Partito Comunista Internazionale

Mezze classi e ideologia del partito armato

Categorie: Italy, Opportunism, Terrorism

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Tentare di tracciare un identikit del cosiddetto partito armato è l’arduo compito che in molti si sono prefissi senza riuscire d’altronde a venirne fuori. Si è parlato di trame internazionali i cui burattinai di volta in volta sono stati individuati a Mosca come a Washington, a Berlino e a Tripoli, a Gerusalemme o a Damasco. Altre volte, più semplicemente, è stata tracciata l’equazione terrorismo-comunismo. Evidentemente sono interpretazioni che servono alle varie cosche politico-mafiose per farsi le ficche a vicenda senza avere né la pretesa né la capacità di individuare le vere ragioni del terrorismo piccolo-borghese.

Il fenomeno terroristico odierno, esploso nei paesi altamente industrializzati, è, secondo noi, frutto esclusivo del radicalismo immediatista, proprio della piccola borghesia, specie intellettuale, e degli strati della emarginazione sottoproletaria: le disprezzate, dai marxisti, mezze classi. Esse sono destinate, dalla evoluzione capitalistica, ad essere sempre più compresse e spinte nel campo dei senza riserve: il proletariato; mentre, da parte loro, lottano con tutte le proprie forze per mantenersi i privilegi di cui, in precedenza, hanno goduto.

Più avanti ci soffermeremo in modo più particolareggiato sulla ideologia espressa dai gruppi armati per dimostrare, attraverso i loro stessi documenti, la loro matrice piccolo-borghese, democratica, antioperaia ed anticomunista e di conseguenza reazionaria. Prima di ciò è però importante tratteggiare la posizione del partito comunista rivoluzionario nei confronti delle mezze classi da tutti adulate e da noi guardate con sentito disprezzo.

Abbiamo dedicato molti studi a quei processi storici di grande importanza e frequenza, anteriori alla rivoluzione borghese, che abbiamo chiamato rivoluzioni «intermedie», o «doppie» o «multiple». In esse in genere sono presenti più di due classi di prima grandezza oltre le molte e mutevoli sottoclassi. Comune alle vere rivoluzioni, in cui si scontrano due sole classi, esse hanno l’urto armato e sanguinoso. Il caso più semplice di rivoluzione in cui si scontrano due sole classi è la rivoluzione del 1789 in Francia. In essa, senza ombra di dubbio, è egemone la borghesia che travolge il feudalesimo; non sono tuttavia assenti altre classi, e lo stesso nascente proletariato, che però resta classe di seconda grandezza.

Marx ed Engels, per la Germania del 1848, disegnano la classica doppia rivoluzione: feudalità, borghesia e proletariato. La vittoria non viene raggiunta né dalla terza classe, né dalla seconda; si assiste alla totale controrivoluzione. Nel 1848 francese, nel 1871 e nel 1917 russo, varie sono le classi e le semiclassi sulla scena storica; il proletariato ha già però la figura di classe di prima grandezza e tenta di imporsi con la propria forza; viene battuto nel ’49 e nel ’71 a Parigi, ma nel 1917 a Pietroburgo e a Mosca spazza via feudalesimo e borghesia.

Nei nostri studi abbiamo dimostrato come il proletariato di Russia perse il potere non sul campo di battaglia, ma per l’ inquinamento opportunista.

Quando una rivoluzione multipla, come fu quella russa, cade, alla fine, alla realtà dello scontro delle forze sociali si oppone un falso incontro delle ideologie storiche. Da cui la peste delle rivendicazioni di marxismo o di leninismo da parte dei bancarottieri della rivoluzione.

Nelle complesse rivoluzioni multiple fuori dei paesi industrializzati (Asia, Africa) il fatto che le armi restano calde può giustificare entro buoni limiti storici i blocchi di classe. Ma la rovina avanza quando non solo il proletariato non prende la supremazia militare, ma tollera, per mezzo dei suoi falsi partiti di classe, che la supremazia ideologica sia quella delle mezze classi.

La prova di questo è l’orgia dei concetti antimarxisti di Popolo, Nazione, Patria, Democrazia, Libertà, Pacifismo. Una simile situazione di contrasto fra le forze sociali esistenti e le propagande demagogiche può avere una sola formulazione dialettica: non il proletariato può svolgervi un qualche ruolo autonomo, e nemmeno le mezze classi (tale ipotesi è fuori dalla storia), ma ancora una volta è il capitalismo mondiale, a cui ogni pretesa mezza classe è aggiogata, ad imporre la propria dittatura. Il crimine nei paesi sviluppati sta nel tracciare un solco che lasci a “destra” i monopoli e a “sinistra” il fronte dei lavoratori salariati e delle mezze classi con tutte le sue più eterogenee componenti, che non sono che dei leccatori, in varie vesti, di avanzi di plusvalore, manutengoli del grande capitale. La consegna marxista per riarmare la classe e preparare la morte storica del capitalismo, non può che essere: guerra alle mezze classi, rifiuto totale dei loro maledetti ideali!

Nell’occidente industrializzato le mezze classi non possono svolgere alcun ruolo progressivo, possono tutt’al più assumere un atteggiamento di benevola neutralità verso quel movimento rivoluzionario quando ritengano prossima la sua vittoria. È il caso dell’Italia tra il 1919 e la prima metà del 1920.

«La classe media e la piccola borghesia tendevano a giocare un ruolo passivo non già al servizio della grande borghesia, ma al seguito del proletariato che stava per ottenere la vittoria» (Rapporto sul fascismo al IV congresso dell’IC).

La piccola borghesia italiana non osò in alcun modo tentare la difesa delle istituzioni nazionali contro le quali il proletariato si scagliava, ma addirittura i bottegai e i commercianti “spontaneamente” si recavano alle Camere del Lavoro per consegnare le chiavi dei loro magazzini mettendo la loro merce a disposizione del proletariato, come si poteva leggere nei tremebondi cartelli appesi ai bandoni abbassati delle botteghe.

«Questo stato d’animo si è poi radicalmente modificato (…) Quando la classe media constatò che il partito socialista non era in grado di organizzarsi in modo da ottenere il sopravvento, espresse la propria insoddisfazione, perse a poco a poco la fiducia che aveva riposto nelle fortune del proletariato e si rivolse verso la parte opposta. È in questo momento che ebbe inizio la offensiva capitalistica borghese. Essa sfruttò essenzialmente lo stato d’animo in cui la classe media era venuta a trovarsi» (Rapporto sul fascismo al IV congresso dell’IC).

Nell’attuale fase storica il radicalismo piccolo borghese non può né mettersi alla coda di un movimento operaio; essendo questo del tutto inesistente, né schierarsi, per lo stesso motivo, in difesa dello Stato, sperando di trarne così quei vantaggi che Mussolini, buonanima, sempre promise.

Abbiamo poc’anzi visto che il terrore della piccola borghesia è quello di essere proletarizzata e di perdere così i propri privilegi. Da qui la sua ribellione contro lo strapotere del grande capitale che, specialmente nei periodi di crisi economica, non intende più elargire briciole di plusvalore. Da qui gli strepiti sui valori traditi e le richieste al grande capitale di democrazia e di “diritto alla vita”.

Libertà e democrazia, non ci stanchiamo di ripeterlo, sono ideali buoni per il piccolo borghese filisteo, ma sono agli antipodi dei fini storici della rivoluzione proletaria, la cui chiave non è la libertà, ma la dittatura.

Quindi per quanto le lotte della piccola borghesia possano assumere forme più disparate, fino ad arrivare all’uso della violenza e del terrore, il partito non solo prende le proprie distanze, ma ha il dovere di combatterle come reazionarie.

