Partito Comunista Internazionale

Falsificatori della sinistra ed interpretazione marxista del terrorismo

Categorie: Fascism, Opportunism, PCd'I, Terrorism

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L’opportunismo ufficiale, i grandi partiti socialdemocratici di ieri e quelli nazionali comunisti di oggi sono, per noi marxisti rivoluzionari, i peggiori nemici della classe operaia.

Sono loro che disarmano la classe operaia e la aggiogano agli interessi del capitale e del suo regime. Il partito deve quindi svolgere una critica spietata contro l’opportunismo collaborazionista e smascherare, agli occhi dei lavoratori, il suo infame gioco. Solo quando le masse proletarie tenderanno a non subire più passivamente il collaborazionismo di classe e a sfuggire alle direttive forcaiole dei venduti al capitale, il partito comunista rivoluzionario avrà fertile terreno per lavorare al loro interno, si potrà realmente parlare di difesa delle condizioni operaie ed anche di offensiva rivoluzionaria. I comunisti hanno sempre saputo che l’opera di ricostruzione non sarebbe stata né breve, né facile ed è questo che li ha salvati dal pericolo di ubriacature di fronte a fatui fenomeni di “rinascita rivoluzionaria“.

«Sapevamo benissimo, lo ripetiamo, che i partiti opportunisti non si sarebbero dissolti di colpo, ma solo dopo una lunga agonia che ci avrebbe fatto assistere all’espulsione da questi organismi putrefatti di ogni sorta di escrementi. E, oggi lo sfilaccicamento dei partitacci è finalmente incominciato, questi escrementi, sotto forma di innumerevoli gruppi e gruppetti, di parodie di grandi partiti e di sette varie, ammorbano l’aria della lotta di classe, facendo ingoiare ai proletari le peggiori porcherie inzuccherate in una fraseologia pseudo violenta e falsamente rivoluzionaria. E, è inutile dirlo, tutto questo ondeggiare di merda trova il suo terreno più favorevole nelle aule delle università borghesi, fra gli studenti, gli intellettuali, l’“intellighentia”che nella sua ignoranza presume di avere qualche cosa da insegnare alla classe proletaria, mentre avrebbe tutto da imparare mettendosi alla scuola delle battaglie proletarie di ieri e di oggi, in tutta umiltà. La stessa piccola borghesia intellettuale, la quale insegnava ieri ai proletari i miracoli della via pacifica e nazionale al socialismo, le bellezze del socialismo russo e le meraviglie della resistenza antifascista e dello stato democratico, impugna oggi la frase rivoluzionaria e pronuncia alle masse operaie inginocchiate discorsi di fuoco, ma, come sempre accade alla piccola borghesia, sono solo discorsi che nascondono una realtà ben più profonda ed una volontà ben più vigliacca: contrabbandare sotto un nuovo involucro il vecchio opportunismo, rendere accettabile agli operai che stanno aprendo gli occhi il vecchio gioco dei bussolotti agghindati a nuovo, ritardare il collegamento della classe operaia con il suo partitoche non è nato oggi, ma è nato cento anni fa, con un programma ben preciso che deriva da esperienze rivoluzionarie grandiose e che è vissuto e vive dopo aver attraversato le più terribili tempeste storiche» (Programma comunista n. 13 – 1968).

Il partito quindi non esalta e non si rallegra per il pullulare di gruppi che criticano da “sinistra” le centrali dell’opportunismo anche se essi si richiamano al marxismo, alla violenza di classe e perfino alla dittatura del proletariato. Sbaglia chi crede che essi contribuiscano ad accelerare la crisi dei partiti opportunisti. Come abbiamo visto dalla citazione tratta da quello che allora era il nostro organo di partito, i gruppi “rivoluzionari” della cosiddetta Nuova Sinistra non sono causa di crisi dei carrozzoni socialtraditori, bensì sono l’effetto di detta crisi. Il loro diretto grado di parentela con l’opportunismo ufficiale lo si può ravvisare nella spasmodica ricerca di nuove forme adatte alle mutate situazioni. Allora, se compito del partito è quello di affilare le armi della critica per dimostrare alla classe operaia il tradimento dell’opportunismo e la sua totale collaborazione con il nemico di classe, allo stesso modo il partito deve mettere in guardia la classe operaia da quelle che sono solo varianti di sinistra dell’opportunismo ufficiale.

