del sindacalismo tricolore, anzi una sua più che naturale conseguenza. Non da oggi dunque abbiamo “scoperto” il sindacalismo di regime, come strillano alcuni nostri critici che pretendono di essere più o meno “imparentati” con noi, ma ciò era chiaro al Partito fin dalla loro nascita. Che all’inizio della loro costituzione e per tutto il periodo della ricostruzione post-bellica e del “boom” economico il nostro atteggiamento nei loro confronti fosse diverso dall’attuale è per mutate situazioni economico-sociali in cui la loro azione si svolge, non per la loro mutata natura di “sindacati di regime”.
Natura del sindacalismo fascista
Per mettere a fuoco tale questione non si può prescindere dalla analisi di ciò che furono e soprattutto di come nacquero i sindacati fascisti, ed è espressamente a questa questione che dedichiamo questo primo scritto che, unitamente a quelli che seguiranno, dovrà tracciare una storia del sindacalismo italiano dagli anni dell’immediato primo dopoguerra al periodo attuale.
Sarebbe interessante svolgere più in generale la questione, analizzando il fenomeno dell’involuzione dei sindacati in tutti i paesi imperialisti, che fu un processo tipico degli anni in cui l’imperialismo manifestò fino in fondo le sue caratteristiche di “fase suprema del capitalismo”: gli anni della prima guerra e dell’immediato primo dopoguerra.
È una involuzione conseguente e parallela al crollo e al tradimento dei partiti della Seconda Internazionale. In tutti i paesi le organizzazioni sindacali si dispongono sul terreno della collaborazione di classe in guerra e in pace, sotto varie forme, ma con identico spirito opportunista. La generale debolezza del movimento comunista nei paesi occidentali non è in grado di contrastare questa tendenza. Tuttavia è innegabile che il fenomeno dell’asservimento dell’associazionismo operaio agli interessi della borghesia del proprio paese assume in Italia caratteristiche particolari, corrispondenti alla particolare tradizione di lotta del proletariato italiano magnificamente espressi nel “biennio rosso”, nonostante i continui tradimenti dei riformisti a capo della CGdL e la continua indecisione demagogica dei massimalisti che ogni volta portano acqua al mulino dei primi.
Questa particolarità non va intesa come una eccezione al fenomeno generale, ma come una risposta della borghesia italiana, che fece tesoro di tutte le esperienze politiche precedenti, all’unisono con la tendenza dell’imperialismo internazionale al totalitarismo delle istituzioni statali in tutti i paesi. Con il fascismo la borghesia italiana realizza una moderna sintesi di riformismo popolare, degnamente ereditato dal programma della socialdemocrazia, e di violenza politica totalitaria propria della dittatura capitalistica sul proletariato. Con una organizzazione unica in partito di governo, il fascismo intervenne a centuplicare la forza della resistenza controrivoluzionaria. Il partito fascista, nel caos della disorganizzazione politica, postosi alla testa dello Stato, sostituì i vecchi raggruppamenti di politicanti con una sintesi unitaria delle forze sociali borghesi. I metodi della violenza reazionaria, senza contrasto, venivano combinati alla demagogia democratica. Il fascismo, come abbiamo mille volte ripetuto, non fece altro che ricevere le consegne dalla democrazia e dal riformismo nella guida centralizzata e totalitaria delle istituzioni politiche dello Stato borghese.
Nello sforzo di sottomettere tutti gli interessi dei vari ceti sociali, non solo proletari e sottoproletari, ma anche piccolo-borghesi e borghesi in senso stretto, a quelli superiori del capitalismo nazionale, il fascismo non poteva certo sottovalutare il problema dei sindacati e delle lotte economiche del proletariato. Anche il fascismo si presenta con i suoi canoni di demagogia. Non rinnega la lotta di classe, ma propone apertamente la collaborazione tra le classi, ovvero, nel suo linguaggio, tra “i diversi elementi della produzione”, in funzione degli interessi superiori della nazione. Nulla di diverso dal sindacalismo tricolore dei tempi nostri, e anche questa è una dimostrazione del carattere moderno, e non arretrato dal punto di vista capitalistico, del sindacalismo fascista, come certa letteratura borghese e opportunista ha per lungo tempo preteso.
Come il fascismo si ergeva a partito unico di governo in campo politico, così la sua tendenza alla centralizzazione assoluta sotto l’imperio totale dello Stato non poteva non riflettersi anche in campo sindacale, in modo però, come già detto, non diverso nella sostanza da quanto stava succedendo in tutti i paesi capitalisticamente avanzati. Il fatto che il sindacalismo fascista sia stato costretto fin dal suo sorgere a fare i conti con i principi e la pratica della lotta di classe, è indice del suo carattere moderno, non arretrato. La contraddizione che si porterà in grembo per tutta la sua esistenza sarà proprio il tentativo di imporre il principio della collaborazione di classe, armonizzandolo con le esigenze imprescindibili delle masse operaie. L’ostentata “collaborazione fraterna” tra capitale e lavoro, presentata come il frutto di una profonda “coscienza nazionale” liberamente sentita da tutte le classi sociali, resterà sempre una chimera teorica, destinata a scontrarsi continuamente con l’inconciliabilità di interessi tra borghesia e proletariato sul piano dei conflitti aziendali e di categoria.
In un primo tempo, i promotori del sindacalismo fascista e del principio corporativo dell’unità d’azione tra operai e padroni di ogni categoria per produrre ed accrescere il “benessere della nazione e dei suoi figli”, cercheranno di importare queste tesi in seno alle masse proletarie urbane in concorrenza al sindacalismo rosso e bianco, concorrenza che si esprimeva a suon di legnate e di ricatti ma che, in una certa misura e in certe fasi, non disdegnò il ricorso ai metodi democratici della persuasione e del convincimento, nel tentativo di presentarsi come legittimo e reale difensore degli interessi dei lavoratori, cercando di dimostrare nella pratica come agli operai fosse più conveniente il principio della collaborazione che non quello dello scontro di classe.
Paradossalmente, come vedremo, ogni volta che il sindacalismo fascista intendeva dare di sé un’immagine efficiente di difesa proletaria, si vedeva costretto a ricorrere all’uso dell’esecrata arma classista dello sciopero, rinnegando i suoi stessi principi. Questa contraddizione, che pervase tutte le organizzazioni del sindacalismo fascista, finì per risolversi nell’inquadramento giuridico delle Corporazioni Fasciste e dei sindacati, unici rappresentanti di diritto di tutti i lavoratori, vere e proprie appendici del Ministero del Lavoro: l’inquadramento totalitario di tutte le categorie operaie al servizio dello Stato borghese e del padronato, con l’assoluto divieto del ricorso allo sciopero.
Origini materiali e ideologiche del sindacalismo fascista e sue prime azioni: dalla costituzione della UIL al discorso di Dalmine
Le origini del sindacalismo fascista risalgono al “biennio rosso” e trovano radici, significativamente, tra i residui del sindacalismo rivoluzionario schieratosi sul fronte interventista durante la guerra. Edmondo Rossoni presto diverrà uno dei teorici principali del sindacalismo fascista. I primi bagliori delle teorizzazioni corporative si determinano nel 1918 attorno alla UIL (Unione Italiana del Lavoro) promossa appunto da Rossoni, assieme a De Ambris, anche se su posizioni diverse. Le teorizzazioni di Rossoni, allora direttore del settimanale “L’Italia Nostra”, organo dell’Unione Sindacale milanese, di origine appunto sindacalrivoluzionaria, riprendono i temi di questa corrente nata come reazione all’opportunismo dilagante dei dirigenti riformisti dell’anteguerra, aggiornandoli alla luce della situazione post-bellica. Sotto il motto “La patria non si nega, ma si conquista”, si porta alla estrema conseguenza, in funzione produttivistica e reazionaria, la teoria della “funzione nazionale della classe operaia”, propria dell’ordinovismo gramsciano, a conferma della stretta connessione, sul piano controrivoluzionario, delle posizioni nate in quel periodo come deviazione dai principi marxisti difesi dalla Sinistra comunista polarizzata attorno a “Il Soviet” di Napoli.
La teoria tipicamente consiglista e gramsciana della “classe dei produttori”, che avrebbero conquistato gradualmente tutte le officine ed imposto il “controllo operaio” sulla produzione come presupposto per la successiva graduale conquista del potere politico, derivava a sua volta dall’evoluzionismo produttivistico e culturalista espresso dalla destra del PSI nel famoso congresso del ’14 della gioventù socialista, in cui si auspicava l’acquisizione delle capacità tecniche e lavorative da parte del proletariato come preparazione culturale e pratica alla futura gestione dell’“economia socialista”. Questa teoria si converte, non senza logica conseguenza, nell’esaltazione come potenzialità nazionale del patrimonio lavorativo delle masse operaie e delle stesse loro lotte verso migliori condizioni di vita.
«La classe operaia – scriveva il numero del 1° maggio 1918 de “L’Italia Nostra” – non ha alcun interesse ad ereditare una nazione povera. Di mano in mano che l’operaio e il contadino conquisteranno migliori condizioni di esistenza, diventeranno più italiani, più cittadini, più uomini. E viceversa, o meglio reciprocamente, l’aumento di capacità politica, culturale e morale delle classi lavoratrici, le renderanno più degne e più atte ad assumere il posto che loro compete di classe dirigente della nazione (…) Fino al momento della loro completa emancipazione i proletari tutti, pertanto, devono porsi sul piano della nazione e collaborare al suo maggior benessere».
E ancora:
«La classe vive nella Nazione e deve vivere per la Nazione. In questa lotta la classe più numerosa e più consapevole prevale e fa sua la patria, come si vince una bella donna dopo dure prove ed aspri cimenti».
La lotta di classe, proseguiva in sostanza l’articolo, pur non potendo essere negata, doveva tuttavia avere un limite preciso: le due opposte categorie dei “datori e prestatori di lavoro” dovevano conciliare i loro conflitti quando, il prolungarli, avrebbe leso l’interesse supremo della nazione. Nulla di sostanzialmente diverso da quanto predicano e attuano le confederazioni sindacali attuali.
È con questo approdo al nazionalismo dichiarato che l’opportunismo sindacalrivoluzionario segna il suo trapasso definitivo alla sponda della conservazione del sistema sociale borghese e si propone di gettare in questa opera di rinvigorimento del logoro capitalismo italico le forze vive del proletariato ritornato dalle trincee alle fabbriche. È in questo periodo che, in un certo senso, avviene il distacco definitivo del nuovo opportunismo, rinascente in veste nazionalistica, da quello vecchio stile della direzione socialriformista della CGdL e del centro e della destra del PSI.
Se tra i due non vi è contraddizione sul piano sostanziale, in quanto quest’ultimo non disdegnava certo la“funzione nazionale del proletariato”, è pur vero che non si esprimeva mai in forma così esplicita come nel sindacalismo corporativo. La CGdL, nei suoi statuti, rivendicava “la completa emancipazione della classe operaia dal regime del lavoro salariato” e di fatto si poneva, nonostante la sua direzione ultrariformista, sul terreno dello scontro di classe con il padronato, considerato non come il naturale “collaboratore” del proletariato, ma come il nemico contro cui lottare sul terreno dello scontro di classe tra interessi di fatto inconciliabili. In essa operavano a pieno titolo i comunisti come frazione organizzata nel suo seno e svolgevano opera di agitazione e propaganda col dichiarato scopo di conquistarne la direzione per trascinare tutta l’organizzazione sul piano dello scontro diretto con il padronato e il suo governo, fino alla insurrezione armata del proletariato contro le istituzioni borghesi per la conquista del potere politico.