Ideologismi del partito armato

Ci baseremo esclusivamente su documenti della formazione armata Br, lasciando da parte tutte le altre miriadi di sigle più o meno note, per i seguenti motivi:
1) Le Br sono state la prima formazione armata nata in Italia e quindi è più agevole ricostruirne un albero genealogico, mentre tutti gli altri gruppi nascono dalle combinazioni più eterogenee, scissioni di gruppi preesistenti, riorganizzazione di singoli superstiti e gruppi sfasciatisi, ecc.
2) Perché dal nostro punto di vista marxista, anche se organizzati sotto diverse sigle, sono espressioni della medesima base sociale ed esprimono la medesima ideologia.
3) Le Br sono l’unica formazione che abbia tentato di darsi un programma, anche se la loro tattica è stata oltremodo instabile, passando dall’educazione dei capo reparto, alla disarticolazione dello Stato, dal mirare al cuore dello Stato all’annientamento delle forze di polizia, dal riconoscimento di differenza tra poliziotto e poliziotto, fino a prospettare un democratico confronto con tutte le forze rivoluzionarie; ed ora la recente critica del militarismo.
4) Le Br, a differenza di tutti gli altri gruppi terroristici, si dichiarano comunisti rivoluzionari, leninisti, soli difensori del patrimonio comunista da tutti tradito.

Tutti ormai conoscono le origini delle Br: le “lotte studentesche” del ’68 e l’istituto di sociologia dell’università di Trento fornirono i cervelli. Nel settembre 1969, a Milano, nacque il Collettivo Politico Metropolitano. A tale gruppo, oltre i trentini, aderiscono il Cub Pirelli, il Gruppo di Studio Sit Siemens, quello dell’IBM, elementi del movimento studentesco, ecc.

Sarà proprio il Collettivo Politico Metropolitano il nucleo iniziale da cui nasceranno le Br. Questo collettivo, al quale aderiscono anche degli operai combattivi schifati dalla politica di tradimento delle organizzazioni sindacali, in contrasto con l’astratto e falso rigore marxista, non nasce «sulla base di un programma e neppure sulla base di una rosa di principi teorici», l’importante è l’azione.

Gli aderenti al CPM partecipano alle lotte operaie del ’69 e ne sono, in alcuni casi, l’ala più spinta, ma come tutti i gruppettari si dichiarano contro il sindacato, non perché diretto da capi traditori, ma perché imporrebbe la sua volontà sulle masse lavoratrici. Come tutti i gruppettari sono alla ricerca di:

«nuove forme di lotta» perché «lo sciopero prolungato ha come effetto che noi non produciamo, ma (…) il padrone per questo tempo non ci paga (…) È necessario trovare forme di lotta che danneggino la produzione più di quanto danneggino noi».

Si ritrovano ben presto, assieme a tanti altri, ad essere delusi dell’autunno caldo, delle lotte per i rinnovi contrattuali, delle manifestazioni studentesche. La stessa stampa borghese ed opportunista con tutto il suo livore contro i perturbatori dell’ordine li aveva convinti di essere alla vigilia dell’insurrezione armata. La delusione non tardò a venire e con essa arrivarono le prime riflessioni teoriche:
1) Le avanguardie coscienti non devono rivolgersi verso «tutti i lavoratori, ma agire per, individuare la sinistra di fabbrica e all’interno di essa cercarsi lo spazio per costituirsi quale punto di riferimento».
2) Gli organismi di opposizione di base fanno il gioco del sindacato.
3) Secondo il piano del capitale «i sindacati devono sempre più funzionare oggettivamente da gestori di contratti e non possono quindi portare un attacco a fondo al piano economico». Non solo gli attuali sindacati, ma la stessa forma di organizzazione sindacale è considerata «istituzione politica borghese».

Di fronte dalla offensiva padronale nelle fabbriche, alle sospensioni, ai licenziamenti, alla passività vigliacca dei bonzi, il Collettivo Politico Metropolitano teorizza che l’arma dello sciopero è funzionale al capitale.

Lancia dunque delle nuove parole d’ordine (riprese poi da tutti i gruppetti) quali «riprendiamoci la città, la casa, i trasporti, i libri», ecc..

Il CPM, nel luglio del 1970, pubblica la “Sinistra Proletaria” con il simbolo di falce martello e fucile incrociati. Oggetto della discussione è il problema della violenza e della clandestinità. È proprio allora che si teorizza il rifiuto della lotta rivendicativa e salariale, che sarebbe funzionale ai disegni della Confindustria, per l’organizzazione di nuclei armati di difesa.

«Noi sappiamo che incontro al padrone armato (…) non si va disarmati (…) Noi oggi siamo forti ma siamo sempre disarmati (…) siamo ancora senza organizzazione rivoluzionaria. Costruire l’organizzazione capace di dirigere non la lotta rivendicativa, ma lo scontro politico contro il potere dei padroni è oggi il primo compito dell’autonomia operaia (…) Bisogna imparare a colpire all’improvviso concentrando le proprie forze per l’attacco, disperdendosi rapidamente quando il nemico si riprende» (Sinistra Proletaria, luglio ’70).

Anche se nella clandestinità vera e propria entreranno nel ’72, dopo la perquisizione del “covo” in Via Boiardo, già il 20 ottobre del ’70 “Sinistra Proletaria” informava che:

«la parte più decisa e cosciente del proletariato in lotta ha già cominciato a combattere per costruire una nuova legalità, un nuovo potere (…) Ne sono esempi l’apparizione di organizzazioni proletarie per combattere i padroni e i loro servi sul loro terreno, alla pari, con gli stessi mezzi che essi utilizzano contro la classe operaia».

Reclutamento del partito armato

Le Br nascono e si mettono nella clandestinità. Le loro prime azioni si svolgono nelle fabbriche dove erano presenti i Cub e i GdS aderenti alla “Sinistra Proletaria”: Pirelli e Sit Siemens.

Alla domanda se si ritengano o meno l’embrione di un futuro esercito rivoluzionario, rispondono che non lo hanno mai affermato:

«anche perché nella nostra prospettiva politica non riusciamo a distinguere con sufficiente chiarezza (…) la formazione di un futuro esercito rivoluzionario». Cosa sono dunque le Br? «Sono gruppi di proletari – rispondono – che hanno capito che per non farsi fregare bisogna agire con intelligenza, prudenza e segretezza, cioè in modo organizzato. Hanno capito che non serve a niente minacciare a parole e (…) che gruppi clandestini di proletari organizzati e collegati con la fabbrica, il rione, la scuola e le lotte possono rendere la vita impossibile a questi signori».

Di fronte al fatto che i bonzi sindacali sabotano con tutti i mezzi le lotte operaie svilendo anche i pochi scioperi che sono costretti ad indire, le Br ne traggono la lezione che l’arma dello sciopero non paga, che ci vogliono forme di lotta più incisive quali l’assenteismo, il sabotaggio dei macchinari, ecc. Non riuscendo ad immaginarsi una azione compatta della classe lavoratrice (infatti confessano di non riuscire ad immaginare un futuro esercito rivoluzionario), come solo modo possibile per difendere il salario ed il posto di lavoro, l’unica strada che rimane loro è il terrorismo individuale contro il caporeparto, la spia, ecc., per indurli a più miti consigli. È in questo loro piano di “difesa” che si svolgono le prime azioni delle Br. Vengono bruciate le macchine di alcuni dirigenti di fabbrica, alcuni vengono rapiti, processati o messi alla gogna.

Con questi metodi si illudono di contrastare l’aumento dei ritmi di lavoro, le minacce di licenziamento, la messa in cassa integrazione. In alcuni casi riescono ad imporre la riassunzione di singoli operai. Le loro parole d’ordine sono «per un occhio due occhi, per un dente tutta la faccia» e «castiga uno per educarne cento». È un chiaro programma di riformismo armato.

Con il sequestro Amerio si richiede alla Fiat il ritiro della minaccia di messa in cassa integrazione ventilata da Agnelli. Questo episodio servì a rendere popolari le Br e a creare tra i lavoratori una certa simpatia verso di loro. Le Br avevano, a modo loro, dimostrato che era possibile far capitolare, almeno a parole, l’avvocato padrone mentre le confederazioni sindacali sedevano, in nome di un civile senso di responsabilità, per la prima volta allo stesso tavolo di Umberto Agnelli.