Noi, Sinistra Comunista, a costo di essere tacciati da settari, abbiamo sempre tenuto un atteggiamento netto e preciso: «I denigratori frontali del marxismo come teoria della storia vanno preferiti ai puntellatori e rattoppatori di essa, tanto peggio se a fraseologia non collaborazionista ma estremista, secondo i quali varianti e complementi critici dovrebbero correggere i suoi insuccessi ed impotenze» (1951). Ed ancora: «Una nuova dottrina non può apparire in qualsiasi momento storico, ma sono date e ben caratteristiche – e anche rarissime – epoche della storia in cui essa può apparire come un fascio di abbagliante luce, e se non si è ravvisato il momento e affisata la terribile luce, vano è ricorrere ai moccoletti, con cui si apre la via il pedante accademico o il lottatore di scarsa fede». «Chi quindi si pone a sostituire parti, tesi, articoli essenziali del corpus marxista che da circa un secolo possediamo, ne uccide la forza peggio di chi lo rinnega in pieno e ne dichiara l’aborto» (1952).

A questo punto è bene occuparci di un gruppo di falsari che contrabbandando una qualche appartenenza alla Sinistra Comunista si impegnano a smantellarne tutte le sue caratteristiche posizioni per dedicarsi, al contrario, a cercare punti di convergenza e di dialogo con tutta la miriade di gruppi “rivoluzionari”, prendendo sbandate a catena, salvo poi rimangiarsi, volta a volta, quello che il giorno prima avevano affermato. Riferendosi al fatto specifico del terrorismo questi signori, in particolare le sezioni “au de là des Alpes”, arrivano ad esprimere le seguenti valutazioni:

1) I terroristi sono compagni «troppo impazienti per intraprendere il lungo e difficile commino della lotta collettiva e disciplinata di classe», ma tuttavia sono dei «precursori del futuro risveglio del gigante proletario», sono delle «rare boccate di ossigeno in una atmosfera nauseabonda», e, «quando la classe avrà ritrovato la sua memoria collettiva, essi entreranno tra le figure di quelli che hanno contribuito a riaccendere la fiamma della lotta rivoluzionaria nelle vecchie metropoli».

2) Anche se con le loro azioni non aprono la strada alla ripresa rivoluzionaria di classe, non di meno hanno il merito di «richiamarsi alla necessità della violenza per la lotta proletaria».

3) A differenza «degli anarchici bombaroli e dei terroristi socialisti-rivoluzionari russi che pretendevano di provocare la nascita e l’esplosione del movimento rivoluzionario e insurrezionale, come coloro che ritengono di poter far piovere indossando un impermeabile», le azioni degli attuali terroristi sono paragonate ad autentiche azioni rivoluzionarie proletarie, anche se minoritarie, come fu «la partecipazione dei comunisti alla lotta disperata contro la reazione bianca, nel 1919, in Baviera alla quale il proletariato era stato spinto dalla forza controrivoluzionaria della socialdemocrazia e dall’avventurismo del centrismo indipendente, così come nel marzo 1921 davanti allo scatenarsi della violenza borghese».

4) Criticare il terrorismo è atteggiarsi a «professori di marxismo» che, nella loro mania di purezza, pretendono dal proletariato «una rivoluzione comme il faut», dimenticando che «distinguere la violenza collettiva e la violenza individuale nella guerra, è cavillare sulla possibilità di un combattimento nel quale si potrebbe proscrivere la violenza individuale, e o il più spesso ciò significa non voler affatto combattere» (Il Comunista, 31.7.1921).

Tradizione della Sinistra è la condanna al silenzio nei confronti dei transfughi. Quindi, anche in questo caso, non scenderemo sul piano del pettegolezzo, caro a detti messeri, ma riproporremo in modo corretto e tradizionale le invarianti posizioni del marxismo rivoluzionario.

