Funzione rivoluzionaria dei movimenti anticoloniali
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Storicamente il movimento comunista ha sempre dato notevole rilievo ai movimenti anticoloniali, con particolare riguardo alla loro potenziale carica antimperialistica. Tuttavia alcuni principi basilari sono stati nel corso di un cinquantennio imbastarditi, per cui è necessario ribattere i vecchi chiodi, prima di tutto cercando di far chiarezza sul punto cruciale che interessa e soprattutto interesserà il movimento proletario alla vigilia e durante la rivoluzione comunista mondiale. Si tratta della questione: in che senso si deve parlare di funzione rivoluzionaria dei movimenti anticoloniali? Che cos’è in definitiva il tratto caratteristico della rivoluzione, quando vasti movimenti di masse non esclusivamente proletarie infrangono l’ordine costituito? Che la questione sia tutt’altro che chiara è dimostrato dal fatto che non solo i partiti più o meno legati alle varie chiese imperialistiche, ma anche partiti e movimenti sedicenti rivoluzionari e perfino comunisti perdono la bussola e non solo di fronte a movimenti genuinamente proletari, come quello palestinese, almeno in una sua notevole parte, ma perfino di fronte al gran baccano suscitato dal komeinismo, a proposito del quale, balbettando, si arriva perfino a scomodare la “Rivoluzione”, finendo per trasformare questo poderoso concetto e prima ancora fatto storico, che solo il marxismo incorrotto sa inquadrare, in una gelatina indifferenziata in cui accanto a Komeini ci può stare Arafat o, a seconda della preferenza, Habbasch, o perfino Gheddafi o Lech Walesa.
È necessario pertanto tornare alle origini precisando alcuni punti fondamentali circa la funzione rivoluzionaria dei movimenti anticoloniali.
Imperialismo e sovrapproduzione
La fase imperialista, a differenza del colonialismo vero e proprio – fase quest’ultima chiusa, secondo Lenin, avanti la prima grande guerra – è caratterizzata soprattutto dall’esportazione di capitali. Le metropoli imperialiste, le grandi concentrazioni finanziarie, non trovano più la possibilità di investire le grandi masse di capitale-denaro accumulato nelle attività produttive nelle metropoli: non è neppure sufficiente la valvola di sfogo della produzione di armi o della folle produzione di beni di investimento a ritmi accelerati; è necessario esportare il capitale stesso nei paesi sottosviluppati. L’ideale sarebbe la guerra in continuazione, se non ne risultasse necessariamente precario il potere politico: con essa infatti si otterrebbe lo scopo di impiegare fette notevoli di capitale per produrre beni, armi, che verrebbero sistematicamente distrutti; sarebbe il modo più congeniale per realizzare il plusvalore. Nei periodi di interguerra l’eccedenza residua di capitali non può che prendere la via dell’esportazione. Nei paesi arretrati, fra l’altro, l’esistenza di mano d’opera a basso costo è funzionale ad una sostenuta domanda di capitali con conseguenti alti tassi di interesse. Queste due tendenze del Capitale sono dunque complementari e corrispondono alle due visioni borghesi del rapporto paesi sviluppati-paesi sottosviluppati: quella reazionaria, favorevole al continuo impiego della forza militare, e quella riformista, favorevole allo sviluppo dei commerci.
La difficoltà della tendenza riformista consiste proprio nella estrema facilità alla saturazione del mercato nazionale nei paesi arretrati: il limite è quello dell’indebitamento, per cui oltre quel limite diventa impossibile realizzare l’enorme quantità di profitti, che, dovendo nella enorme maggioranza essere reinvestiti, trovano un limite oggettivo nelle ristrettezze dei mercati nazionali ed in primo luogo del mercato agricolo. Ecco perché, nonostante la “buona volontà” dei capitalisti di “aiutare” i paesi sottosviluppati, le eccedenze di capitali finiscono sempre per ritornare nelle metropoli imperialiste.
