Come i funzionari preparano le scissioni nei sindacati
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Si può dimostrare con documentazione larghissima che, tutta l’ attività dei capi sindacali riformisti è stata rivolta – soprattutto dal Congresso di Livorno in poi- a spezzare le reni all’unità proletaria nel campo sindacale e ad ingranare il movimento operato nel meccanismo dello Stato per la ricostruzione dell’economia borghese. La maggior parte di questi atti di viltà finora si manifestava e veniva a galla quasi esclusivamente nel campo parlamentare come quello che meglio si presta alle forme reclamistiche e alle forme degenerative degli uomini politici.
Però collateralmente alle manovre parlamentari con le quali si tendeva dimostrare alla classe lavoratrice che solo le chiacchiere di Montecitorio potevano recarle dei positivi vantaggi, i funzionari confederali andavano e vanno spiegando tuttora un’opera di ben altro valore e di ben altra portata controrivoluzionaria: e quest’opera ha per suo terreno normale di esplicazione il sindacato operaio, l’organizzazione di classe e tende a deviarne gli scopi e i metodi specifici e a spezzarne la compagine.
Questa seconda parte, o meglio questa peculiare manifestazione dell’attività dei socialisti, sta designandosi adesso in tutta la sua vastità e sta producendo le prime conseguenze. Episodi evidentissimi di disfattismo contodrivoluzionario si manifestano ovunque con la indiscussa compiacente complicità della Confederazione generale del Lavoro, la quale essendo che i colpevoli sono tutti della sua banda, si guarda bene di applicare le disposizioni statutarie che fanno al caso.
Abbiamo visto ripetutamente quanto avvenuto a Vicenza. L’attività dei socialisti di quella città è stata più volte illustrata sulla stampa comunista appunto perchè costituisce una serie di fatti tipici nella storia del movimento operaio italiano. Per debellare i comunisti della Camera del Lavoro quella gente ha affermato il falso in un ricorso presentato alla Confederazione, falso denunciato dall’inchiesta Gaetani tutt’altro che sospetta di filocomunismo.
Non contenti di questo e visto che la loro mossa era miseramente fallita i socialisti vicentini chiesero alla Confederazione di scavalcare gli statuti in loro favore. Non esauditi apertamente in questo loro desiderio che sta a denotare tutta una caratteristica mentalità, si rifiutarono di prelevare le tessere camerali scrivendo sul loro giornale che siccome la Camera del Lavoro non la potevano conquistare legalmente essi ne costituivano un’altra. (Essi, evidentemente, sono per la legalità solo in due casi: quando permette loro di conservare le greppie, e quando può rendere dei servizi alla borghesia).
E hanno costituito una nuova Camera del Lavoro che si chiama confederale, e come Camera del Lavoro Confederale non solo ingannano politicamente parte (per quanto piccola) della classe operaia, ma la ingannano anche finanziariamente in quanto girano di lega in lega scroccando quattrini agli ingenui che la ritengono la sola riconosciuta dalla Confederazione e che sono ignari del trucco ignobile e ciarlatanesco di cui sono vittime.
Questo fatto con relativa documentazione di tutta la scandalosa attività di quegli opportunisti, è stato regolarmente e replicatamente denunciato alla Confederazione generale del Lavoro che, naturalmente, lungi dallo sconfessare gli scissionisti, li protegge e fornisce loro diretti aiuti!
Incoraggiati dall’esempio protetto di Vicenza, i socialisti di Torino si apprestano a battere la stessa strada. E subito trovarono assenziente la Confederazione che credette suo dovere di non inviare il proprio rappresentante ad un congresso al quale i suoi amici non vollero presentarsi.
I socialisti torinesi per giustificare la loro fuga dal Congresso, si appiccicarono alla questione del referendum, questione che i dirigenti confederali e di tutte le Camere del Lavoro riformiste si rifiutarono costantemente di risolvere o di far propria allorquando il referendum minacciava di esser contrario a loro. Ad ogni modo, ammesso e non concesso che il referendum sia la forma più genuina di consultazione delle masse, ognuno che abbia sale in zucca, comprende che se tutti seguissero l’esempio dei socialisti torinesi, le scissioni nel campo sindacale si ripeterebbero all’infinito. Si tratta quindi non di una ragione fondamentale, ma di un pretesto il quale deve permettere loro di sfuggire dalla discussione sull’opera svolta dall’organismo nazionale e dal loro partito e di iniziare su vasta scala la divisione del proletariato. Vicenza e Torino sono le zone di assaggio mediante le quali la Confederazione si propone di esperimentare le conseguenze della frattura nei sindacati.
Quanto fecero i socialisti della Venezia Giulia per provocare la scissione nel campo sindacale e per sfasciare l’organizzazione è inutile ripeterlo su queste colonne: quella gente si è abbandonata a turpitudini tali da farsi ritenere ovunque e giustamente, per il braccio destro della questura. La Confederazione, però, s’è ben guardata dall’intervenire una sola volta per richiamarla all’ordine. All’incontro essa ha tenuto bordone al braccio destro della polizia della Venezia Giulia accreditando e facendo proprie delle insinuazioni contro i nostri compagni.
Ma oltre che in seno alle Camere del Lavoro, l’opera di stroncamento delle organizzazioni, i socialisti e i funzionari sindacali, stanno intensificandola anche in seno alle Federazioni Nazionali di mestiere. E’ di ieri in fatti, il licenziamento da parte della FIOT di un segretario di segretariato perchè era comunista. La stessa FIOT, si è ben guardata dal radiare come ne fa obbligo lo statuto quelle leghe che si rifiutarono di aderire alle Camere del Lavoro debitamente confederate.
