Fedeltà allo Stato da parte delle mezze classi e dei socialtraditori
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L’unico effetto, a parte quelle che potevano essere le sue intenzioni, che ha avuto tutta l’attività del partito armato è stata quello di rafforzare il regime borghese. Il terrorismo è servito da pretesto allo Stato per imporre a tutti un atto di fede al regime democratico; tutti sono stati chiamati ad esprimersi in merito all’uso della violenza come metodo di lotta politica.
Chi non sta con lo Stato e non si impegna a difenderlo – si è detto – si trova ipso facto nell’area del terrorismo, è un agente delle brigate rosse, sarà quindi considerato un nemico della democrazia, non gli saranno garantiti né il lavoro, né la libertà. La risposta, come si è visto, è stata da parte di tutti – noi esclusi – unanime: Viva il patto sociale, viva la democrazia, abbasso la violenza!
La risposta del partito di classe deve necessariamente essere un’altra. I comunisti, prima ancora di esprimere un giudizio, devono constatare che ogni volta che a dei rappresentanti della borghesia capita un incidente sul lavoro, essa inscena una evidente speculazione e, con l’incondizionato appoggio dei traditori della classe lavoratrice, sfruttando i facili motivi sentimentali, riorganizza e potenzia il proprio apparato repressivo per soffocare il proletariato rivoluzionario sotto la cappa della concordia nazionale, della collaborazione di classe, della galera e del piombo democratici. La borghesia che vive ed ingrassa sui cadaveri dei lavoratori, quotidianamente immolati sull’altare del profitto, non si commuove nemmeno di fronte ai corpi esanimi dei propri servi. Sono morti che servono al potere soltanto per gettare definitivamente la maschera legalitaria, divenuta ormai solo ingombrante, e giustificare l’aperto ricorso a quei metodi consoni alla sua natura reazionaria di classe. Nemmeno i pavidi i bottegai si commuovono, sebbene abbassino prontamente le loro saracinesche in segno di lutto. I bottegai chiudono, ma per continuare, dietro il bandone abbassato, la caccia al profitto in cui sta tutta la loro morale di classe. Oltre a ciò avrebbero anche la spudoratezza di pretendere, dai proletari e dai comunisti, un giudizio di condanna verso chi usa, nei loro confronti, violenza.
«Ben altra sia la nostra parola. La canata avversaria non ci impegna a dire il nostro giudizio su atti che essa sceglie ad argomento gradito delle sue manovre. Il nostro programma è noto; non va rabberciato o scusato per dare spiegazioni all’insolenza della stampa antiproletaria. L’accendersi di una lotta che dà luogo a tragici episodi non si giudica da noi col dare sanzioni o rifiutarne. Le nostre responsabilità risultano chiare dalle nostre dichiarazioni programmatiche. Per il resto, noi vediamo riconfermata la grande verità storica proclamata dal comunismo, che alla situazione attuale non c’è altra uscita che la vittoria rivoluzionaria dei lavoratori in un nuovo ordine veramente civile, o l’infrangersi di ogni forma di convivenza sociale in un ritorno alla barbarie più tetra. La borghesia piuttosto che scomparire dalla storia vuole la generale rovina della società umana. Le bande bianche, che si formano per spezzare l’avanzata emancipatrice dei lavoratori, lavorano per questa seconda tenebrosa soluzione. Noi crediamo e speriamo che saranno spazzate dalla forza cosciente del proletariato, ma anche se ciò non fosse, in nessun caso esse salveranno dalla rovina finale il fradicio ordinamento borghese».
Questa fu la parola che il P.C.d’ltalia, nel 1921, all’indomani dell’attentato al teatro Diana, rivolse ai lavoratori; questa stessa parola rilanciamo noi oggi alla classe operaia.
Ancora una volta, oggi come nel 1921, la nostra parola si distingue da quella di tutti gli altri, soprattutto da quella dei peggiori nemici della classe operaia: ieri i socialisti, oggi il PCI.
Il PCI per bocca dei suoi giannizzeri chiede a gran voce: «solidarietà politica fra tutte le forze democratiche per consentire al governo di fare il salto (…) ad un grado di efficienza eccezionale, creare con energie straordinarie le nuove strutture di polizia, per i servizi di informazione, per i servizi segreti».
PCI e sindacati accorrono con estrema solerzia a puntellare il fradicio carrozzone democratico, dichiarandosi pronti ad accollarsi la gestione degli interessi capitalistici, anche sostituendosi a quel regime e a quei capitalisti da essi definiti rinunciatari.
Quanti predicano il rifiuto della violenza lo fanno solo per disarmare la classe operaia, ma sono pronti, al contrario, ad usare la violenza ogni volta che il proletariato si ribelli al suo stato di sfruttamento. In occasione dell’uccisione dell’operaio piccista Rossa, Luciano Lama dichiarava legittimo l’uso della violenza e la sua personale disposizione anche ad impugnare le armi contro chiunque si proponga di abbattere questo Stato capitalista. A distanza di qualche giorno, dalla colonne dell’Unità, Pajetta rivendicava per gli iscritti al suo partito il diritto di fare la spia definendolo dovere di italiano, e lanciava il seguente appello:
«contribuiamo a far identificare e a far condannare il nemico. Come una volta abbiamo fatto, come sempre abbiamo fatto» (L’Unità, 29.1.79).
