La disfatta del partito armato
Categorie: Opportunism, Terrorism
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- Francese: La défaite du parti armé
- Italiano: La disfatta del partito armato
Gli audaci blitz del generale Dalla Chiesa e le confessioni di terroristi “pentiti” hanno permesso di assestare all’eversione un colpo mortale, così dicono i portavoce dello Stato e tutti i gazzettieri sgonfioni inneggiano al valore delle intrepide forze dell’ordine che, con sprezzo del pericolo, abnegazione e con l’astuzia loro propria, hanno saputo sgominare in un battibaleno tutte le organizzazioni armate operanti sul territorio nazionale. Un’altra grande vittoria del regime, troppo sbandierata per essere vera, è la tenuta democratica dei lavoratori, che, con il loro fermo rifiuto della violenza, avrebbero isolato i terroristi tanto da costringerli alla resa e finanche alla collaborazione con la giustizia.
Creare il mito della massima efficienza dello Stato e della collaborazione di classe è sempre stata l’aspirazione della borghesia. Ciò serve a terrorizzare il proletariato presentando ai lavoratori uno Stato onnipotente e onnipresente, capace di controllare e reprimere qualsiasi forma di devianza.
Sarebbe impossibile spezzare il potere dello Stato, mentre, al contrario, (e qui gioca l’infame politica dei traditori del marxismo) possibilissimo riformarlo democraticamente e rimuovere gradualmente ogni sperequazione economica e sociale. Il partito ha il compito di sfatare questi miti e di spiegare al proletariato come lo Stato borghese sia vulnerabile e sia destinato a soccombere sotto i colpi assestatigli dal gigante proletario finalmente ridestatosi. A questo proposito, dalle colonne del nostro giornale, abbiamo più volte messo in evidenza come il pachidermico apparato statale in cui burocratismo, incompetenza, interessi personali e lotte per il potere dominano sovrani, può essere temporaneamente messo in crisi perfino da un pugno di uomini armati. In particolare, riguardo alla efficienza della polizia e carabinieri, siamo convinti che malgrado i grandi mezzi a loro disposizione, sia rimasta al livello di quando gli sbirri, alle frontiere, ispezionavano le valigie degli emigrati nel tentativo di trovarvi le «cellule comuniste». Per vedere di chi è il merito di tutte le vittorie riportate dallo Stato nella lotta contro il terrorismo basta leggere l’intervista che un ufficiale dei carabinieri, venendo meno al motto dell’arma: «usi ad obbedir tacendo e tacendo a morir», ha concesso a Panorama. Al giornalista che chiedeva:
«Quali sono state le azioni dell’anti-terrorismo andate in porto grazie alle spiate?», l’ufficiale rispondeva: «Tutte, a cominciare da Robbiano di Mediglia, Cascina Spiotta, Via Gradoli, Via Montenevoso, sino a Via Fracchia. Se io dovessi scrivere un articolo riassuntivo di tutte le catture e le scoperte di covi brigatisti, mi basterebbe una parola: soffiate. (…) L’unica cattura compiuta senza l’aiuto di una soffiata fu quella di Curcio (La seconda n.d.r.), fece l’errore di frequentare troppo assiduamente una macelleria vicina al suo nascondiglio. Uno dei nostri, casualmente, lo vide e lo riconobbe» (Panorama, 28.4.80).
Ma chi sono le spie? Sono agenti della polizia del tipo 007 astutamente infiltratisi all’interno dei gruppi clandestini? Salvo il caso del frate Girotto, sembra che le spiate vengano fatte per lo più da elementi “politicizzati” della malavita, sul potere destabilizzante dei quali il partito armato ha sempre contato molto, e da terroristi catturati che non vedono l’ora di vuotare il sacco gareggiando tra loro a chi la racconta più giusta e nel riuscire a far sferrare i colpi più duri a quella organizzazione che prima era la loro, mercanteggiando la vita dei loro compagni in cambio di promesse di grazia o di riduzione di pena. Altre volte i terroristi vengono catturati soltanto grazie ad una stupidità che rasenta il criminale: abbiamo appena visto come Curcio sia rimasto vittima di una ostentata sicurezza e spavalderia. Non da meno è stato Prospero Gallinari che veniva mitragliato mentre nel centro di Roma, in pieno giorno e all’aperto, montava una targa falsa ad un’auto rubata; o come altri due terroristi, che in un bar di Torino estraevano le pistole solo per riaggiustarsele meglio nelle fondine. Infine non è escluso che alcuni dissidenti vengano “scaricati” per eliminare opposizioni interne.
