Partito Comunista Internazionale

Marxismo e violenza

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Qualsiasi Stato, qualunque sia la sua forma di governo, rivendica per sé il monopolio della violenza e della repressione. Questo è così normale e ormai da tutti acquisito che quando si parla di violenza si intende sempre qualche cosa che esorbita dai poteri statali, dando per scontato il legittimo uso che di essa fa il potere statale.

Il monopolio della violenza è per ogni Stato un diritto inalienabile verso il quale esso dimostra la più gelosa sollecitudine e reprime drasticamente qualsiasi organizzazione privata che attenti a questo suo diritto. In questo modo l’organizzazione statale lotta per la sua sopravvivenza.

Per la dottrina marxista la violenza si manifesta come lotta tra le classi aventi opposti interessi economici; questa lotta, nelle fasi culminanti, arriva a contesa armata per la conquista del potere politico. Ne consegue che per eliminare la violenza nella società occorre eliminare la violenza nella struttura economica ed esattamente la proprietà privata ed il modo di produzione capitalistico. La premessa per questo trapasso rivoluzionario è l’abbattimento violento dello Stato del capitale, macchina della conservazione dei privilegi delle classi dominanti.

Altra considerazione tipica della dialettica marxista è che ogni tipo di istituzione e ordinamento sociale e politico non è di per sé stesso buono o cattivo, da accettare o da respingere secondo l’esame delle sue caratteristiche in base a canoni generali ed immutati. Secondo la lettura marxista della storia ogni tipo di istituzione sociale sorge come una conquista rivoluzionaria, diviene successivamente riformista per arrivare ad essere, infine, un ostacolo reazionario.

«La concezione materialistica della storia parte dal principio che la produzione e, con la produzione, lo scambio dei suoi prodotti sono la base di ogni ordinamento sociale; che, in ogni società che si presenta nella storia, la distribuzione dei prodotti, e con essa l’articolazione della società in classi o stati, si modella su ciò che si produce, sul modo come si produce e si scambia ciò che si produce. Conseguentemente le cause ultime di ogni mutamento sociale e di ogni rivolgimento politico vanno ricercate non nella testa degli uomini, nella loro crescente conoscenza della verità eterna e dell’eterna giustizia, ma nei mutamenti del modo di produzione e di scambio: esse vanno ricercate non nella filosofia, ma nella economia dell’epoca che si considera» (Antidühring)

L’attuale ordinamento sociale è stato creato dalla borghesia organizzata in classe dominante.

Quando il modo di produzione capitalistico divenne incompatibile con i privilegi locali e con i vincoli dell’ordinamento feudale, la borghesia infranse questo ordinamento e sulle sue rovine impiantò l’organizzazione sociale borghese: il regno della libera concorrenza, della libertà di domicilio, dell’uguaglianza dei diritti dei possessori di merci. La possibilità, per il modo di produzione capitalista, di svilupparsi ed espandersi liberamente crea anche un conflitto permanente tra le nuove forze produttive ed il modo di produzione. «Il socialismo moderno non è altro che il riflesso ideale di questo conflitto reale, il suo ideale rispecchiarsi, in primo luogo, nella testa della classe che sotto di esso direttamente soffre: la classe operaia».

Per i marxisti tutti gli antagonismi storici fino ad ora esistiti fra classi dominanti e sfruttatrici e classi dominate e sfruttate trovano, come abbiamo visto, la loro spiegazione nel modo di produzione, quindi sfruttamento e violenza non sono categorie astratte nei confronti delle quali i comunisti possano esprimere un loro giudizio morale, di approvazione o di condanna, ma le valutano nel senso della evoluzione storica dei rapporti sociali.

Come non viene valutata negativamente l’introduzione della schiavitù che «nelle circostanze di allora fu un grande progresso», così approviamo la violenza ed il terrore della borghesia che spazzò via le caste feudali e chiesastiche. Il nascente proletariato, assieme alla massa dei nullatenenti, contribuì alla buona riuscita della rivoluzione borghese, anche contro la stessa borghesia. Allora il proletariato, che cominciava appena a distaccarsi dalle masse dei nullatenenti, appariva come il: «ceppo di una nuova classe, ancora assolutamente incapace di una azione politica indipendente (…) All’immaturità della produzione capitalistica, corrispondevano teorie immature».