Di fronte alla solennità della difesa del regime, anche i recalcitranti gruppettari hanno subito fatto pubblica abiura del loro passato. Sono stati anzi prontissimi a dimostrare la loro maturità non disdegnando nemmeno di mescolare le loro firme “rivoluzionarie” con quelle del pretume oscurantista in calce ad appelli lacrimevoli. I dottorini hanno bisogno di dimostrare che sono persone civili, istruite, ben educate e come tali non possono non schierarsi dalla parte della difesa della vita umana, da loro considerata sacra (se si tratta di quella dei borghesi; i lavoratori, si sa, sono soggetti ad… incidenti). Noi gli chiediamo: “da quando i rivoluzionari, perché da rivoluzionari vi travestite, hanno avuto bisogno di certificati di buona condotta rilasciati dal sistema che si propongono di abbattere”?
Noi siamo rivoluzionari non benché, ma perché predichiamo la necessità della lotta di classe e della presa violenta del potere politico e perché ci permettiamo di affrontare l’opinione pubblica con tutto il bagaglio dottrinale e storico del comunismo rivoluzionario senza nulla togliere o nulla aggiungere per “adeguarlo” ai tempi, e sentire il bisogno di dover rendere conto a nessuno salvo alla nostra immutabile dottrina. Gli altri, i Piperno, i Negri, i terroristi pentiti o penitenti compiano la loro “evoluzione” fino in fondo, arrivino a proporre i loro servigi allo Stato. Ci auguriamo che ciò accada quanto prima, perché quando questo avverrà sarà caduta un’altra barriera innalzata dalla ideologia borghese per impedire al proletariato di ricollegarsi al proprio partito rivoluzionario di classe.
Le presunte lotte contro il terrorismo, contro le variabili impazzite, i compagni che sbagliano, l’eccessivo militarismo ecc., servono a questi signori solo per combattere la violenza tout court, a farsi garantisti del sistema.
Tutta la feccia ex-sessantottesca ed extraparlamentare è sulle stesse posizioni.
Si paragona l’attuale situazione politica a quella degli anni 1921/22 e si reclama a furor di popolo, come allora venne fatto dai rinnegati socialisti, uno Stato forte che sia in grado di difendere con tutti i mezzi le istituzioni democratiche dalla eversione totalitaria.
Il Sig. Negri Dr. Antonio, dopo lo scherzetto che il duo PCI-Calogero gli ha fatto, da persona intelligente quale è, ha capito subito (anche se in ritardo) da che parte stare ed abbandonando velleità sanguinarie proclama: «la pace come arma, come elemento mortale contro lo sviluppo capitalistico». Ad una così alta considerazione della via pacifica al socialismo non era arrivato nemmeno il PCI, che si limita a parlare di “sviluppo verso forme di socialismo”, di “democrazia progressiva”, ecc..
L’uso della violenza da parte della classe operaia nasce dal fatto che le classi possidenti vivono dello sfruttamento delle classi lavoratrici e non possono mantenere i propri privilegi che adoperando, contro queste ultime, la violenza armata del loro Stato politico. Chi nella società divisa in classi si batte contro l’uso della violenza non fa altro che disarmare la classe sfruttata ed appoggiare le classi dominanti. A chi ciancia di comunismo volendoci presentare un Carlo Marx barbuto e pacioccone come antesignano della lega per la difesa dei diritti umani, mentre la teorizzazione della violenza di classe sarebbe una distorsione asiatico-leninista, a questi signori sbattiamo sul grugno alcune citazioni del vecchio rivoluzionario di Treviri:
«Vi è un sol mezzo con il quale l’agonia mortale della vecchia società e i sanguinosi dolori che accompagnano il parto della nuova società possono essere abbreviati, semplificati, concentrati – un sol mezzo – il terrore rivoluzionano».
Vi è di più, per Marx ed Engels l’uso della violenza ha anche un valore pedagogico determinante: «La rivoluzione non è necessaria soltanto perché la classe dominante non può essere rovesciata in nessun altro modo, ma anche perché la classe che l’abbatte può riuscire soltanto in una rivoluzione a levarsi di dosso tutto lo sterco secolare, e diventare così capace di fondare su nuove basi la società» (Marx, Ideologia Tedesca).
Quando ai comunisti era ancora concesso scrivere sull’Unità affermavano: «La democrazia ha fatto il suo tempo, lungi dal restaurare gli ideali sui quali piangono i vari Amendola e Turati, la rivoluzione delle grandi masse occidentali li farà assistere ad una satanica girandola di calci nel culo a Santa Democrazia mai vergine e sempre martire» (L’Unità, 16.4.24).
Così rimane invariata la nostra posizione sulla proposta avanzata dalle sinistre, vecchie e nuove, di uno Stato forte. «Noi comunisti non siamo così fessi da chiedere un governo forte. Se pensassimo che quello che chiediamo può essere conseguito, chiederemmo un governo veramente debole, che ci garantisse l’assenza dello Stato e della sua formidabile organizzazione. Siccome il proletariato ha il compito di spezzarlo questo vostro maledetto ordine, per costruire il suo sulle rovine di esso, il peggiore nemico è chi si propone di mantenerlo con maggiore energia(…) Quindi i comunisti denunciano come fraudolento il programma della sinistra, sia quando geme per le pubbliche libertà, sia quando si lagna che non c’è il governo forte (…) Non siamo dunque né per il governo debole, né per quello forte, né per quello di destra né per quello di sinistra (…) siamo per un solo governo: quello rivoluzionario del proletariato. Viva il governo forte della rivoluzione» (“Il Comunista”, 2.12.21).
La borghesia ed i suoi «sinistri» servitori orchestrino pure le loro macabre adunate in difesa delle istituzioni democratiche, noi saremo estranei a simili manifestazioni, che hanno un preciso scopo controrivoluzionario. Da parte nostra non verrà mai una condanna morale contro i terroristi che colpiscono i rappresentanti della classe a noi nemica. La nostra condanna e la critica impietosa che facciamo al terrorismo si fonda, non sul rifiuto dell’azione violenta, ma sulla base del programma del marxismo rivoluzionario.