Che, sul piano pratico, le lotte patrocinate dalla Confederazione rossa non si traducano quasi mai sul piano dello scontro di classe diretto fino alle sue estreme conseguenze, ed anzi la direzione riformista lavori alacremente per gettare acqua sul fuoco delle rivolte operaie quando diventano troppo pericolose ai fini del turbamento della pace sociale generale, dipende esclusivamente dalla natura riformista delle forze politiche che la controllano. Permane invece la sua natura di sindacato di classe, di sindacato libero, all’interno del quale si esprime la dialettica del confronto e dello scontro tra tutte le posizioni politiche che si richiamano alla difesa degli interessi del proletariato. Era a tutti gli effetti un sindacato di classe. Ciò che la differenzia dalle odierne confederazioni non è tanto la forma, quanto la sostanza: classista in quella, tricolore, nazionalista, collaborazionista per principio e vocazione in queste.
Non a caso, tornando alle origini del sindacalismo fascista, la nascente UIL sotto patrocinio dei capi del fu sindacalismo rivoluzionario, aveva come suo principale obiettivo la differenziazione dalla CGdL e propugnava la necessità di fare da contraltare ad essa. Il congresso costitutivo, tenutosi il 19 giugno a Milano, vide la fusione tra l’ideologia barricadiera dei tempi passati del sindacalismo rivoluzionario con la necessità della borghesia nazionale di infondere sentimenti patriottici e nazionalistici al proletariato. Si contrapposero due tendenze che, significativamente, esprimevano la stessa necessità, con sfondi diversi.
Interessante il rapporto di Rossoni, vero e proprio capolavoro in cui si concentrano tutte le tendenze passate e future dell’opportunismo:
«Il sindacalismo resta il sindacalismo e la lotta di classe resterà finché vi saranno nella società classi diverse. È puerile pensare diversamente (…) È pacifico che l’antipatriottismo è superato e che il proletariato ha tutto l’interesse ad affezionarsi al proprio paese e conquistarlo alla giustizia. Ma finché vi saranno ragioni di battaglia rivendicatrice, le migliori direttive saranno quelle della sbrigliatezza e dell’audacia sindacalista, nel nome dell’apoliticità, dell’autonomia e dell’unità proletaria».
Sono le categorie in nome delle quali l’opportunismo ha sempre fatto passare tutte le sue porcherie. Era nel nome dell’apoliticità del sindacato, della sua impossibile autonomia da chiunque, con l’immancabile condimento dell’“unità operaia”, che nella CGdL i riformisti svolgevano la loro azione disfattista e castratrice delle lotte operaie. La relazione Rossoni, in perfetto stile borghese moderno, riconosce l’esistenza della lotta di classe e si propone di volgerla ai fini dell’interesse nazionale, ancora una volta non diversamente dal bonzume dei giorni nostri.
A far da contrappeso alle teorizzazioni da “sindacalismo integrale”, secondo cui le organizzazioni dei lavoratori, modellate sullo stile delle Trade Unions inglesi, avrebbero gradualmente avocato a sé tutte le funzioni dello Stato, fino a sostituirsi ad esso, De Ambris sostenne più realisticamente che i sindacati dovevano
«svolgere la loro attività all’interno dello Stato e come parte di esso, in convivenza con gli altri istituti».
Prevalse la tesi di Rossoni e lo Statuto-programma approvato alla fine dei lavori previde, nell’articolo 1, la possibilità di
«avocare direttamente alla classe lavoratrice organizzata la gestione della produzione, della distribuzione e dello scambio della ricchezza», e sostenne pure che la UIL avrebbe valorizzato ed elevato il proletariato «alla dignità e alla capacità di risolvere tutti i problemi della produzione, della cultura e della giustizia sociale».
Come si vede anche i primi conati del sindacalismo fascista non disdegnavano di tingersi di populismo e di dimostrare niente affatto incompatibile il barricadierismo sindacalrivoluzionario, vagheggiante lo “Stato dei sindacati”, con la ferrea necessità delle classi dominanti di inquadrare le masse proletarie al servizio dell’economia nazionale, ovvero, nel linguaggio fascista, della Nazione tout court.
La demagogia utopisticheggiante è sempre stata propria di tutte le tendenze politiche che hanno presentato gli interessi della borghesia come interessi “di tutta la società” e di tutte le classi. Non poteva esserne esente il sindacalismo fascista nella sua esigenza di attirare a sé i proletari sotto vuote parole d’ordine tinteggiate di sinistrismo. In effetti tutta la storia della nascita e dell’affermazione con la forza del sindacalismo fascista è pervasa dal continuo tentativo dei suoi “teorici” di grosso calibro di conferire ad esso una veste “proletaria”, una parvenza di difensore degli interessi delle classi lavoratrici. Questa tendenza, propria del resto a qualsiasi organizzazione sindacale opportunista, costringerà in più occasioni i sindacati fascisti ad accondiscendere alla pressione delle masse ed indire, loro malgrado, scioperi ed agitazioni in contrasto con l’ostentato principio del rifiuto della lotta di classe.
Il congresso costitutivo della UIL attirò l’attenzione delle prime organizzazioni fasciste facenti capo direttamente a Mussolini, il quale, per tutto l’anno 1918 era andato elaborando un programma poggiante sulla base dell’esplicita “collaborazione tra datori di lavoro e lavoratori” ai fini di “un maggior benessere individuale e sociale”, programma che fu l’anima riformista del fascismo, trapassatagli dal riformismo di marca socialdemocratica.
È interessante rilevare come Mussolini, dalle colonne del “Popolo d’Italia”, fa esplicito riferimento al programma della francese CGT, al punto di pubblicarne il programma economico sul numero del 17 settembre, sottolineando i motivi che esso aveva in comune con il produttivismo fascista. Fu nella prospettiva di preparare un cocktail tra il programma rivendicativo riformista, preso brutalmente a prestito dai revisionisti stile Seconda Internazionale, e lo sparafucilismo sindacalrivoluzionario con intonazione apertamente nazionalistica, che il futuro duce accordò piena fiducia alla nascente UIL.
Questa si distinse subito nell’inviare due delegati, Edmondo Rossoni e Ciro Corradetti, alla conferenza interalleata del lavoro che si tenne a Londra dal 17 al 22 settembre 1918 sotto il patrocinio dell’American Federation of Labor, il potente sindacato americano, che riuniva varie organizzazioni di mestiere e che aveva sostenuto con entusiasmo l’intervento in guerra degli USA. La conferma fu un esempio lampante del carattere internazionale del sindacalismo nazionalista e in generale del processo di asservimento dell’associazionismo operaio alle politiche economiche dei vari Stati nazionali e dunque, in ultima istanza, dell’imperialismo giunto a maturazione in tutto l’occidente capitalistico.
Questa caratteristica emerse con chiarezza nella mozione risolutiva della conferenza che dichiarò, tra l’altro, che i lavoratori avevano diritto ad una rappresentanza negli organi direttivi del proprio paese, invocò un congresso mondiale di tutte le organizzazioni operaie da tenersi nel medesimo luogo e nel medesimo tempo della conferenza che avrebbe posto fine alla guerra ed elaborò una serie di rivendicazioni operaie da includere nei trattati di pace. La mozione avallò infine l’idea della “democrazia produttiva”, da realizzarsi in tutti i paesi, che aveva lo stesso spirito – come scrisse “L’Italia Nostra” – delle deliberazioni della UIL. Successivamente nacque l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, che raggruppò rappresentanti di tutti i governi, di tutto il padronato e di tutti i sindacati di ogni paese aderente, così da dare corpo allo spirito corporativo che animava non solo il fascismo ma tutte le democrazie occidentali. Fu sottoscritto e avallato dalla stessa CGdL che però vi partecipò rivendicando, proprio in polemica con i rappresentanti dei sindacati fascisti, il diritto esclusivo alla rappresentanza dei lavoratori italiani.
La UIL propugnò apertamente l’unificazione sindacale con la CGdL con il dichiarato scopo di sottrarla all’influenza del PUS, e iniziò la propria attività in concorrenza con questa. Fu stilato un programma rivendicativo che prevedeva le otto ore giornaliere di lavoro, i minimi di salario, il sabato inglese compensato e il riconoscimento delle commissioni interne e si propose di tradurlo in pratica nel vivo delle lotte operaie. Già nel novembre del ’18 la UIL scese in campo a Milano con la categoria dei fonditori, in massima parte suoi aderenti. Presentò un memoriale con tutte queste rivendicazioni al Consorzio degli industriali meccanici e metallurgici. Il 23 gennaio del ’19, di fronte al rifiuto padronale di discutere nel merito delle rivendicazioni, proclamò lo sciopero. A questo si oppose la FIOM, che presentò un proprio memoriale rivendicando soltanto le otto ore e non aderendo allo sciopero. La vicenda si concluse con la stipula di un accordo tra padronato e FIOM sulla base delle otto ore. La UIL continuò lo sciopero, ma trovandosi a urtare contro il padronato da un lato e la CGdL dall’altro, che scatenò una violenta campagna propagandistica contro di essa, finì per raggiungere un accordo che aggiungeva alle otto ore un aumento salariale di 7 centesimi l’ora.
Mussolini approvò e sostenne l’operato della UIL. Soprattutto esaltò le otto ore in funzione nazionalistica.
«Il postulato delle otto ore di lavoro – scrisse sul “Popolo d’Italia” – è maturo, sta nella pienezza dei tempi. La Nazione italiana deve andare incontro ai combattenti, cioè ai proletari che ritorneranno, con questa parola: d’ora innanzi voi lavorerete da uomini, non più da schiavi (…) Governanti e classi dirigenti d’Italia! Andate incontro al lavoro che ritorna trionfalmente dalle insanguinate trincee. Innalzatelo! E innalzerete la Nazione! L’ora è scoccata. Sappiano le classi dirigenti cedere a tempo, non attendano che si accumuli il temporale!».
Le forze fasciste, che si preparavano a consolidarsi e ad allargarsi per sferrare l’attacco contro le organizzazioni sindacali rosse, non disdegnarono affatto di ammantarsi di operaismo, e Mussolini plaudì ripetutamente in quel periodo alla legittimità delle rivendicazioni operaie purché di natura esclusivamente economica e soprattutto purché non fossero dirette a danneggiare la produzione. Occorre forse spendere molte parole per sottolineare come questo sia esattamente lo stesso spirito con cui il sindacalismo odierno plaude alle rivendicazioni operaie?
È in coincidenza dello sciopero dei fonditori che, a Dalmine, Mussolini trovò l’occasione di esaltare lo “sciopero produttivo” degli operai della Franchi-Gregorini che, sotto la spinta dei lavoratori aderenti alla UIL, avevano occupato la fabbrica, esautorato i rappresentanti aziendali che avevano rifiutato di discutere le rivendicazioni della UIL, e proseguito il lavoro issando il tricolore sul pennone dello stabilimento. Il “Popolo d’Italia” esaltò subito l’azione:
«È la massa dei produttori – educata e dominata da un nucleo di dirigenti e di operai consapevoli e volitivi – che riconosce il danno che alla classe e alla nazione arreca lo sciopero tradizionale».
Ad agitazione conclusa, sgombrata la fabbrica dalla polizia, Mussolini si recò allo stabilimento e vi tenne il famoso discorso che può ritenersi il discorso inaugurale del sindacalismo corporativo in azione:
«Voi – disse – vi siete messi sul terreno della classe ma non avete dimenticato la nazione. Avete parlato di popolo italiano, non soltanto della vostra categoria di metallurgici [forse che non parlano fino alla nausea di “popolo italiano” i bonzi nostrani, subordinando alle sue pretese esigenze superiori le rivendicazioni proletarie?]. Per gli interessi immediati della vostra categoria, voi potevate fare lo sciopero vecchio stile, lo sciopero negativo e distruttivo, ma pensando agli interessi del popolo, voi avete inaugurato lo sciopero creativo che non interrompe la produzione. Non potevate negare la nazione dopo che per essa 500 mila uomini nostri sono morti. La nazione che ha fatto questo sacrificio non si nega poiché essa è una gloriosa, vittoriosa realtà. Non siete voi i poveri, gli umili, i reietti, secondo la vecchia retorica del socialismo letterario, voi siete i produttori, ed è in questa vostra rivendicata qualità che voi rivendicate il diritto di trattare da pari con gli industriali».
