Proletariato e mezze classi
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La mal digerita questione delle “mezze classi” è sempre stata un importante veicolo dell’opportunismo nel campo del movimento proletario e comunista. È dai tempi di Bernstein che si dice che il socialismo dovrebbe interessare non solo il proletariato, ma anche i “ceti medi”, visto che questi non scompaiono e, soprattutto, che non si verifica l’annunciato crollo del capitalismo per effetto della pressione combinata della legge della caduta del saggio medio di profitto e dell’impoverimento crescente della classe salariata. Da allora in poi ogni tipo di opportunismo non ha fatto che rimasticare in mille salse questa posizione. Da ogni direzione provengono, soprattutto oggi, un sacco di fesserie sul cosiddetto nuovo “proletariato sociale” che sarebbe contrapposto al vecchio “operaio massa” o industriale. Tali nuove fesserie scaturiscono, come è inevitabile, dalle “pensate” dei soliti aggiornatori più o meno nuovi che credono di aver scoperto qualcosa da aggiungere alla solidità e alla compattezza della classica e “paleolitica” costruzione marxista. Tutti i mattoni sono stati murati fin dall’origine sia dal punto di vista economico-sociale, che da quello filosofico-scientifico. Se ci soffermiamo su queste dispute d’attualità non è affatto per una qualche considerazione dei pensatori di turno, ma perché ciò ci permette di continuare il filo della nostra e sola nostra tradizione incorrotta.
Scomparsa o decadenza delle mezze classi?
La tesi della scomparsa “fisica” delle mezze classi non si legge in nessun testo marxista, da Marx in poi; nemmeno nel Manifesto (il più citato a sproposito a questo riguardo) dove si afferma che di fronte alla borghesia solo il proletariato, nella moderna società capitalistica, è classe rivoluzionaria e che i ceti medi (elencati precisamente: piccolo industriale, piccolo negoziante, artigiano, contadino) non solo sono conservatori, ma perfino reazionari e sono destinati a “perire e decadere con la grande industria”. Si mette in evidenza la fine di ogni loro funzione autonoma nella produzione sociale e di qui la loro attitudine reazionaria, più che la loro scomparsa fisica: in ogni caso l’inevitabile “perimento” è riferito a quelle categorie di mezze classi ricordate e non agli altri strati sociali, oggi enormemente gonfiati, compresi tra gli operai e la borghesia. In nessun altro testo marxista si legge qualcosa di diverso e la nostra scuola ha da tempo fissato a tale proposito una tesi lapidaria:
«La tesi marxista che i ceti medi scompariranno non si prende nel senso che in tempo prossimo in tutti i paesi sviluppati debbano esservi solo capitalisti, grandi proprietari fondiari, salariati, ma invece che delle tre classi tipo solo quella proletaria può lottare e deve lottare per l’avvento del nuovo tipo sociale, del nuovo modo di produzione». (“Vulcano della produzione o palude del mercato?”, in Il Programma Comunista, n. 13-19 del 1954).
Del resto già Marx aveva affermato, in polemica con Ricardo (“Teorie sul Plusvalore”, II vol., Cap. XVII), che
«ciò che egli dimentica di rilevare è il continuo accrescimento delle classi medie che si trovano nel mezzo tra workmen da una parte, capitalista e landlord dall’altra e che gravano come un peso sulla sottostante base lavoratrice».
La questione in ogni caso è di notevole importanza non solo e non tanto per rispondere alle banalità dei moderni “aggiornatori”, ma soprattutto per delimitare e precisare sempre meglio il campo dell’attività del Partito.
Funzione delle mezze classi nelle diverse aree geopolitiche
Già nel Manifesto, come abbiamo ricordato, è stabilita la tesi che nelle società pienamente sviluppate dal punto di vista capitalistico solo il proletariato è classe rivoluzionaria. Come è noto tale tesi è stata imbastardita non solo dall’opportunismo classico della seconda Internazionale, ma ancora di più dall’opportunismo stalinista, dilagante dalla degenerazione della Terza Internazionale in poi, tanto più fetente quanto più ha cercato di barare addirittura con le carte di Lenin.
Solo nelle aree a doppia rivoluzione si può porre ancora la questione dell’alleanza del proletariato con altre classi rivoluzionarie. Non può escludersi infatti che in tali aree si possa ancora verificare un movimento nazionalista rivoluzionario antiimperialista nel quale il movimento proletario e comunista troverebbe un naturale alleato. Nelle aree in cui lo Stato è ancora di tipo precapitalistico, infatti, le classi medie, e specialmente il contadiname, possono ancora svolgere un ruolo rivoluzionario se mettono in discussione almeno una delle forme di proprietà. Di qui il loro ruolo rivoluzionario rispetto alla struttura politica dello Stato, garante, come sappiamo, di ogni forma di proprietà esistente.
Nelle aree a rivoluzione diretta, viceversa, non si pone alcun problema di alleanze del proletariato con altre classi. Tuttavia il rapporto tra Stato proletario e mezze classi non si presenterà nemmeno qui in modo indifferenziato. Poiché l’evoluzione delle forme produttive pienamente capitalistiche nel settore agricolo è più lenta che nel settore industriale, perfino nelle aree a rivoluzione diretta il rapporto Stato proletario-mezze classi non sarà indiscriminato, ma una particolare attenzione si dovrà porre al rapporto con i piccoli contadini: bisogna infatti tener presente il grado di socializzazione dell’attività agricola, dove non si può passare da una condizione tecnica di tipo ancora individuale ad una pienamente socializzata, se non dopo una fase intermedia in cui prevarrà ancora l’assegnazione individuale della terra, sia pure come possesso, e il favorire la formazione di aziende di tipo cooperativo.
È questa tuttavia una questione tecnica, più che politica. Non per questo, infatti, i piccoli contadini poveri potranno svolgere una funzione autonoma rivoluzionaria nelle aree pienamente capitalistiche, dove l’unica forma di proprietà è quella capitalistica e dove lo Stato ne rappresenta dunque interamente il garante. In queste aree l’unica classe rivoluzionaria è il proletariato, che dunque da solo e senza alleati dovrà spezzare lo Stato capitalista ed instaurare la propria ferrea dittatura.