Lenin sosteneva che non si dovessero frenare le intemperanze e gli eccessi dei lavoratori, ritenendoli, al contrario, un mezzo utile e necessario per terrorizzare le classi borghesi e fondiarie. La Sinistra Comunista, dalla nascita del P.C.d’Italia fino a che ebbe in mano la direzione del partito, non esitò a dare precise disposizioni perché si organizzassero azioni repressive contro i beni e le persone dei ricchi borghesi e agrari, come rivalsa, anche preventiva, nei confronti delle scorribande delle squadracce bianche e nere.

Questo non significa però che il partito approvi il preteso rispondere colpo su colpo dei gruppi del partito armato in quanto non è altro che volgare attivismo inferiore, per qualità, a quello degli anarchici classici.

La Sinistra comunista imposta la questione in tali termini: «In ogni prospettiva di ogni movimento rivoluzionario generale, non possono non essere presenti questi fondamentali fattori: a) un ampio e numeroso proletariato di puri salariati; b) un grande movimento di associazioni a contenuto economico che comprenda una imponente parte del proletariato, c) un forte partito di classe rivoluzionario nel quale militi una minoranza di lavoratori, ma al quale lo svolgimento della lotta abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza sul movimento sindacale a quella della classe e del potere borghese» (Partito Rivoluzionario ed Azione di Classe – Punto 8).

Il partito comunista considera il sindacato «organo indispensabile per la mobilitazione della classe sul piano politico e rivoluzionario, attuata con la presenza e la penetrazione del partito comunista nelle organizzazioni economiche di classe» (Tesi caratteristiche Parte II – Punto 6, 1952). Ne discende che l’armamento del proletariato, anche in senso puramente di difesa, è possibile solo quando si è in presenza di un movimento di classe in cui lavora a dirigerlo il vero partito di classe.

Nella deprimente situazione odierna in cui i partiti e i sindacati traditori hanno fatto blocco con il regime ed essi stessi si assumono il compito di reprimere ogni minimo movimento spontaneo di classe, è veramente facile per lo Stato e per le classi borghesi ricostruire l’apparato repressivo legale ed “illegale”. La manovra capitalistica, coadiuvata dall’opportunismo, produce il suo massimo sforzo nel tenere i lavoratori lontani dal vero partito comunista. Per bloccare e contrattaccare questa manovra ci vuol altro che l’aggressione al personale dello Stato, il gesto eroico e disperato e simili arnesi dell’individualismo piccolo-borghese! Perché di nuovo si possa parlare, di difesa proletaria è indispensabile che risorgano organizzazioni economiche di classe sottratte dal dominio dello Stato capitalistico e dei partiti opportunisti. E’ indispensabile che i proletari si liberino dalla influenza dei partiti traditori e si leghino all’indirizzo comunista rivoluzionario, accrescendo le forze del partito e le sue possibilità di penetrare negli organismi economici di classe. Solo seguendo questa via il proletariato ridiventerà capace di difesa delle proprie condizioni di vita e di autodifesa nei confronti della violenza legale ed “illegale” delle forze borghesi, così come ridiventerà capace di offensiva rivoluzionaria.

Parlare di autodifesa proletaria contro la violenza borghese quando il proletariato, in mano all’opportunismo, non riesce nemmeno a difendere il pane ed il posto di lavoro, è soltanto una vile beffa nei confronti degli operai, un ennesimo mezzo per far loro dimenticare la sola strada dell’armamento rivoluzionario di classe: il risorgere di organizzazioni economiche di classe dirette o influenzate dal partito comunista.

Nel caos di forze e di tendenze “rivoluzionarie” il partito politico della classe lavoratrice ha il dovere di sapersi felicemente orientare e di tracciare un indirizzo sicuro della sua strategia. Il primo aspetto di questo problema è il rendersi conto della funzione di tutti gli altri partiti e movimenti politici, per dedurne l’atteggiamento da assumere nei loro confronti. Oggi ci sono tanti movimenti che tendenzialmente possono aspirare alla qualifica di rivoluzionari, vi sono tanti programmi di rivoluzione, ossia tanti progetti di reggimento sociale o statale da sostituire a quello vigente. Risultato di tutto questo è che riescono a distogliere l’attenzione da quella che è l’antitesi fondamentale fra due sole forze nemiche, nella quale soltanto si delinea efficacemente il divenire della rivoluzione.