Ancora una volta l’atteggiamento carognesco dei vertici sindacali sta a dimostrare come siano stati proprio loro a dar fiato alle organizzazioni terroristiche e a gettare gli operai più combattivi nella disperazione, facendo loro credere che l’unica alternativa possibile sia il rapimento o il colpo di pistola. Questo sta a dimostrare ancora una volta quello che il nostro partito ha sempre affermato e cioè che sono i falsi partiti operai e i sindacati venduti i peggiori nemici della classe operaia, quelli che dovranno essere sconfitti per primi dal proletariato per poter ricostruire le proprie organizzazioni di difesa immediata e per ricollegarsi al partito della rivoluzione sociale.

In seguito ai primi attentati, altri gruppi, colpiti nella loro fantasia piromane, nascono spontaneamente, non pochi firmano le loro azioni con la famosa stella a cinque punte e le Br ne avallano quasi sempre l’autenticità. Nel 70/71 nascono le Br romane composte esclusivamente da studenti e sottoproletari. Non avendo alcun aggancio con le fabbriche le Br capitoline teorizzano la lotta al fascismo, appiccano il fuoco a qualche sede del MSI o di Avanguardia Nazionale, allo studio di Valerio Borghese e all’automobile di un sindacalista fascista.

«La lotta contro tutti i fascisti – dicono – è una tappa necessaria del nostro cammino verso la liberazione da ogni forma di oppressione e sfruttamento».

Niente di più e niente di meno quindi di quanto, all’epoca, era detto dallo stesso PCI. Sono loro stessi infatti ad ammettere che:

«anche i revisionisti sono d’accordo che contro i fascisti bisogna lottare, ma concepiscono questa lotta in termini esclusivamente difensivi (…) e sono irremovibili nella convinzione che debbano essere usati solo e senza eccezione mezzi legali».

Come si vede la differenza sta solo nei mezzi da usare per raggiungere lo scopo, le Br non considerano il partitaccio come un partito traditore, ma tutt’al più come un partito revisionista composto da “compagni che sbagliano”.

Essendo l’organizzazione composta da studenti e sottoproletari se ne scopre la loro funzione rivoluzionaria fino ad arrivare a teorizzare la criminalità come presa di coscienza contro l’oppressione capitalistica.

Nel secondo ed ultimo numero di “Nuova Resistenza” (vedremo poi cosa era questo i giornale) si legge:

«La rivoluzione moderna non è più la rivoluzione pulita (…) accumula i suoi elementi pescando nel torbido, avanza per vie traverse e si trova degli alleati in tutti coloro che non hanno nessun potere sulla propria vita e lo sanno (…) In attesa della festa rivoluzionaria in cui tutti gli espropriatori saranno espropriati il gesto ’criminale’ isolato, il furto, l’espropriazione individuale, il saccheggio di un supermercato non sono che un assaggio e un accenno del futuro assalto alla ricchezza sociale (…) ’Il criminale rompe la monotonia e la sicurezza quotidiana, banale della vita borghese’ (K. Marx). Per il fatto stesso di esistere egli pone in crisi l’ideologia della società capitalistica».

Per quello che ci riguarda i Br sono padronissimi di andare a pescare nel torbido (e si è visto i risultati che ne hanno ottenuto!) e credere che tutto fa brodo pur di mettere insieme qualche elemento pitrentottista pronto a sparacchiare su qualche borghese; ma certamente ci vuole tutto il loro coraggio “rivoluzionario” per mettere in bocca a Marx affermazioni sul ruolo rivoluzionario svolto dal sottoproletariato. La citazione di Marx, che è stata interrotta al “punto giusto”, continua così:

«Egli (il delinquente) preserva così questa vita dalla stagnazione, e suscita quella inquieta tensione e quella mobilità, senza la quale anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe».

Altro che messa in crisi della ideologia borghese!

Engels racconta come i sottoproletari, questa «feccia, avanzo e rifiuto di tutte le classi», durante la rivoluzione tedesca cambiassero fronte dalla sera alla mattina secondo le sorti della battaglia. Nel Manifesto Marx dice che il sottoproletariato:

«rappresenta la putrefazione passiva degli strati più bassi della vecchia società, esso viene qua e là gettato dal movimento di una rivoluzione proletaria, ma per le sue stesse condizioni di vita esso sarà piuttosto disposto a farsi comprare e mettersi al servizio delle mene reazionarie».

(Valutazioni analoghe si ritrovano in tutti gli scritti di Marx ed Engels)

Piccola borghesia e sottoproletariato sono sempre stati comprati ed usati dalle classi reazionarie a scopi controrivoluzionari.

Partito armato e Resistenza

Il P.A. come tutta la variopinta costellazione gruppettara considera la resistenza come patrimonio di conquiste proletarie che la borghesia, con tutti i mezzi, cerca di misconoscere. La resistenza, dicono, è stata tradita, o meglio non è stata ancora compiuta, essa deve continuare.

Le Br, sia prima che durante il periodo della clandestinità, si sono più volte richiamate alla resistenza e alle “conquiste” acquisite dalla classe operaia in questo periodo, la maggiore delle quali sarebbe stata l’entrata del PCI al governo. Alla faccia del loro rivoluzionarismo! Nel gennaio ’71 “Sinistra Proletaria” lancia un appello dal titolo: “Organizziamo la Nuova Resistenza“; qualche mese dopo portando lo stesso stemma di “Sinistra Proletaria” (Falce, martello e fucile) esce il primo numero di “Nuova Resistenza”. Questo giornaletto che camperà solo due mesi si proponeva di divenire il punto di incontro e riferimento di tutti quei gruppi che riconoscono valida la necessità di opporsi alla controrivoluzione con la violenza. Il problema di una strategia unitaria del movimento di lotta, diceva il giornaletto, trova

«molti ostacoli teorici e pratici rendendo difficile la sua soluzione (…) Il lavoro del nostro giornale vuole essere un contributo a sciogliere questi ostacoli presentando la pratica, le tesi e le tendenze di quei movimenti di classe che hanno come base comune lo sviluppo della guerriglia come forma di lotta dominante».

In “Nuova Resistenza”, che è il giornale della semi-clandestinità, si ritrovano due aspetti classici di “Sinistra Proletaria” prima e del partito armato poi:
1) Alla controrivoluzione borghese si deve rispondere con la guerriglia. Ma il concetto stesso di controrivoluzione implica che una rivoluzione ci sia stata, o quanto meno che il proletariato sia all’attacco e tenti lo scontro rivoluzionario. E infatti, secondo loro, la rivoluzione c’era stata ed addirittura era stata vittoriosa, solo che le classi dominanti

«non vogliono ammettere di essere state politicamente sconfitte e con l’ultima cosa che rimane loro le armi (e dico poco!) – tentano di soffocare l’aspirazione delle masse ad una giustizia nuova che nasca dal popolo e da questo sia controllata e gestita»;

2) Altro fatto caratteristico è che di fronte all’urgenza dei tempi si dichiarano sempre pronti ad unirsi con tutti al di sopra di programmi, teorie e quisquiglie del genere.

Il richiamo ai valori ed alle conquiste della resistenza appare molto spesso negli elaborati “teorici” del partito armato, come pure ai tentativi della classe padronale di misconoscerle.

Il punto di riferimento dei terroristi è la guerra partigiana minacciata dal ritorno di forme di autoritarismo di tipo fascista o gaullista, quindi contro una borghesia che non sta ai patti, che per mezzo di De Gasperi scacciò, nel ’47, «i comunisti dai centri di potere conquistati» e che oggi non accetta più «mediazioni con l’avanguardia comunista».