Nei paesi sottosviluppati l’afflusso di capitali imperialistici svolge la stessa funzione svolta dal capitale usuraio e mercantile nel tardo medioevo, agli inizi dell’era capitalistica: accelera la dissoluzione delle vecchie forme di proprietà (specialmente della proprietà terriera) e quindi dei vecchi rapporti di produzione, favorendo la formazione del modo di produzione specificatamente capitalistico. Il Capitale-denaro infatti non è uno specifico modo di produzione; esso riesce a prosperare sulla base di ogni modo di produzione finora esistito ma, sconvolgendo le vecchie forme di proprietà, accelera lo sviluppo di nuovi modi di produzione. I paesi arretrati, dunque, per riprendere una affermazione classica di Marx, vedono nei paesi sviluppati l’immagine del loro futuro. Il modo di produzione compiutamente capitalistico si sta estendendo infatti alla scala del pianeta a ritmi vertiginosi sotto la spinta delle necessità dei profitti imperialistici. Se in Europa il capitalismo ha impiegato diversi secoli per affermarsi sui vecchi rapporti di produzione (semplificando, dal XIV al XVIII secolo), in Russia ha impiegato molto meno ed in Asia, in Africa, in America Latina i tempi si sono ancora più raccorciati.
Non il borghese, ma il contadino può lottare per una soluzione rivoluzionaria eliminando almeno una delle forme di proprietà: quella terriera
L’esportazione di capitali è dunque all’origine dello sconvolgimento degli arcaici rapporti di produzione nelle colonie. Qui la funzione della borghesia locale e soprattutto della borghesia commerciale è in gran parte funzione parassitaria e totalmente succube degli interessi imperiali. Solo il contadiname (pur appartenendo alla classe borghese) è in certe circostanze capace di svolgere una notevole funzione rivoluzionaria e quindi antiimperialistica, in quanto arrivi a mettere in discussione almeno una delle forme di proprietà: quella terriera.
Rifarsi a Lenin a questo proposito è di estrema importanza:
«Marx continua: “Per questo il borghese radicale giunge teoricamente alla negazione della proprietà privata della terra (…) Nella pratica tuttavia gli manca l’ardire, giacché l’attacco ad una forma di proprietà, alla forma della proprietà privata delle condizioni di lavoro, sarebbe molto pericoloso anche per l’altra forma. Inoltre il borghese si è egli stesso territorializzato” (“Teorie sul plusvalore”).
«Marx non indica qui, come ostacolo alla attuazione della nazionalizzazione, lo scarso sviluppo del capitalismo in agricoltura. Egli indica due grandi ostacoli (…) Primo ostacolo: al borghese radicale manca l’ardire di attaccare la proprietà fondiaria privata, dato il pericolo di un attacco socialista contro ogni proprietà privata, cioè di una rivoluzione socialista.
«Secondo ostacolo: “il borghese si è egli stesso territorializzato”; Marx allude evidentemente al fatto che il modo di produzione borghese si è già consolidato precisamente nella proprietà della terra, cioè questa proprietà privata è diventata assai più borghese che feudale. Quando la borghesia come classe si è già legata, su vasta scala, in misura preponderante, alla proprietà fondiaria, si è già “essa stessa territorializzata”, “insediata sulla terra”, ha già pienamente assoggettato a sé la proprietà fondiaria, non ci può essere un movimento veramente sociale della borghesia in favore della nazionalizzazione (…)
«Non si tratta di sfumature (…) ma della concezione fondamentale circa le classi capaci di essere la forza motrice della rivoluzione russa. Volenti o nolenti i menscevichi finiscono per dare inevitabilmente un appoggio opportunistico alla borghesia, giacché non comprendono che nella rivoluzione borghese contadina la borghesia è un elemento controrivoluzionario (…) Plekhanov non ha capito la differenza tra rivoluzione borghese e rivoluzione borghese contadina (…) Da noi in Russia c’è un “borghese radicale” che non si è ancora “territorializzato”, che non può temere, oggi, un attacco proletario. Questo borghese radicale è il contadino russo» (“Il programma agrario della socialdemocrazia”, novembre-dicembre 1907, Opere, volume XIII, pag. 304-335).
