Storia della Sinistra Pt.2
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Capitolo esposto nella riunione del giugno 1979 [RG14]
La tattica del “fronte unico” rispondeva alla consegna del Terzo Congresso della I.C.: “conquistare la maggioranza della classe operaia”.
La veemenza di Lenin contro la “teoria offensiva” portata nel Congresso aveva il preciso obiettivo di battere le posizioni che impedivano ai Partiti comunisti di andare “alle masse”, chiusi in un settarismo che alla lunga avrebbe svilito l’azione comunista, allontanando le schiere proletarie dalla direzione comunista, confinandole nel ghetto della tattica legalitaria della socialdemocrazia. “Conquistare la maggioranza della classe operaia”, voleva dire strappare la direzione e l’iniziativa dei partiti opportunisti sul proletariato, spostando i lavoratori nel campo comunista rivoluzionario.
Per la Sinistra italiana non vi sono dubbi, né sulla tattica del “fronte unico”, né sullo scopo della “conquista della maggioranza della classe operaia”, dando alla parola “maggioranza” il significato che Lenin stesso precisa, cioè, non di maggioranza numerica, ma di influenza determinante del Partito Comunista sul grosso della classe. Il problema si sposta dai mezzi, la tattica, e dall’obbiettivo, conquista della direzione della classe, al “come”.
Lenin stesso porta ad esempio la “lettera aperta” del VKPD (Partito Unificato Comunista di Germania) del gennaio 1921, con la quale la Centrale del partito tedesco invitava la SED (Partito socialdemocratico tedesco) ad una intesa comune, sostenendo più precisamente che «il Partito Comunista tedesco unificato è pronto all’azione comune con i partiti che si basano sul proletariato» per realizzare la difesa della condizione operaia, l’autodifesa armata del proletariato, la liberazione dei detenuti politici operai, la ripresa delle relazioni commerciali con la Russia sovietica.
La “lettera aperta” prendeva spunto da una iniziativa, che il Partito tedesco aveva preso a Stoccarda, di richiesta alle direzioni nazionali dei sindacati metallurgici (DMV) e della Centrale sindacale operaia (ADGB) di iniziare una lotta generale ed unitaria a sostegno delle condizioni di vita del proletariato tedesco. Gli operai seguirono la proposta comunista, lanciata dagli organismi sindacali locali diretti dai comunisti e sostenuta dai lavoratori non comunisti.
L’Ufficio ristretto dell’Esecutivo dell’I.C. aveva condannato la “lettera aperta” e soltanto con l’intervento diretto ed autorevole di Lenin fu sospesa ogni iniziativa che confermasse il giudizio negativo dell’Ufficio, rinviando la questione al Terzo Congresso mondiale. Al Congresso Lenin difese la tattica della “lettera aperta” sino a ritenerla “obbligatoria dappertutto”, sostenendo che «la lettera aperta è un passo politico modello (…) La lettera è un modello, quale prima applicazione del metodo pratico per conquistare la maggioranza della classe operaia. Chi non capisce che in Europa – dove quasi tutti gli operai sono organizzati – dobbiamo conquistare la maggioranza della classe operaia, è perduto per il movimento comunista». Lenin sosteneva che, essendo “quasi tutti gli operai organizzati” nei sindacati e nei partiti politici socialdemocratici, si dovesse spostarli nel campo comunista passando per quei partiti e per quei capi sindacali.
In che modo, attuare questa manovra ardita? Compromettendo quei partiti e quei capi di fronte alle loro masse, costringendoli ad impegni ed accordi che, se mantenuti, avrebbero dimostrato la superiorità del metodo comunista, e se rigettati o traditi, avrebbero confermato la doppiezza e la mancanza di volontà dei partiti opportunisti e dei capi sindacali a portarsi sul terreno della lotta concreta in difesa degli operai. Lenin e Zinoviev portavano a sostegno della loro tesi tattica l’esperienza del Partito bolscevico con il Partito menscevico, con cui si alleò e si divise più volte dal 1903 al 1917.
La posizione della Sinistra italiana, coincidente con quella di Lenin sul fronte unico proletario per la conquista della direzione della classe operaia, differiva o comunque nutriva forti dubbi sul modo di realizzare il fronte unico così come veniva enunciato dalla “lettera aperta” e dalle successive tesi dell’Esecutivo dell’ I.C. del dicembre 1921. La Sinistra dubitava fortemente che l’azione rivoluzionaria e, prima ancora, la preparazione rivoluzionaria del proletariato si avvantaggiasse con una “alleanza” tra partiti “proletari” e partiti comunisti, ritenendo nozione non marxista che l’unità proletaria sia la somma matematica di tutti i proletari.
L’unità della classe si ravvisa, al contrario, nel partito politico proletario, nel partito comunista mondiale, in quanto organo di sintesi storica, nel programma invariante e nel metodo unitario d’azione, nella disciplina al centralismo. La Sinistra postulava, quindi, che l’affasciamento delle forze proletarie si realizzasse nell’organizzazione proletaria generale, come i sindacati economici, e che si dovesse disciplina non ad un organismo sovrapartitico. È questo il reale campo di arruolamento del proletariato alla milizia, all’azione del Partito. Qualsiasi altra manovra che esuli da questi postulati, è mero espediente suscettibile di spostare non le masse verso il partito, ma il partito fuori dai suoi cardini programmatici, tattici ed anche organizzativi. (Cfr. in “Archivio della Sinistra”: “Il fronte unico” e “Discorso del rappresentante della Sinistra al IV Congresso dell’I.C.”).