Quanto sia falsa l’aureola di gloria che i pennivendoli di regime disegnano attorno al generale Dalla Chiesa e all’arma tutta si può notare da come fu condotta l’unica azione meticolosamente preparata: la prima cattura di Curcio. È sempre il citato ufficiale dei carabinieri che parla:
«Pieni di invidia per il successo della polizia che aveva catturato a Firenze il colonnello delle Br Paolo Maurizio Ferrari, abbiamo voluto a nostra volta catturare Curcio bruciando così, prima del tempo, padre Girotto. E pensare che quel giorno a Pinerolo non sapevamo nemmeno di mettere realmente le mani su Curcio».
I carabinieri che avevano chiamato sul posto uomini con cineprese e macchine fotografiche per dare poi la massima pubblicità alla cosa, dall’altro canto perché le Br pensassero che l’arresto di Curcio fosse del tutto casuale, casuale come la presenza dei fotografi, imbastirono una commedia del genere.
«Il maresciallo Felice Maritano (in borghese) doveva addirittura recitare a soggetto, gli era stato ordinato di gridare ’chiamate i carabinieri’, non appena i brigatisti fossero stati agguantati per far credere loro ad un incidente (…) Secondo la regia, Maritano doveva essere in compagnia di un cane, per rendere la scena più reale. Trovò un volpino randagio ed usò la cinghia dei pantaloni per guinzaglio. Quindi si mise in mezzo alla strada non appena Girotto, che aveva sotto la camicia una piccola trasmittente, avvertì che Curcio e Franceschini, sulla loro macchina, stavano arrivando. Quattro nostri uomini salirono allora sulla giulietta bianca per simulare un incidente e bloccarli. Ma appena l’auto di Curcio si fermò, Franceschini gridò; ’i fascisti, i fascisti’, e Maritano, rifiutando la sua parte, tirò fuori la rivoltella e gridò: ’mani in alto’, mentre gli scendevano i pantaloni» (Panorama, 5.5.80).
Come si vede inefficienza e faciloneria, ammantate da demagogia, sembra siano le caratteristiche sia degli uomini del “generale” che di quelli del partito armato.
Riguardo alla tenuta democratica della classe operaia che ha resistito alle sollecitazioni, dicono gli opportunisti, di chi le prospettava la ingannevole strada della violenza contribuendo così ad isolare il terrorismo, dobbiamo dire che ciò è falso nel modo più assoluto. Oggi il terrorismo non viene battuto perché la classe operaia ha espresso una volontà di difesa del regime democratico. È vero nel modo più assoluto che il terrorismo individualistico è un’arma estranea al proletariato ed ai suoi interessi storici, mentre è propria della piccola borghesia, mezza classe destinata sempre a giocare ruoli subalterni e ad essere, nei momenti di difficoltà dello Stato, arruolata in funzione controrivoluzionaria. D’altra parte il proletariato non è che abbia espresso una volontà di appoggio al regime contro la cosiddetta eversione; esso ha storicamente una sola volontà, o esprime quella o non ne esprime nessuna, ed è la situazione attuale. Ma nemmeno malgrado tutta l’opera dei partiti traditori e dei bonzi sindacali la classe operaia si erge, come essi vorrebbero, in difesa della legalità democratica; resta infatti scolpito nel cuore dei lavoratori quell’istinto di classe che permette di riconoscere un nemico nella figura del padrone, del grande burocrate, del poliziotto e della spia.
Che in alcune fabbriche gli operai abbiano brindato alla notizia che dei rappresentanti della borghesia erano stati colpiti dalle Br non vuol dire, come ne deducono queste ultime, che la classe operaia è per la lotta terroristica, allo stesso modo il fatto che gli operai non abbiano ancora la forza di ribellarsi al regime di schiavitù salariale non dimostra affatto che essi abbiano storicamente scelto di schierarsi in difesa di questa società basata sullo sfruttamento e sul sangue. Ma, a parte ciò, la prova migliore della inconsistenza dell’argomentazione opportunistica, secondo la quale il proletariato si rispecchierebbe nella repubblica democratica e antifascista, poggia sul rifiuto stesso, espresso dagli opportunisti per primi, della classe armata (il “partito armato” è una caricatura dell’impotenza piccolo-borghese).