Il discorso non a caso precedette di appena tre giorni la costituzione dei Fasci di Combattimento, così da assumere quasi valore programmatico del nuovo movimento, le cui caratteristiche iniziali, è bene ricordarlo, furono significativamente orientate “a sinistra”, cioè verso un impegno sociale e perfino socialisteggiante, tutto impregnato di difesa in funzione nazionalistica dei “deboli” contro “la sopraffazione e l’ingordigia padronale” e di affermazione di una migliore “giustizia sociale”.
I Sindacati Economici Nazionali e le loro azioni antioperaie: il sindacalismo fascista costruisce la propria ossatura organizzativa
Fu tuttavia nel vivo del famoso sciopero internazionale del 20-21 luglio 1919 che videro la luce le prime organizzazioni che dettero realmente vita ai sindacati fascisti veri e propri e alle corporazioni, a ennesima dimostrazione che le forze del fascismo, politiche e sindacali, si innestarono sulla debolezza dei socialisti e delle azioni promosse sotto la loro tutela dalla CGdL.
Lo sciopero di luglio contro la presenza di truppe dell’Intesa nella Russia proletaria e in Ungheria, nonostante la buona riuscita in Italia in fatto di partecipazione, fu in generale un fallimento. La CGT francese si ritirò all’ultimo momento, in Inghilterra ebbe scarso seguito e in Italia non assunse quel carattere rivoluzionario che avrebbe dovuto avere. I riformisti si adoperarono a conferirgli un carattere di manifestazione estremamente pacifica senza alcun mordente, al punto che le forze della borghesia intravidero da quel momento la possibilità concreta di sferrare l’attacco di rivincita sulle forze proletarie per rifarsi dalle perdite e dagli attacchi poderosi subiti durante il “biennio rosso”.
Fu durante questo sciopero che un gruppo di impiegati postelegrafonici, guidati da alcuni sindacalisti interventisti, si ribellarono all’ordine di sciopero della CGdL e, senza interrompere il lavoro, costituirono il Fascio Postelegrafonico, che divenne poi il Sindacato Nazionale Postelegrafonici Fascisti. La UIL aderì allo sciopero solo per disciplina all’associazione internazionale dei sindacati interventisti di cui faceva parte, mentre si schierarono contro tutte le altre associazioni interventiste nazionali: La Unione sindacale milanese, fondatrice della UIL, il partito repubblicano, l’USI, l’Unione smobilitati e le associazioni dei combattenti, degli arditi e dei volontari, che per l’occasione si fusero addirittura in un “Comitato d’azione e d’intesa”, di cui fecero parte anche i Fasci di combattimento. Lo sciopero vide infine la defezione di vasti settori impiegatizi delle ferrovie che diedero vita al Sindacato Economico Ferrovieri.
Terminato lo sciopero questi embrionali nuclei sindacali si svilupparono su più ampie basi, apertamente spalleggiati dai Fasci. Intanto la UIL si spaccò nel suo interno in due tronconi: da un lato i sostenitori del “sindacalismo apolitico”, dall’altro i sostenitori dell’aperta collaborazione con i Fasci. Questa spaccatura segnò la fine della UIL come organizzazione sindacale fiancheggiatrice del fascismo e, allorché essa appoggiò lo sciopero dei ferrovieri e dei postelegrafonici del gennaio del ’20, fu sconfessata e attaccata duramente dal “Popolo d’Italia”.
Questo sciopero, proclamato dalle Confederazioni di categoria “per adeguare i salari al nuovo rincaro della vita”, segnò il definitivo distacco dei fascisti dall’iniziale atteggiamento populistico e filoproletario. Mussolini si scatenò con feroce determinazione contro lo sciopero e invitò “tutti i fascisti e le forze sane della Nazione” a passare a vie di fatto e boicottare l’agitazione senza mezzi termini:
«Si vuole assassinare la Nazione – scrisse sul “Popolo d’Italia” – ma la Nazione non deve morire! E non morirà! (…) Abbiamo fatto tutto quello che stava in noi per evitare lo sciopero ed abbiamo riconosciuto l’equità di alcune richieste, ma ora, a sciopero dichiarato, noi diciamo che esso non può finire nel solito compromesso, salvo a ricominciare fra tre mesi. Noi chiediamo che ci sia finalmente un vinto e un vincitore, chiediamo che la lotta sia lotta, non trucco, forse combinato a Roma: o lo Stato vince e il Sindacato perde o viceversa (…) Ma un fine ci vuole; un equilibrio bisogna trovarlo; una disciplina è necessaria, un “potere” deve funzionare e imporsi. Questo è il desiderio generale. Questa “tarantella” della dissoluzione, questa coscienza disintegratrice, questo stato di perenne incertezza, che non è reazione e non è rivoluzione, devono finire».
Sconfessata la UIL, i fascisti presero a dare risalto ai primi gruppi sindacali autonomi formatisi tra alcune categorie e ceti prevalentemente impiegatizi. Il 15 gennaio il “Popolo d’Italia” diede notizia che l’Associazione Movimentisti, comprendente i capistazione e i capigestione, ed il Fascio Ferrovieri Italiani, comprendente i ferrovieri di seconda categoria, l’Unione Impiegati e l’Unione Lavoro, avevano deciso di fondersi in un unico sindacato “apolitico”. Promotore ne fu Isidoro Provenza. Interessante citare una sua dichiarazione in proposito:
«La nostra sarà una organizzazione di classe, con carattere prevalentemente economico, con lo scopo immediato del miglioramento delle condizioni di lavoro e del tenore di vita; sarà aperta, infatti, a tutti coloro che riconoscono l’utilità dell’organizzazione, quali che siano le loro particolari opinioni politiche e religiose».
Di fatto questa associazione fu il trampolino di lancio dei sindacati fascisti veri e propri, nonostante che i Sindacati Economici Nazionali, che da essa immediatamente derivano, si presentassero ufficialmente come indipendenti dal movimento politico fascista. Aleggia ancora, quindi, nella matrice originaria del sindacalismo fascista un demagogico richiamo alla difesa di classe, così come aleggia a grandi vele nel sindacalismo tricolore odierno.
Di che natura fosse il sindacato nato da questa fusione lo si vide subito nella disposizione immediata ai propri iscritti di rifiutare lo sciopero che continuava ad agitare ferrovieri e postelegrafonici e riprendere subito il lavoro interrotto.
Il 27 febbraio viene costituita a Milano la Federazione dei Sindacati Nazionali; di essa fecero parte i postelegrafonici di 2a categoria, il Sindacato Economico Ferrovieri, gli impiegati subaltemi di Stato, gli impiegati delle segreterie e cancellerie dello Stato, l’Unione Sindacale Impiegati Editoriali; aderirono più tardi l’Associazione Nazionale degli Agenti di Finanza e delle Imposte e la Federazione degli Insegnanti Medi. La Federazione si proponeva di
«cementare in un forte e disciplinato fascio tutte le forze sindacali autonome per fiancheggiare e promuovere la civile, completa e rapida soluzione dei problemi economici e sociali in armonia con gli interessi generali della collettività nazionale».
Contemporaneamente venne costituita la Confederazione Italiana del Lavoro Intellettuale.
La reazione fascista reclutava a grandi ondate i suoi migliori discepoli tra le file della piccola-borghesia intellettuale e impiegatizia e tra certi settori di aristocrazia operaia, ormai stanchi dei continui turbamenti della “pubblica tranquillità”. Su questi strati il sindacalismo fascista, e il fascismo in generale, costruì il suo squadrismo antioperaio. Da qui venne un’interpretazione del fascismo come movimento di espressione politica e programmatica dei ceti medi, concezione che la Sinistra smentì fin da allora e sulla quale non è qui luogo di ritornare.
A smentire categoricamente questa interpretazione, caldeggiata da chi ebbe poi interesse a sostenere che la grande borghesia fu estranea al fascismo, bastò un mese dopo l’atteggiamento di esultazione chiaramente filopadronale assunta dal sindacati economici nazionali di fronte alla durissima repressione del famoso “sciopero delle lancette” degli operai della FIAT, che aveva assunto un chiaro significato politico nella rivendicazione del riconoscimento dei Consigli di Fabbrica. L’agitazione, dopo un mese, fu stroncata dalla Confederazione Generale dell’Industria Torinese attraverso il ricorso alla serrata e all’intervento armato della polizia.
«A costo di scandalizzare – proclamò Mussolini, spalleggiato dai sindacati nazionali – qualche altra mezza dozzina di mummie o di scimmie urlatrici, noi diciamo, qui alto e forte, che la potente Associazione Industriale Torinese, stroncando con la sua ferma resistenza l’immonda speculazione del PUS torinese, ha ben meritato dalla Nazione e dalla stessa classe operaia italiana», e, dopo aver inviato un plauso ai fascisti ed agli arditi torinesi «che sono scesi in campo fin dal primo momento contro le mistificazioni dei falsi pastori», li invitò ad armarsi «per disperdere lo spregevole pecorume dei tesserati». Lodò infine gli industriali torinesi, «uomini di iniziativa, di coraggio, di audacia, che hanno resistito alle rivendicazioni operaie per ristabilire il necessario imperio della disciplina durante il lavoro e hanno fatto benissimo».
Il Sindacato Economico Ferrovieri dimostrò di lì a poco nella pratica la sua vera natura, boicottando con estrema durezza uno sciopero indetto dallo SFI per chiedere la rimozione di un capostazione che aveva impartito l’ordine di far partire comunque un convoglio carico di mezzi bellici destinati alle armate dell’Intesa installate in Russia, convoglio che gli aderenti allo SFI avevano deciso di bloccare in segno di solidarietà con la III Internazionale. L’agitazione provocò la reazione della polizia a Milano, che sparò addosso alla folla durante un comizio all’Arena indetto dalla CGdL in segno di solidarietà con i ferrovieri cremonesi. I lavoratori, premuti dalle forze di polizia e sabotati dall’interno dal sindacato economico fascista, furono costretti a tornare al lavoro sconfitti.
I sindacati nazionali, orgogliosi di questa sconfitta, spalleggiati dalle prime squadracce di Farinacci, sovvenzionati da numerosi capitalisti desiderosi di ridurre all’impotenza i sindacati di classe, cominciarono a diffondersi in gran parte delle regioni del Nord, soprattutto nel Veneto e nella bassa Padana. In particolare nel triestino e nella Venezia Giulia il nesso tra azioni d’assalto delle squadre nere alle Camere del Lavoro, alle sedi dei giornali e dei partiti di sinistra, e lo sviluppo dei sindacati economici fu strettissimo.
Per coordinare questo impulso del sindacalismo fascista fu fondata a Milano, il 19 novembre del ’20, la CISE (Confederazione Italiana dei Sindacati Economici). Nelle zone agricole del bolognese e del ferrarese, in cui la Federterra era riuscita a strappare all’Associazione Agraria contratti migliorativi per i braccianti e per i coloni e i fittavoli, la CISE conobbe un notevole sviluppo quantitativo. I metodi usati per realizzarlo sono noti: la distruzione delle leghe rosse, la continua intimidazione dei lavoratori, molti dei quali, terrorizzati dalle squadracce, venivano indotti ad aderire ai Sindacati Economici. Spesso i contadini venivano invitati individualmente alle riunioni dei sindacati neri e poi costretti con le botte a prendere la tessera e sottoscrivere per l’organizzazione. Finanziati dalla grande borghesia agraria, i Sindacati Economici seguirono la tattica di sostituirsi alle leghe della Federterra, stipulando con i padroni contratti peggiorativi dei salari e delle condizioni normative di braccianti e coloni.