Non si tratta quindi di negare la possibilità dello sviluppo dei paesi sottosviluppati anche nell’epoca attuale, sviluppo che d’altronde è sotto i nostri occhi, ma di affermare che tale sviluppo è uno sviluppo capitalistico, da un lato, e dall’altro può avvenire in due ben distinti modi: 1) attraverso l’alleanza imperialismo – classi nazionali non rivoluzionarie (che vanno, a seconda dei casi, dalle vecchie aristocrazie fondiarie fino alle moderne borghesie industriali); 2) oppure attraverso l’alleanza proletariato internazionale rivoluzionario – movimenti nazionali rivoluzionari antiimperialisti. Dalla sconfitta subita dal proletariato internazionale nel periodo 1919-1926, la seconda possibilità è monca di uno degli elementi dell’alleanza, cioè del proletariato internazionale rivoluzionario, almeno finché non riprenderà la lotta di classe nelle metropoli occidentali. Ciò tuttavia non conduce alla negazione della prospettiva storica, che anzi resta l’unica in grado di sconfiggere l’imperialismo. Perdurando però l’attuale situazione di assoluta soggezione del proletariato occidentale all’imperialismo, dobbiamo affermare che ogni eventuale movimento proletario-contadino nazionalista resterà inevitabilmente soffocato per l’assenza del movimento proletario nelle metropoli, in quanto la soluzione rivoluzionaria delle questioni locali è indissolubilmente legata alla situazione internazionale. D’altra parte ed a maggior ragione noi non possiamo che plaudire ad ogni movimento dei paesi sottosviluppati che sconvolga gli attuali equilibri imperialistici, ma non perché ci possiamo aspettare alcuna soluzione rivoluzionaria, né sul piano locale né su quello internazionale almeno a breve scadenza, ma perché ogni turbamento dell’equilibrio non può che accelerare la crisi generale dei rapporti attuali tra gli Stati imperialisti.
I movimenti di liberazione nazionale
La dissoluzione delle vecchie forme di proprietà crea le premesse – con la rovina dei piccoli produttori individuali ed in primo luogo dei piccoli contadini – dei moti di liberazione anticoloniale.
Sarebbe grave errore cercare la base sociale di tali movimenti nella borghesia nazionale e nemmeno nella borghesia industriale, innanzi tutto perché le poche industrie locali sono emanazione diretta del capitale imperialistico – gli industriali locali sono molte volte semplici esecutori di ordini che partono dalle centrali imperialistiche – inoltre perché vedono il nemico nel proletariato urbano e non nei grandi gruppi imperialistici. È il piccolo contadino defraudato violentemente dei propri e rudimentali mezzi di produzione, sfruttato dai meccanismi del mercato e della rendita fondiaria, che può costituire una base sociale e in certe condizioni rivoluzionaria. La borghesia industriale e commerciale infatti non ha più assunto un ruolo rivoluzionario già nelle stesse rivoluzioni borghesi del ventesimo secolo, a cominciare da quella russa. Se ne deve dedurre perciò la questione generale che, salvo lo studio particolare dei rapporti di classe nelle singole aree sottosviluppate, è possibile anche nell’epoca attuale che si verifichi un vasto movimento antiimperialista e rivoluzionario solo nella misura in cui esiste un forte movimento contadino che sappia porre come rivendicazione centrale quella della nazionalizzazione della terra e che sia disposto anche a lottare per un potere politico capace di soddisfare questa esigenza.
In un articolo del 15 luglio 1919: “Democrazia e populismo in Cina”, Lenin commentando l’opera del movimento democratico rivoluzionario cinese ed in particolare di Sun Yat Tsen, dice che si tratta di un movimento e di un personaggio veramente rivoluzionario, soprattutto perché «non si aggrappa alla conservazione e alla restaurazione del passato». (Si confronti il giudizio con… Komeini). Dice ancora Lenin, ribadendo i concetti suesposti, che, contrariamente all’Europa, in Asia esiste ancora una parte della borghesia che può svolgere un’opera storicamente rivoluzionaria, ed è il contadino. Accanto al contadino esiste la borghesia intellettuale, liberale, rappresentante della borghesia industriale e commerciale, i cui rappresentanti «sono più che altro atti al tradimento». Sulla base del contadiname anche in Cina può nascere un movimento che, pur essendo non altro che socialismo reazionario dal punto di vista marxista, getta le basi per una profonda trasformazione della proprietà immobiliare e quindi per l’eliminazione almeno dello sfruttamento feudale, attraverso la misura della nazionalizzazione, che quindi rappresenta in generale un metro di valutazione molto importante perché è veramente l’unica in grado di rompere definitivamente con le vecchie forme di proprietà.