L’esistenza di uno Stato che meriti l’appoggio del proletariato non solo non esclude, ma anzi implica l’armamento degli operai, altrimenti in quale modo reale lo potrebbero sostenere? Ma, guarda caso, sono quelli che più di ogni altro predicano l’indissolubilità dell’unione classe lavoratrice-Stato democratico a tuonare non appena qualche illuso parli di difesa militante dello Stato.
La classe operaia è disgraziatamente nel modo più completo succube dell’oppressione capitalistica, vittima della peggiore forma della dittatura borghese, che è il regime democratico, della ammorbante ideologia social-pacifista.
Quando si scrollerà di dosso questa cappa di piombo, rifiuterà decisamente sia la violenza piccolo-borghese, sia il pacifismo democratico, mentre se li troverà dinanzi uniti ed armati fino ai denti per dissuaderla dallo sferrare il suo attacco al cuore dello Stato.
La tenuta democratica c’è stata, è vero, ma né ad opera del proletariato, disgraziatamente spettatore passivo, né ad opera della grande borghesia; al contrario è stata espressa dalla palude piccolo-borghese, proprio quella che aveva, anni fa, spinto per la soluzione violenta e che ora, vista l’impossibilità di far scendere a compromesso lo Stato, con il quale si era illusa di poter trattare da pari a pari, si allinea pecorescamente e chiede amnistia e perdono. È appena il caso di citare la maturazione democratica di quella cloaca di Lotta Continua con i suoi continui piagnistei sui valori della vita umana e della pace. I Mimmo Pinto, i Marco Boato, i Corvisieri, i Capanna ecc., questo manipolo di impostori che, sfruttando l’imbecillità studentesca e la sincerità di migliaia di giovani illusi (ora ridotti ad iniettarsi morfina), si sono fatti una posizione onorevole, assieme ai Toni Negri, con le sue accorate lettere dal carcere, invitano a tagliare definitivamente i ponti con qualsiasi forma di violenza, a beneficio del pacifico e civile confronto democratico. Ogni tipo di violenza, dicono, è da condannare, ma tra quella nera e quella rossa, è da condannare con maggior veemenza quella rossa. Sull’atteggiamento di questi signori torneremo più avanti, per ora ci è bastato rammentarli per dimostrare come sia l’ala pacifista-legalitaria che quella violenta della piccola borghesia si compenetrino e si condizionino a vicenda.
Noi forse siamo stati i soli a riconoscere ai terroristi una vasta area sociale in cui affondano le loro radici: essa è composta dalla piccola-borghesia e dal sottoproletariato. Non costituendo essi una classe, ma solo un miscuglio eterogeneo di strati sociali spurii ed emarginati, sono incapaci di esprimere un partito perché sono privi di una dottrina e tantomeno di una finalità storica. Anche i militanti armati non sono le avanguardie di queste mezze classi, intesi come gli elementi più politicizzati, e addirittura non sono necessariamente nemmeno i più radicali (lo dimostra il fatto che fintanto che non passano alla totale clandestinità conducono una vita da cittadini al di sopra di ogni sospetto, tanto è integro, da un punto di vista borghese, il loro comportamento); essi sono semplicemente, secondo la terminologia della nuova sinistra, i più “incazzati“. Anch’essi seguono le oscillazioni della loro base sociale e quando questa si fa collaborazionista si fanno anch’essi collaborazionisti ed il detto di Mao: “contare sulle proprie forze“, adattato alla necessità dell’ora, si tramuta in “si salvi chi può“. Di conseguenza quello che veniva pubblicizzato come un partito solido pari ad un blocco granitico si squaglia come neve al sole, ed è naturale. Perché è ben misera garanzia quella che fa dipendere la tenuta del partito e dei suoi aderenti da una forma organizzativa. Organizzazioni clandestine perfette nei minimi particolari possono riuscire a garantirsi dai carabinieri, mentre rimangono vittime dei loro stessi uomini; capi e gregari. Il partito comunista per la necessità stessa della sua azione prima, durante e dopo la presa del potere, deve possedere una struttura centralizzata e gerarchica.
«Senza una organizzazione salda, preparata alla lotta politica in ogni momento ed in tutte le situazioni – dice Lenin – non si può parlare di quel piano sistematico di azione, illuminato da principi fermi e rigorosamente applicati, che è l’unico che meriti il nome di tattica».