Questo vistoso dilagare delle forze fasciste nella bassa padana generò quell’altra falsa interpretazione del fascismo come movimento politico a sfondo precapitalistico, inteso a riportare indietro la “civiltà capitalistica”. A giustificazione di ciò si porta l’argomentazione che il suo sviluppo originario si ritrova nell’arretratezza “feudale” delle campagne emiliane. Anche a questa interpretazione, ancora più idiota della prima, il Partito ha abbondantemente risposto e non è qui il caso di ritornarvi. Lo sviluppo stesso del movimento fascista, ma anche le sue origini, tutt’altro che “agrarie” sono sufficienti a smentirlo. Del resto la stessa borghesia agraria era tutt’altro che “precapitalistica” e feudale.
In generale poi, se il sindacalismo fascista riuscì a propagarsi maggiormente nelle campagne e molto meno tra il proletariato urbano, ciò dipende dalle diverse caratteristiche delle due situazioni, in particolare dalla maggior frammentarietà e dispersione del bracciantato e del contadiname rurale rispetto al proletariato delle grandi fabbriche, la cui compattezza e unità materiale riuscivano ad esprimere una resistenza molto più efficace all’azione terroristica e distruttrice del sindacalismo fascista e delle sue squadre d’azione.
Mano a mano che il fascismo rafforzava le sue organizzazioni squadristiche e prendeva corpo politico organizzandosi in partito, e mano a mano che tendeva sempre più esplicitamente a porsi come partito di ricambio del politicantume borghese democratico e liberale, detentore delle leve governative ma sempre più travagliato dalla crisi di decomposizione progressiva che lo corrodeva, i massimi esponenti del fascismo sentivano sempre più l’esigenza di inquadrare il sindacalismo nazionale autonomo alle strette dipendenze dell’organizzazione politica. In altre parole sentivano l’esigenza di dare al sindacalismo autonomo una chiara impronta fascista, superando la fase iniziale in cui esso tendeva a presentarsi come organizzazione sindacale di difesa classista, a volte anche, come si è visto, con espliciti richiami alla difesa di classe e alla libera adesione operaia indipendentemente dalla fede politica.
Perciò la CISE, confederazione sindacale formalmente autonoma e indipendente, nel periodo della sua massima espansione (nell’ottobre del ’21 il “Popolo d’Italia” le attribuiva 250.000 iscritti) si trovò di fronte a questi problemi. Il dilemma che si presentò al fascismo, e che provocò in quel periodo numerose polemiche interne tra le varie sue fazioni, era riconducibile a tre ipotesi: costruire un’organizzazione “nazionale”, ma indipendente dal PNF; creare un nuovo organismo autonomo che fosse però in qualche modo sottoposto al suo controllo; o dar vita a veri e propri sindacati integrati completamente nel partito.
Nasce la Confederazione Nazionale delle Corporazioni e si intensifica la lotta contro i sindacati rossi
È importante notare a questo punto come il fascismo utilizzi l’esperienza delle organizzazioni politiche proletarie comuniste. Questa caratteristica è in effetti l’unico aspetto “nuovo” del fascismo come espressione della tendenza all’accentramento totalitario di tutte le forze sociali, proprio della politica borghese nella fase imperialista del capitalismo. Come, sul piano squisitamente politico, il fascismo ruba al marxismo il concetto di dittatura di classe e si appresta a organizzare lo Stato borghese nel modo più appropriato a svolgere la sua funzione naturale di garante dell’ordinato svolgersi della produzione capitalistica e dello sfruttamento del lavoro salariato, nel tentativo di plasmare la società a suo modello, così sul piano dell’inquadramento sindacale esso si trova a risolvere il problema dell’organizzazione economica del proletariato come cinghia di trasmissione tra il partito politico borghese e la classe operaia, in funzione reazionaria di conservazione sociale, allo stesso modo come la Terza Internazionale e i partiti comunisti suoi componenti si erano trovati a risolverlo in funzione rivoluzionaria per il sovvertimento della società borghese e la conquista del potere politico.
In questo senso è proprio in questo periodo che si sviluppa l’offensiva in seno al fascismo delle forze che meglio hanno inteso questo problema, per debellare le tendenze a sfondo autonomista di matrice socialrivoluzionaria che ancora parlano di “autonomia” del sindacato dal partito. La fase “barricadiera” dello sviluppo del sindacalismo fascista, che faceva perno sulla demagogia della difesa della classe in funzione nazionale e indipendentemente dalle forze politiche in campo, stava ormai per essere superata: era necessario costruire con logica conseguenza corporativa il vero sindacalismo di Stato, giuridicamente ricostruito e pronto a inquadrare tutti i lavoratori all’esclusivo servizio della nazione.
L’offensiva all’interno del fascismo venne in coincidenza della fine dell’ignobile patto di pacificazione con i socialisti, che aveva visto schierarsi contro una parte notevole del fascismo. Al congresso dei Fasci all’Augusteo di Roma, nell’ottobre del ’21, in cui fu sepolto il patto, Dino Grandi lanciò la filippica sindacalista:
«Compito del fascismo – sostenne – è quello di far aderire le masse allo Stato Nazionale. Soluzione possibile soltanto se il fascismo, buttando a mare le vecchie concezioni liberiste e collettiviste, si farà perno e propulsore di un sindacalismo nazionale che consideri l’individuo non già come suddito o cittadino, bensì come produttore e riconosca nel sindacalismo la cellula di una nuova e più vasta funzione sociale, una vera e propria espressione istituzionale destinata a trasformare in questo senso l’odierno decadente Stato parlamentare».
Le pressioni in questo senso assunsero nei mesi successivi toni sempre più espliciti. Il 10 gennaio del ’22, al congresso provinciale di Milano, il segretario politico Guido Ciarroca, pronunciandosi sul “problema sindacale”, affermò:
«Bisogna finalmente decidersi ad assumere una precisa fisionomia in materia di organizzazione operaia ed agricola. Bisogna creare i sindacati fascisti, essendo vieta menzogna l’organizzazione apolitica. Ai sindacati fascisti devono naturalmente poter partecipare anche quegli elementi operai che non sono iscritti alla organizzazione politica; ma i sindacati devono seguire le direttive e la disciplina fasciste, anche perché noi non vogliamo fare la lotta di classe, ed in tal senso dobbiamo pure organizzare i datori di lavoro».
Prendeva così sempre più corpo l’idea corporativa dell’organizzazione unica dei lavoratori e dei datori di lavoro, in funzione nazionale. Idea che, come vedremo, il fascismo non riuscì mai a realizzare in pieno proprio per l’inconciliabilità oggettiva degli interessi materiali tra proletariato e padronato.
Tuttavia la CISE, che tentò, sotto la suggestione del sindacalismo nazionale autonomo stile rossoniano, di respingere l’idea di una organizzazione sindacale controllata dal PNF, vide dissolversi i propri iscritti nel giro di pochi mesi. I tempi erano maturi ormai perché il fascismo si liberasse della sua anima barricadiera, usata per tentare di affermarsi con maggior credito tra le file operaie, per passare decisamente all’inquadramento corporativo. L’andata al governo dei fascisti segnò il tracollo definitivo della CISE. Rossoni non tardò a fiutare la maturazione dei tempi e prontamente abbandonò le teorie sindacaliste autonome per dedicarsi al nuovo verbo del corporativismo gerarchico propugnato dal partito. Il 24 gennaio del ’22 nel convegno fascista di Bologna nacque, sull’onda di questo nuovo sforzo, la Confederazione Nazionale delle Corporazioni, di cui proprio Rossoni fu nominato segretario, al culmine di una meritata carriera, e che diede vita ad una propria pubblicazione, “Il Lavoro d’Italia”. Il giornale cercò di elaborare un valido sistema di idee nel quale inquadrare il sindacalismo fascista.
«Bisogna – proclamò – moralizzare e rinnovare la lotta operaia [non sembra di sentire l’eco del divittoriano sindacalismo “di tipo nuovo” dell’immediato secondo dopoguerra o della berlingueriana “moralizzazione della lotta”?]. Fra sindacalismo e nazionalismo non vi è antitesi, in quanto l’ascesa delle masse lavoratrici può aversi solo in una nazione prospera e rispettata nel mondo». Per questo era necessario «abolire la lotta di classe» e «lavorare per giungere a costruire uno Stato in cui operasse un’unica Confederazione sindacale inquadrante tutti i lavoratori ed i datori di lavoro cementati in un unico e comune sforzo per accrescere la grandezza della Patria e di conseguenza il benessere di tutti i cittadini».
Al di là degli sforzi “teorici”, per la verità piuttosto ridicoli, con cui i grossi tromboni del sindacalismo fascista cercavano di dare una configurazione logica credibile agli occhi degli operai e dei ceti sociali poveri e sfruttati, le organizzazioni nere continuarono a cercare di imporsi tra i lavoratori attraverso l’intimidazione e il terrore, rivolgendo la loro azione distruttiva verso le roccheforti e le sedi del sindacalismo rosso e le leghe socialiste più attive. Tra il congresso fascista di Milano del giugno ’22 e la “marcia su Roma”, i sindacati nazionali intensificarono la loro azione violenta contro il movimento operaio.
Questa attività ininterrotta culminò con la violenta reazione fascista allo sciopero del 1° agosto del ’22 indetto dall’Alleanza del Lavoro. Come noto quest’organismo, controllato dai riformisti, operò in modo debole ed irrisoluto e lo sciopero, che avrebbe dovuto essere proclamato in segreto all’ultima ora, ma del quale invece ne diede notizia anticipata “Il Lavoro” di Genova a giovamento del fascisti, si risolse in un completo fallimento e le bande fasciste, spalleggiate dai sindacati nazionali che svolsero opera di crumiraggio e di sabotaggio, imperversarono per una settimana, creando, in un’atmosfera di crescente terrore antiproletario, un’emorragia non indifferente di lavoratori dalle organizzazioni sindacali classiste verso i sindacati fascisti, che agli occhi di molti lavoratori apparirono in quei giorni come l’unica organizzazione in cui essi avrebbero trovato una certa sicurezza di lavoro e garanzia di salario.
A scanso di equivoci dobbiamo affermare che mai i sindacati fascisti riscossero il consenso di vasti strati di operai, tuttavia questo afflusso non indifferente di lavoratori nelle organizzazioni nere (il 3 settembre parlando a Genova, Rossoni indicò in “più di 800.000” gli iscritti alla Confederazione delle Corporazioni sindacali; anche se la cifra è sicuramente esagerata a scopo propagandistico) finì per preoccupare gli stessi dirigenti fascisti, che cominciarono seriamente a dibattere il comportamento da tenere verso di essi.
Come vedremo, il padronato, e in ispecie la Confindustria, non videro mai di buon occhio i sindacati fascisti ed opposero una certa resistenza a considerarli le uniche “controparti” con cui trattare. Mussolini stesso si sentì ad un certo punto in dovere di tranquillizzare la grande borghesia sugli scopi e gli obiettivi del sindacalismo fascista e di smorzare le eventuali illusioni di coloro che vi aderivano nella speranza di vedere difesi i propri interessi.
Il 26 agosto “Il Popolo d’Italia” pubblicò un fondo in cui stigmatizzò il passaggio in massa dei lavoratori alle associazioni fasciste, nell’intento di placare tutte le ansietà:
«Il Fascismo è tutt’altra cosa. I suoi iscritti sono, prima di tutto, soldati (…) Nessuno ha in mente di abolire la lotta di classe, ma tale lotta deve essere subordinata al benessere della nazione, in quanto non c’è luogo da dividere lì dove regna la miseria. Insomma per noi la collaborazione è la regola, la lotta di classe un’eccezione. I modi di questa eccezione non hanno che un’importanza secondaria, anche se per avventura fossero apparentemente poco difformi da quelli adottati dai socialisti».