La FIOE, cioè i suoi dirigenti, sono talmente invasati di odio anticomunista e così gelosi del proprio dominio, che vorrebbero impedire alle Camere del Lavoro di partecipare alle assemblee delle leghe federate per sostenervi dei concetti divergenti od opposti a quello dei dirigenti, anche se questi concetti tendono -pure in conformità dei deliberati confederali – a salvaguardare il principio delle otto ore.
La FIDAE, vale a dire il suo famigerato segretario generale Borzoni, unitamente ad una losca figura di rinnegato e di altri messeri della stessa risma, contrariamente alle disposizioni dello statuto, impone ad uno suo segretario di zona comunista di far propaganda per il Comitato Centrale già sconfessato dalle mosse e contro i comunisti. E siccome quel segretario, che non sta nell’organizzazione per papparsi lo stipendio come la banda Borzoni e compagni, ma, per adempiervi una missione, si rifiuta con pieno diritto di combattere contro la propria fede, egli, il famigerato Borzoni, lo licenzia… per indegnità morale onde potergli, rifiutare anche l’indennità di licenziamento come stabilisce lo statuto.
La FIOM è attualmente impegnata in una grandissima e difficile battaglia; è meglio, quindi, non parlarne; non sarà male tuttavia ricordare le aperte minaccie che il Buozzi ha fatto ai comunisti durante il Convegno di Genova. Quelle minaccie dicono chiaramente il modo in cui saranno trattati gli operai rivoluzionari, della FIOM, se al prossimo Congresso federale la Federazione resterà nelle mani dei socialisti!
Buono ultimo in ordine di tempo, ma primo di tutti in quanto a mancanza di scrupoli e sfacciataggine, viene quella caratteristica figura di avventuriero politico che è il segretario generale dei Lavoratori del mare. Questa caricatura di comandante, giù pei cui lembi magnanimi deve scorrere qualche stilla del sangue dei pirati antichi, mentre più infuriava la lotta contro gli armatori, iniziava una furibonda campagna diffamatoria contro i comunisti colpevoli di sostenere le necessità dell’azione generale contro l’offensiva generale dei loro sfruttatori. Non contento di questo, egli si è valso, due settimane or sono, di due luridissimi agenti provocatori, che hanno provatamente affermato il falso, per iniziare la cacciata generale dei comunisti dalla Federazione. Già otto compagni nostri furono espulsi per una imputazione la cui falsità risulta da tutta l’attività spiegata dal nostro partito in prò del fronte unico proletario e della fusione su base democratica, di tutti gli organismi proletari italiani.
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E la Confederazione che fa in tutto questo? Anche ammesso per benigna ipotesi, che essa non sia la diretta ispiratrice di queste manovre, risulta tuttavia evidente che ne tiene il sacco.
Ma è più verisimile però, che tutte queste basse esercitazioni scissioniste partano da una parola d’ordine da essa emanata. E ciò non solo in ottemperanza ad una formale disciplina imposta da Amsterdam, ma come risultato necessario e organico di tutto il suo orientamento anticlassista, con-trorivoluzionario.
La Confederazione si muove ormai su di un piano nettamente collaborazionista. Questa sua tattica la porta fatalmente a tendere di mettersi in prima fila nell’opera di ricostruzione dell’economia borghese e dei suoi rapporti. Ma non è possibile ricostruire l’economia borghese se si continua a resistere sul terreno sindacale alla riduzione dei salari e a tutte quelle altre minorazioni che la classe dominante tenta di imporre alla classe lavoratrice. Perciò, mentre da un lato annaspa fino al ridicolo per trovare degli alleati tra le frazioni borghesi nel campo parlamentare, dall’altro sente il bisogno di distruggere ogni coscienza classista nei sindacati amputandoli degli elementi rivoluzionari, spezzandoli nettamente in due se occorre, onde meglio rimorchiarli ai bisogni dello Stato borghese e farli servire quali elementi attivi ed operanti nell’intessitura della trama economia capitalistica.
E (sebbene a qualcuno parrà strano ma è perfettamente naturale) a quest’opera di stroncamento dei sindacati, e quindi nettamente controrivoluzionaria, tengono bordone tutti i cosidetti massimalisti del Partito Socialista Italiano.
Questi ineffabili signori che fingono di scandalizzarsi perchè la Kellerine riformiste, quantunque anzianotte, tentano ibridi accoppiamenti con i seguaci di un qualsiasi candidato o candidabile alla presidenza del Consiglio, nel campo sindacale son sempre, i primi a farsi avanti per cavar le castagne ai riformisti che verranno dopo di loro. Essi dimostrano con ciò, di non servire che ad uno speciale compito nel grande travaglio che la controrivoluzione va compiendo per conseguire la completa vittoria sul proletariato.
Occorre che i comunisti stiano bene in guardia contro questi assaggi di scissione che i socialisti vanno praticando. La scissione nel campo sindacale può essere la stasi, il rinculo per chissà quanto tempo, del proletariato. Essa è voluta dai funzionari sindacali e dai controrivoluzionari perché sperano di trovare più sgombra la strada verso la reazione; essi la vogliono anche perchè altrimenti, una volta al potere dovrebbero far fucilare gli stessi loro organizzati.
Alla parola d’ordine dei riformisti per la scissione, noi dobbiamo opporre quella dell’unità di tutti i lavoratori, a qualunque a fede politica o religiosa appartengano, per la lotta contro il padronato e contro tutti i suoi dichiarati o nascosti amici.