A differenza del piccolo contadino, il piccolo artigiano o il piccolo commerciante verranno più rapidamente soppressi in quanto tali dopo la rivoluzione proletaria, poiché non esiste più alcuna ragione di natura economico-sociale per la loro sopravvivenza paragonabile a quelle relative alla piccola produzione agricola. Già oggi, se l’artigiano o il piccolo commerciante delle città sopravvive, ciò avviene o sfruttando situazioni di autentico parassitismo oppure svolgendo esclusivamente funzioni di appoggio alla grande industria e nessuna funzione economica autonoma: il potere proletario con l’assoggettamento della grande industria assoggetterebbe al suo controllo anche queste attività marginali.
Delimitazione della lotta proletaria
Non indulgiamo, affrontando questa questione, a criteri di classificazione sociale, o peggio sociologica. Non a caso usiamo il termine delimitazione (e non classificazione) perché le categorie marxiste hanno a che vedere con linee di tendenza e di forza e non con dati statistici. Tuttavia è necessario tornare anche sui presupposti di natura economica e sociale che stanno alla base dell’azione delle classi sociali. Si tratta in effetti di una questione particolarmente importante, sia prima sia dopo la rivoluzione. Prima, in quanto il Partito, nelle aree a rivoluzione diretta, si assume il compito di difendere le condizioni di vita del solo proletariato e non di altre classi, fatta eccezione, nei limiti prima descritti, del contadiname. Non per ragioni “moralistiche”, ma esclusivamente di natura economica e politica, il Partito si assume tali compiti, in quanto solo il proletariato è capace di trasformare la lotta di difesa delle proprie condizioni di vita, giunta ad un certo grado di intensità, in lotta politica rivoluzionaria per la distruzione dello Stato borghese. Ne consegue che le classi diverse da quella proletaria, non essendo rivoluzionarie, mai potrebbero partecipare ad una lotta effettivamente rivoluzionaria contro lo Stato capitalista: perciò non meritano in nessun caso il minimo interessamento del Partito.
La questione della delimitazione della classe proletaria ha particolare rilievo anche per il periodo immediatamente successivo alla vittoria della rivoluzione proletaria, in quanto lo Stato che ne uscirà sarà esclusivamente Stato di una sola classe e perciò ne saranno escluse tutte le altre. Un nostro testo ha da tempo dichiarato, in perfetto allineamento con Lenin:
«La teoria proletaria proclama apertamente che il suo Stato avvenire sarà uno Stato di classe, cioè uno strumento maneggiato, finché le classi esisteranno, da una classe unica. Le altre saranno, in principio non meno che di fatto, messe fuori dallo Stato e “fuori legge”. La classe operaia, pervenuta al potere, “non lo dividerà con nessuno” (Lenin)». (“Dittatura proletaria e partito di classe”, in Battaglia Comunista, n. 3-5 del 1951).
Acquista così, nell’ottica esclusiva di Partito, un importantissimo rilievo uno dei temi più dibattuti all’interno di movimenti che in questa fetida attualità si fregiano persino della qualifica di rivoluzionari e che magari predicano perfino la lotta armata subito e sognano un’impossibile rivoluzione immediata, che loro dicono avere i caratteri di quella proletaria. Il tema in questione è quello della considerazione del vasto strato dei lavoratori cosiddetti improduttivi o dei servizi. Il grande interrogativo che si pone è se tali lavoratori debbono essere considerati facenti parte delle “mezze classi” o addirittura se debbono considerarsi come la “nuova” classe rivoluzionaria, contrapposta perfino al cosiddetto “proletariato industriale”, in quanto erogatrice di un tipo di lavoro che non produce plusvalore, ma solo valore d’uso, e che porterebbe dunque immediatamente l’esigenza del comunismo. In sostanza si è divisi tra chi farnetica e chi, pur essendo disposto a farneticare, non ha capito una virgola dei ponderosi concetti marxisti relativi all’annosa questione della divisione dei lavoratori tra lavoratori produttivi e improduttivi, ed al massimo non sa far altro che tornare a… Smith!
Lavoro produttivo e improduttivo
Marx spiega abbondantemente che si può effettuare una tale distinzione, dati gli attuali rapporti sociali, solo dal punto di vista del Capitale: solo al Capitale interessa la distinzione tra lavoro produttivo di plusvalore e lavoro che non produce plusvalore, in quanto impiegato contro reddito e non contro capitale variabile. Sbagliano clamorosamente coloro che considerano appartenenti alla classe proletaria solo gli addetti a lavoro produttivo, perché ciò dipende non dal contenuto del lavoro, ma esclusivamente dalle esigenze di valorizzazione del Capitale. Sbagliano, ed a maggior ragione, coloro che vedono nelle condizioni di lavoro dei lavoratori improduttivi la possibilità di esprimere un movimento che ponga immediatamente, con il suo “rifiuto del lavoro” la esigenza di rapporti sociali addirittura pienamente comunistici. Dimenticano che tale “rifiuto del lavoro” esprime la disumanità del rapporto capitalistico in cui si svolge oggi ogni attività di lavoro, e saltano riformisticamente ed anarchicamente la necessità della distruzione dello Stato borghese prima della trasformazione del modo di produzione. Se i primi, dietro il mito del lavoratore produttivo, erroneamente scambiato come “operaio di fabbrica”, ripropongono la falsa teoria consiglista ed operaista, i secondi, con la teoria del “proletariato sociale” ed il suo “rifiuto del lavoro”, teorizzano proprio le aspirazioni delle mezze classi e soprattutto la loro tendenza ad eternare i loro privilegi.
L’unico significato con cui si può qualificare il lavoro come lavoro produttivo e quindi distinto dal lavoro improduttivo (nell’epoca capitalistica) è quello del lavoro che produce o non produce plusvalore. Essendo la produzione capitalistica esclusivamente produzione per l’accrescimento del Capitale, è questo l’unico metro che è possibile usare per qualificare ogni tipo di lavoro. Fino a che l’attività produttiva sarà assoggettata alle leggi barbare del Capitale non è possibile usare altre misure socialmente quantificabili ed identificabili. Da ciò l’ovvia conclusione che tale distinzione è di importanza fondamentale per il Capitale, ma non ha alcuna importanza dal punto di vista del suo antagonista, della classe proletaria, almeno fino a che sarà schiava del Capitale. Essa è detentrice solo di forza-lavoro generica. Che questa sia impiegata in attività produttive che generano plusvalore o in altre capaci solo di consumarlo, rendendo liquido il plusvalore stesso, non può interessare la classe proletaria fino a che non ha alcun potere sulla massa stessa del plusvalore sociale e cioè fino alla rivoluzione vittoriosa. A maggior chiarimento di quanto affermato riporteremo alcune decisive citazioni di Marx:
«Lavoro produttivo, nel senso della produzione capitalistica, è il lavoro salariato che, nello scambio con la parte variabile del Capitale, non solo riproduce questa parte del Capitale (o il valore della propria capacità lavorativa), ma oltre a ciò produce plusvalore per il capitalista. Solo per questa via la merce, o il denaro, è trasformata in Capitale, è prodotta come Capitale. È produttivo solo il lavoro salariato che produce capitale. Ciò significa che esso riproduce, accresciuta, la somma di valore che è stata spesa in esso, ossia che restituisce più lavoro di quanto ne riceva sotto forma di salario. Dunque è produttiva solo la capacità lavorativa la cui valorizzazione è maggiore del suo valore.