«L’esistenza di troppe specie di rivoluzionari rende difficile la rivoluzione nel senso che ingombra la chiara impostazione definitiva della lotta rivoluzionaria. Tra l’ingombro di queste forze la critica e l’azione comunista devono ad ogni costo e sicuramente, spezzando e sprezzando pregiudizi ed opportunismi, farsi luce ed aprirsi una via. L’interrogativo che più imbarazza i competenti di cose politiche (…), che per somma sventura pullulano ogni giorno di più, è quello di classificare i vari gruppi e movimenti rivoluzionari o semirivoluzionari secondo la comune estimazione politica della destra e della sinistra. Con ben altro criterio i comunisti devono svolgere l’analisi della situazione, preoccupandosi di ridurre ad unità le forze della conservazione, interpretando accortamente il valore conservatore di alcuni movimenti, dalle scapigliate pose avanguardiste, e di condurre ad effettiva unità di coscienza e di metodo quelle forze che effettivamente dovranno inalvearsi nella realizzazione rivoluzionaria» (Il Comunista, 24.1.1921).

E’ pura illusione credere che tutte quelle correnti, che aspirano ad una «rivoluzione fino ad un certo punto» o che si distinguono per la loro mania, quasi sportiva, di battere il record dell’estremismo con le loro azioni, possano creare una situazione di instabilità del potere statale in cui l’assalto finale del proletariato potrebbe efficacemente inserirsi. Ma, anche se ammettessimo questa possibilità, «non bisogna dimenticare che in questa seconda fase i peggiori nemici sarebbero i ’rivoluzionari’ del momento precedente, e sarebbe sommamente pericoloso che quella avanguardia del proletariato che segue il programma comunista fosse dominata dalla speranza di avere in loro degli amici, come avverrebbe se nella prima fase si marciasse gomito a gomito con essi» (Il Comunista, 31.7.21).

E’ della massima importanza notare come il partito comunista nel 1921/22 fosse dispostissimo ad azioni concomitanti con altre forze politiche (Esempio: la battaglia di Oltretorrente a Parma), ma escludesse nel modo più assoluto intese organizzative o, peggio ancora, ideologiche con detti gruppi. Questo «non per scrupoli di ordine morale, ma perché, data appunto la funesta influenza di quel ’confusionismo rivoluzionario’ di cui trattiamo, anche purtroppo sulle masse che seguono il partito il gioco sarebbe troppo pericoloso e la manovra del disimpegno riuscirebbe a nostro danno» (Il Comunista, 31.7.21).

Malgrado la precisione e la chiarezza dell’atteggiamento che, riguardo al terrorismo, ha sempre assunto il marxismo rivoluzionario, i nostri falsari arrivano a mettere in bocca di Lenin e della Sinistra Italiana espressioni di vero compiacimento nei confronti della violenza individuale.

Il riconoscimento della validità di azioni anche individuali e minoritarie, ma sempre inquadrate nel disegno generale della rivolta proletaria, viene contrabbandato come plauso verso qualsiasi movimento, del tutto estraneo dalla tradizione e dalla classe, purché esso imbracci un fucile, e si arriva addirittura a paragonare l’attuale terrorismo all’eroico sacrificio dei comunisti tedeschi del 1919 e del 1921.