Gli insegnamenti di Livorno 1921
Poteva essere ardita la definizione che i partiti socialdemocratici o menscevichi non erano partiti operai, al tempo di Lenin. Certamente, a tradimento arciconsumato, come oggi, è facile ravvisare nei partiti che monopolizzano la classe operaia i più strenui difensori dell’ordine borghese e del modo di produzione capitalistico. Era ferma convinzione della Sinistra italiana, ed anche di Lenin, che le socialdemocrazie occidentali fossero partiti della sinistra borghese e non frazioni della destra proletaria, anche se nelle argomentazioni polemiche e propagandistiche questi partitacci venissero trattati come “opportunisti”, devianti dalla tradizione proletaria, preoccupati più della psicologia delle masse che dell’esattezza dei concetti.
Ma il partito menscevico russo era ben altra cosa del Partito Socialista Italiano sino al febbraio 1917, sino alla fase democratica della rivoluzione russa e sino alla reazione di Kornilov. Il partito menscevico fu un partito democratico rivoluzionario nei limiti temporali sopra esposti, il Partito Socialista Italiano, che la rivoluzione democratica aveva dietro le spalle, non osò prendere la direzione del proletariato quando le condizioni storiche imponevano che si spezzassero i fortilizi democratici e parlamentari, reazionari nel 1919 in Italia, progressivi nel febbraio 1917 in Russia.
La lezione consiste in questo, che i comunisti rivoluzionari italiani non vollero perchè non poterono, a meno di rinnegare se stessi, continuare nella solidarietà forzata, nell’organizzazione unica di partito e spezzarono l’”alleanza” persino con i collitorti dei cosiddetti “comunisti unitari”, i “centristi” di Serrati e soci. Era la chiara dimostrazione che i socialdemocratici, il cui centro era peggiore della destra riformista, sciovinista legalitaria, mai e poi mai avrebbero consentito di allearsi con i comunisti, se non per sabotare od impedire qualsiasi azione proletaria, anche nel solo campo difensivo economico.
L’Esecutivo di Mosca non capì la funzione dei socialtraditori, tant’è che contribuì in modo determinante al mantenimento dell’equivoco nel quale si destreggiava il Partito Socialista dopo la scissione, proclamandosi per la Terza Internazionale, ma rifiutandosi di espellere dal suo seno la destra di Turati e soci, condizione preliminare posta a tutti i partiti che volessero aderire all’Internazionale Comunista secondo le disposizioni del Secondo Congresso.
La Sinistra, quando enuncia, tracciando il bilancio dell’I.C., che l’esperienza positiva dell’Internazionale è sino al “Secondo Congresso”, intende che tutta l’opera successiva al 1920 non fu limpida e coerente con le premesse di quel vero Congresso costitutivo della Terza Internazionale. Se era giusta la considerazione di dover costruire dei partiti comunisti che fossero non solo robusti in programma e dottrina, ma forti e potenti nell’azione tattica e nell’organizzazione centralizzata e disciplinata, non si poteva però procedere sulla strada delle contaminazioni continue delle regole di aggregazione organizzativa delle forze, come nel riconoscimento al KAPD di partito “simpatizzante”, formatosi dalla scissione dell’ala operaista del partito comunista tedesco.
La considerazione che si dovessero reclutare tutte le forze disposte a schierarsi sul fronte rivoluzionario, purché fossero disciplinate alla Centrale dell’I.C., poteva reggere al massimo sino all’azione di marzo in Germania. Dopo la sconfitta dell’eroico tentativo dei proletari e comunisti tedeschi, non si poteva assolutamente ammettere eccezione alcuna per l’arruolamento delle forze e per la adesione dei partiti all’I.C.
Levi, capo del partito tedesco, fautore della “lettera aperta”, inghiottì male il rospo di Livorno. Levi non esitò ad esprimere la sua insoddisfazione per la vittoria degli “astensionisti”, come chiamava la Sinistra, ed avrebbe voluto che in Italia le cose andassero come erano andate in Germania, con la unificazione della Lega Spartaco con gli Indipendenti di Sinistra, da cui era sorto il Partito Comunista Unificato di Germania. Kabakčiev, che aveva disposizione di rompere a “destra” con o senza l’appoggio del centro serratiano, si attenne principalmente al solo argomento quantitativo, cioè che lo schieramento del centro con la destra avrebbe spostato la maggioranza dei consensi contro l’Internazionale. Lo stesso Gramsci non proferì verbo. Muto come un pesce durante tutto il Congresso.
Si sarebbe voluto, e si sperò sino all’ultimo, che Serrati si decidesse per l’Internazionale. La Sinistra non pose calcoli maggioritari o minoritari alla base della rottura definitiva e irrevocabile con la destra e il centro, con tutte quelle forze che avevano osato ribellarsi all’Internazionale e preferito restare nel pantano socialdemocratico. Nessun compromesso poteva essere pensato. Tutti i ponti dovevano essere inesorabilmente tagliati, perché la barca sgangherata della socialdemocrazia non facesse naufragare anche il proletariato.