Indissolubilità del legame tra movimenti nazionalisti rivoluzionari e movimento proletario e comunista internazionale
Nelle tesi di Bakù e del secondo congresso dell’Internazionale Comunista si poteva scrivere a più riprese, senza rischiare di passare per visionari, dato che il movimento proletario e comunista era una poderosa realtà, che «la vera forza, la vera base, del movimento di liberazione non può essere costretta nelle colonie entro l’angusta cornice del nazionalismo democratico-borghese», ma che doveva essere riposta nella forza del movimento proletario e comunista mondiale. Ed è una tesi centrale che dalla Sinistra viene in particolare riaffermata sia nel ripiego della rivoluzione comunista mondiale, sia nella sua assenza e nel predominio assoluto dell’opportunismo. Nel testo: “Il Comunismo e la questione nazionale“, pubblicato su Prometeo del 1924, si legge:
«La tesi politica della Internazionale Comunista, per la guida da parte del proletariato comunista mondiale e del suo primo Stato del movimento di ribellione delle colonie e dei piccoli popoli contro le metropoli del capitalismo, appare dunque come il risultato di un vasto esame della situazione e di una valutazione del processo rivoluzionario ben conforme al programma nostro marxista. Essa si pone ben al di fuori della tesi opportunista-borghese, secondo cui i problemi nazionali devono essere risolti “pregiudizialmente” prima che si possa parlare di lotta di classe, e per conseguenza il principio nazionale vale a giustificare la collaborazione di classe, sia nei paesi arretrati, sia in quelli di capitalismo avanzato, quando si pretenda posta in pericolo la integrità e libertà nazionale. Il metodo comunista non dice banalmente: i comunisti devono agire ovunque e sempre in senso opposto alla tendenza nazionale: il che non significherebbe nulla e sarebbe la negazione metafisica del criterio borghese. Il metodo comunista si contrappone a questo “dialetticamente”, ossia parte dai fattori classisti per giudicare e risolvere il problema nazionale. L’appoggio ai movimenti nazionali ed anticoloniali, ad esempio, ha tanto poco sapore di collaborazione di classe, che, mentre si raccomanda lo sviluppo autonomo ed indipendente del partito comunista nelle colonie, perché sia pronto a superare i suoi momentanei alleati con un’opera indipendente di formazione ideologica ed organizzativa, si chiede l’appoggio ai movimenti di ribellione coloniale soprattutto ai partiti comunisti delle metropoli (…)
«I comunisti utilizzano le forze che mirano a rompere il patronato dei grandi Stati sui paesi arretrati e coloniali, perché ritengono possibile rovesciare queste fortezze della borghesia e affidare al proletariato socialista dei paesi più avanzati il compito storico di condurre con ritmo accelerato il processo di modernizzazione della economia dei paesi arretrati, non sfruttandoli, ma sospingendo la emancipazione dei lavoratori locali dallo sfruttamento estero ed interno».
Su “Pressione razziale del contadiname, pressione classista dei popoli colorati”, pubblicato su Il Programma Comunista, n. 14, 1953 si legge:
«Anche prima che nei paesi di colore siano maturi i rapporti della moderna lotta di classe, si pongono delle rivendicazioni che sono risolubili solo in una lotta insurrezionale e con la sconfitta dell’imperialismo mondiale. Quando queste due condizioni si verificano in pieno la lotta può scatenarsi nell’epoca della lotta per la rivoluzione proletaria nelle metropoli, pure assumendo localmente gli aspetti non classisti, ma di un conflitto di razza e di nazionalità».
Nel lavoro sulla “Questione agraria in Cina”, pubblicato su Il Programma Comunista, n. 22, 1962, si legge:
«Al pari di quelli che lo seguirono nel tempo, l’esempio cinese mostra che non può esistere programma agrario senza partito di classe del proletariato, e questo perché la questione agraria, dove si pone ancora in termini rivoluzionari, non è un problema di divisione della terra e neppure di collettivizzazione, bensì è intimamente legata allo sviluppo del capitalismo e dei suoi antagonismi interni: la sua soluzione spetta dunque al proletariato internazionale e non ai partiti che, definendosi di tutto il popolo, altro non fanno se non amministrare la miseria in nome del Capitale Internazionale».
Ciò evidentemente non equivale alla svalutazione dei risultati della rivoluzione cinese come delle altre rivoluzioni anticoloniali del secondo dopoguerra, che sono in ogni caso positivi in quanto elementi di perturbazione dell’equilibrio imperialistico, ma alla affermazione che i paesi arretrati non possono sperare di risolvere in forma rivoluzionaria le questioni relative al loro sviluppo, se non nel quadro della loro alleanza col proletariato rivoluzionario mondiale, che per di più dovrà costituire la direzione mondiale della lotta antiimperialista.