«In questo modo è anche stabilito in maniera assoluta che cosa sia il lavoro improduttivo. È lavoro che non si scambia con capitale, ma che si scambia direttamente con reddito (…) Queste definizioni non sono dunque ricavate dalle caratteristiche materiali del lavoro (né dalla natura del suo prodotto, né dalla determinazione del lavoro in quanto lavoro concreto), ma dalla forma sociale determinata, dai rapporti sociali di produzione in cui questo si realizza. Un attore, per esempio, perfino un pagliaccio, in base a queste definizioni, è un lavoratore produttivo se lavora al servizio di un capitalista, al quale egli restituisce più lavoro di quanto egli ne riceva sotto forma di salario (…) Il lavoro produttivo e improduttivo viene qui esaminato sempre dal punto di vista del possessore di denaro, del capitalista, non da quello del lavoratore» (Teorie sul plusvalore, I vol.).
«Da quanto abbiamo detto sin qui, risulta che il fatto di essere produttivo è una determinazione del lavoro che non ha assolutamente nulla a che vedere, in sé o per sé, col particolare contenuto, con la particolare utilità del lavoro stesso, o con il particolare valore di uso in cui questo si rappresenta. Ne segue che un lavoro dello stesso contenuto può essere nello stesso tempo produttivo e improduttivo (…) Un insegnante che impartisce lezioni a scolari non è un lavoratore produttivo; ma se viene assunto come salariato, insieme ad altri, da un istituto trafficante in sapere, per valorizzare con il proprio lavoro il denaro del suo proprietario, è un lavoratore produttivo (…) Una gran parte del prodotto annuo che viene consumato come reddito e non rientra più nel processo produttivo come mezzo di produzione, è composta di prodotti (valori d’uso) più nefasti, che soddisfano le voglie, i capricci più meschini. Ma per la definizione di lavoro produttivo, questo loro contenuto è del tutto indifferente» (Il Capitale, Libro I, Capitolo VI).
La divisione della classe dei salariati tra lavoratori produttivi e improduttivi, del resto, non è affatto una specie di maledizione per il Capitale, ma risponde perfettamente alle sue esigenze di valorizzazione. Per comprendere la necessità per il Capitale di ripartire la forza-lavoro disponibile in produttiva e improduttiva, è necessario prima di tutto precisare che la forza-lavoro impiegata in lavoro improduttivo, non è esclusivamente consumatrice di plusvalore, ma il suo costo entra a far parte direttamente dei costi di produzione della merce che produce tutti i valori, e cioè della forza-lavoro stessa. Basta, ancora una volta, leggere Marx:
«Può darsi il caso che tempo di lavoro eccedente, pur essendo contenuto nel prodotto, non sia scambiabile (…) Il lavoro può essere necessario, senza essere produttivo, sicché tutta la situazione tra tempo di lavoro necessario e tempo di lavoro eccedente non esiste (…) Per creare tutte le condizioni generali, comunitarie della produzione, si attinge quindi a una parte del reddito nazionale, all’erario pubblico, e gli operai, pur accrescendo la forza produttiva del Capitale, non figurano come operai produttivi» (Grundrisse, II capitolo del Capitale). «Tutto il mondo delle merci può essere diviso in due grandi parti. In primo luogo la capacità lavorativa, in secondo luogo le merci distinte dalla capacità lavorativa stessa. Ora, quanto alla compra di quei servizi che educano, conservano, modificano ecc. la capacità lavorativa, in breve dei servizi che danno a questa una specializzazione o che anche si limitano a conservarla (…) sono servizi che permettono la vendita della capacità lavorativa stessa, nei costi di produzione o di riproduzione della quale questi servizi entrano (…) È dunque evidente che i lavori del medico e del maestro di scuola non creano direttamente il fondo col quale vengono pagati, sebbene i loro lavori entrino nei costi di produzione del fondo che crea tutti i valori in generale, cioè nei costi di produzione della capacità lavorativa» (Teorie sul plusvalore, I vol., 3b).
Da ciò consegue che un giudizio negativo sulle caratteristiche di classe dei lavoratori improduttivi, in quanto “folli” consumatori o magari scialacquatori, è completamente fuori luogo. È, nel migliore dei casi, vieto moralismo, diametralmente opposto ai criteri di giudizio tipici del marxismo. La questione essenziale è che, ampliandosi il settore dei servizi prodotti con l’uso di lavoro improduttivo, il saggio del plusvalore dei lavoratori produttivi ne risulta enormemente ingigantito, in quanto una notevole quota del valore del loro salario è pagata con lavoro improduttivo, cioè con reddito, in grado tra l’altro di ampliare il consumo globale e di facilitare la realizzazione di tutto il plusvalore prodotto socialmente.
Non è in questa direzione che bisogna cercare la malattia mortale del modo di produzione capitalista. C’è appena bisogno di ricordare che è la legge della caduta tendenziale del saggio del profitto medio che condanna inevitabilmente il capitalismo al crollo finale, sebbene, come è arcinoto, le stesse cause che la generano riescano a secernere delle antitossine capaci di ritardare la finale disintegrazione, che sarà tanto più violenta quanto più la dilazione sarà stata fasulla ed artificiale. La legge dice che il saggio medio del profitto tende a decrescere per effetto del gonfiamento spaventoso del Capitale (e in particolare della sua parte costante) con le sue esigenze di essere continuamente valorizzato nella sua attività produttiva, attraverso quindi la sua conversione in merci che contengono plusvalore e la riconversione in capitale aumentato di tale plusvalore.