Senza stare a riesporre tutta la nostra ben nota valutazione in merito, possiamo affermare che compito della classe operaia è quello di abbattere il regime capitalista, quale che sia la sua forma di governo, e instaurare il proprio regime di classe, non certo quello di resistere alle illegalità e alle forme di aberrazione del potere borghese. La resistenza, in Italia come in tutti gli altri paesi, ebbe il compito specifico di difendere il capitalismo nazionale, gli interessi della borghesia indigena. In Italia, in particolare, anche se è costata il sangue a tanti lavoratori e solo a loro, fu addirittura una carnevalata. Fu proclamata da tutti gli eroici democratici, ma solo dopo che lo stesso gran consiglio fascista aveva decretato la fine del regime nero ed il ritorno ad uno Stato democratico tricolore; dopo che il codardo reuccio si era gettato tra le braccia degli invasori Yankee; solo allora scoprirono che l’alleato germanico era diventato l’invasore tedesco e come tale bisognava scacciarlo dal suolo patrio assieme ai suoi servi fascisti (non tutti, sia ben chiaro, solo quelli che non fecero a tempo a buttare la camicia nera).

Questa è stata la resistenza; per la borghesia un indolore passaggio di consegne dal regime fascista a quello democratico, per il proletariato un inutile spargimento di sangue.

«Come si può dire che il più disgraziato e pernicioso prodotto del fascismo è l’antifascismo quale oggi lo vediamo, così può dirsi che la stessa caduta del fascismo, il 25 luglio 43, coprì nel medesimo tempo di vergogna il fascismo stesso, che non trovò nei suoi milioni di moschetti un proiettile pronto ad essere sparato per la difesa del Duce, ed il movimento antifascista nelle sue varie sfumature, che nulla aveva osato 10 minuti prima del crollo, nemmeno quel poco che bastasse per poter tentare la falsificazione storica di averne il merito» (Prometeo, 2.8.1946)

Secondo i teorici del partito armato, durante la guerra partigiana, i comunisti avrebbero conquistato dei centri di potere. Quindi non solo il potere si conquisterebbe a pezzi e bocconi, ma le tappe di questa graduale conquista passerebbero: 1) Attraverso gli appelli, lanciati dal PCI, per la concordia nazionale. 2) Attraverso la lotta armata, sì, ma non contro il capitalismo, bensì contro il nazi-fascismo reo di aver «fatto perdere all’Italia l’impero, la guerra e la sua posizione di nazione rispettata» (L’Unità, 28.2.44). 3) Attraverso il disarmo dei partigiani, operai che si erano illusi di combattere per il comunismo, e l’accoppamento di quei pochi che si rifiutavano di consegnare le armi. 4) Attraverso la partecipazione, prima al regio governo, poi alla Costituente e a quei governi di quello stesso De Gasperi, servo americano, con un ministro di Grazia e Giustizia comunista (Togliatti), che ordinava ai prefetti di ripulire le piazze dai dimostranti e disoccupati dando pene esemplari a tali facinorosi. Da non dimenticarsi infine l’estremo atto togliattiano di riconciliazione che concedeva l’amnistia ai fascisti (1946).

Questi sarebbero i centri di potere conquistati dai comunisti nella guerra partigiana! Per noi, purtroppo, non sono che delle amare sconfitte che stanno a dimostrare che il PCI, partito ex comunista, ribattezzato a Lione prima e a Salerno poi, era passato armi e bagagli, già allora e già prima di allora, dalla parte della controrivoluzione.

Nazionalismo piccolo-borghese

Per il partito armato la colpa peggiore dell’attuale regime e del suo principale partito sarebbe quello di aver svenduto all’imperialismo l’indipendenza nazionale.

«La DC, dal dopo guerra in poi – dicono le Br – è stato il partito che ha rappresentato nel nostro paese gli interessi tattici e strategici dell’imperialismo americano». In più «la crisi irreversibile che l’imperialismo sta attraversando (…) innesca i meccanismi di una profonda ristrutturazione che dovrebbe ricondurre il nostro paese sotto il controllo totale delle centrali del capitale multinazionale (…) La trasformazione nell’area europea dei superati Stati-Nazione di stampo liberale in Stati imperialistici delle multinazionale (SIM) è un processo in pieno svolgimento anche nel nostro paese (…) La DC è la forza centrale e strategica della gestione imperialista dello Stato».

Su questa linea si inquadra il processo contro il regime democristiano con Aldo Moro assiso sul banco degli imputati. Questo processo che doveva essere infatti «un momento della guerra di classe rivoluzionaria (…) indica come obiettivo primario la liquidazione dell’immondo e corrotto regime democristiano».

A questo punto è necessario fare alcune considerazioni.

Le formazioni guerrigliere non si sono mai poste il compito di distruggere l’attuale regime capitalista ed instaurare la dittatura del proletariato; le loro parole d’ordine sono non “abbattimento dello Stato“, ma «disarticolare e rendere disfunzionale lo Stato delle multinazionali»; di ritorno per il “nostro paese” a nazione indipendente, di redimerlo dalla tutela straniera.
È vero che il proletariato deve combattere contro l’imperialismo, ma lo fa soltanto quando lotta contro la propria borghesia interna. Perché il partito armato non l’ha capito? Non lo ha capito perché suo intento è quello di conquistarsi la simpatia di sempre più larghi strati della popolazione genericamente intesa: piccola borghesia, studentume, sottoproletari, strati di sbandati sociali, che pretendono di difendere se stessi ed il futuro del “loro paese” lottando per la tutela dei valori nazionali. Questo loro nazionalismo è frutto insieme e matrice di due macroscopiche deviazioni del marxismo:
a) L’equiparazione più o meno esplicita fra guerra di emancipazione nazionale nelle colonie e nelle semicolonie e la lotta proletaria in un paese ad alto grado di sviluppo capitalistico.
b) Il riconoscimento di potenzialità rivoluzionarie alla piccola-borghesia.
La prospettiva del partito armato è quella di:
«staccare l’anello Italia dalla catena imperialista, senza per questo consegnarla all’area socialimperialista (…) Tra le grandi potenze – continuano – si è aperto un grande spazio (?), oggi, nell’area del Mediterraneo (?): lo spazio del non allineamento. È qui che il nostro Paese dovrà trovare il suo posto per ricostruire, nel quadro di un effettivo internazionalismo proletario, una nuova collocazione nella divisione internazionale del lavoro».
Crediamo che non valga la pena spendere delle parole per confutare la possibilità di uno “spazio” tra le grandi potenze in momenti come l’attuale in cui le potenze imperialistiche si preparano alla terza guerra mondiale e si contendono perfino centimetri di terra.
Ma questo cosa è se non una riproposizione della teoria fascista della nazione proletaria che deve scrollarsi di dosso il giogo dell’imperialismo?
E, magari, sempre in nome dell’indipendenza dalle plutocrazie, cercarsi il suo bravo posto al sole! Quale altro significato potrebbe avere la richiesta di una «nuova collocazione nella divisione internazionale del lavoro»?
Il fatto che si rivendichi una equidistanza dai blocchi, in nome dell’indipendenza nazionale, comporta necessariamente che il proletariato dovrebbe fare fronte unico con la propria borghesia nazionale per difendere gli interessi della patria dalle minacce straniere: compito dei lavoratori sarebbe quello di lavorare più e meglio per rendere competitive le merci sul mercato mondiale, rispettare le leggi ed il governo in periodo di pace e difendere i confini, con le armi, in caso di guerra. Si può obiettare che i teorici del Partito armato prospettano tutto questo “nel quadro di un effettivo internazionalismo proletario“. La risposta a questa obiezione la dette Lenin 65 anni fa:
«Oh, i socialsciovinisti di tutti i paesi sono grandi ’internazionalisti’! Fin dall’inizio della guerra si sono vivamente preoccupati per l’Internazionale. Da una parte essi asseriscono che parlare di crollo dell’Internazionale è ’esagerato’. Infatti non è avvenuto nulla di speciale. Sentite Kautsky: l’Internazionale è semplicemente ’l’arma del tempo di pace’; è quindi naturale che in tempo di guerra questo strumento non si sia dimostrato all’altezza della situazione. D’altra parte i socialsciovinisti di tutti i paesi hanno trovato un mezzo molto semplice – e soprattutto internazionale – per uscire dalla situazione che si era creata. Il mezzo non è complicato: bisogna solo aspettare la fine della guerra. Sino alla fine della guerra i socialisti di ogni paese devono difendere la propria patria e sostenere il proprio governo, e alla fine della guerra “amnistiarsi” reciprocamente, riconoscere che tutti avevano ragione (…) In questo si ritrovano ugualmente d’accordo Kautsky e Plechanov, Vittorio Adler e Heine. Vittorio Adler scrive: “quando avremo superato questo grave periodo, il nostro primo dovere sarà di non rimproverarci a vicenda”» (Lenin, Il Socialismo e la Guerra).
Il programma strategico dei terroristi non può quindi che essere: «liquidazione del corrotto regime democristiano», che svolge una politica antinazionale e filoimperialista. Lottare contro la corruzione del regime significa illudersi che si possa indurre la classe dominante, i suoi partiti, il suo governo a tornare ad un regime di “normalità” ed al rispetto della legge. Fare questo, e farlo a suon di firme o colpi di mitra cambia poco, equivale ad avvalorare la illusione secondo cui l’ambiente borghese, eliminati corruzione e malcostume, presterebbe terreno favorevole alla lotta di emancipazione del proletariato.