La borghesia rivoluzionaria predicava e credeva che la sua società non offrisse che inconvenienti: eliminarli sarebbe stato compito della ragione pesante. L’immaturità oggettiva che impediva di creare, agli albori del regime capitalistico, una organica dottrina del proletariato non impedì però ai socialisti di dichiarare l’impossibilità di una pacifica convivenza tra la classe lavoratrice ed il regime borghese.

Una prima impostazione della strategia di classe del nascente proletariato è la prospettiva di realizzare moti antiborghesi sullo slancio della stessa lotta insurrezionale condotta al fianco della borghesia, raggiungendo in modo immediato la liberazione dall’oppressione feudale e dallo sfruttamento capitalistico. Una manifestazione embrionale si ha sin dalla rivoluzione francese con la Lega degli Uguali di Babeuf. Teoricamente il movimento è del tutto immaturo, ma resta significativa la lezione storica della implacabile repressione che la borghesia giacobina vittoriosa esercita contro gli operai che avevano combattuto con essa per i suoi interessi. Alla vigilia dell’ondata rivoluzionaria e nazionale del 1848, la teoria della lotta di classe è già compiutamente elaborata, essendo ormai chiari su scala europea e mondiale i rapporti tra borghesia e proletariato.

«Marx nel Manifesto progetta al tempo stesso l’alleanza con la borghesia contro i partiti della restaurazione monarchica in Francia e del conservatorismo prussiano, e un immediato sviluppo verso una rivoluzione che miri alla conquista del potere da parte della classe operaia» (Tracciato di Impostazione).

L’uso della violenza proletaria per abbattere il regime di sfruttamento borghese è divenuto “legittimo” da quando, con l’enorme sviluppo della grande industria, ogni classe dominante e sfruttatrice è divenuta superflua, anzi, di ostacolo al pieno sviluppo della società.

Che il capitalismo sia ormai divenuto di impedimento allo sviluppo delle forze sociali viene riconosciuto perfino da Berlinguer (vedi il discorso al festival di Bologna). Ma la differenza tra Berlinguer ed i Marxisti è che per il segretario del PCI il proletariato dovrà, un giorno, prendere parte al governo dello Stato capitalistico e convertire gradualmente, in pieno accordo con tutte le componenti sociali e senza costrizione alcuna, questo sistema capitalistico in un sistema socialista; per i comunisti, al contrario, «soltanto con l’organizzazione del proletariato in classe, ossia in partito politico, e con l’instaurazione armata della sua dittatura il proletariato potrà distruggere il potere e l’economia capitalistica e rendere possibile una economia non capitalistica, non mercantile» (Tracciato di Impostazione).

Che la violenza, nella società, abbia una funzione rivoluzionaria, che sia, secondo quanto ha affermato Marx, levatrice di storia, infrangendo forme irrigidite e sopravvissute a loro stesse, è cosa del tutto sconosciuta per i comunisti riformati che, predicando il pacifismo e la tolleranza, si prefiggono di inchiodare la classe lavoratrice allo sfruttamento capitalistico, senza che quest’ultimo sia costretto ad impiegare in modo palese la sua violenza.

In più inculcano nei cervelli dei lavoratori l’idea che ribellarsi sarebbe una grande infamia perché comprometterebbe le regole e gli ordini da cui dipende la salvezza di tutti, indistintamente. Il marxismo rivoluzionario, dal canto suo, ha sempre smascherato, agli occhi dei lavoratori, coloro che predicando la non violenza ed il pacifismo di fatto avallano la violenza ed il terrorismo statale. I marxisti si battono per l’armamento della classe operaia, armamento che prima di tutto è politico ricongiungimento con il partito di classe strettamente aderente al programma ed alla prospettiva rivoluzionaria comunista, che è senza mezzi termini: sovversiva, violenta, antidemocratica.

Detto questo bisogna precisare che la violenza per i marxisti non è uno sport, lo scopo del partito rivoluzionario non è quello di ammazzare fisicamente i borghesi. Il partito userà la violenza, i plotoni di esecuzione, il terrorismo di classe che mieterà indubbiamente, all’interno della classe borghese, anche molte vittime “innocenti”, ma tutto questo non sarà che un mezzo per l’abbattimento del regime capitalistico prima, e per il mantenimento del potere proletario poi; per la eliminazione dello sfruttamento, delle classi e dello Stato.