Lenin, nell’articolo “Da che cosa cominciare?” nel maggio 1901 scriveva: «In linea di principio noi non abbiamo mai rinunciato e non possiamo rinunciare al terrorismo. È un’operazione militare che può perfettamente servire, ed essere perfino necessaria, in un determinato momento della battaglia, quando le truppe si trovano in una determinata situazione ed esistono determinate condizioni. Ma la sostanza del problema è precisamente che oggi il terrorismo non viene affatto proposto come una azione dell’esercito operante, strettamente legata ed adeguata a tutto il sistema di lotta, ma come un sistema di attacco singolo, autonomo e indipendente da ogni esercito. E quando manca una organizzazione rivoluzionaria centrale e quelle locali sono deboli, il terrorismo non può essere niente altro. Ecco perché dichiariamo decisamente che nelle circostanze attuali questo mezzo di lotta è intempestivo, inopportuno, in quanto distoglie i combattenti più attivi dal loro vero compito, più importante per tutto il movimento e disorganizza non le forze governative, ma quelle rivoluzionarie».

Esiste una totale contrapposizione tra coloro che ritengono necessaria l’azione individuale per suscitare lo sdegno e la lotta delle masse lavoratrici ed il marxismo, che vede questa lotta scaturire dalle contraddizioni della società capitalistica ed il bisogno di dare a questa una guida cosciente: il partito.

Per i marxisti rivoluzionari la classe operaia è costretta non dal capire o dalla emozione suscitata con gesta simboliche, ma dalle pressioni materiali che agiscono sui proletari. Il problema non è dunque quello di far muovere le masse, ma di dirigere in senso rivoluzionario il movimento che inevitabilmente scaturirà.

«La rivolta delle masse non si crea, ma si compie. Essa è il risultato dei rapporti sociali e non il frutto di un piano. È impossibile crearla, si può solo prevederla. Bisognava prepararsi alla rivolta armata, non abbiamo mai preparato la rivolta, noi ci siamo preparati alla rivolta e questo per noi significa soprattutto illuminare la coscienza del popolo, spiegargli che il conflitto aperto era inevitabile, che era necessaria una possente organizzazione delle masse rivoluzionarie» (Trotski, 1907).

Sempre Trotski, nel 1911, scriveva: «Un attentato ’riuscito’ può portare scompiglio nella cerchia dirigente? Ciò dipende dalle circostanze politiche del momento. Si tratterebbe comunque di uno scompiglio di breve durata. Lo Stato capitalista non si fonda soltanto su alcuni ministri e non può essere distrutto assieme ad essi. Le classi che esso rappresenta troveranno sempre nuovi servitori, dato che il meccanismo rimarrebbe intatto e continuerebbe a funzionare. Ma lo scompiglio che gli attentati terroristici provocano nella classe operaia è molto più profondo. Se bastasse armarsi di una pistola per raggiungere lo scopo, a cosa servirebbero allora tutti gli sforzi della lotta di classe? Se bastasse un po’ di piombo e di polvere per trafiggere la testa del nemico, a cosa servirebbe l’organizzazione di classe? A che serve il partito se i grandi gerarchi possono essere intimoriti dal fracasso di una esplosione? Perché le riunioni, perché l’attivazione delle masse, se è tanto facile centrare dalle tribune del parlamento i banchi dei ministri? Il terrorismo individuale è assolutamente inammissibile ai nostri occhi perché esso degrada le masse, facendo loro perdere la dignità, le riconduce alla loro primitiva impotenza e fa convergere i loro sguardi e la loro speranza sulla persona del grande vendicatore, del salvatore che comparirà un giorno per svolgere la sua opera».

Lenin: «Le tendenze che esprimono (…) sono la tradizionale instabilità di idee degli strati intermedi ed indefiniti dell’intellettualità, si sforzano di sostituire al legame con determinate classi una azione tanto più chiassosa quanto più fortemente si fanno sentire gli eventi. ’Facciamo chiasso, fratello, facciamo chiasso: questa è la parola d’ordine di molte persone che si lasciano trascinare dal turbine degli avvenimenti e non hanno basi né teoriche, né sociali (…) Che l’unica speranza della rivoluzione è la ’folla’, che contro la polizia può lottare solo una grande organizzazione rivoluzionaria che diriga (concretamente e non a parole) questa folla, è una verità elementare. Ci si vergogna perfino a doverlo dimostrare. E solo uomini che hanno dimenticato tutto o non hanno imparato assolutamente nulla, hanno potuto decidere ’il contrario’, arrivando a dire un’assurdità incredibile, che muove a sdegno, e cioè che i soldati possono ’salvaguardare’ l’autocrazia dalla folla, la polizia dalle organizzazioni rivoluzionarie ma nessuno può salvaguardarla dai singoli individui che danno la caccia al ministro. (…) Tali individui non capiscono che già questa sola premessa è avventurismo politico e che il loro avventurismo dipende dalla loro mancanza di principi. Il comunismo metterà sempre in guardia contro l’avventurismo e denuncerà in modo implacabile le illusioni che inevitabilmente finiscono con una totale delusione».