«La borghesia commette un unico ’eccesso’: quello di essere al potere. Dire che l’ordine può essere ristabilito placando una parte della borghesia, o con la genuflessione o con la resistenza armata, non è che una traduzione in altri termini della espressione che si può attendere una forma di equilibrio e di assetto sociale senza spezzare il meccanismo del potere borghese, ma solo modificandone alcune forme» (Il Comunista, 7.8.1921).

Da qui a cadere nell’equivoco di assumere l’impegno che se la borghesia rispetterà i limiti delle sue leggi i lavoratori faranno, dal canto loro, altrettanto, il passo è breve. I comunisti non dicono alla borghesia: Bada che se non rientri nella tua legalità faremo la rivoluzione per ricacciartici! Essi si propongono invece di spezzare, con l’azione rivoluzionaria della classe operaia, i limiti posti dal potere borghese.

Dire che l’obiettivo primario per la costruzione del regime socialista è la liquidazione della DC, è la più enorme bestialità. Quei partiti che sono oggi i maggiori pilastri del regime capitalista, che con più accanimento degli stessi fascisti si industriano a soffocare ogni azione di classe, sono quegli stessi partiti che 35 anni fa dissero la stessa cosa. Sono quegli stessi partiti che mandarono i lavoratori a crepare sui monti, che oggi festeggiano il 25 aprile, che predicarono agli operai che abbattere il fascismo sarebbe equivalso ad abbattere il capitalismo. Si è visto! Il regime fascista è crollato, il partito fascista è addirittura fuori legge, ma il metodo di governo fascista è più vivo che mai. I lavoratori hanno, a differenza del ventennio nero, questa sola soddisfazione: adesso vengono licenziati da un padrone democratico se non addirittura eurocomunista e le legnate le ricevono da poliziotti che non sono più sbirri al servizio di un padrone sciacallo, ma sono dei “figli del popolo”, dei lavoratori sindacalizzati che difendono le istituzioni democratiche.

Lo spirito democratico del partito armato

Panorama del 10 luglio 1975 pubblicava alcuni stralci dell’interrogatorio al quale era stato sottoposto dalle Br Mario Sossi. Non prenderemo in considerazione la difesa dell’imputato Sossi, anche perché ne verrebbe fuori un ritratto che poco si addice ad un integerrimo servitore dello Stato. Interessante è però la accusa che le Br gli muovono: «noi non diciamo che il giudice non ci deve perseguire secondo le leggi, però c’è modo e modo di applicare la legge. Tu l’hai applicata con il paraocchi per attaccare proprio con spirito anti-comunista, antirivoluzionario, con spirito del fascista». Più tardi, in una circolare interna, i Br affermavano: «Occorre fare una considerazione di giustizia proletaria che i compagni non possono trascurare. Sossi era entrato nella prigione del popolo come persecutore della sinistra rivoluzionaria. Durante il processo ha maturato tuttavia una seria autocritica (…) tutto ciò gli va riconosciuto».

In seguito, al momento della liberazione di quello che oramai, dopo la seria autocritica, potremmo definire il compagno Mario, le Br giustificheranno il loro operato dicendo che la loro mossa serviva a mettere alle strette lo Stato borghese: «Liberando Sossi mettiamo Coco e chi lo copre di fronte a precise responsabilità: o liberare immediatamente i compagni, o non rispettare le loro stesse leggi». Astuti eh?

Da quanto sopra si vede bene come per i brigatisti il conflitto tra le forze dello Stato borghese e quelle della rivoluzione dovrebbe rimanere nell’ambito della legge. Da una parte e dall’altra è la legge che si deve rispettare. Sia essi quando vengono catturati, come quelli che catturano, sono definiti prigionieri di guerra, richiedono l’applicazione della convenzione di Ginevra e assicurano che i loro prigionieri sono stati trattati secondo tale regolamento. Essi riconoscono allo Stato il diritto di perseguire i rivoluzionari, ma pretendono che esso lo faccia in modo democratico, senza un preciso spirito anticomunista. La legge, in una parola, deve essere uguale per tutti e lo Stato, al di sopra delle parti, deve equamente amministrare la giustizia. Dura lex, sed lex!

Quanto rancida ed ammuffita sia questa ideologia lo dimostra il fatto che i rivoluzionari da sempre hanno combattuto questa impostazione piccolo-borghese. Per i comunisti rivoluzionari pretendere dallo Stato giustizia ed imparzialità: «equivale a sottoscrivere un principio squisitamente borghese, un principio contro il quale ha parlato il socialismo marxista tutte le volte che ha parlato, anche per bocca di Filippo Turati. Il principio che, da quando esiste (…) lo Stato democratico e parlamentare, è chiuso il periodo della violenza tra privati, gruppi e classi della società, e lo Stato esiste per trattare le iniziative di violenza alla stregua di azioni antisociali» (Il Comunista, 14.7.21).

Chi avesse dubbi su quanto i terroristi stessi affermano può benissimo fugarli pensando che, quello che era considerato «un persecutore fanatico (Sossi) della classe operaia, del movimento degli studenti, dei commercianti, delle organizzazioni della sinistra in generale e della sinistra rivoluzionaria in particolare» sia stato, dopo l’autocritica, addirittura riabilitato.

Questo fu il volto con il quale il partito armato, nei suoi anni felici, si presentò: pronto al maneggio delle armi; ma pronto anche ad inchinarsi al cospetto di santa democrazia mai vergine e sempre martire.

In occasione del “caso Sossi”, la grande battaglia per la democrazia fu vinta dalle Br, e l’intellighenzia ed il progressismo si schierarono dalla loro parte.

A parte quella vecchia cariatide del fu Lelio Basso, che salomonicamente dichiarò di preferire «dei colpevoli in libertà piuttosto che lasciare uccidere un uomo», ben più autorevoli voci si levarono per condannare l’operato dello Stato. Giuseppe Branca, ex presidente della Corte Costituzionale, dichiarava: «Mancando alla parola data, quello Stato cui si chiede di essere autorevole, finisce col perdere ogni credibilità (…) Chi ci garantisce che uno Stato incapace di mantenere oggi la parola data a dei delinquenti saprà mantenerla domani a dei cittadini onesti?» (L’Espresso, 2.6.74). Panorama (30.5.74): «È questo lo Stato che mette legittimamente in libertà i mafiosi e tiene in carcere i suoi cittadini per otto anni senza avere accertato se siano colpevoli, che per non cedere al ricatto ha lasciato ammazzare chi fedelmente lo serve. E vorrebbe lasciare uccidere Mario Sossi (…) per non trattare con misteriose brigate rosse, che hanno tuttavia rivolto al ministro dell’interno Taviani, al P. G. Coco, e al capo dell’ufficio politico di Genova dott. Catalano, accuse che, il meno che si possa dire, lasciano disorientata l’opinione pubblica». L’Espresso (2.6.74): «È giusto reagire alla illegalità e alla violenza fisica di un sequestro con l’illegalità e la violenza della menzogna di Stato?».