Esplodono le contraddizioni del “sindacalismo integrale”: le polemiche con il grande padronato
Il sindacalismo fascista cominciava così a rilevare le sue contraddizioni, che esplosero successivamente in aperte defezioni dai suoi principi collaborazionisti altisonanti nel nome della Nazione. La contraddizione non era dissimile da quella di qualsiasi altro sindacato collaborazionista, di nome o di fatto che sia: da un lato l’esigenza di sottomettere i lavoratori agli interessi dell’economia nazionale, dall’altro quella di non perdere la faccia e dimostrarsi in qualche modo difensore degli interessi dei propri iscritti. È questa contraddizione insanabile che li porterà, prima del loro riconoscimento giuridico forzoso, ad essere costretti a dichiarare e promuovere agitazioni e scioperi a sfondo rivendicativo classista, spinti dall’inconciliabilità di quegli interessi che essi pretendevano invece di “armonizzare”.
La questione, legata direttamente a quella della configurazione che i sindacati dovevano avere all’interno dello Stato fascista, suscitò notevoli polemiche all’interno delle forze politiche e delle varie componenti sindacali che si riconoscevano nel fascismo e che accompagnarono tutto il suo divenire fino all’inquadramento istituzionale nelle maglie dello Stato. Non possiamo, per ragioni comprensibili di spazio, seguirne tutti i risvolti e le vicende. Ci limiteremo a considerare le questioni e gli aspetti più importanti che servono a mettere in evidenza le questioni che vogliamo trattare.
La più evidente contraddizione del sindacalismo fascista si può ravvisare nell’impossibilità di portare a compimento istituzionalizzato quello che allora si chiamò il “Sindacalismo integrale”, ovvero il principio assoluto del sindacalismo corporativo: la unificazione di tutti i lavoratori e dei rispettivi padroni in un solo sindacato di mestiere o di categoria, sotto la supervisione delle forze politiche del fascismo, per disciplinare gli interessi di operai e padroni a quelli “superiori” del paese, della Nazione (con la N maiuscola).
Questa contraddizione apparve con palese evidenza negli anni dal ’22 al ’26, allorché i principali artefici e teorici del fascismo cercarono di costruire le Corporazioni sul principio della subordinazione di tutte le classi, borghesia compresa, alla Nazione, conferendo a questa iniziativa politica un aspetto democratico, ossia cercando di addivenire all’organizzazione corporativa dello Stato attraverso il consenso e l’accettazione di tutte le parti sociali, di presentare la collaborazione di classe come uno strumento più efficace della lotta di classe per il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, in polemica e anche in concorrenza con il sindacalismo libero della CGdL.
Nel procedere su questa strada il sindacalismo fascista non tardò a scontrarsi con la resistenza e l’aperta diffidenza dello stesso grande padronato, restio a considerare le organizzazioni sindacali fasciste come le uniche interlocutrici con cui trattare sul terreno dei rapporti di lavoro. Questo perché il padronato sapeva che esse erano poco rappresentative e che eventuali accordi conclusi avrebbero avuto scarsa probabilità di essere approvati da tutti i lavoratori.
In sostanza, nonostante il terrore seminato dal fascismo, le organizzazioni sindacali che si richiamavano alla lotta di classe continuavano ad avere notevole influenza tra le masse operaie, soprattutto industriali, anche se il numero degli iscritti era caduto verticalmente. Nessuna garanzia di pace sociale in fabbrica potevano dare organismi sorti attraverso il terrore e richiamantisi a concetti politici ripudiati nel profondo dell’anima dalla gran massa dei lavoratori, anche da quelli che, terrorizzati dal fascismo, restavano nell’ombra, senza osare di esporsi apertamente con l’inscrizione nei sindacati rossi.
Il tentativo del fascismo di centralizzare al massimo nelle capacità dello Stato italiano gli interessi di tutte le classi non poteva manifestarsi come sviluppatosi “al di sopra delle classi”, perché tale non era e non avrebbe mai potuto essere. In realtà esprimeva, in un fenomeno politico modernissimo, la necessità di sottomettere il proletariato, in tutto e per tutto, agli interessi della classe detentrice del potere politico. In questo senso era quest’ultima che si serviva del fascismo per imporre alle masse operaie l’imperio definitivo delle leggi economiche capitalistiche, operando sul terreno favorevole spianato dal tradimento dei socialriformisti, e non il contrario. Non era il grande padronato a sottomettersi al fascismo, ma questi che svolgeva un’azione politica apertamente repressiva e antioperaia negli interessi del primo. Logico perciò che, di fronte alle pretese dei pivelli rossoniani circa la necessità che le organizzazioni padronali riconoscessero l’esigenza di sciogliersi e di fondersi con i sindacati fascisti nelle Corporazioni, le prime opponessero una rigorosa resistenza, ricordando loro che il proprio compito doveva limitarsi a bastonare gli operai, non a presentare a loro volta rivendicazioni sindacali agitando i lavoratori.
In effetti, dopo che il fascismo ebbe campo libero in seno al governo, la Confederazione delle Corporazioni cercò di darsi una struttura organizzativa salda che le facesse perdere il carattere di movimento provvisorio e che desse a tutti la sensazione di muoversi seriamente verso la realizzazione integrale dei propri principi. Il 10 novembre del ’22 il Consiglio nazionale delle Corporazioni definì lo Statuto e l’organizzazione complessiva della Confederazione. Essa
«operava in tutto il territorio soggetto allo Stato italiano e riunisce, sotto il tricolore, i cittadini di ambo i sessi, quale che sia la loro professione religiosa, appartenenti a tutte le classi e a tutte le categorie del lavoro manuale e intellettuale».
All’art. 2 precisava che la Confederazione era costituita dalle corporazioni, unioni di mestieri, arti e professioni affini o cointeressate al medesimo ramo di lavoro e di industria, e dai sindacati, composti da categorie che, per la specialità del loro lavoro o per altre ragioni, non potevano far parte di una corporazione. Ogni categoria di mestiere, arte o professione, doveva essere distinta in classi, a seconda che si trattasse di capitalisti, produttori diretti, impresari, cooperatori, compartecipanti, professionisti, impiegati o salariati. La Confederazione, infine, che aveva una funzione coordinatrice delle diverse attività corporative, di categoria o di classe, esplicava la sua funzione attraverso organi propri da essa direttamente dipendenti, denominati Federazione dei sindacati nazionali.
Nella parte programmatica, dopo aver ricordato che il sindacalismo non riguardava solo le classi, ma il popolo intero, affermava che era nell’interesse di tutte le categorie una sempre crescente produzione, la quale facesse aumentare la ricchezza nazionale e la sua diffusione,
«risultato di un accrescimento del Capitale da investire in sempre nuovi e più perfezionati mezzi di lavoro».
Il sindacalismo fascista assorbiva perciò, ad ennesima dimostrazione del suo carattere borghese moderno e tutt’altro che arretrato, il carattere fondamentale del capitalismo: la produzione in funzione dell’accumulazione del capitale e ne faceva proprie le sue leggi. Ne derivava logicamente il divieto dello sciopero generale ed era consentito solo lo sciopero delle categorie in quanto poteva rimanere
«localizzato e limitato a colpire quei gruppi che bisogna eliminare nell’interesse del lavoro e della produzione nazionale».
Come si vede, un altro stretto legame con il sindacalismo tricolore odierno che, pur non esistendo il divieto, fa sempre meno ricorso all’arma dello sciopero generale e, nelle rare occasioni in cui vi ricorre, lo riduce ad uno sterile e inefficace rituale, rigidamente delimitato nel tempo e proclamato con decine di giorni di anticipo. Inoltre si può constatare come la “scoperta” dei bonzi negli anni sessanta, la famigerata lotta articolata, abbia degne origini nel sindacalismo fascista.
In ogni caso, nei “conflitti di lavoro”, prima di ricorrere allo sciopero la questione doveva essere rimessa ai “Gruppi di competenza”, organi creati dal fascismo e composti da aderenti al PNF specializzati nei vari settori produttivi. Anche qui è riconosciuta la mediazione governativa nelle vertenze di lavoro, divenuta ormai la regola del sindacalismo tricolore, e non solo in fatto di vertenze di lavoro ma di vera e propria programmazione produttiva nazionale e aziendale.
Si noti inoltre l’accenno all’arma dello sciopero intesa a “colpire i gruppi che bisogna eliminare nell’interesse dell’economia nazionale”, ovvero la lotta contro i “capitalisti inefficienti e incapaci”, altro cavallo di battaglia del sindacalismo nostrano, impegnato nelle piattaforme su cui pretende di chiamare gli operai alla lotta per lo sviluppo produttivo delle imprese, contro i padroni che baderebbero solo a dilapidare il “patrimonio lavorativo delle fabbriche” per conseguire un “miope profitto immediato”. Difesa degli interessi dei lavoratori, dunque, ma in funzione produttiva nazionale, contro “gli sprechi e l’inefficienza di certi gruppi padronali”, come a lungo si sente oggi ripetere dalle labbra dei caporioni della “triplice”.
«Noi curiamo – ebbe a dire Mario Racheli durante detta riunione per lo Statuto della Confederazione – anche l’organizzazione capitalistica quando si tratti di elementi produttivi intelligenti e non di capitalisti assenteisti o comunque sfruttanti il capitale senza conferire ad esso la propria attività. Si collabora con chi vuole collaborare e cioè con gli elementi sani della borghesia e come demmo battaglia al parassitismo politico, daremo battaglia al parassitismo economico».
Ecco i degni predecessori del collaborazionismo odierno esprimersi con lo stesso linguaggio con cui i Di Vittorio “antifascisti e resistenziali” canteranno le loro fortune, tramandandone i contenuti mistificanti e antioperai fino ai Lama odierni, ansiosi come non mai di lottare contro i “capitalisti assenteisti che fanno lo sciopero degli investimenti” e di strizzare l’occhio ai “capitalisti sani”. La continuità tra sindacalismo fascista e post-fascista si esprime qui con inconfondibile linearità.
I sindacalfascisti di fronte all’aggravarsi delle condizioni di vita delle masse operaie
Nonostante gli sforzi organizzativi del sindacalismo fascista, la Confederazione delle Corporazioni sindacali, che di lì a poco assunse anche chiaramente l’aggettivo “fascista”, in polemica con quanti, anche all’interno del fascismo, vagheggiavano una probabile unificazione con la CGdL quando quest’ultima avesse abbandonato i propri legami con il PUS, non ebbe mai alcun serio seguito tra il proletariato delle grandi industrie e in generale tra le più importanti categorie operaie. Il sindacalismo di matrice classista continuò ad avere ampio seguito tra i lavoratori, nonostante le continue persecuzioni delle camicie nere.
La conferma più clamorosa venne con il rinnovo di venti commissioni interne tra il marzo e il settembre del ’23: in quattordici di esse, là dove aveva presentato la propria lista, la FIOM si assicurò la maggioranza, o, addirittura, tutti i posti in palio. Nelle altre sei, in cui la FIOM non aveva candidati, i fascisti si assicurarono cinque commissioni interne con una votazione minoritaria e con un alto numero di schede bianche; nella sesta, alla Nebbiolo, furono sconfitti dai popolari.