Il metodo della lotta di classe è stato accettato da tanti e così diversi movimenti e scuole, che dandone le più svariate interpretazioni sono state causa anche di violente polemiche all’interno del movimento operaio. L’evoluzione del capitalismo, gli insegnamenti delle tante sconfitte e delle poche vittorie proletarie hanno, nel corso della storia, selezionato via via e le forme organizzative di classe e le forme di lotta rivoluzionaria. Le congiure per l’uguaglianza di Babeuf, le sette buonarrotiane, gli atti di esplosione anarchica avevano pari diritto di cittadinanza all’interno del nascente movimento proletario quanto ne avessero gli esperimenti comunistici di menti illuminate quali quella di Owen. Ma, la chiarificazione della dottrina, della tattica e strategia, già enunciata in modo lineare e netto da Marx ed Engels, ha avuto una definitiva sistemazione a cavallo della prima guerra mondiale e della rivoluzione russa: Lenin, Trotski, i gruppi di sinistra che confluirono nella Internazionale di Mosca definirono una volta per tutte, in campo teoretico e programmatico, le questioni sulla forza, la violenza, la conquista del potere, lo Stato e la dittatura.

Il socialismo per Marx, Lenin e per ogni comunista non si riduce ad una sommatoria di conquiste politiche o giuridiche tranquillamente trapiantabili sul tronco del sistema borghese. Innanzi tutto è indispensabile una lucida definizione dello Stato. Lo Stato è una macchina che una classe sociale adopera per opprimerne un’altra e tale definizione è sempre valida anche e soprattutto, giusta Marx e Lenin, in regime democratico.

«Resta pure chiarito, a coronamento della storica polemica, che la forza proletaria di classe non può penetrare in questa macchina e adoperarla per i propri sviluppi, ma deve, più che conquistarla, infrangerla e disperderla in frantumi. La lotta proletaria non è lotta all’interno dello Stato e dei suoi organismi, ma lotta dall’esterno dello Stato contro di esso e contro tutte le sue manifestazioni e forme. La lotta proletaria non si prefigge di prendere o conquistare lo Stato, come una piazzaforte in cui si voglia sistemarsi a presidio l’esercito vincitore, ma si propone di distruggerlo radendo al suolo le difese e le fortificazioni superate. Tuttavia dopo questa distruzione una forma di Stato politico si rende necessaria, ed è la forma nuova in cui si organizza il potere di classe del proletariato, per la necessità di dirigere l’impiego di una organica violenza con cui si estirpino i privilegi del capitale e si consenta l’organizzazione delle svincolate forze produttive nelle nuove forme comunistiche, non private, non mercantili.

«Si parla perciò esattamente di conquista del potere, intendendo non conquista legale e pacifica, ma violenta, armata, rivoluzionaria. Si parla correttamente di passaggio di potere dalle mani della borghesia a quelle del proletariato, appunto perché nella nostra dottrina chiamiamo potere non solo la statica dell’autorità e della legge posata sulle pesanti tradizioni del passato, ma anche la dinamica della forza e della violenza spinta verso l’avvenire e travolgente le dighe e gli ostacoli delle istituzioni. Non esatto sarebbe parlare di conquista dello Stato o di passaggio dello Stato dalla gestione di una classe a quella di un’altra, poiché appunto lo Stato di una classe deve perire per essere infranto come condizione della vittoria della classe prima dominata. Trasgredire questo punto essenziale del marxismo, o fare su di esso le minime concessioni, come quella che il trapasso del potere possa inquadrarsi in una vicenda parlamentare, sia pure fiancheggiata da azioni di combattimento o di piazza, o da vicende di guerra fra gli Stati, conduce direttamente all’estremo conservatorismo, poiché significa concedere che l’impalcatura dello Stato sia una forma aperta a contenuti sociali opposti, e sia quindi superiore alle opposte classi ed al loro urto storico, il che si risolve nel timore reverenziale della legalità o nella volgare apologetica dell’ordine costituito. Non si tratta soltanto di un errore scientifico di valutazione, ma di un reale processo storico degenerativo che si è svolto sotto i nostri occhi e ha condotto i partiti ex comunisti giù per la china, che volgendo le terga alle tesi di Lenin arriva alla coalizione con i traditori socialdemocratici, al “governo operaio”, al governo democratico, ossia in collaborazione diretta con la borghesia e al servizio di questa» (Forza-violenza-dittatura nella lotta di classe).