Il partito armato poté gioire di questa levata di scudi contro un potere disonorato; esso aveva raggiunto lo scopo che si era prefisso: mobilitare la pubblica opinione in difesa della democrazia contro una degenerazione in senso totalitario.

Un altro aspetto significativo è che il regime parlamentare non venga mai attaccato. Quando i teorici del partito armato toccano questo problema lo fanno solo per rammaricarsi di dover assistere «allo svuotamento progressivo del potere del Parlamento e al rafforzamento di quello dell’esecutivo (…) Lo Stato non è più – dicono – come nella tradizione liberal-democratica espressione dei vari partiti, ma ora sono i partiti ad essere espressione dello Stato; e l’esecutivo (…) lo strumento straniero degli interessi della borghesia imperialista nell’area nazionale» (Malgrado tutto la patria è sempre sul Grappa!).

Anche noi, e molto prima di loro, abbiamo messo in evidenza, ma non denunciato, tale svuotamento. Fin dall’immediato dopoguerra netta fu la nostra posizione: «La guerra in corso è stata perduta dai fascisti, ma vinta dal fascismo. Il mondo capitalista, avendo salvato (…) l’integrità e la continuità delle sue possenti unità statali, realizzerà un nuovo ulteriore sforzo per dominare le forze che lo minacciano ed attuerà un sistema sempre più serrato di controllo dei processi economici e di immobilizzazione dell’autonomia di qualunque movimento sociale e politico minacciante di turbare l’ordine costituito (…) I vincitori dei fascisti e dei nazisti, in un processo più o meno breve e più o meno chiaro, riconosceranno con i loro atti, pur negandolo con le proclamazioni ideologiche, la necessità di amministrare il mondo con i metodi autoritari e totalitari che ebbero il primo esperimento negli Stati vinti. Questa verità fondamentale (…) ogni giorno di più si manifesta nel lavoro di organizzazione per il controllo economico, sociale e politico del mondo» (Prometeo, 1946).

Abbiamo poc’anzi detto che prendiamo atto della fascistizzazione dello Stato. Certo, i comunisti si battono contro il fascismo, organizzano e chiamano le masse proletarie ad insorgere contro di esso, ma allo stesso modo organizzano e chiamano le masse proletarie ad insorgere contro la democrazia, come contro qualsiasi altra forma di potere capitalistico.

Mai si dovrà dare tregua al capitalismo e tanto meno in vista di una democrazia minacciata, considerando positivo l’abbattimento della impalcatura democratica e parlamentare da qualsiasi parte esso provenga.

Con Marx e Lenin è stato una volta per tutte specificato che, anche nella più democratica delle repubbliche, lo Stato costituisce il comitato di interessi della classe dominante. Da allora sono da considerarsi fantasie il pretendere, grazie alla democrazia elettiva, una forma di Stato nel quale, ad uguale diritto, siano rappresentati e tutelati tutti i componenti della società, qualunque sia la loro condizione sociale ed economica.

«Lo Stato politico, anche e soprattutto quello rappresentativo e parlamentare, costituisce una attrezzatura di oppressione. Esso può ben paragonarsi al serbatoio delle energie di dominio della classe economica privilegiata, adatto a custodirle allo stato potenziale nella situazione in cui la rivolta sociale non tende ad esplodere, ma soprattutto a scatenarle sotto forma di repressione di polizia e di violenza sanguinosa non appena dal sottosuolo sociale si levino i fremiti rivoluzionari» (Forza-violenza-dittatura nella lotta di classe).

Se in certi paesi e in determinate situazioni, come ad esempio in Italia ed in Germania, si passò dal bengodi democratico alla dittatura fascista, si trattò solo di una nuova forma di organizzazione sociale imposta al capitalismo dalle condizioni economiche e dallo scontro sociale. Ai comunisti non rimaneva che continuare a marciare sul loro immutabile cammino perché non avevano mai pensato di poter arrivare al socialismo evitando lo scontro delle opposte forze di classe.

«Il grande errore di valutazione di tattica e di strategia che favorì la vittoria della controrivoluzione fu quello di deprecare questa potente conversione del capitalismo dal terreno della ipocrisia a quello della aperta azione di forza come fosse un movimento revocabile nella storia, e di contrapporgli non l’abbattimento della forza capitalistica, ma la stupida ed imbelle pretesa che questa, rifacendo all’inverso il cammino storico che noi marxisti le avevamo sempre attribuito, e, per comodità di capi politici istrioni e vigliacchi, si compiacesse di rinculare dallo sfoderamento delle sue armi di classe sulla posizione vuota e superata della mobilitazione senza guerra che costituiva il compiacente aspetto del periodo precedente» (Forza-violenza-dittatura nella lotta di classe).

Nel periodo del 1° dopoguerra, di fronte al nascere ed ingigantirsi della reazione “illegale” fascista, reazione voluta, allevata, finanziata e protetta dallo Stato liberal-democratico, i comunisti si scagliarono senza mezzi termini contro i Turati ed i Serrati per il loro atteggiamento belante, proprio nella fase in cui la borghesia era costretta a gettare la propria maschera democratica. Questi signori allora, come oggi i teorici del partito armato, chiedevano alla borghesia di continuare la farsa liberistica pur sapendo che la dittatura sul proletariato era sempre esistita e che l’apparato statale da sempre aveva la specifica funzione di difendere il potere politico ed economico della minoranza borghese dall’assalto rivoluzionario.

I marxisti hanno sempre affermato che, dal momento che mai il nemico ci consegnerà il potere senza combattere, è da preferire la fase in cui lo Stato capitalista è costretto a svelare le proprie armi perché sarà per noi meno difficoltoso abbatterlo.

«Da questa corretta valutazione nasce la conseguenza tattica che ogni rivendicazione per il ritorno all’iniziale democrazia borghese è anticlassista e reazionaria, e perfino antiprogressista» (Forza-violenza-dittatura nella lotta di classe).

Partito armato e partito opportunista

Anche i partiti opportunisti sono restati vittime di attentati da parte dei terroristi. Il loro “contributo di sangue” ha fugato ogni dubbio su una presunta relazione con il terrorismo “rosso”. Ma il fatto che il redattore dell’”Unità”, Ferrero, sia stato azzoppato ed il sindacalista del PCI, Guido Rossa, addirittura ucciso, non significa affatto che da parte del partito armato sia stata compiuta una critica distruttiva della politica svolta dai partiti traditori del marxismo.

Si è visto come le Br romane, al loro sorgere, riguardo al problema dell’antifascismo dichiarino di perseguire le stesse finalità del PCI, rammaricandosi che esso svolga la sua “lotta” usando «solo ed esclusivamente strumenti legali».

In un loro documento del 1971 le Br accusano i revisionisti di adottare una strategia che «si dimostra sempre più suicida di fronte all’attacco reazionario». Dire che il partitaccio conduce una lotta suicida non significa affatto dire che esso svolge una politica controrivoluzionaria, ma soltanto che, a differenza degli sparafucile a cinque punte, non ha compreso quali in realtà siano gli interessi del proletariato ed i metodi di lotta adatti a conseguirli. Infatti l’errore del PCI sarebbe quello di non capire che la classe dominante ha lasciato cadere la soluzione di “sinistra” e lavora:

«alla formazione di un blocco d’ordine reazionario quale alternativa al centro-sinistra» e a maggior ragione al compromesso storico; quindi «scartata l’ipotesi del compromesso storico, ai gruppi dominanti della borghesia non rimane che un’unica scelta: quella della svolta a destra (…) Questo progetto mira alla trasformazione della repubblica nata dalla Resistenza nel senso di una repubblica presidenziale» (maggio ’74).

Questo «finché ci sarà spazio in Italia per soluzioni controrivoluzionarie che mantengono l’apparenza e la forma della democrazia borghese, pur calpestandone la sostanza», esaurite queste risorse non rimarrà alla borghesia che la soluzione golpista. La lacrimevole apprensione sulla sorte che potrà capitare alla democrazia borghese, calpestata nei fatti e mantenuta solo nell’apparenza, non può che far “onore” al partito armato e forse la giustizia borghese terrà questo loro attaccamento alle istituzioni nella debita considerazione. Noi crediamo di non dovere spendere una sola parola.