Nella migliore delle ipotesi, il terrorismo è frutto di ingenuità politica e militare. Sulla presunta funzione di stimolo del movimento rivoluzionario Lenin diceva che non c’era altro argomento che si confuti da sé stesso con maggiore evidenza. Come si può pensare che la classe operaia quando essa è incapace di ribellarsi di fronte allo sfruttamento quotidiano, alla disoccupazione e alla miseria, ai continui scandali politici, di fronte al duello di un pugno di terroristi con il governo scenda in campo con le armi in pugno? Altra concezione puramente idealistica è quella che ritiene che sia il progressivo irrigidimento delle strutture statali e dell’apparato repressivo, dovuto ai continui attacchi sferrati dai terroristi, a far insorgere il proletariato. Questo tentativo di provocare la lotta di classe in provetta non comprende che il proletariato non scende in campo per rivendicare la libertà di (parola, pensiero, ecc.), ma la libertà da (dalla miseria, dallo sfruttamento…). Oltretutto l’impossibilità di svolgere un ruolo di forza trainante del proletariato è dovuta anche al metodo di lotta stesso che: «esige una tale concentrazione di energie in un solo ’attimo essenziale’; una tale super valutazione dell’eroismo individuale ed infine una tale segretezza nella congiura (…) che esso esclude del tutto l’attivizzazione e l’opera di organizzazione in seno alle masse» (Trotski,1909).

Combattendo il terrorismo i comunisti si impegnano a non abbandonare la classe operaia per andare a mettere qualche bomba sotto il sedere di qualche illustre personaggio. Lenin insegna che i comunisti considerano l’insurrezione come un’arte, che l’insurrezione per essere vittoriosa deve avere queste caratteristiche: 1) Non deve poggiare né su un complotto, né su un partito (partito armato o baggianate simili!), ma sulla classe progressiva. 2) Deve appoggiarsi sullo slancio rivoluzionario della classe. 3) «Deve sfruttare quel punto critico nella storia della rivoluzione ascendente, che è il momento in cui l’attività delle fila più avanzate del popolo è massima e più forti sono le esitazioni nelle file dei nemici e nelle file degli amici deboli, equivoci ed indecisi della rivoluzione. Ecco le tre condizioni che, nell’impostare il problema dell’insurrezione, distinguono il marxismo dal blanquismo» (Lenin).

Precedentemente avevamo affermato come nel 1921/23 il P.C.d’Italia, diretto dalla Sinistra, affrontasse con la massima serietà il problema dell’organizzazione militare di classe. L’esperienza pratica, come dimostra un rapporto dell’apparato militare clandestino, che abbiamo ripubblicato sul nostro giornale, ha definitivamente espresso il principio che la costituzione di squadre di azione militare comuniste deve essere a base del partito. Questo non significa una riedizione del “partito armato” perché, come abbiamo più volte affermato, non è il partito che fa la rivoluzione. La rivoluzione la fanno le grandi masse proletarie ed il partito, fino a dopo la presa del potere, non inquadrerà che una minoranza di proletari, la loro avanguardia. D’altra parte il partito ha il compito ed il dovere di dirigere la rivoluzione perché è il solo organismo ad avere determinazione e capacità di abbattere il sistema capitalistico e instaurare la dittatura del proletariato. L’inquadramento militare a base del partito significa quindi non inquadramento di soli iscritti al partito, ma (proprio come avveniva negli anni 1921/23) di tutti quei proletari che si impegnino, pur non aderendo al programma marxista, ad essere disciplinati, in fatto di organizzazione militare, solo alle direttive del partito comunista. E questo, per quanto l’immaginazione piccolo-borghese sia incapace di capirlo, non limita affatto la potenza delle squadre rivoluzionarie, bensì le rafforza. Prima di tutto perché la disciplina militare deve essere almeno altrettanto rigida quanto quella politica, e non si può obbedire a discipline diverse; inoltre, in quanto l’organo della rivoluzione proletaria è e non può che essere il partito comunista, esso deve assolvere anche la funzione decisiva dell’organizzazione militare. E’ soprattutto indispensabile che l’autonomia dell’organizzazione militare comunista sia rigorosamente salvaguardata, perché la critica delle armi diretta dal partito possa essere rivolta in ogni momento anche contro sedicenti alleati dell’ora precedente. E sappiamo in anticipo che questi si trasformeranno in nostri nemici.