Ma, ed è qui che cascano i nostri rivoluzionari, questa organizzazione non nasce come modello nella testa di qualcuno per essere poi calata nello scontro sociale di classe. Non è possibile affidare la realizzazione dell’indirizzo rivoluzionario di classe all’impianto di una certa struttura organizzativa per perfetta che sia… sulla carta.
Per Lenin l’organizzazione è l’arma senza la quale la tattica unica non può realizzarsi: organizzazione unica come riflesso e prodotto organico di una attività svolgentesi su presupposti unici e secondo un indirizzo unico. Per i “leninisti” del tipo Stalin l’organizzazione unica, il centralismo, la disciplina sono le premesse per arrivare a possedere una tattica ed un indirizzo di azione unica. I “leninisti” del tipo Stalin inseguono il mito piccolo-borghese del modello di partito, garantito, in virtù della sua struttura, oggi, domani e sempre dagli errori e dalle deviazioni.
La piccola borghesia cerca sempre assicurazioni sulla riuscita della rivoluzione. Ma tali assicurazioni non potranno mai venire da “organizzazioni di ferro” se questa struttura non poggia su una base teorica e programmatica omogenea ed unitaria.
«A conclusione di tutto questo bisogna ristabilire una fondamentale tesi marxista secondo cui il carattere rivoluzionario del partito è determinato da rapporti di forza sociali e processi politici e non da varie forme, dal tipo di organizzazione (…) In tutte queste manifestazioni è un sopravvivere antimarxista e anti-leninista dell’utopismo, in quanto questo consiste nell’affrontare i problemi non partendo dall’analisi delle forze storiche reali, ma vergando una magnifica costituzione o piano organizzativo o regolamento» (L’Unità, 26.7.1925).
Dottrina, programma, tattica sono le basi del partito; l’organizzazione scaturisce da queste e non viceversa. La totale mancanza di programma rivoluzionario, come vedremo poi, impedisce il formarsi di una solida organizzazione di partito, perché nessuno può essere fedele e disciplinato ad una dottrina che non possiede.
Il completo sfascio (delazioni a catena, diserzioni in massa, richieste di amnistia) di organizzazioni che avrebbero dovuto essere imprendibili testimoniano che non si improvvisa un corpo armato, che non bastano mezzi tecnici, logistici, finanziari per sostenere una guerra, se questi non poggiano su una organizzazione politica di primo ordine, che non può essere tale se non è ispirata ad un programma storico, non contingente, se non è sostenuta da ampi strati di puri proletari, da una lotta complessiva su tutti i fronti contro il capitalismo ed il suo regime politico, sociale ed economico. Il comportamento pratico delle organizzazioni del “partito armato” e dei loro aderenti dimostrano la veridicità di quanto affermiamo: la lotta politica interna per la direzione dell’organizzazione, delazioni alla polizia, diserzioni in massa, regolamenti di conti alla moda mafiosa, defezioni e fughe di cassieri con relative casse, uso a scopo personale del denaro dell’organizzazione sono cose divenute di ordinaria amministrazione all’interno del partito armato. Il terrorismo è riuscito solo in una cosa: è riuscito a riprodurre, nella clandestinità, un piccolo mondo borghese con tutte le sue più significative caratteristiche.
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L’operazione Moro il suo rapimento, la detenzione e l’uccisione misero in evidenza diversi aspetti significativi:
1) Dimostrarono una grande capacità militare dei terroristi ed una altrettanto buona rete logistica. 2) Misero in evidenza lo spietato calcolo politico di tutti i partiti (tra i quali si sono distinti per cinismo DC e PCI), che avendo bisogno di un martire hanno praticamente costretto le Br ad uccidere Aldo Moro. 3) Ma, e questa è stata la vittoria del regime, il gioco combinato tra oltranzisti (Piccoli, Berlinguer, ecc.) e il partito della trattativa (Craxi) ha fatto esplodere in modo violento tutte le contraddizioni da sempre esistenti all’interno del “partito armato”. Scissioni, defezioni, delazioni si sono susseguite in un crescendo così vertiginoso da stupire innanzi tutto le forze repressive dello Stato che fino a quel punto si erano, nella loro lotta contro il terrorismo, ricoperte di insuccessi. Le fortune delle forze dell’ordine dipendono, come abbiamo visto, esclusivamente dallo sbandamento delle formazioni terroristiche.