Tornando ai rapporti del P.A. con il PCI, date simili premesse, ci sembra del tutto ovvio che si vada a ricercare:

«l’origine dell’involuzione socialdemocratica dei partiti comunisti (…) nell’incapacità della loro organizzazione a far fronte ai livelli di scontro che la borghesia progressivamente impone al movimento di classe».

Non c’è quindi all’origine di tutto il “tradimento” dei capi quanto l’inadeguatezza strutturale dell’arma che essi utilizzano. Il problema starebbe ancora una volta non nel programma, cioè nella politica di tradimento che oramai da più di 50 anni i partiti stalinisti conducono, ma nel loro tipo di organizzazione non “al passo con i tempi”.

Detto questo il Partito armato si dichiara ottimista pensando che la storia gli darà ragione e che:

«la sinistra subirà, con il progredire dello scontro di classe, un processo di polarizzazione in cui la discriminante sarà inevitabilmente la posizione sulla lotta armata. In questo processo sarà coinvolto anche il PCI. Per questo – dicono le Br – rifiutiamo ogni settarismo ideologico, proprio degli intellettuali pseudo-rivoluzionari e riaffermiamo la nostra posizione fortemente unitaria» (settembre ’71).

Senza fare ulteriori indagini sulla loro teoria, ne abbiamo più che a sufficienza per affermare che non hanno niente a che fare con il marxismo rivoluzionario.

Per i comunisti, da sempre, il peggiore nemico è la socialdemocrazia. È sempre stata la socialdemocrazia, e proprio nei momenti in cui la reazione borghese gettava la maschera per passare all’aperta repressione antioperaia, a disarmare il proletariato, sia ideologicamente che materialmente, quando addirittura non si è presa, in prima persona, il compito di sterminare le avanguardie rivoluzionarie e le masse in lotta per il comunismo.

Ritenere che un partito, con una tradizione semisecolare di tradimento, possa prendere le armi in difesa degli operai oppressi significa soltanto essere al servizio (anche senza saperlo) di questo partito, significa stare dalla parte della controrivoluzione. Il partito armato, pur dichiarando che il PCI segue una politica opposta alla sua, afferma che si tratta di una «grande forza democratica (e) non sembra né utile, né importante continuare ad attaccarlo con raffiche di parole» (marzo 73).

È vero, ultimamente i terroristi hanno ricominciato a sparare le loro raffiche (di parole ed anche di piombo) anche sugli opportunisti. Berlinguer viene definito Kautsky in sedicesimo e i berlingueriani, a seconda dei casi, spie, agenti della controrivoluzione, ecc. Ma le loro accuse, per quanto ci risulta, sono sempre rivolte contro Berlinguer ed i berlingueriani, come se all’interno del PCI convivessero le due famose “anime”: quella revisionista e quella rivoluzionaria.

Come tutti i gruppettari, senza distinzione, anche i cervelli del partito armato credono che nel PCI alberghino ancora forze comuniste e rivoluzionarie tanto è vero che al momento buono «gli aderenti comunisti che ancora militano o credono in quel partito sapranno certamente fare le loro scelte».

Dire che gli operai che stanno nel PCI sono in buona fede e che al momento dello scontro rivoluzionario intuiranno da quale parte stare è un conto, ed è vero; riconoscere loro una patente di comunisti è un altro, ed è falso.

Comunista è solo colui che è inquadrato e milita nel partito comunista rivoluzionario. Chi è in buona fede è per definizione in errore, non ne ha colpa, ma il fatto di non averne colpa non lo innalza certamente al livello di combattente rivoluzionario.

Anche il compromesso storico, secondo i terroristi dipenderebbe: 1) dalla incomprensione «delle profonde trasformazioni strutturali e politiche che si stanno compiendo per opera della DC e della Confindustria all’interno della controrivoluzione globale imperialista»; 2) dalla «incapacità di indicare una strategia di classe alternativa». In altre parole i partiti social-traditori non avrebbero capito «il carattere reazionario ed imperialista della DC».

Malgrado tutto, però, «il compromesso storico costituisce un potente fattore di crisi politica del regime; incute timore ed accelera contraddizioni nei settori più conservatori e reazionari» (aprile ’75).

Queste enunciazioni si innestano perfettamente nella rivendicazione di riconquistare quei centri di potere, che i comunisti avrebbero conquistato durante la resistenza e dai quali il servo americano De Gasperi li avrebbe estromessi; di reimporre al potere borghese la “mediazione dell’avanguardia comunista”.

Il partito armato va piagnucolando per il fatto che la borghesia italiana adegua l’apparato «economico e finanziario nazionale (…) ai programmi già stabiliti a livello internazionale» con conseguente «blocco degli investimenti e crescita verticale della disoccupazione». Questa, cari signori, è la classica tesi di tutti i peggiori socialdemocratici ed anche dei fascisti, secondo cui il nostro paese dovrebbe intraprendere una politica autonoma dall’imperialismo, i nostri padroni dovrebbero sviluppare gli investimenti per dar lavoro ai nostri operai; i nostri operai si dovrebbero accontentare del giusto per permettere ai padroni di fare gli investimenti senza i quali la disoccupazione aumenterebbe in modo vertiginoso ed il paese cadrebbe nelle mani dell’imperialismo straniero.

Per essere dei rivoluzionari non c’è proprio male!

Il premarxismo del partito armato

Sia da parte dei guerriglieri metropolitani che da parte dello Stato e dei suoi striscianti pennivendoli si cerca di fare intendere agli operai che esistono due sole strade: o si è fedeli allo Stato ed alla democrazia con i suoi pregi ed i suoi difetti, oppure si imbraccia individualmente un fucile e con questo si tenta di colpire lo Stato nei suoi organi vitali.

L’alternativa sarebbe: o conservazione, o guerriglia. In entrambi i casi, e secondo i “teorici” di entrambe le parti, la classe lavoratrice non ha da svolgere un ruolo autonomo, ma semplicemente attendista. A difendere la libertà del popolo ci penserà, dicono i servi del regime, il gioco e la dialettica parlamentar-democratica; mentre i terroristi si propongono di difendere gli emarginati dalle ingiustizie che ledono i diritti dell’uomo.

Negando un ruolo autonomo alla classe operaia, i gruppi terroristici ne negano il programma autonomo e quindi rifiutano pure, e con accanimento, la necessità del partito della classe operaia.

Le Br, ad esempio, in tutte le loro riflessioni ideologiche o risoluzioni strategiche mettono in evidenza il loro programma antipartito, negando tutto ciò che si riferisce all’insegnamento della nascita dei partiti comunisti e dell’Internazionale di Mosca, da loro considerata, a seconda dei casi, come «una esperienza storica del movimento operaio già battuta in passato e senza fiato per l’avvenire» oppure come una politica «liquidazionistica che dà per scontata la sconfitta politica della classe operaia».

Unica forma organizzativa per combattere il capitalismo sarebbero i gruppi clandestini ed unico mezzo efficace il terrorismo e la guerriglia urbana; e attraverso questi divulgare «l’idea forza della possibilità e della necessità di far decollare un processo rivoluzionario per la conquista del potere». Alcuni anni fa, quando la predicazione dell’uso della guerriglia era più di moda di ora, scrivemmo:

«la rivendicazione della lotta armata non basta a fare un marxista più che non basti a farlo il riconoscimento della lotta di classe: anche il rivoluzionano nazionale borghese rivendica la prima, e ammette, sebbene non la predichi alla classe oppressa, la seconda. Non è marxista chi ’non spinge il riconoscimento della lotta di classe al riconoscimento della dittatura del proletariato’, quindi chi non possiede la visione dell’intero processo che ad essa dittatura conduce, del suo significato nel quadro della lotta internazionale della classe operaia, del ruolo del partito nella conquista del potere e nel suo esercizio» (Programma Comunista, n.16 – 1967).