Ne deriva che, come è stata ed è tuttora un’efficace controtendenza quella del disumano innalzamento del saggio del plusvalore, cioè dell’intensità dello sfruttamento della forza-lavoro, così non di meno lo è stata ed è tuttora quella di sottrarre notevoli quote di capitale, impiegato come reddito, con l’intervento provvidenziale dello Stato, dalla ripartizione del plusvalore prodotto socialmente. Di qui la tendenza irresistibile in tutti gli Stati capitalistici al gonfiamento dei servizi pubblici che permette sia di innalzare il saggio del plusvalore, sia, in quanto si impiega forza-lavoro non direttamente contro capitale variabile ma contro reddito, di funzionare (come ha almeno finora funzionato) come mezzo per assorbire, con il suo consumo improduttivo, le merci prodotte nei settori produttivi, che così possono essere vendute, permettendo al Capitale di realizzare il profitto.
È evidente che ciò non è, né sarà, il toccasana finalmente scoperto dal capitalismo, che gli permetta di vivere in eterno: la malattia scopertagli dal marxismo è alla lunga incurabile e vincerà ogni possibile controtendenza. La fame di plusvalore del Capitale è infatti inesauribile: è vero che notevoli quote di capitale speso come reddito non partecipano alla ripartizione del plusvalore sociale, ma è vero anche che in questo modo una notevole parte della forza-lavoro potenzialmente produttiva di plusvalore non lo produce: è appunto improduttiva. Le attuali polemiche sull’eccessivo ammontare della spesa pubblica e sulla sua necessaria riduzione anche per contenere l’inflazione, hanno appunto questo significato: dimostrano la necessità che ha in questa fase storica il Capitale mondiale di accrescere la massa del plusvalore prodotto. Ma ciò non avverrà senza crisi: l’augurio che facciamo al Capitale di tutti i cieli è quello di soccombere definitivamente!
La classe dei senza riserve
È dunque certo che le categorie “lavoro produttivo” e “lavoro improduttivo” non possono essere usate per delimitare la classe proletaria. È altrettanto arcisicuro che ambedue le razze dei detrattori del marxismo, i moralisti, che vedono il proletariato solo nel lavoratore produttivo, e i farneticanti che vedono nel lavoratore improduttivo l’incarnatore immediato (!) di un lavoro il cui contenuto è già anticapitalistico e quindi “comunistico”, esprimono una profonda incomprensione delle caratteristiche che contraddistinguono gli stessi presupposti economici che delimitano la classe proletaria.
Non appartiene a questa chi, svolgendo o no lavoro produttivo, ha la possibilità di vivere non esclusivamente di salario. Esso non è più il proletario che ha da perdere solo le proprie catene come descritto da Marx, ma ha qualcosa da difendere di questo modo di produzione. In un’epoca che non ammetteva sottili “distinguo”, ma richiedeva soprattutto di schierarsi o da una parte o dall’altra, abbiamo scritto quanto segue:
«Specie nei momenti di convulsione sociale, l’uomo fa valere con la sua azione politica i suoi interessi non quale membro di una categoria di produttori, ma di una classe sociale. La classe deve considerarsi non come un semplice aggregato di categorie produttrici, ma come un insieme omogeneo di uomini, le cui condizioni di vita economica presentano analogie fondamentali.
«Il proletariato non è il produttore che esercita dati mestieri, ma è l’individuo contraddistinto dal nessun possesso di strumenti di produzione e dalla necessità di vendere per vivere l’opera propria. Potremmo anche avere un operaio regolarmente organizzato nella sua categoria, che sia contemporaneamente un piccolo proprietario fondiario o capitalista; e questi non sarebbe più un membro della classe proletaria. Tal caso è più frequente che non si creda» (“L’errore dell’unità proletaria”, in Il Soviet, 1 giugno 1919).
Se il caso era allora frequente, figuriamoci oggi! Molti lo sanno, ma hanno paura di trarne le dovute conseguenze. Constatare che lavoratori salariati con caratteristiche di piccoli proprietari fondiari o capitalisti sono molto numerosi, almeno nei paesi a capitalismo maturo, significa spiegare la realtà del dilagare dell’opportunismo, che appunto in ciò ha la sua base sociale ed economica. Rimesse queste questioni sulle loro basi materiali, possiamo dunque affermare come criterio di delimitazione della classe proletaria il seguente: sono appartenenti alla classe tutti coloro che, svolgendo lavoro salariato di qualunque natura sia (produttivo o no), vivono solo dei proventi del lavoro e non hanno alcuna possibilità di effettuare risparmi, dai quali poter ottenere un supplemento di reddito. Non scopriamo niente di nuovo, bensì riaffermiamo semplicemente quanto già contenuto nel Manifesto.
«Ogni società finora esistita ha poggiato, come abbiamo già visto, sul contrasto tra le classi degli oppressori e degli oppressi. Ma per poter opprimere una classe, bisogna che le siano assicurate condizioni entro le quali essa possa almeno vivere la sua misera vita di schiavo. Il servo della gleba ha potuto, continuando ad essere tale, elevarsi a membro del Comune, così come il borghigiano, pur sotto il giogo dell’assolutismo feudale, ha potuto diventare un borghese. L’operaio moderno, al contrario, invece di elevarsi col progresso dell’industria, cade sempre più in basso, al di sotto delle condizioni della sua propria classe. L’operaio diventa il povero, e il pauperismo si sviluppa ancora più rapidamente della popolazione e della ricchezza. Appare da tutto ciò manifesto che la borghesia è incapace di rimanere ancora di più a lungo la classe dominante della società e di imporre alla società come legge regolatrice, le condizioni di esistenza della sua classe. Essa è incapace perché è incapace di assicurare al suo schiavo l’esistenza persino nei limiti della sua schiavitù perché è costretta a lasciarlo cadere in condizioni tali da doverlo poi nutrire anziché essere nutrita. La società non può più vivere sotto il suo dominio, cioè l’esistenza della borghesia non è più compatibile con la società».
Sono queste le condizioni che debbono necessariamente riprodursi alla scala sociale, perché la classe proletaria possa manifestare sotto la guida del Partito tutta la sua potenza rivoluzionaria.