«Il lavoro per la costituzione e l’esercitazione delle squadre comuniste deve dovunque continuare ed iniziare dove ancora non lo si è affrontato, ma attenendoci al rigoroso criterio che l’inquadramento militare rivoluzionario del proletariato deve essere a base del partito, strettamente legato alla rete degli organi politici del partito» (Il Comunista, 14.7.1921). «Gli organi centrali del partito comunista hanno operato alla costituzione dell’indipendente inquadramento comunista proletario e non si sono lasciati deviare dalla apparizione di altre iniziative, che fino a quando agiranno nello stesso senso della nostra non saranno certo considerate come avversarie, ma la cui maggiore popolarità apparente non ci sposterà dal compito specifico, che dobbiamo assolvere contro tutta una serie di nemici e di falsi amici di oggi e di domani» (Il Comunista, 7.8.21).

Quindi sarebbe errore fatale per il partito fare anche le minime concessioni a tali movimenti, aprire le maglie della dottrina, della tattica e della organizzazione comunista, non mettendo in rilievo che oggi, a maggior ragione di ieri, la prospettiva del terrorismo va contro quella comunista.

Dichiarare che alcune delle sue posizioni possono convergere con quelle che sono le prospettive del partito significherebbe pregiudicare irrimediabilmente la stessa possibilità di vittoria del futuro attacco proletario al mostro capitalistico.

Dobbiamo ribadire che il terreno su cui si verifica una effettiva polarizzazione delle forze sociali e su cui quindi è possibile indirizzare il movimento operaio verso una effettiva via rivoluzionaria è, e non può che essere, il terreno dell’organizzazione economica proletaria. Fin dal “Manifesto” del 1848 la lotta sindacale di classe e considerata scuola di guerra: è su questo terreno che il partito si rafforzerà ed esprimerà anche la sua organizzazione militare.

L’attività pratica del P.C.d’Italia, diretto dalla Sinistra, si basò su questo fattore. Per tutto il periodo 1919/22 il punto di forza della classe operaia fu l’organizzazione economica, sia nei momenti di attacco che di difesa. Durante gli scioperi contro il caro-viveri del 1919 le Camere del Lavoro rappresentarono il potere proletario di fronte alla piccola borghesia impaurita. Di fronte al nascente fascismo, 1920/21, la prima organizzazione di difesa armata fu all’interno delle Camere del Lavoro, che se cedettero fu soprattutto per la paura ed il tradimento dei capi socialdemocratici, come dimostra l’esempio significativo di Bologna nel 1920.

Di solito dirigeva la Camera del Lavoro – dice il citato testo militare – un deputato, un oratore portato più alla riflessione che all’entusiasmo e «quando la difesa armata della CdL si dimostrò un atto vicino a compiersi e non una smargiassata di sola apparenza, quest’uomo perse la testa e chiese per telefono l’intervento della polizia». A Livorno «fu finalmente spezzata l’unità col peso morto» ed il partito negli anni successivi «tenne fede ai suoi patti con il proletariato». Nonostante che la reazione fascista si fosse sviluppata, nonostante il continuo appello alla legalità da parte dei socialtraditori ed il famigerato “patto di pacificazione“, nonostante il sabotaggio di tutti i partiti del glorioso sciopero generale dell’agosto 1922 e la conseguente vittoria del fascismo con la farsesca “marcia su Roma”, l’apparato militare del partito continuava a resistere senza che la reazione fascista riuscisse ad intaccarlo.