Deboli e inconsistenti quantitativamente, i sindacati fascisti si trovano poi ad agire in una situazione sempre più pesante per il movimento operaio. Tra il ’23 e il ’24 il padronato italiano, imbaldanzito dalla posizione di forza in cui si era venuto a trovare grazie alla distruzione delle organizzazioni proletarie ad opera dei fascisti, sferrò un durissimo attacco ai salari nominali, sia riducendoli di fatto, sia ricorrendo al licenziamento con riassunzione a paghe più basse. Considerata l’impennata che il costo della vita aveva avuto dal ’20 al ’23, le condizioni di vita di immense masse operaie, specie nelle campagne, precipitarono drasticamente determinando una situazione sociale esplosiva. I sindacati fascisti, che in certi settori e località erano riusciti a “conquistarsi” l’adesione di un certo numero di lavoratori e operavano per propagandare le delizie del corporativismo e della collaborazione tra le classi, si trovarono in notevole difficoltà. La collaborazione, predicata e imposta si risolveva, alla prova dei fatti, nel sacrificio della classe operaia, oltretutto messa nell’impossibilità di difendersi e costretta quindi ad accettare accordi svantaggiosi e per di più a sopportare la crescente arroganza dei padroni.
Di fronte a questa offensiva, vi era il pericolo concreto di un risveglio delle masse operaie e di un riflusso di lavoratori verso le organizzazioni sindacali classiste, con il risultato di ricostituire almeno parzialmente quanto le squadre d’azione e i sindacati fascisti avevano distrutto. Questi ultimi, poi, si trovarono nella necessità di dimostrare praticamente l’efficacia della loro esistenza in quanto organizzazioni sindacali. La polemica esplose appunto attraverso un atteggiamento forzatamente “duro” dei sindacalisti fascisti nei confronti del padronato in generale. Sospinti ad agire dagli stessi strati operai e impiegatizi che rappresentavano, in più occasioni si trovarono costretti a disattendere i loro principi e a ricorrere alla tanto odiata lotta di classe, naturalmente con buon spirito opportunista, ricorrendovi come estremo rimedio, quando null’altro era possibile fare: lo sciopero, cacciato dalla porta, rientrava dalla finestra, ad ennesima conferma che nessun provvedimento disciplinare, nessun movimento organizzato può impedire nella società capitalistica l’esplodere violento degli inconciliabili interessi fra proletariato e borghesia.
Sul piano “teorico” e propagandistico, questo atteggiamento si tradusse nella riaffermazione altisonante del “sindacalismo integrale”, della necessità, cioè, che anche le organizzazioni padronali si adeguassero al principio della collaborazione e si sottomettessero dunque all’imperio del fascismo, venendo incontro, per quanto possibile, alle rivendicazioni operaie.
Abili opportunisti non meno bravi dei loro successori odierni, i caporioni del sindacalismo fascista cominciarono ad urlare contro “la smania di ambizione e di ricchezza di certi padroni esosi e irresponsabili”.
«Lo Stato fascista – proclamò Rossoni – per essere nazionale non può permettere il risorgere della lotta di classe. Che esistano i sindacati operai sotto la disciplina fascista sta bene; ma che anche i datori di lavoro debbono sottostare alla medesima legge sembra un’offesa recata alla loro dignità! Quest’ultimi cominciano a brontolare contro il fascismo, che essi non riescono a concepire che come il bastone da adoperarsi contro i lavoratori, all’ordine degli interessi padronali, e imprecano di nascosto contro il sindacalismo come ad una deviazione e a un tradimento dei loro magnanimi ideali».
In realtà questa reazione del sindacalismo fascista rispondeva, oltre che ad esigenze di “credibilità” tra gli operai e i ceti poveri, alla tendenza del movimento politico fascista ad erigersi come incarnatore degli interessi dell’economia nazionale in senso stretto, e quindi a comprimere anche gli interessi di strati borghesi e di proprietari terrieri. È la tendenza che appunto ne fa un movimento avanzato, non retrogrado, sul terreno della difesa e del miglior funzionamento della società capitalistica.
Lo Stato democratico ha anch’esso ereditato questa funzione e tende ad armonizzare gli interessi di tutto il capitale nazionale, contrastando anche le esigenze immediate di certi settori capitalistici. Più propriamente le forze politiche che incarnano gli interessi generali della borghesia hanno una coscienza di classe e di conservazione sociale più elevata dei singoli capitalisti, i quali, nella miope visione del più alto profitto possibile immediato, possono agire anche in modo contrastante nel più lungo periodo con i loro stessi interessi più generali.
Il fascismo cercava perciò di svolgere fino in fondo questa funzione, scontrandosi con la stessa resistenza del padronato. Il 12 marzo 1923 “Il Lavoro d’Italia” pubblicò un articolo a firma di Signoretti che attaccò con durezza tutto il padronato. L’autore ricordò le condizioni dell’Italia nell’immediato dopoguerra e rivendicò al fascismo il merito di aver salvato i capitalisti dalla rovina del cosiddetto “pericolo rosso”:
«Non solo li ha tolti dall’incubo opprimente di un domani di rapina, di confisca, di comunismo, ma consapevole per esperienza di come sia grottesco e dannoso urtarsi contro delle complesse uniformità economiche, ha ridonato loro la piena libertà d’iniziativa (…) Dimenticarsi per dei gretti interessi momentanei di tali agevolazioni fornite dal Fascismo, costituirebbe la più nera ingratitudine; e siccome il fascismo è un movimento che agisce e reagisce, che si difende attaccando e contrattaccando, colpirebbe senza pietà individui e categorie e loschi aggregati che si frapponessero alla realizzazione dei suoi fini superiori di sintesi nazionale politica e di sintesi nazionale produttiva».
Sostenne quindi che era un diritto del sindacalismo fascista organizzare anche la borghesia, affermando che era allo stesso tempo un dovere delle classi industriali ed agrarie entrare a far parte delle Corporazioni. Come non vi era possibilità di svolgere “azione politica” fuori dal fascismo, così non vi era spazio per l’attività sindacale ed economica fuori dalle Corporazioni,
«che sono – concluse con evidente falsità e demagogia – la totalità della vita sociale e sindacale italiana».
Sulla base di questi attacchi si sviluppò nei mesi successivi una accesa polemica con le organizzazioni padronali, che tendevano a dire: giustamente il fascismo faccia il suo dovere di governo della nazione, alla cui testa la borghesia ha ritenuto, date le circostanze sociali, di doverlo mettere; i sindacati fascisti lavorino per la propaganda tra i lavoratori della collaborazione di classe, spezzando la schiena alle organizzazioni classiste ancora esistenti, possibilmente senza lasciarsi troppo prendere la mano dalle esigenze materiali dei propri iscritti per evitare di ricadere nel rivendicazionismo incontrollato dei “rossi”; noi, in qualità di capitalisti, continueremo a svolgere autonomamente il nostro “lavoro”.
Le forze fasciste accentuarono la pressione sugli organismi padronali. In campo agricolo, i sindacalisti fascisti fondarono la FISA (Federazione italiana Sindacati agricoli), alla quale aderirono immediatamente diversi agrari. La Confagricoltura si mantenne per un certo tempo indipendente, in polemica con i sindacati fascisti, poi, alla vigilia delle elezioni del ’24, confluì nella FISA, forse per ragioni elettorali, essendo tutti gli industriali della terra simpatizzanti del fascismo. La Confindustria rimase invece formalmente al di fuori delle Corporazioni ed anzi sancì questo suo atteggiamento, nel patto di Palazzo Chigi del 20 dicembre ’23. L’estraneità della Confindustria alle Corporazioni non deve tuttavia trarre in inganno in quanto una certa indipendenza formale tra organismi padronali veri e propri e istituzioni politiche dello Stato borghese è sempre esistita, essendo effettivamente due cose diverse la figura del capitalista e quella dell’apparato istituzionale che ne difende gli interessi di classe. L’accordo di sostanza sulle questioni politiche generali era infatti totale come sottolinea lo stesso comunicato congiunto tra sindacati fascisti e industriali, che riconobbero la “completa esattezza” della collaborazione di classe quale concezione politica e la necessità che essa fosse attuata dalle forze produttive nazionali ed affermarono il principio che
«l’organizzazione sindacale non deve basarsi sul criterio dell’irriducibile contrasto d’interessi tra industriali ed operai, ma ispirarsi alla necessità di stringere sempre più cordiali rapporti tra i singoli datori di lavoro e lavoratori e le loro organizzazioni sindacali, cercando di assicurare a ciascuno degli elementi produttivi le migliori condizioni per lo sviluppo delle rispettive funzioni ed i più equi compensi per l’opera loro, il che si rispecchia anche nelle stipulazioni di contratti di lavoro secondo lo spirito del sindacalismo nazionale».
Del resto, a non diverso criterio corrisponde oggi la sostanziale convergenza di linea politica e di obiettivi generali tra la Confindustria e il sindacalismo tricolore, entrambi tesi ad armonizzare i loro rapporti nell’interesse superiore dell’economia nazionale, sotto il patrocinio delle istituzioni del regime democratico, pur permanendo la formale autonomia di organizzazioni tra le diverse “parti sociali” e lo Stato, che ne tutela l’ordinato svolgersi dei rispettivi compiti politici ed economici, a conferma della sostanziale continuità programmatica e politica tra corporativismo fascista e democratico.
La crisi sociale precipita: i sindacal-fascisti sono costretti a ricorrere allo sciopero
Tra il ’24 e il ’25, e specie dopo il delitto Matteotti, la crisi sociale che travagliava il proletariato italiano rischiò di precipitare. Numerose categorie e fabbriche entrarono in subbuglio e le Corporazioni si trovarono di fronte a grosse difficoltà, che finirono per accentuare i contrasti con il padronato e sfociarono nell’eliminazione definitiva delle regole del gioco democratico e nell’instaurazione del regime apertamente totalitario.
In molte parti d’Italia i sindacati fascisti furono costretti a farsi carico della proclamazione di scioperi e si trovarono, volenti o nolenti, alla testa di agitazioni operaie, in concorrenza con i sindacati classisti che, tuttavia, grazie alla loro direzione riformista, non furono mai in grado di contrapporre al sindacalismo fascista e al padronato una linea d’azione classista all’altezza della situazione di tensione che si veniva determinando.
Si assistette perciò, da un lato, all’atteggiamento forzatamente demagogico, e in alcune circostanze perfino di ripudio della collaborazione di classe, del sindacalismo fascista, peraltro sempre schierato alla fine con quanto il padronato era disposto a concedere, su indicazione diretta del Duce e dei suoi collaboratori; dall’altro all’estrema debolezza dei sindacati rossi, in testa la FIOM, che finivano anch’essi per sottostare alla tracotanza padronale, incapaci per preciso orientamento politico di fondo, collaborazionista e legalitario, a mobilitare sul terreno della lotta di classe aperta e decisa i proletari infuriati dal continuo peggiorare delle loro condizioni di vita e di lavoro.
Uno degli scioperi più violenti fu quello delle cave di Carrara, dove i sindacati fascisti erano riusciti ad imporsi sulla solida tradizione anarchica della zona, attraverso una vera e propria guerra civile, costata parecchi morti. Rimasti comunque estranei agli operai, dopo il delitto Matteotti, avevano accusato una continua perdita di iscritti e si sentirono pertanto in dovere di intervenire in qualche modo contro l’impressionante erosione del potere d’acquisto dei salari e reclamarono la revisione dei concordati padronali in vigore. La situazione precipitò al punto che furono costretti a dichiarate lo sciopero. La tensione crebbe ulteriormente al punto che le stesse autorità fasciste di Carrara intervennero a fianco dei lavoratori in lotta. Il segretario della città, Renato Ricci, giunse a lanciare agli operai, attraverso un comitato di agitazione, manifesti incendiari contro il padronato locale e ad attaccare Mussolini in alcune conferenze stampa, proclamando il fallimento del collaborazionismo fascista. Lo sciopero finì miseramente dopo 47 giorni, grazie all’intransigenza padronale e dopo che Mussolini stesso impose alle Corporazioni l’accettazione di quanto il padronato era disposto a concedere fin dall’inizio.