Aristocrazia operaia ed opportunismo
Il fenomeno dell’esistenza di lavoratori salariati con riserve in rendite ed interessi e che quindi diventano cointeressati al buon andamento dell’economia capitalistica nazionale da becchini quali ne dovrebbero essere, è il fenomeno dell’aristocrazia operaia e quindi dell’opportunismo, che giganteggia soprattutto nell’epoca dell’imperialismo. È un fenomeno non morale, ma essenzialmente materiale, che trova la sua ragione d’essere nell’alleanza di fatto tra le borghesie imperialiste dell’occidente e numerosi strati di operai, alleanza che costituisce la vera base sulla quale si regge l’indiscusso predominio di un pugno di Stati imperialisti su tutto il mondo, e quindi, in definitiva, la permanenza del modo di produzione capitalistico nella sua fase imperialista. Tale fenomeno è apparso fin dagli inizi del movimento operaio ed è stato cementato da ben due guerre mondiali condotte all’insegna del mantenimento dei privilegi imperiali.
Anche a questo proposito l’insieme di citazioni che allineiamo dimostra che tale fenomeno, lungi dall’essere una delle solite “invenzioni geniali” di Lenin, è chiaramente compreso fin dalle origini del marxismo e che, se mai, la storia ha posto sempre più in primo piano. I suoi caratteri peculiari dunque si sono costantemente accentuati, ma solo chi ha saputo porsi sulla stessa linea di tendenza del marxismo rivoluzionario – Lenin e la Sinistra – ha saputo rilevarli ed inquadrarli correttamente.
In una lettera a Marx del 7 ottobre 1858 Engels scrive a proposito della politica di alleanza con i radicaldemocratici che Jones proponeva per il partito cartista:
«La storia di Jones è molto schifosa. Ha tenuto qui un comizio e ha parlato completamente nel tono della nuova alleanza. Dopo questa storia verrebbe davvero la voglia di credere che il movimento proletario inglese nella vecchia forma tradizionale cartista abbia bisogno di sfasciarsi del tutto prima che esso possa svilupparsi in una nuova forma vitale. E tuttavia non si riesce a vedere quale sarà questa nuova forma. Mi sembra del resto che il nuovo passo di Jones, in relazione con i precedenti, più o meno fortunati, tentativi di un’alleanza simile, in realtà sia collegato con l’effettivo progressivo imborghesimento del proletariato inglese, di modo che questa nazione, che è la più borghese di tutte, sembra voglia portare le cose al punto da avere una aristocrazia borghese ed un proletariato borghese accanto alla borghesia. In una nazione che sfrutta il mondo intero, ciò è in certo qual modo spiegabile».
Il seguente passo di Engels è tratto da La Situazione della classe operaia in Inghilterra ed è citato da Lenin nei suoi lavori preparatori sul testo Imperialismo, fase suprema del capitalismo (Opere XXXIX, pag. 557), che come è noto stigmatizza sprezzantemente la funzione di sostegno all’imperialismo svolta dalle aristocrazie operaie e per loro conto dai partiti opportunisti. Le affermazioni di Engels sono importanti perché già allora, sebbene il fenomeno fosse limitato all’Inghilterra, individua i caratteri essenziali dell’opportunismo nella partecipazione di larghe masse di proletari al godimento di privilegi. Così Engels:
«Finché è durato il monopolio industriale dell’Inghilterra, la classe operaia inglese ha partecipato in una certa misura ai vantaggi di questo monopolio. Questi vantaggi furono ripartiti nel suo interno in modo assai diseguale; la minoranza privilegiata ne intascò la parte maggiore, ma anche la gran massa ebbe almeno di quando in quando, se pure per poco, la sua parte. È questo il motivo per cui dopo la scomparsa dell’owenismo non vi è più stato un movimento socialista in Inghilterra. Con il crollo del monopolio la classe operaia inglese perderà la sua posizione privilegiata. Essa tutta intera – non esclusa la maggioranza privilegiata e dirigente – si troverà un giorno ridotta allo stesso livello degli operai stranieri. E questo è il motivo per cui in Inghilterra vi sarà nuovamente socialismo».
La seguente citazione di Lenin è tratta da L’imperialismo e la scissione del socialismo dell’ottobre 1916 ed è particolarmente importante perché sottolinea la necessità della separazione soprattutto organizzativa dei nuovi partiti proletari rivoluzionari dai vecchi ormai irrimediabilmente opportunisti, la cui causa non è casuale, ma “economicamente motivata” La rinascita di organizzazioni di classe anche sul terreno economico è veramente decisiva per la ripresa del movimento rivoluzionario. Queste le affermazioni-chiave di Lenin:
«La borghesia di una grande potenza imperialistica può corrompere economicamente gli strati superiori dei propri operai, sacrificando a questo scopo anche più di un centinaio di milioni di franchi all’anno, poiché il sovraprofitto ammonta, probabilmente, a circa un miliardo. E la questione come viene divisa questa piccola elemosina tra gli operai-ministri, gli operai-deputati, gli operai che partecipano ai comitati dell’industria di guerra, gli operai-funzionari, gli operai organizzati in ristretti sindacati di categoria, gli impiegati ecc. ecc., è già una questione secondaria (…) L’ultimo trentennio del XIX secolo segnò il passaggio alla nuova epoca dell’imperialismo (…) Oggi il monopolio del capitale finanziario viene rabbiosamente conteso: è cominciata l’epoca delle guerre imperialiste. Una volta la classe operaia di un solo paese poteva venir comprata e corrotta per decine d’anni. Ora questo sarebbe inverosimile e perfino impossibile (…) A quei tempi “un partito operaio borghese”, secondo l’espressione veramente profonda di Engels, poteva formarsi in un solo paese, poiché un solo paese aveva il monopolio. Oggi “il partito operaio borghese” è inevitabile e tipico di tutti i paesi imperialisti (…) Da un lato, c’è la tendenza della borghesia e degli opportunisti a trasformare un pugno di nazioni più ricche e privilegiate in eterni parassiti (…) Dall’altro lato, c’è la tendenza delle masse, che sono oppresse più di prima (…) Nella lotta tra queste due tendenze si svolgerà ora inevitabilmente la storia del movimento operaio, poiché la prima tendenza non è casuale, ma economicamente motivata» (Lenin, Opere, XXIII, pag. 113-114).
Delle innumerevoli citazioni dei testi di Partito del secondo dopoguerra, che riaffermano le stesse posizioni, è particolarmente significativa la seguente, tratta da “Partito rivoluzionario e azione economica”, in quanto riafferma pure la piena validità della legge della miseria crescente del proletariato. Il testo è del 1951:
«Laddove la produzione industriale fiorisce, per gli operai occupati tutta la gamma delle misure riformiste di assistenza e previdenza per il salariato crea un nuovo tipo di riserva economica che rappresenta una piccola garanzia patrimoniale da perdere, in certo senso analoga a quella dell’artigiano e del piccolo contadino; il salariato ha dunque qualcosa da rischiare e questo (fenomeno d’altra parte già visto da Marx, Engels e Lenin per le cosiddette aristocrazie operaie) lo rende esitante ed anche opportunista al momento della lotta sindacale e peggio dello sciopero e della rivolta».