Lo Stato, che si era dimostrato del tutto incapace di distruggerle, si è trovato di fronte ad una situazione insperata: per farla finita con il terrorismo deve soltanto fornire una via di uscita a coloro che ormai restano nelle organizzazioni clandestine solo perché perseguiti dalla legge.
Vengono infatti fatte promesse di clemenza per tutti, secondo il peso ed il valore della collaborazione: grazia per i testimoni super (tipo Peci), enormi sconti di pena a chi aiuti fattivamente e soprattutto la non punibilità per gli associati che disertino. Questa è la linea annunciata dal presidente del consiglio Cossiga contestualmente al suo programma di governo.
Se il progetto di Cossiga andasse in porto il meccanismo dovrebbe, grosso modo, essere così semplificato: su proposta del ministro della giustizia verrebbe condotta una breve istruttoria circa la opportunità del provvedimento, subito dopo la richiesta di grazia sarebbe portata all’esame del capo dello Stato per la firma. Inoltre tra i tempi della giustizia e quelli della clemenza lo scarto diverrebbe minimo e la grazia potrebbe arrivare alla fine del processo di primo grado, che, per i reati di terrorismo, è previsto per direttissima. Ma anche se questo snellimento dell’iter giudiziario dovesse venir attuato, sarebbe ancora una volta del tutto inadeguato, perché non si tratta più di singoli aderenti alle formazioni armate che, se presi, potrebbero decidersi a parlare, siamo di fronte ad una richiesta di resa da parte della grande massa dei terroristi, i quali sentono l’urgenza di consegnarsi allo Stato prima di essere traditi. La incolumità di ognuno di loro dipende, infatti, dal comportamento dei propri compagni. È in questo senso che da ambienti autorevoli sempre più spesso si leva la richiesta di amnistia o di altre forme di clemenza generalizzata.
Una proposta di legge presentata da un gruppo di deputati di sinistra prevede, tra l’altro, la non punibilità per il reato di partecipazione a banda armata o ad associazione a fini terroristici verso chi si consegna allo Stato, prima dell’intervento della magistratura e della polizia. Ma anche questa è una novità che non innova un bel niente. Infatti gli articoli 308 e 309 del codice penale Rocco prevedono la non punibilità per gli imputati di banda armata, i quali prima che sia stato commesso il delitto per il quale si erano costituiti in banda, disciolgano l’organizzazione o si ritirino, o si arrendano abbandonando le armi. (Rocco, a sua volta, aveva ricavato questi articoli da vecchie legislazioni che lo Stato sabaudo, agli inizi dell’800, aveva promulgato per combattere il brigantaggio sardo).
Da parte nostra non escludiamo che lo Stato non possa concedere una amnistia anche totale per tutti i terroristi che dichiarino il loro pentimento anche perché in lista di attesa si trovano personaggi molto vicini a chi, dal versante demo-legalitario, maneggia le leve del governo o si trova in uno stato di devota opposizione. Con questo non ci riferiamo solo all’ex vice-presidente della DC, Donat-Cattin, ma anche agli altri «41 politici che – secondo un intervento in aula del socialista Felisetti –hanno figli implicati nel terrorismo» (La Repubblica, 25.7.80).
Se lo Stato concederà amnistia, grazia, sconti di pene ecc., lo farà solo per poter stroncare le gambe ad un risorto movimento proletario. Vedremo allora gli ex capi del partito armato dire alla classe operaia che il momento dell’assalto al cielo non è ancora giunto e che compito dell’ora, visto che la borghesia viene meno alle sue stesse funzioni di classe, è la difesa della produzione e della patria, pur non dimenticando, beninteso, che il compito del proletariato è l’abbattimento dello Stato capitalista, ecc., ecc.. Non è forse questo il senso della proposta del terrorista “pentito” Fabrizio Giai, che indica di «trasformare l’organizzazione combattente in una organizzazione politico-civile»? Anche se in modo farsesco, data la sproporzione delle forze, ripercorrono la strada degli ultra rivoluzionari del primo dopoguerra che, quando veramente giunse il momento dell’azione, disarmarono moralmente e materialmente la classe operaia per consegnarla pacificata alla reazione fascista, quando addirittura, visto che il “movimento” spingeva in quella direzione, non entrarono personalmente ad ingrossare le file del partito mussoliniano.