Altra poderosa agitazione fu quella dei metallurgici lombardi del marzo 1925, indetta per iniziativa sia della FIOM che delle Corporazioni. Lo sciopero fu di tale portata da destare serie preoccupazioni nel governo che, mentre si vedeva costretto ad appoggiare verbalmente gli operai per non perdere il controllo della situazione e per dare un’immagine operaista al fascismo, scosso in quel periodo dall’ondata di malcontento seguita al delitto Matteotti, trattava in segreto con gli industriali per giungere ad una soluzione accettabile da imporre poi alle Confederazioni. La lotta assunse ad un certo punto carattere di vera e propria concorrenza tra le Corporazioni e i sindacati liberi, unitisi per l’occasione in un comitato intersindacale raggruppante, oltre alla FIOM, le organizzazioni metallurgiche anarchiche, cattoliche e repubblicane. A causa della solita debolezza del fronte “antifascista” aventiniano, timoroso di uscire dal piano della legalità, la FIOM finì per trovarsi inizialmente a rimorchio dell’agitazione e solo in un secondo tempo, pungolata dalla opposizione interna dei comunisti, riuscì a svolgere un’agitazione parzialmente in suo favore. Sia le Corporazioni che la FIOM rivendicavano separatamente l’adeguamento dei salari al costo della vita, i minimi di salario e alcuni miglioramenti normativi.
Di fronte all’intransigenza padronale, l’agitazione minacciò di dilagare in tutta la Lombardia, per cui le trattative tra industriali e sindacati fascisti, con la mediazione dei ministri e direttamente del Presidente del Consiglio, divennero frenetiche. A leggerne la cronaca del tempo si ha la sensazione, e anche questo dice molto, di seguire le fasi conclusive di una delle tante vertenze contrattuali dei giorni nostri, in cui alle “chiusure” e agli “improvvisi irrigidimenti” seguono “aperture”, “schiarite”, ecc. ecc. in interminabili riunioni fiume tra delegazioni sindacali e industriali con la mediazione governativa del Ministero del Lavoro: il triangolo corporativo ormai era divenuto regolare con tutti i suoi riti consacrati per fregare nel più democratico dei modi le masse operaie. Le trattative esclusero comunque la FIOM e si conclusero con il solo aumento salariale e in misura sensibilmente inferiore a quanto richiesto dai sindacati fascisti, al punto che i loro rappresentanti di base, presenti a lato delle trattative, proprio come ai giorni nostri, si opposero fino all’ultimo momento all’accordo e si dimostrarono perplessi a portarne i contenuti agli operai. La Fiom proclamò in un primo tempo la continuazione degli scioperi, ma dopo due giorni, nonostante una certa riuscita dell’agitazione, invitò gli operai a riprendere il lavoro, creandosi tra i lavoratori un discredito ancora superiore a quello della sconfitta contrattuale.
Un’altra agitazione notevole fu, nell’agosto 1923, quella dei lavoratori delle miniere di lignite del Valdarno, gestite da una società mineraria. Lo sciopero fu promosso dalle Corporazioni, con l’appoggio del Consiglio della federazione provinciale fascista di Arezzo, in seguito al fallimento delle trattative iniziate sulla base della richiesta di aumenti salariali avanzata dai sindacati fascisti della zona. Il governo mussoliniano ritenne a questo punto di sfruttare politicamente la questione a fini propagandistici, e, con molta demagogia, deliberò un piano di appoggio agli scioperanti, in cui era prevista l’erogazione di denaro alle famiglie più bisognose e addirittura la nomina di una commissione straordinaria che gestisse le miniere. Che fosse tutto fumo negli occhi lo dimostrò presto la conclusione della vertenza, per ordine dello stesso Mussolini, sulla base di aumenti salariali sensibilmente inferiori alle richieste iniziali.
Ma lo sciopero, che minacciò ad un certo punto di dilagare in modo preoccupante tra i lavoratori delle miniere della provincia di Grosseto, destò l’attenzione di tutti, al punto che “Il Lavoro d’Italia”, organo delle Corporazioni, sentì il dovere di intervenire per spiegare la differenza tra lo “sciopero fascista” e quello socialista. È interessante rilevarlo perché è la stessa giustificazione che ne danno oggi i bonzi della Triplice.
«Gli scioperi fascisti – scrisse il giornale – sono occasionali e dettati dalla necessità, mentre i socialisti avevano fatto i professionisti dello sciopero (la famosa ginnastica rivoluzionaria), turbando necessariamente il ritmo della produzione. Gli scioperi fascisti sono esclusivamente economici; i socialisti, invece, avevano politicizzato tutti gli scioperi. Per loro si trattava sempre di un episodio di quella marxistica lotta di classe che doveva culminare con lo sciopero generale nella espropriazione degli espropriatori. Gli organizzatori fascisti si limitano a tutelare i giusti diritti degli operai, lì dove i socialisti usano i sindacati per sovvertire l’ordine costituito».
Al di là delle esagerazioni propagandistiche, in quanto i riformisti che dirigevano la CGdL erano ben lontani, come dimostrava tutta la loro azione degli anni precedenti e quella in corso, dalla strategia rivoluzionaria dell’utilizzo dello sciopero quale scuola di guerra per l’insurrezione, che se mai era propria della Sinistra Comunista, è interessante notare come la giustificazione dell’uso dello sciopero sia espressa in senso economicistico, quale pura difesa economica per essere costretti dalla situazione. Ma noi sappiamo come questa difesa non possa essere tale se disgiunta dalla difesa degli interessi storici e politici della classe operaia e che dunque l’arma dello sciopero, se non intesa come scuola di guerra per l’abilitazione al combattimento proletario, finisca per ridursi ad arma spuntata ed innocua, proprio perché mai rivolta con decisione contro il padronato, ma sempre utilizzata con lo scrupolo di evitare le conseguenze più gravose alla produzione, proprio nel senso in cui se ne preoccupavano i sindacal-fascisti, che è poi esattamente lo stesso senso in cui lo intende l’opportunismo sindacale e politico dei tempi nostri.
Del resto la risposta di allora de “La Giustizia”, organo socialriformista, fu sintomatica a questo proposito:
«I fascisti – scrisse il foglio di “opposizione” – possono anche coprire d’insulti i socialisti, ma devono spiegare al pubblico perché le loro idee non vanno d’accordo con i fatti. Si possono travasare le masse da una organizzazione a un’altra, ma, quando si verifica un conflitto insolubile pacificamente, i dirigenti fascisti sono incapaci, quanto quelli socialisti, di evitare lo sciopero».
Il senso era chiaro: socialisti e fascisti avevano in comune la consegna di “evitare gli scioperi”, ma per cause materiali, che sono appunto quelle che fanno dire a noi che in regime capitalistico gli scioperi sono inevitabili, è purtroppo necessario ricorrervi. E cosa dicono di diverso i Lama odierni, quando protestano contro l’intransigenza dei padroni che “ci costringe” all’uso dello sciopero. Sarebbero essi i primi a non volerlo, ma non possono fare a meno di ricorrervi. Per essi, come per i loro degni predecessori in camicia nera, preso atto dell’inevitabilità della lotta di classe, si tratta di armonizzarla ai fini degli “interessi del Paese” (con la P maiuscola), lo stesso spirito dei fascisti quando parlavano di “interessi della Nazione” (con la N maiuscola).
Verso il riconoscimento giuridico e istituzionale dei sindacati fascisti come unici rappresentanti di diritto dei lavoratori
Questa ripresa generale della tensione proletaria, che tra l’altro vedeva in certe zone più tradizionalmente combattive un certo ritorno degli operai nelle organizzazioni sindacali classiste (nel ’25 le Commissioni interne alla FIAT ottennero la schiacciante maggioranza di rappresentanti FIOM e videro, tra l’altro, una netta affermazione dei delegati comunisti), finì per preoccupare non poco gli industriali e accentuare la loro diffidenza nel considerare come uniche controparti valide le Corporazioni, proprio perché appariva sempre più evidente che, al di là delle iscrizioni formali, non godevano di alcun seguito reale tra i lavoratori e dunque i concordati con esse non avevano in fondo alcun valore reale. Le Corporazioni, dal canto loro, accentuarono la richiesta di essere riconosciute come uniche rappresentanti legali degli operai e in questo senso proclamarono sempre più apertamente la necessità di essere inquadrate giuridicamente nello Stato fascista.
Contemporaneamente accentuarono la lotta fisica contro le commissioni interne, accusando gli industriali di accordare loro eccessiva importanza e proposero di sostituirle con i “fiduciari di fabbrica”, che avrebbero dovuto operare su esclusiva indicazione esterna, senza risentire dell’influsso dell’ambiente in cui operavano.
Ancora una volta è importante constatare come, al di là della terminologia e della forma, questa è precisamente la figura di rappresentanza operaia nelle fabbriche che il bonzume tricolore odierno vorrebbe creare: elementi totalmente disciplinati alle disposizioni delle strutture sindacali esterne alla fabbrica, insensibili agli umori dei lavoratori e in generale all’ambiente operaio in cui operano.
Questo in teoria; in pratica ovviamente la cosa appare di difficile realizzazione in quanto i rappresentanti operai direttamente eletti dai lavoratori non possono non tener conto degli umori della loro base e dunque cercano continuamente di mediare tra le due funzioni. Tuttavia è chiaro come la spinta delle centrali sindacali sia sempre più rivolta ad ottenere rappresentanze di fabbrica inquadrate sulla base del collaborazionismo aziendale e dunque pronte a combattere duramente le avanguardie operaie, che si esprimono invece sul terreno dello scontro di classe.
La Confindustria, specie gli industriali torinesi che in più erano costretti nelle fabbriche a fare i conti con le rappresentanze rosse delle commissioni interne, non si dimostrarono disposti ad accettare la trattativa con i fiduciari. Interessante citare la presa di posizione degli industriali, per bocca di un loro rappresentante, che dichiarò:
«Noi si sapeva che le commissioni interne rappresentavano effettivamente ed esclusivamente gli operai. Invece questi fiduciari fascisti che si profilano all’orizzonte rappresentano insieme troppo e troppo poco. Troppo poco se si tiene conto che essi hanno scarsissimo seguito tra le masse; troppo se dietro di loro sta il partito fascista, il quale a sua volta, come ci fu ripetuto fino a sazietà, si identifica col Governo. A me è capitato spesso di sostenere delle aspre lotte con le commissioni interne e di qualcuna serbo amarissimo ricordo; ma non ho potuto contestare che dietro quegli uomini che venivano a discutere con me, e non sempre secondo le forme della cortesia, stava la quasi totalità dei miei operai. Invece, se e quando mi capiterà di discutere con i fiduciari fascisti, che avrò realmente dinanzi a me? Gli operai? Certamente no, perché, almeno a Torino, gli operai aderenti alle Corporazioni sono press’a poco zero e, anche a riforma avvenuta, i fiduciari non potranno certo illudersi, né tanto meno farci credere di essere in realtà gli interpreti dei pensieri e dei sentimenti degli operai. Allora essi rappresentano forse il partito fascista? Non credo che abbia il diritto di intromettersi in una questione sindacale interna. Il Governo? In quest’ultimo caso, io, che sono un uomo d’ordine, mi inchino; ma, se è così, preferisco che sia il signor Prefetto che mi mandi a chiamare e mi dica: “Le ordino di firmare l’accordo nei seguenti termini”».
Il messaggio della Confindustria era chiaro: accetteremo di trattare esclusivamente con i sindacati fascisti alla sola condizione che la cosa sia imposta dal governo. Un modo chiaro per richiedere il riconoscimento giuridico del sindacalismo fascista, l’inquadramento nelle istituzioni statali.