La legge della miseria relativa crescente
Dall’innegabile realtà delle cosiddette “briciole” concesse agli operai occidentali dall’imperialismo, alcuni, tra i peggiori falsificatori del marxismo, hanno tratto la conclusione che gli operai occidentali si sono quindi “imborghesiti” fino in fondo e che sarebbero persi per sempre per la rivoluzione! Altre classi, strati sociali, o – come si preferisce dire oggi – altri “soggetti politici rivoluzionari” avrebbero surrogato il proletariato occidentale nella sua missione storica di affossatore del regime del Capitale. Naturalmente corollario di tale balordaggine è la negazione di una delle leggi fondamentali del marxismo: quella della miseria relativa crescente del proletariato. Non sapendo e non potendo ragionare dialetticamente, non possono vedere come il fenomeno della aristocrazia operaia, ancora più generalizzato oggi (nei paesi occidentali) che non all’inizio dell’epoca capitalistica, non scalfisca minimamente la legge suddetta. È infatti difficilissimo “per loro professoroni”, un ragionamento talmente semplice da apparire banale: un pugno di Stati imperialisti ha saputo corrompere con i suoi giganteschi extra-profitti una notevole parte del proletariato dei rispettivi paesi, ma tale possibilità di corruzione sarà destinata a venir meno col venir meno della possibilità stessa di realizzare gli extra-profitti; quindi il proletariato occidentale tornerà nuovamente ad agire come classe rivoluzionaria. Vediamo come tale legge è presentata da Marx:
«Quanto maggiori sono la ricchezza sociale, il capitale in produzione, il volume e l’energia della sua crescita, quindi anche la grandezza assoluta del proletariato e la produttività del suo lavoro, tanto è maggiore l’esercito industriale di riserva. La forza-lavoro disponibile è sviluppata dalle stesse cause che sviluppano la forza di espansione del Capitale. La grandezza relativa dell’esercito industriale di riserva cresce quindi con le potenze della ricchezza. Ma quanto maggiore in rapporto all’esercito operaio attivo è questo esercito di riserva, tanto più massiccia è la sovrappopolazione consolidata, la cui miseria sta in ragione inversa del suo tormento di lavoro (…) È questa la legge assoluta, generale, dell’accumulazione capitalistica (…)
«Il più rapido aumento dei mezzi di produzione e della produttività del lavoro che della popolazione alla produzione, si esprime dunque capitalisticamente nel fatto inverso che la popolazione operaia cresce sempre più rapidamente dei bisogni di valorizzazione del capitale (…) Ne segue perciò che nella misura in cui il Capitale accumula, la situazione dell’operaio, qualunque sia la sua mercede, alta o bassa, deve peggiorare. La legge infine che tiene la sovrappopolazione relativa, o esercito industriale di riserva, in costante equilibrio col volume e l’energia della accumulazione inchioda l’operaio al Capitale più saldamente di quanto i cunei di Efeso inchiodassero Prometeo alla roccia. Essa determina un’accumulazione di miseria corrispondente all’accumulazione di Capitale. L’accumulazione di ricchezza ad un polo è quindi nello stesso tempo accumulazione di miseria, tormento di lavoro, schiavitù ignoranza, abruttimento e degradazione morale al polo opposto, cioè dal lato della classe che produce il suo proprio prodotto come Capitale» (Il Capitale, I, XXIII, 4).
Dunque innanzitutto la legge si riferisce non all’operaio singolo e nemmeno all’entità della sua mercede, ma all’intera popolazione operaia, le cui condizioni di vita peggiorano continuamente in rapporto all’ingigantire della forza produttiva del Capitale. Oggi più che mai la produzione, e quindi il Capitale, si è internazionalizzato e quindi anche il proletariato come classe non conosce di fatto confini nazionali. Allora non è un mistero per nessuno che milioni e milioni di uomini sono costretti a vivere nell’indigenza e nelle condizioni più disumane ed i morti per fame aumentano tutti gli anni, tanto da commuovere i soliti borghesi benpensanti e i romantici radicali. Questi semplici dati ufficiali forniti dalla F.A.O. sono più che esaurienti: tra il 1950 e il 1970 la popolazione dei paesi sottosviluppati è aumentata di 1 miliardo di individui, mentre quella dei paesi ricchi solo di 200 milioni e si prevede che all’incirca nel 2.000 l’80% della popolazione mondiale apparterrà ai paesi sottosviluppati. Al contrario la partecipazione degli stessi paesi al commercio mondiale nello stesso periodo è diminuita dal 32% al 17%. Ciò significa semplicemente che il rapporto tra le condizioni di vita del proletariato mondiale e quelle delle classi ricche è peggiorato nel ventennio che va dal 1950 al 1970 di almeno dieci volte!
Inoltre non si deve dimenticare che un altro aspetto essenziale della legge della miseria crescente è la relatività della miseria del proletariato rispetto alla potenza del Capitale. Ricorderemo tale carattere con uno degli innumerevoli passi di Marx:
«Sebbene dunque i godimenti del lavoratore siano aumentati (ipotesi della crescita del prezzo della forza-lavoro) la soddisfazione sociale che essi procurano è diminuita in confronto agli accresciuti godimenti del capitalista, che sono inaccessibili all’operaio (…) I nostri bisogni e godimenti scaturiscono dalla società noi perciò li misuriamo in base alla società non in base all’oggetto della loro soddisfazione. Poiché sono di natura sociale, essi sono di natura relativa. Il salario relativo può dunque diminuire, anche se il salario reale sale insieme al salario nominale, al valore in denaro del lavoro» (Lavoro salariato e Capitale).
In “Marxismo e miseria”, nostro Filo del tempo pubblicato su Battaglia Comunista del 28 settembre 1949, abbiamo così sintetizzato la legge in questione:
«Miseria nel dizionario economico marxista non significa bassa remunerazione del tempo di lavoro (…) Miseria significa invece nessuna disposizione di riserve economiche destinabili al consumo in caso di emergenza».