Non è nostro compito indagare se sia sincero il disgusto che, individualmente presi, i terroristi hanno verso la corruzione, la codardia ed il conformismo dei partiti sedicenti comunisti o socialisti (anche se tutto il loro comportamento lasci pensare il contrario). Ammettiamo pure che questo sentimento, in alcuni di loro, sia sincero; ma essi non si chiedono se tale degenerazione non sia la conseguenza necessaria del passaggio dell’Internazionale e del primo Stato operaio nel campo della politica demo-popolare, né, quindi, se l’unico modo per uscire non sia far piazza pulita di ogni “innovazione” teorica e pratica, visto che sono proprio le “innovazioni” a far passare il tradimento all’interno delle file del proletariato, e tornare ai fondamenti stessi del marxismo rivoluzionario.

Per loro, al contrario, esiste un’altra ricetta per guarire dall’imborghesimento che è, ai loro occhi, di natura essenzialmente morale: la violenza come mito. Al di sotto degli stessi Sorel ed anarco-sindacalisti vecchia maniera, per i quali la violenza aveva come protagonista il proletariato, per gli attuali guerriglieri essa non è esercitata dalla classe operaia e nemmeno dal popolo, ma dall’individuo cosciente che si schiera su un fronte, non di classe, ma di guerriglia nazionale, a fianco di altri individui coscienti che, senza badare da quale ideologia ispirati, abbiano scelto la stessa via.

Per Sorel, la violenza rigeneratrice era arma del proletariato e culminava nello sciopero generale. È chiaro come questa sia una posizione antimarxista. Al 2° congresso dell’Internazionale comunista si dichiarava infatti che:

«con il solo sciopero generale, con la sola tattica delle braccia incrociate la classe operaia non può riportare vittoria completa sulla borghesia. Il proletariato deve spingersi fino all’insurrezione armata».

La lezione che i moderni “combattenti per il comunismo” ne traggono è che l’azione violenta per essere ben esercitata presuppone il distacco da qualsiasi azione proletaria di massa. Lo sciopero generale viene cancellato dalla ideologia e della storia come meschina forma di difesa economica: lo sciopero viene definito intrinsecamente conformista, minimalista e aperto al compromesso; la guerriglia offensiva, quindi è il solo metodo di sovversione.

Le lotte rivendicative ed economiche del proletariato non vengono considerate di interesse, ma al contrario vengono valutate come degli intralci alla presa di coscienza ed alla presa del potere.

Accanto a questa, che potremmo definire come posizione ufficiale, ne esiste un’altra, quella “movimentista”, che però fa perfettamente il paio con la prima: essa si basa sulla “idea-forza” del rifiuto del lavoro. Non solo ci si stupisce che il proletariato possa lottare contro i licenziamenti, la disoccupazione, ma addirittura negano che «una simile arretratezza possa divenire propulsiva per il processo rivoluzionario». Come dire: «Visto che fino a che ci sarà il lavoro salariato ci sarà lo sfruttamento capitalistico; lottare per la difesa del salario e del posto di lavoro equivale a lottare per il mantenimento del regime di sfruttamento». Come dialettica non c’è male!

La paura di contaminarsi con tutto ciò che appare vile materia è del resto comune a tutti i gruppi della “nuova sinistra”.

Visto che il proletariato, fino a che non si impossessa come classe di una teoria rivoluzionaria, può arrivare solo all’ organizzazione trade-unionista e condurre delle lotte di difesa anche possenti, ma senza riuscire a superare l’ambito del sistema di produzione capitalistico, questi signori ne deducono che, una volta propagandata l’”idea-forza” della rivoluzione e della dittatura proletaria, la lotta rivendicativa di difesa è superata, quando addirittura non sia reazionaria.

Constatando che i partiti tradizionali erano finiti nel pantano della corruzione, gli anarco-sindacalisti deducevano che il partito doveva sparire dalla scena politica per far posto al sindacato; i “combattenti per il comunismo” liquidano allo stesso tempo partito ed organismi sindacali sostituendoli con commandos partigiani.

La guerriglia, essendo unione di uomini legati da slancio morale e da una generica volontà di fare la rivoluzione, non ha un programma direttivo perché essa si dirige da se stessa; la lotta armata stessa farà trovare il programma ed organizzare il partito.

Per noi marxisti, al contrario, la violenza è di classe: la esercita il proletariato costretto da condizioni oggettive, deterministiche ed economiche. L’organo della sua direzione è il partito della classe operaia perché: «il partito comunista non ha interessi diversi da quelli della classe operaia. Il partito comunista si distingue dall’intera massa degli operai in ciò, che esso possiede una visione generale della via che la classe deve storicamente percorrere (…) Finché il proletariato non avrà conquistato il potere statale, finché il suo dominio non si sarà per sempre consolidato, rendendo impossibile ogni restaurazione borghese, il partito comunista non comprenderà di regola nella sua organizzazione che una minoranza di operai (…) La necessità del partito politico del proletariato sparisce solo con la completa eliminazione delle classi» (Risoluzione del 2° Congresso dell’IC).

Alla base di ogni rifiuto del partito inteso come patrimonio di dottrina e di lotte noi vediamo solo l’ideologia borghese con le sue metafisiche categorie di libertà, uguaglianza, fratellanza.

Il rifiuto del partito dimostra che alla base della società e della storia c’è, secondo le Br, l’individuo anche se a più riprese parlano di classe operaia e di proletariato. Queste parole, nelle loro bocche, hanno un significato del tutto diverso da quello che dà loro il marxismo. Per i comunisti la classe non è la somma di individui e la coscienza di classe non è la media delle opinioni dei suoi membri. Rivendicare una “autonomia operaia” contro il partito equivale a pretendere che questa coscienza sia uniformemente distribuita su tutti i membri della classe, per arrivare poi, dopo aver appreso che la maggioranza degli operai, individualmente presi, non sono al momento rivoluzionari, alla conclusione che la classe operaia non è più rivoluzionaria e che la rivoluzione è compito di pochi valorosi votati al sacrificio.

È impossibile pretendere che ci sia una coscienza generale nel senso che tutti la condividano; finché ci sarà il capitalismo la coscienza integrale del proletariato non può essere che patrimonio del partito.

Anche la borghesia sa che il suo ordinamento sociale non ha nulla da temere finché si trova di fronte a degli individui e che il vero pericolo è la costituzione del proletariato in classe e che questa si compie solo nel partito e mediante il partito. «Questa minoranza, il partito, non è qualcosa di esterno alla classe, ed è ciò grazie al quale la classe esiste come classe, solo esso può integrare tutte le lotte parziali e spontanee della lotta storica per il comunismo. A coloro che cianciano di spontaneità noi rispondiamo: la vera spontaneità storica del proletariato è il partito» (Programma Comunista. n.6 – 1969).

Lenin, contro i partigiani della spontaneità, ha ripetutamente insistito su questo aspetto: «la coscienza politica di classe può essere portata agli operai solo dall’esterno; cioè dall’esterno della lotta economica, dall’esterno dei rapporti della sfera operai e padroni».

Rieccoci quindi alla questione di prima: il movimento rivoluzionario per noi, come per Marx e Lenin, si definisce prima di tutto per il suo contenuto, la sua dottrina, il suo programma. Appunto per ciò non può che essere centralizzato e antidemocratico. Il partito rappresenta la coscienza storica del proletariato come classe e non può essere che unitario e fondato sulla dittatura dei principi.

A questo punto risulta più che evidente il motivo per cui tutta la produzione “teorica” del partito armato si schieri contro quelli che sono gli insegnamenti della III Internazionale, del partito e dell’azione di classe.

Ammettiamo pure che i teorizzatori della guerriglia vogliano combattere la dittatura del capitalismo internazionale, ma non sanno come. Essi non vedono che la classe operaia senza il suo programma storico è un corpo senza testa. Per costoro ogni lavoratore dovrebbe, partendo dalle proprie condizioni immediate, percorrere in modo autonomo la strada che porta là dove essi sono, cioè in piena ideologia borghese.