La questione si presentò in termini ancora più espliciti in seguito all’accordo del 19 agosto 1926 tra la FIAT e le Commissioni Interne, a maggioranza comunista, convocate espressamente da Agnelli, che siglò con loro un concordato sulla base di un aumento salariale di 80 centesimi al giorno, che di fatto escludeva nel merito qualsiasi rapporto con le Corporazioni. Gli industriali ammisero “il pericolo di tale situazione” e invocarono
«un atto del governo che dichiari sciolte o abolisca le commissioni interne, dichiarando sin da ora di accettare quella sistemazione successiva che venisse concordata fra Confederazione industriale e Confederazione delle Corporazioni fasciste».
A questo punto ricominciò la violenta campagna d’attacco frontale dei fascisti contro le commissioni interne al punto che alla fine dello stesso mese quasi tutti i componenti le commissioni interne di Torino avevano rassegnato le dimissioni. Nella loro opera i dirigenti sindacali fascisti non solo ricorsero all’intimidazione violenta, ma furono appoggiati in modo esplicito dal Partito e dal capo del governo. La pressione delle stesse Corporazioni per essere riconosciute giuridicamente aumentò e tutte le componenti del fascismo convennero che era ora di dare il colpo di grazia alle organizzazioni classiste e imporre con la forza della legge la validità dei concordati fascisti tra Corporazioni e organizzazioni padronali. L’offensiva non risparmiò neppure gli industriali piemontesi e lombardi da più parti accusati di “infedeltà al fascismo”, perché continuavano a porre sullo stesso piano le Corporazioni e i sindacati rossi, quando non a dare ai secondi la preferenza durante le trattative.
Ma i fascisti erano consapevoli dell’impossibilità di attirare nelle file del sindacalismo fascista il grosso delle principali categorie proletarie, metallurgici in testa, allo stesso modo come gli industriali erano consapevoli di non poter accordare alcun affidamento pratico ai concordati con le Corporazioni per via della loro scarsa rappresentatività.
Una situazione del genere non poteva che sfociare, come reclamavano ormai a gran voce molti industriali, nella definitiva sistemazione del regime fascista sul piano politico con il suo esplicito affermarsi di unico partito di governo e di regime e sul piano sindacale con l’inquadramento delle Corporazioni e delle associazioni padronali sotto la ferrea disciplina statale. Ma mentre per le seconde questa disciplina corrispondeva all’espletamento formale dei loro interessi complessivi di classe dominante, per i lavoratori si trattava della subordinazione allo Stato capitalistico dei loro interessi, storicamente antagonisti a quelli del capitale.
Così, mentre sul piano dell’azione si intensificò ancora la lotta feroce contro le commissioni interne e ogni forma di rappresentanza operaia non patrocinata dalle Corporazioni, sul piano istituzionale e giuridico il fascismo si avviò rapidamente verso la sistemazione definitiva della “questione sindacale”.
Fu Alfredo Rocco, poi elaboratore del disegno di legge governativo sull’inquadramento giuridico dei sindacati, che segnò, con il suo discorso del 30 agosto 1925 all’Università di Perugia, l’orientamento definitivo in questo senso. Egli tentò di elaborare una “dottrina programmatica” del fascismo a giustificazione teorica di quanto si andava tentando di realizzare. Enunciò con accenti altisonanti la necessità dello Stato Corporativo, non negatore, ma disciplinatore delle classi alla nazione, quale superamento del liberalismo classico, teorizzando la “libera dialettica” tra gli interessi delle classi e degli individui come armonizzatrice naturale degli interessi complessivi della società convergenti naturalmente nello Stato, attraverso il suffragio universale.
Non stiamo qui a confutare teoricamente questa concezione, ovvero la pretesa del fascismo di rappresentare ed elaborare una teoria originale della società ed una propria “visione nuova” dei rapporti sociali tra le classi. La Sinistra Comunista fin da allora confutò con estrema chiarezza marxista questa pretesa, riconducendo la “novità” del fascismo al tentativo di disciplinare organicamente tutti gli interessi sociali contrapposti anche in seno alla classe dominante, e dunque in questo senso espressione delle esigenze accentratrici del potere Statale proprio del moderno capitalismo imperialista. Così, il preteso “superamento del liberalismo classico” non era altro che il riconoscimento della falsità degli ideali di libertà e di uguaglianza con cui la borghesia aveva ammantato l’avvento del proprio dominio di classe e il riconoscimento aperto del carattere totalitario di questo dominio, quando anche fosse ammantato formalmente di democrazia.
Rocco teorizzò dunque la necessità dell’assoggettamento degli interessi di classe allo Stato:
«L’organizzazione delle classi – proclamò – è dunque un dato di fatto e una necessità e come tale non può essere ignorata dallo Stato, ma deve essere disciplinata, controllata, inquadrata nello Stato. Soltanto, da organi di difesa extra-legale, di autodifesa, come era fino a ieri, deve divenire organo di difesa legale».
Teorizzò infine l’utilizzazione dell’organizzazione di difesa delle classi, considerata giustamente ormai inevitabile quale prodotto irreversibile della “moderna società industriale”, a fini di stimolo alla disciplina sociale necessaria alla società capitalistica; ovviamente, per necessità propagandistiche ed ideologiche, mai nominata in quanto tale.
«In primo luogo – disse – l’organizzazione di classe in quanto tale, fuori dalla atmosfera dialettica della società aperta liberale, si rivela non fermento di irrequietezza, ma mezzo per una più salda disciplina sociale, ed anzi elemento integrale e necessario di ogni edificio dell’autorità nei tempi moderni. In secondo luogo un tale edificio non può durevolmente stabilirsi se non a patto di uno sforzo quasi ossessivo di compattezza che non esclude si largheggi in concessioni economiche alle categorie organizzate, ma solo se contemporaneamente se ne garantisca l’assoluto controllo, dando alle Corporazioni cittadinanza e figura di diritto pubblico, ma per assidervi più fermamente l’autorità dell’apparato statale».
È qui esposta molto sinteticamente l’essenza dell’assetto totalitario della società borghese a capitalismo maturo, che la democrazia “antifascista” post-bellica ha ereditato e proseguito in completa coerenza ai fini di conservazione della società capitalistica. Non sono esclusi miglioramenti economici alle varie categorie, quando i periodi di vacche grasse dei profitti consentono di arruffianarsi con le briciole strati consistenti di proletari, arruolandoli così nell’esercito dei difensori di questa società. In questo contesto il sindacalismo tricolore odierno si colloca a pennello, essendo il miglior regolatore e gestore della forza lavoro inquadrata nel regime democratico, dispensatore, all’occasione, di “prebende e guarentigie” all’aristocrazia operaia, alla condizione appunto di vederla schierata e inquadrata dai sindacati di regime in difesa dell’ordine e delle istituzioni statali.
Il discorso di Rocco si concretizzò di lì a poco con il patto di Palazzo Vidoni del 2 ottobre, con cui la Confindustria e la Confederazione delle Corporazioni si riconoscevano reciprocamente la rappresentanza esclusiva del padronato e dei lavoratori e si impegnavano a regolare direttamente i rapporti contrattuali, così da essere di fatto abolite le commissioni interne.
I sindacati fascisti esautoravano così le centrali sindacali avversarie, arrogandosi l’esclusiva rappresentanza degli operai, e questo, tra l’altro, senza nemmeno il ricorso ai fiduciari di fabbrica, respinti dai padroni, perché, seppure sotto il controllo del PNF, potevano portare turbamento nella vita delle fabbriche e delle officine in cui, come proclamò per l’occasione “Il Giornale d’Italia”, quotidiano della Confindustria, “le passioni politiche non dovevano penetrare” e dove si doveva “unicamente lavorare alla disciplinata dipendenza dei capi”.
L’accordo fu ratificato dal Gran Consiglio del fascismo tre giorni dopo e trovò piena attuazione nel disegno di legge approntato da Rocco e presentato alla Camera il 25 ottobre, in cui si prevedeva il definitivo inquadramento dei sindacati nello Stato.
Nei suoi concetti fondamentali il disegno di legge fissava il riconoscimento giuridico obbligatorio di un solo sindacato per categoria, purché raccogliesse almeno un decimo dei lavoratori e i suoi dirigenti dessero garanzia di “sicura fede nazionale”. I sindacati riconosciuti acquisivano personalità giuridica e rappresentavano tutti i lavoratori della categoria, anche i non iscritti, così che i contratti collettivi da essi stipulati avevano efficacia obbligatoria.
Gli altri sindacati continuavano ad avere possibilità teorica di esistenza come associazioni di fatto, soggette al diritto privato ed alla legge di pubblica sicurezza. Questa clausola mirava a dare una parvenza di liberalità alla legge, ma di fatto i sindacati rossi o liberi non avevano più alcun potere contrattuale e, perseguitati dalla violenza fascista, non avevano più alcuna possibilità di esistere, se non nella clandestinità.
Le controversie relative ai rapporti di lavoro collettivi ricadevano nella competenza di una speciale sezione della Corte d’Appello, che avrebbe funzionato come magistratura del lavoro. Il ricorso ad essa, in un primo tempo fu obbligatorio per le associazioni padronali dell’agricoltura e facoltativo per quelle dell’industria, come aveva più volte espresso la Confindustria. In un secondo tempo tuttavia anch’essa aderì a questo vincolo. Era vietata, di conseguenza, l’autodifesa di classe e quindi il ricorso allo sciopero e alla serrata.
Lo Stato iniziava così a costruire la sua armatura d’acciaio per comprimere e regolare tutte le sue componenti e per proteggersi dai loro conflitti disgregatori, primo fra tutti l’azione di classe del proletariato.
I primi effetti della legge in campo economico non tardarono a farsi sentire. Per obiettive necessità economiche il governo decise nel ’26 una serie di misure deflattive, tra cui una nuova generale decurtazione dei salari, a cui naturalmente non seguì una altrettanto drastica discesa del costo della vita, e che dunque si risolsero nel contenimento dei costi di produzione delle imprese.
Il Ministero dell’Economia Nazionale poteva affermare all’inizio del ’28 che
«(…) le nostre industrie hanno così potuto conseguire notevoli economie sui costi di produzione, anche attraverso metodi più razionali (sic!) di determinazione dei compensi della manodopera, che è stata stimolata a produrre al più alto rendimento e che volenterosamente ha accettato i nuovi sistemi (!!)».
Ma nello stesso anno crebbe in modo pauroso la disoccupazione, passando, tra il dicembre 1927 e lo stesso mese dell’anno successivo, da 181.000 a 414.000 unità, mentre i disoccupati parziali aumentarono nello stesso arco di tempo da 10.000 a 108.000. Nonostante il divieto legale gli scioperi le agitazioni ripresero con particolare vigore, a conferma della materialistica impossibilità dello Stato borghese di eliminare la lotta di classe nemmeno con mezzi feroci e con divieti legali. Secondo alcuni dati riservati del Ministero della Giustizia e degli Affari di Culto, gli scioperi, per i quali si era dato inizio ad altrettanti procedimenti penali, nel ’27 erano stati 154 e di essi ben 149 avevano interessato l’industria, coinvolgendo in totale 18.663 lavoratori. Da segnalare in particolare lo sciopero dei tessili di Legnano e della Valle Olona e soprattutto l’agitazione del 25 ottobre a Gallarate di ben 4.000 donne in 19 stabilimenti, contro la riduzione del 25% dell’indennità caroviveri, che durò quattro giorni e fu stroncata solo dopo l’arresto disposto dalla P.S. in ciascun stabilimento di un certo numero di operaie. Fu a questo crescente malcontento operaio che il fascismo rispose nell’aprile del ’27 con la famosa “Carta del Lavoro”, modello base da cui copiò la sua impostazione il sindacalismo tricolore “democratico”.