All’indomani dell’assassinio Matteotti, quando la direzione del partito era ormai in mano ai centristi e Gramsci cascava nel tranello dell’antiparlamento, ancora una volta fu la Sinistra, ormai relegata all’opposizione, a proporre la «matteottizzazione» di Mussolini.

Lenin, abbiamo visto, dichiarava che non è possibile rinunciare al terrorismo in linea di principio e che in certe contingenze della lotta rivoluzionaria può essere perfino necessario. L’importante è che esso sia legato ed adeguato a tutto il sistema di lotta che il partito deve svolgere.

Vediamo in breve quale era la situazione all’indomani degli avvenimenti del 10 giugno 1924: venne subito fuori che le responsabilità dell’assassinio Matteotti arrivavano fino ai più alti gradini della gerarchia fascista. Mussolini dovette infatti silurare uomini fidatissimi come Cesare Rossi, Aldo Finzi e perfino De Bono fu costretto a dare le dimissioni da capo della polizia.

All’interno del partito fascista, non preparato ad un simile evento, sorsero spaccature e defezioni. Il regime stava vacillando e la sua caduta era attesa da un momento all’altro. A questo punto tutte le forze borghesi, interpretate dai partiti democratici, ritirarono il loro appoggio al fascismo e, senza mezzi termini, chiesero l’allontanamento di Mussolini, anche se poi tutta la loro opposizione si risolse con la questione “morale”. Malgrado gli inviti alla calma lanciati dal PSI, dalla CGdL e dagli altri sindacati «per non compromettere con iniziative particolari e inconsulte lo sviluppo degli avvenimenti» (Battaglie Sindacali, 12.6.1924), scioperi spontanei scoppiarono da un capo all’altro del paese. I lavoratori capirono che era necessario accettare la sfida del fascismo e per un attimo ritrovarono l’ardore rivoluzionario degli anni precedenti. Quello che restava delle organizzazioni sindacali rosse ricominciava a funzionare. Gli operai erano decisi a farla finita con il regime del terrore borghese.

Il P.C.d’ltalia era reduce dalla grande vittoria elettorale nella quale il proletariato aveva dimostrato di vedere in esso l’unico partito conseguentemente antifascista ed unico riferimento di lotta. La vittoria era stata dovuta soprattutto al modo con cui la Sinistra aveva impostato la campagna elettiva.

Si era andati alle elezioni: «non come a quella esercitazione di cretinismo parlamentare, che tanto ricorda le manie per Spalla e per Girardengo, ma come ad un episodio della incessante lotta di classe» (Lo Stato Operaio, 28.2.1924). «Malgrado l’offensiva governativa lanciata prima di tutto contro le nostre liste e contro il nostro lavoro elettorale (…) Anche elementi non comunisti hanno votato per le liste comuniste perché vedevano nel comunismo l’antifascismo più chiaro e radicale, il più netto rifiuto di ciò che essi odiavano» (Rapporto della Sinistra sul fascismo al 5° congresso dell’I.C., 1924).

In una tale situazione, l’attentato e l’uccisione di Mussolini, sia che gli “arditi” fascisti si fossero squagliati (come fecero all’indomani del 25 luglio di venti anni dopo), sia che si fossero abbandonati alla più feroce repressione, avrebbe innanzi tutto dimostrato che il partito del proletariato non teme le provocazioni della violenza nemica, ma accetta la sfida anche sul piano della lotta armata e dell’assassinio.

In secondo luogo avrebbe smascherato l’opposizione aventiniana di borghesi ed opportunisti che sarebbero prontamente accorsi a far fronte unico con il fascismo in difesa dell’ordine capitalistico. Il proletariato, forse, non avrebbe vinto la guerra civile, ma avrebbe sfatato per sempre il turpe mito dell’antifascismo democratico e questa, visto come sono andate le cose; sarebbe stata una grandissima vittoria politica.