Se consideriamo che i privilegi economici concessi dall’imperialismo alla classe operaia occidentale (privilegi, beninteso, relativamente alle masse diseredate dei paesi sottosviluppati) sono sì tanto importanti da trasformare questa classe operaia addirittura in alleata delle loro borghesie imperialiste contro i popoli degli altri paesi, ma sono anche di natura talmente effimera che basta qualche settimana o qualche mese in cui vengono meno per togliere alla stragrande maggioranza degli operai ogni riserva, allora dobbiamo concludere che è inevitabile che gli stessi operai oggi superopportunisti riabbraccino il programma rivoluzionario. Deve essere chiaro però che in ogni caso, perché si determini questa metamorfosi, ogni riserva deve esaurirsi preliminarmente. Devono riprodursi le condizioni di esistenza del proletariato anche nei paesi occidentali come previsto fin dal Manifesto.
La questione ha dei rilievi importantissimi di natura politica ed organizzativa. Non va infatti dimenticato che il processo attraverso il quale si vedrà il ritorno sulla scena storica di nuove organizzazioni sindacali di classe, da un lato presume il crollo dei giganteschi extra-profitti imperialistici, e, dall’altro, non potrà verificarsi se non attraverso una lotta senza quartiere contro gli attuali partiti ex-proletari che sono un potente fattore di stabilità sociale e che incarnano quell’oggettiva alleanza imperialismo-classe operaia di cui sopra.
Se aumenteranno i puri proletari descritti dal Manifesto non è detto che immediatamente ritrovino la via rivoluzionaria. Certo questa è la prospettiva più favorevole alla rivoluzione, ma noi dobbiamo mettere nel conto anche l’altra prospettiva, quella più sfavorevole, che consiste nella prevedibile capacità che avranno gli Stati imperialisti di mobilitare gli stessi operai per la conferma dei propri privilegi di fronte alla minaccia reale del loro venir meno e conseguentemente di legarli alla prospettiva della continuazione, magari attraverso una nuova guerra, dell’alleanza classe operaia occidentale-imperialismo. In una prospettiva di questo tipo, nonostante che si verifichino abbondantemente i presupposti economici dell’esistenza di una nuova vasta e potente classe proletaria, questa non potrà esprimere socialmente ed organizzativamente la propria forza se non opporrà decisamente nuove organizzazioni di classe alle vecchie ormai definitivamente preda dell’opportunismo.
Anche a questo proposito non scopriamo niente di nuovo, ripetiamo, e se mai con minor vigore, quanto il marxismo rivoluzionario ha già chiaramente affermato. Questo passo di Lenin del giugno 1915, ora che prospettive di nuove guerre sono più ravvicinate, è quanto mai d’attualità:
«L’idea fondamentale dell’opportunismo è la collaborazione delle classi. La guerra la sviluppa fino in fondo, aggiungendo inoltre ai fattori e agli stimoli abituali di questa idea tutta una serie di nuovi elementi, costringendo con speciali minacce e con la violenza la massa, disorganizzata e dispersa, a collaborare con la borghesia. Questo fatto aumenta, naturalmente, la cerchia dei sostenitori dell’opportunismo e spiega pienamente il fatto che molti radicali della vigilia passano in questo campo.
«L’opportunismo consiste nel sacrificare gli interessi fondamentali delle masse agli interessi temporanei di un’infima minoranza di operai, oppure, in altri termini, nell’alleanza di una parte degli operai con la borghesia, contro la massa del proletariato. La guerra rende tale alleanza particolarmente evidente e coercitiva. L’opportunismo è stato generato nel corso di decenni dalle particolarità di un determinato periodo di sviluppo del Capitalismo, in cui uno strato di operai privilegiati, che aveva un’esistenza relativamente tranquilla e civile, veniva “imborghesito”, riceveva qualche briciola dei profitti del proprio capitale nazionale e veniva staccato dalla miseria, dalla sofferenza e dallo stato d’animo rivoluzionario delle masse misere e rovinate. La guerra imperialista è la diretta continuazione e la conferma di un tale stato di cose, perché è una guerra per i privilegi delle grandi potenze, per la ripartizione delle colonie tra queste grandi potenze e per il loro dominio sulle altre nazioni. Per lo strato superiore della piccola-borghesia o della aristocrazia (o burocrazia) della classe operaia, si tratta di difendere e di consolidare la propria posizione privilegiata: ecco il naturale proseguimento delle illusioni opportunistiche piccolo borghesi e della tattica corrispondente durante la guerra; ecco la base economica del socialimperialismo odierno«(“Il fallimento della II Internazionale”, XXI, pag. 218).La classe proletaria è rivoluzionaria o non è nulla
Abbiamo affermato che i presupposti dell’appartenenza alla classe proletaria non sono dati dal contenuto del lavoro svolto, ma da condizioni di vita caratterizzate dal possesso di nessun tipo di riserve. Ciò non deve condurre alla errata affermazione che ogni settore di lavoratori salariati ed ogni categoria produttiva abbia lo stesso valore dal punto di vista rivoluzionario. Innanzitutto debbono essere escluse in principio dal proletariato quelle categorie che, pur percependo un salario, svolgono funzioni esclusivamente collegate all’oppressione di classe: preti e poliziotti, pur essendo dei salariati, non faranno mai parte della classe proletaria. Gli stessi intellettuali dovranno essere considerati con circospezione. Infatti, se alcuni di essi svolgono un lavoro socialmente utile e funzionale alla attività produttiva stessa, altri, anche se costretti a vivere condizioni di vita puramente proletarie (ed oggi questo è vero più che nel passato, almeno potenzialmente), svolgono una funzione di sorveglianza del proletariato allo scopo di facilitarne lo sfruttamento da parte del Capitale. I primi dovranno essere attirati nel campo proletario facendo leva sulle loro reali e materiali condizioni di vita, i secondi dovranno essere trattati come alleati del nemico capitalista.
È questo un argomento trattato diffusamente nel 1925 e non a caso, quando cioè cominciarono ad essere affermate dai futuri traditori a pieno titolo le tesi sul fascismo come movimento autonomo delle mezze classi. In una conferenza pubblica tenuta a Torino il 22 marzo 1925 abbiamo risolto la questione della considerazione dei “lavoratori intellettuali” nei termini seguenti e non abbiamo alcun motivo per modificare alcunché. Questi i passi decisivi:
«Un’altra obiezione a proposito della concezione socialista deve essere respinta, cioè l’antitesi tra attività manuale e attività intellettuale che si incrociano, si completano nella produzione; la valorizzazione della prima in contrapposto al disprezzo della seconda, la esaltazione del lavoro materiale e meccanico in contrapposto all’altro. Nel respingere questa affermazione noi non possiamo però venire senz’altro ad una identificazione della situazione dei lavoratori intellettuali con quella dei lavoratori della grande industria e delle grandi officine. Per una parte è funzione necessaria, utilissima, che dovrà essere sopravalutata da una ulteriore organizzazione potenziatrice delle forze produttive. Per questa parte di classe indubbiamente gli intellettuali si verranno ad identificare col proletariato in una organizzazione diversa e specialistica della produzione, in cui verrà ad essere parificata la importanza del lavoro manuale alla importanza del lavoro intellettuale che si fonderà sempre meglio nella grande armonia delle attività umane. Ma ciò non toglie che la classe della intelligenza, specialmente in certi strati, venga ad avere gradatamente degli interessi che si identificano con quelli della classe dominante. Salendo gradualmente noi troviamo ancora degli intellettuali che sono ancora dei puri lavoratori sia pure retribuiti meglio; proseguendo cominciamo a trovarli cointeressati nel profitto del Capitale (…) assumono la figura di guardia del capitalismo, di sorveglianza del proletariato perché non infranga i vincoli del sistema borghese (…) Questa seconda funzione deve essere respinta e combattuta (…) La classe degli intellettuali nella sua parte di funzione strettamente tecnica non è destinata a sparire, bensì a fondersi col proletariato».
Abbiamo più volte affermato che i caratteri di natura economico-sociale delineati sono necessari per delimitare la classe proletaria, ma che ne rappresentano solo i presupposti della sua reale esistenza e non sono quindi ancora sufficienti a definirla compiutamente. Il concetto stesso di classe, in linguaggio marxista, è infatti un concetto dinamico e non statico; al di là delle contingenza individua un programma storico-sociale capace di rovesciare gli attuali rapporti di produzione e di sostituirli con un altro modo di produzione. Non è nemmeno sufficiente che un vasto numero di puri proletari si organizzi in modo totalmente autonomo dagli interessi capitalistici perché un tale movimento incarni compiutamente l’originale concetto di classe del marxismo. È necessario anche che tali organizzazioni siano assoggettate alla guida politica del Partito Comunista: solo allora la classe è per sé e non può esserlo se non in modo rivoluzionario. È questo un punto di principio, che, se fosse possibile, più degli altri caratterizza tutta l’esperienza storica del proletariato condensata nelle posizioni della Sinistra. È carne e sangue di tutta la battaglia per la fondazione del Partito, la difesa dalla degenerazione, l’ardua opera di ricostituzione dell’organizzazione militante.
«Chi riduce il marxismo ad un’analisi catalogatrice della società secondo gli interessi economici – scrivevamo nel 1953 – è veramente buffo in veste di completatore moderno del marxismo, in quanto non ne ha assimilata la prima vitale battuta. Marx avrebbe solo “cominciata” l’analisi della società moderna e posto solo le basi del programma socialista; sono questi signori che hanno assunta “la continuazione di questa analisi oggi (quanti aggiornatori del marxismo abbiamo dovuto e dobbiamo tenere a bada!) con un materiale infinitamente più ricco ecc. ecc” (…) Per disperdere simili piacevolezze è di troppo incomodare la dialettica: basta il pernacchio.
«Senza quindi prendere queste cose sul serio, troviamo tuttavia utile battere in argomento la nostra strada, ricostruendo la presentazione organica del marxismo, edificio che possediamo dalle fondamenta al tetto (…) Classe dunque indica non diversa pagina del registro di censimento ma moto storico, lotta, programma storico. Classe che deve ancora trovare il suo programma è frase vuota di senso. Il programma determina la classe» (“Danza di fantocci: dalla coscienza alla cultura”, in Il Programma Comunista, n. 13/1953).La fondamentale verità che la classe non esiste come forza storica senza programma e dunque senza Partito comporta che nell’epoca della rivoluzione e della vittoria rivoluzionaria il proletariato rivoluzionario sarà riconoscibile più dal programma che fa suo e difende che dalla sua posizione economico-produttiva. Tuttavia tutto ciò non deve farci dimenticare i presupposti proprio di natura economica e fisica – come dice un nostro testo – che sono indispensabili affinché la classe operaia agisca e lotti per i propri scopi.
«La giusta prassi marxista afferma che la coscienza del singolo e anche della massa segue l’azione, e che l’azione segue la spinta dell’interesse economico. Solo nel Partito di classe la coscienza e, in date fasi, la decisione di azione precede lo scontro di classe. Ma tale possibilità è inseparabile organicamente dal gioco molecolare delle spinte iniziali fisiche ed economiche» (“Teoria e azione della dottrina marxista”, 1951).
Ecco perché con forza è da ribadire l’esattezza della importanza che il Partito dà ai primi tentativi, anche se confusi e contraddittori, di ricostituzione dell’organizzazione economica di classe del proletariato, consapevole anche che la velocità con cui gli attuali rapporti sociali possono evolversi ed anche rovesciarsi è imprevedibile, a patto che, da un lato, la ripresa del movimento si fondi saldamente sulle spinte fisiche ed economiche elementari riconducibili a condizioni di vita puramente proletarie e che, soprattutto, dall’altro, il Partito abbia saputo mantenere integri tutti i punti del suo immutabile programma. È la prospettiva già chiaramente delineata nelle nostre Tesi di Lione:
«Vi sono situazioni oggettivamente sfavorevoli alla rivoluzione e lontane da essa come rapporti delle forze (…) Si deve altamente dire che, in certe situazioni passate, presenti e future, il proletariato è stato, è e sarà necessariamente nella sua maggioranza su una posizione non rivoluzionaria, di inerzia e di collaborazione con il nemico a seconda dei casi; e che intanto, malgrado tutto, il proletariato rimane ovunque e sempre la classe potenzialmente rivoluzionaria e depositaria della riscossa della rivoluzione, in quanto nel suo seno il Partito Comunista, senza mai rinunziare alle possibilità di coerente affermazione e manifestazione, sa non ingaggiarsi nelle vie che appaiono più facili agli effetti di una popolarità immediata, ma che devierebbero il Partito dal suo compito e toglierebbero al proletariato il punto di appoggio indispensabile alla sua ripresa».